Visualizzazione post con etichetta Desert-Rock. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Desert-Rock. Mostra tutti i post

martedì 12 maggio 2020

Thin White Rope ‎– The One That Got Away (1992)

Il lungo, commosso addio dei TWR nel loro concerto terminale in Belgio, nel giugno del 1992. Un live torrenziale (26 pezzi!), che pesca da tutto il loro aureo repertorio, registrato perfettamente, con lo spettacolo delle due lead guitar e soprattutto la realtà dei fatti comprovata alla riprova: Guy Kyser è stato uno dei più grandi cantanti di sempre. Il suo ruggito granitico non cede mai, ed è il simbolo principe del TWR output: un desert-rock arroventato, in grado di passare da momenti drammatici a disimpegno e divertimento nel giro di un angolo.

lunedì 21 ottobre 2013

Savage Republic - Customs (1989)

Il canto del cigno della prima fase dei Savage, e con ogni probabilità il loro picco artistico, dall'ecletticità abnorme; Customs passa di palo in frasca, fra un versante ed il suo esatto opposto, con ispirazione e visionarietà.
Abbandonata ormai la percussività ossessiva dei primi dischi, i californiani passavano in rassegna noise-rock nevrastenico (Sucker punch, Rapeman's first EP), gotico esotico (Sono Cairo), folk etnico (Mapia, Song for Adonis), allucinazioni minimali pre-post-rock (the birds of pork, che anticipa quanto farà Licher con gli Scenic pochi anni dopo), chiudendo con un gioiello di mulinelli rutilanti trance, Archetype. Un po' frammentario, ok, ma debordante di visioni misteriose.

giovedì 26 settembre 2013

Red Temple Spirits - Demo 1987 + Demo 1990

Dopo un quarto di secolo qualche buona persona (alla indòmita Indipendent Project) si è decisa finalmente a rimasterizzare i due dischi dei RTS, ed è un sottile piacere scoprire che ancora oggi si omaggia questa grande e sfortunata band. 
A corollario dell'operazione è spuntato fuori anche un demo di 4 tracce che presumo risalire al 1987, di cui 3 confluiranno su Dancing. In confronto alla produzione espansa a cui verrà sottoposto il materiale, qui il suono è grezzo ed asciutto; i riff circolari di Moonlight, la danza a rotta di collo di Dreamings ending, il lungo climax psico-drammatico di The light of Christ, non subiscono variazioni strutturali rispetto alle versioni definitive. L'unico a restare inedito è The alchemists stone, litania acida effettivamente al di sotto della media.
Su Soulseek ho scovato un non meglio identificato demo del 1990, a riprova del fatto che l'attività proseguiva ancora, nonostante l'esigua popolarità raggiunta. La visionarietà mistica però sembrava averli abbandonati e si presentavano con un suono tornitruante e molto meno oscuro, in qualche modo sulla direzione che già avevano intrapreso con If tomorrow I were leaving.... Lungi ancora dall'essere mainstream, ma un influenza vagamente Cure si può notare soprattutto nelle chitarre, mentre le ritmiche si fanno fragorose per non dire pestone. Soltanto Revolution of the heart accende ancora certi fuochi; direi che se queste erano le premesse fu quasi un bene che si siano sciolti.

giovedì 14 luglio 2011

Thin White Rope - In the spanish cave + Red Sun EP (1988)

Viene solitamente indicato come l'anello debole della tremebonda discografia dei californiani, più che altro a causa delle pecche produttive.
Se è vero che una registrazione migliore avrebbe di certo giovato all'effetto d'insieme, voglio dire, siamo comunque di fronte ad uno dei più grandi gruppi dei tardi anni '80, quindi ci si può volentieri passare sopra. Poi ok, qui non ci sono certi apici come in Moonhead o The Ruby Sea, ma la classe e la stoffa era di serie nei TWR.
Potrebbe quasi sembrare un disco in cui Kunkel s'allarga, al di là dei credits compositivi sempre riservati a Kyser. Il country-rock tanto amato dal chitarrista gioca un ruolo importante come nell'iniziale, splendida Mr. Limpet, in Astronomy, in July.
Per il resto, il solito desert-rock intriso di elettricità e passione. It's Ok, Red Sun, Timing, Ring sono le esternazioni di spleen'n'western del grande Kyser. La travolgente Elsie crashed the party è una piacevole mosca bianca che risalta alla grande.
Buon per questa ristampa in cd che ha visto il disco originale arricchito dal Red Sun EP, che alza il livello qualitativo in maniera decisiva. La title-track viene denudata del suo abito elettrico, ci si siede attorno ad un fuoco notturno con acustica e bonghi, e la magia è immutata. Le altre 4 tracce sono cover che si spingono indietro di parecchi anni, peraltro in ambiti piuttosto pop: si passi oltre Town without pity e le altre sono chicche gustosissime. They're hanging me tonight è un grazioso country sfigurato da feedback ossessivi in secondo piano, The man with the golden gun è una ripresa della James Bond connection, strumentale caleidoscopico arroventato. Ed infine, meraviglia delle meraviglie, quella che per assurdo forse è la mia song preferita in assoluto dei TWR è la versione acida e tiratissima della Some Velvet Morning di Hazelwood, di cui conserva ben poco dell'originale, nonostante la struttura resti immutata (da pelle d'oca il break valzerato), affogata in maelstrom chitarristici di cesello grosso grosso, nonchè dotata dell'ennesima, rabbrividente prova vocale di Kyser.

