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mercoledì 14 dicembre 2022

Coconuts - 2 (2022)

Senza alcun presagio, senza alcuna attesa, ecco riemergere dalla nebbia neyworkese i fantasmatici Coconuts su Bandcamp con il laconico 2, a ben 12 anni di distanza da quell'omonimo che mi aveva fatto saltare sulla sedia. Più volte, durante questa dozzina, mi ero chiesto che fine avessero fatto; più volte avevo riascoltato quel disco ed avevo concluso che no, non poteva esserci un seguito e pertanto era giusto che fosse finita lì. Invece rieccoli con un'altra mezz'ora del loro vagabondaggio zombie e di arrendevoli litanie acide, senza alcuna nota informativa se non le indicazioni tecniche di registrazione.

Il contenuto fa salire un chiaro sospetto: che la provenienza sia la stessa di Untitled. Stesso suono puntuto ed ispido di chitarra, stesso suono pastoso del basso, stessa ottundenza delle percussioni, stessa voce catatonica. Difficile pensare che siano riusciti a replicare esattamente tutti questi elementi con tale fedeltà, anche se non ho le competenze tecniche per affermarlo scientemente. Un'altra ipotesi che lo suffragherebbe è quella del buon senso: forse sarebbe stato un po' troppo, pubblicare oltre un'ora di questi mattoni in una botta sola, e così si decise di spezzarla in due, soltanto che Untitled ebbe un riscontro così risibile che Evans, Redaelli e Mitha si sciolsero e lasciarono 2 in un cassetto. Fanta-musica, di quella che mi piace tanto fare. 

Comunque sia andata, è stato giusto diseppellire queste 5 tracce. I Coconuts sono (erano?) un'espressione unica, inaudita ed incompromissoria dei nostri giorni, e probabilmente resteranno del tutto incompresi e non replicabili da nessun'altro. Io continuerò a stimarli e, ogni tanto, lasciarmi andare all'abbandono acido delle loro zombie-ballads.


domenica 18 luglio 2010

Coconuts - Coconuts (2010)

Per gli stomaci forti e ben foderati al riparo da ogni tipo di ulcera sonica, le noci di cocco in questione sono una delle novità più originali ed estremiste di questa prima metà del 2010.
Trattasi di un weakness-trio di australiani trapiantati a New York, evidentemente l'unico luogo al mondo che possa sopportare (?) le loro litanie angoscianti e acide. All'ascolto iniziale l'artista che mi era venuto in mente era il primissimo Sun Araw, ma dopo diverse analisi mi sono reso conto che questo sound malatissimo d'oltretomba ha una peculiarità tutta sua, non facilmente rintracciabile (almeno alle mie orecchie) in qualche altra formazione passata.
E' un incubo sotterraneo performato da zombies. E' un suono totalmente privo di globuli rossi, ma non è inumano per niente. C'è una chitarra acidula in perenne delirio sull'orlo di feedbak e gorgoglii impietosi. C'è un basso fuzzato e ultra-minimale, poi ci sono un tom e un timpano, uniche forme di percussione e fautrici di ritmi anemici e moviolati.
Non c'è traccia di violenza nei Coconuts: infatti la voce è un lamento anemico a tono, quasi un timbro soffice che stride con l'assurdità del suono. Tutto irrimediabilmente riverberato, proprio a dare l'idea della profondità, di un sound che sembra provenire da sottoterra. Tutto con greve sentore di debolezza, di arrendevole abbandono, di spettri dalle forme indefinibili.
Saremo in 4 o 5 a filarceli, perchè chiunque si avventurerà in questi cunicoli si affretterà ad indietreggiare verso l'entrata, ripugnato.
Senza speranza.