lunedì 20 settembre 2010

Giant Sand - Glum (1994)

Non ho certamente ascoltato la sterminata discografia di Gelb & Co., anzi ne avrò sentito neanche un quinto, ma fui introdotto in qualche modo (Planet Rock) a questo discone che ogni volta mi fa pensare che dovrei rimediare alla lacuna, seppur continui a diffidare preventivamente di chi ha sfornato 25 pubblicazioni (senza contare quelli solisti) in 25 anni.
Comunque, Glum è il mio preferito fra i conosciuti. E' un viatico delirante ma non troppo sulla strada del deserto arizoniano, che oscilla fra country acido e sfuriate visionarie, grazie alle ottime doti compositive e alla sapienza eclettica di Gelb.
Innanzitutto l'apertura, la title-track, è un autentico capolavoro; inizia con arpeggio dimesso e lamentoso, cresce fino a raggiungere un climax fragoroso con tanto di fuga psichedelica. In pratica, il miglior pezzo mai composto dai Thin White Rope.
Nonostante il disco non raggiungerà più vette simili, il complesso è ottimo. Yer ropes è power-country carismatico con controcanto femminile ed assolo alla Neil Young, un ispirazione che coglie anche la drammatica Happenstance. Un riff saturissimo introduce Frontage road, altra ballad elettrica di grande effetto, da appaiare alla potente Painted bird, per certi versi affine alle cose meno disastrose dei Caustic Resin, nonchè a Faithful.
Qualche divagazione in materia non guasta per nulla: il jazz-lounge di Helvakowoby, le morbide piano-driven Spun e Left. La spettrale ballad con lamento infantile di Bird song e un altro fumosissimo lounge con I'm so lonesome I could cry chiudono in tono ribassato quello che è da considerarsi un disco sanguigno e pregno di sudore e polvere.

domenica 1 agosto 2010

Dead Meadow - Feathers (2005)

Stilare un'ipotetica classifica dei miei amatissimi DM risulta essere impresa improba, ma uehi, se proprio devo, Feathers svetta sugli altri di un pelo. Per l'occasione il power-trio si era allargato con l'innesto del chitarrista Shane, forse per lasciare più libertà alla scintillante Telecaster di Simon. Durerà solo lo spazio di questo disco, ma diede ottimi frutti; già la splendida apertura di Let's jump in visualizza l'incrocio perfetto delle sei corde per dar forma ad un panorama di bellezza perversa. Such hawks such hounds spinge su forme di psichedelia dai ritmi dispari dal sapore vagamente '60s.
E' una collection più atmosferica dei suoi precedenti, Feathers, che punta alla creazione di paesaggi desertici e ventosi, in linea con la loro produzione e sempre con la classe vintagistica di Simon e Kille. E' una chicca dietro l'altra: Get up on down, Heaven, Eyeless gaze, sono mix perfetti di riff sanguigni e languori psichedelici in fusione. I toni si affievoliscono con l'acustica Stacy's song, la trasognata Let it all pass, per poi finire in rovente jam con un live della vecchia Sleepy silver door, un quarto d'ora fra space-rock deragliante e pause ambientali di grandissima suggestione.
Il pezzo forte della raccolta però è la magnifica At her open door, dalla melodia a presa efficace ed un finale ultra-movimentato, con le due chitarre a fare faville.
Quelli che.... vintage è bello.

martedì 6 luglio 2010

Red Temple Spirits - If Tomorrow I Were Leaving For Lhasa, I Wouldn't Stay A Minute More (1989)

Che siano veramente partiti per il Tibet, aspettando magari qualche minuto in più?
Dopo un capolavoro come il primo album, non sarebbe stato facile ripetersi per il mistico quartetto californiano che rivedeva il desert-rock in chiave dark-psichedelica. Eppure con i miei ascolti odierni, lo devo rivalutare nell'ottica di una progressione che, se il gruppo fosse andato avanti, si sarebbe rivelata perlomeno interessante. If tomorrow è all'apparenza disco più semplice e meno "dannato" di Dancing, ma nella sua interezza resta un gran contenitore di idee e atmosfere. Le ballad malate e siderali di Drive and deep, Wild hills, Rainbow ends, si basano su giri elementari ma di grande effetto, con le qualità dei singoli al servizio pieno dei pezzi ed inusitati, timidi anticipi di un certo post-rock che si sarebbe sviluppato di lì a qualche anno! La voce magnetica di Faircloth è retaggio indubbio della new-wave, che non fa significative modulazioni di tonalità ma svolge la funzione di ipnotizzatore sciamanico. E' la chitarra di Taylor al centro di tutto, i cui assoli sono puntate di feedback tonale, richiami diretti al Gilmour più delirante.
Anche i Cure più assorti sono un influenza importante, come nell'iniziale City of millions o nella velenosa acidità di A black rain. Le incursioni più cattive e veloci che tanto spiccavano sull'esordio sono Meltdown, Rollercoaster e Confusion, il graffio sempre in diagonale, di traverso, di classe. Un paio di episodi non proprio convincenti (la cover inutile di Set the controls e la stucchevole Alice) non inficiano per nulla la qualità intrinseca e per ultima cito la splendida melodia di Soft Machine, un pezzo che avrebbe meritato anche successo per la sua immediatezza semplice ed onesta.
Spiriti sì, ma indimenticabili.

(originalmente pubblicato il 04/03/2010)

venerdì 18 giugno 2010

Dead Meadow - Dead Meadow (2000)

Uno di quei gruppi di cui farei tutti i dischi, uno dietro l'altro. Perchè la mia stima e il piacere di ascoltare i DM crescono col passare degli anni. Perchè fra i gruppi esplicitamente vintage è il più fresco e coinvolgente, nonostante pochissime variazioni ed un trademark attendibile. Gli si possono attaccare tutte le etichette possibili, per prima quella di stoners: ma guardandoli nell'aspetto e nelle facce, potranno questi 3 ragazzi sembrarli? Già dal look si evince che i washingtoniani hanno masticato tanto seventies ma poi l'hanno sputato a modo loro, senza finire per copiare nessuno e dando un imprinting tutto personale. La voce esile di Jones, poi, potrà essere associata ad un Garcia o ad un Windorf? Il DM sound è un rock selvatico ed altamente espanso, a forti gradazioni lisergiche. Senza mai scadere in violenze di nessun tipo, il trio ha fatto di ciò una ragione di vita portando avanti la propria bandiera con orgoglio ed ispirazione.
Questo debutto omonimo era solo il primo piccolo capolavoro di coesione in cui Jones, Kille e Laughlin scalavano la loro montagna sacra, portando l'ascoltatore in un trip pindarico da cui è impossibile non farsi trasportare. Apice del lotto la lunga Beyond the fields we know, summa di tutte le equazioni naturali, in cui c'è una fase di solo basso che non può non far venire in mente ciò che Cisneros ha elaborato pochi anni dopo con i supremi Om.
Come purificarsi sotto una cascata immersa nelle foreste.

(originalmente pubblicato il 20/11/09)

martedì 11 maggio 2010

Thin White Rope - Sack full of silver (1990)

Forse il disco più scuro dei TWR, questo sacco pieno d'argento che Kyser & co. si trascinarono sulle spalle sudate. Della loro carriera ho già disquisito brevemente qui, in cui non ci sono state cadute di tono in nessun modo per questa incredibile band che ha saputo stillare la propria americanità con un songwriting che aveva del classico ma anche delle allucinazioni assortite che la elevano a status di reale culto. Esemplare in questo senso la rilettura dei Can di You doo right, in cui Kunkel e Kyser hanno modo di librare le loro elucubrazioni chitarristiche in voli pindarici.
Secondo me non avevano nulla a che vedere col Paisley underground, movimento più che altro estetizzante, nè con il glamour campestre dei Giant Sand.
Il forte stava nelle arrendevoli ballad ad alto voltaggio elettrico, sottolineate dal rauco croonering di Kyser: The napkin song, Hidden Lands, Triangle song, On the floe, sono piccoli capolavori di umile periferia americana, alternati sapientemente con qualche numero strettamente country come la title-track o Whirling dervish.
Quando invece decidono di dare fuoco all'argento, scoppiano le scintille: Americana è un improbabile incrocio fra Neil Young e Neu!, Diesel Man è una discesa negli inferi, nella notte gelata del deserto.
Nel loro genere, unici.

(originalmente pubblicato il 27/01/09)

domenica 25 aprile 2010

Red Temple Spirits - Dancing to restore an eclipsed moon (1988)

Non dev'essere stato facile per questo 4-piece californiano proporre una versione così coraggiosa e avanti del dark-wave, verso la fine degli anni '80. Furono molto più fortunati i Jane's Addiction, dal punto di vista del cross-over, che ebbero la furbizia di dare un tiro funk e conquistarono il mondo. A proposito, il bassista Paredes aveva debuttato un paio d'anni prima negli Psi-Com, il primo gruppo di Farrell, con un gothic tout-court ma dalle prospettive interessanti. I RTS raggrupparono elementi provenienti da diverse band e diedero un comune denominatore alla loro musica; il misticismo.
Dancing fu un esordio notevolissimo, nel panorama sotterraneo americano probabilmente non si era ancora sentito questo sound che ereditava e mixava magistralmente dark e psichedelia. Alle svisate policrome ed echeggianti della chitarra di Taylor rispondeva una sezione ritmica molto wave, a volte martellante e a volte tribale. La voce di Faircloth era un lamento nasale in perenne trance. Senza ricorrere ad estremismi di alcun tipo, sventolavano 11 miraggi dall'elevata ispirazione e dall'alto tasso di visionarietà.
Exorcism è già un sunto essenziale del RTS sound: apertura con effetti chitarristici, batteria che indugia sui tom, basso liquido e dark, inciso mistico, ritornello marziale e deciso.
Il crossover riesce meravigliosamente soprattutto nei pezzi più potenti, Dark Spirits, Dreamers ending e soprattutto il flusso continuo ed allucinato di Moonlight, in cui il gruppo suona compatto nel proprio salmodiare. In Bear Cave, Electric Flowers, Where Merlin Played, Lost in dreaming, i ritmi sono rallentati e cresce il tasso psichedelico. Le ballate hanno splendidi squarci melodici che permettono di non cedere troppo il passo al senso lugubre tipico del death-rock, mentre i fendenti elettrici di Taylor alternano accordi pieni a distorsioni di alta quota.
Il tempo di omaggiare addirittura i Pink Floyd di More con una ripresa di The nile song, dopodichè si chiude con Light of Christ, litania di 13 minuti che suggella questo suggestivo rock sciamanico fuori tempo.
Il disco successivo non fu all'altezza e il gruppo morì come nacque, cioè nell'indifferenza generale.

(originalmente pubblicato il 26/04/08)

mercoledì 21 aprile 2010

Thin White Rope - Moonhead (1987)

In un panorama desolato e privo di contenuti come la seconda metà degli eighties questi californiani seppero mantenere viva una fiammella rock che a distanza di venti anni mica si è spenta....In virtù di un sound teso, vibrante e variegato e forti di un leader visionario dall'ugola incisiva e abrasiva come Guy Kyser, i TWR citavano varie ed eventuali influenze del passato e le mixavano con sapienza. Potrei dire che se penso al country-rock tipicamente americano, beh non è proprio uno dei miei sound preferiti, salvo poi ricordarmi di Neil Young e dei Thin White Rope e concludere che in mano a questi due nomi è tutta un'altra cosa...bella! Ma la loro formula era fatta di tante altri elementi, un crossover ispiratissimo guidato dalle chitarre a tratti acidule, a tratti compatte in un wall of sound. Nei loro dischi si può passare da momenti assolati come miraggi desertici ad incubi lisergici splatter come alcune copertine che pubblicarono. Il tutto senza neanche sbrodolare un po', mantenendosi sempre nel formato canzone di massimo 5-6 minuti!
Tutti i loro dischi sono vivamente consigliati, su questo secondo del 1987 ci sono alcuni pezzi assolutamente emozionanti e rappresentativi come Wet heart, Take it home e Not your fault.

(Originalmente pubblicato il 24/01/2008)