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domenica 26 marzo 2023

Feelies – The Good Earth (1986)


Il secondo dei Feelies, ben 6 anni dopo il debutto Crazy Rhythms. Un altro titolo programmatico; prima i ritmi folli, poi la buona Terra, con un folk-rock sostenuto, alla Rem (dichiaratisi influenzati da loro, a ragione). Contesti differenti, inevitabilmente visto il lasso di tempo intercorso, rilassatezza e vibrazioni positive ma stessa testardaggine e restare sul pezzo con determinazione. I Feelies erano un gruppo molto particolare, conscio forse del proprio potenziale ma in fondo neanche tanto ambizioso; la differenza coi Rem forse era sostanzialmente questa, oltre che avere un cantante nel gruppo. Good Earth è un bello scorrere di scenari agresti, e a loro bastava questo, forse.

venerdì 23 dicembre 2022

Swell – Swell (1990)


Quest'anno è venuto a mancare David Freel, cantante, chitarrista e compositore degli Swell. Il gruppo era dissolto da ormai 15 anni, ed anche lui era fermo discograficamente da quasi un decennio. Oggi entrambi i nomi sono caduti in un dimenticatoio senza speranza, e neppure questa scomparsa può riattivare l'interesse postumo attorno ad una band che nei primi '90 era stata una delle più interessanti del panorama americano indie e dintorni, ed era riuscita persino ad approdare ad una major, seppur per un solo disco.

Swell, il debutto, denotava un grande potenziale nonostante l'indecisione di fondo sulla strada da intraprendere. Lo sferzante stile roots-oriented-core che caratterizzerà le pagine migliori del futuro appare già con tutta la sua visceralità (Get High, Dan A son of god, Wooden Hippie Nice). Uno spiccato ammiccamento indie-pop quasi alla Pixies permea Stop e Ready, che mostrano tutta la validità di una registrazione per nulla scontata nell'anno 1990, già in tutto e per tutto immersa nei nineties, col suono sanguigno delle elettriche, il giusto risalto alla batteria di Kirkpatrick (sempre stato il vero protagonista del sound) e per giunta in totale autoproduzione. Accanto a questi, però, apparivano anche delle anomalie destinate a restare irripetute nel loro repertorio, come le spettrali scansioni di A town, la quadratura quasi wave di Love you all, la spiritata litania di Yes and no e soprattutto lo strumentale gothic-dark Sick half of a church, davvero straniante. Paradossalmente, chissà cosa sarebbe successo se Freel avesse perseverato nei filoni di queste anomalie, cosa ne sarebbe stato della carriera degli Swell. Non c'era da dargli torto per aver scelto la strada post-roots, ma la curiosità resterà sempre.

sabato 5 novembre 2022

Jethro Tull – Benefit (1970)


Il perfetto/imperfetto disco di transizione, fra le indecisioni di Stand Up e le rivelazioni di Aqualung, con il decisivo ingresso di John Evan a colorire con eleganza il songwriting di Ian Anderson che si faceva adulto fin dall'inizio con la splendida With you there to help me e con il vertice Nothing to say, il pezzo più sensibile e serioso del lotto, probabile seme decisivo per le pagine più memorabili degli anni a venire. Martin Barre si ritagliava qualche faretto isolato, ma non per questo meno incisivo e brillante. Fra le melodie più ariose, irresistibili For Micheal Collins, Jeffrey and me, A time for everything, Play in time. 

Non tutto il disco gira a meraviglia, va detto; alcune composizioni mostrano la corda, indugiando in un modello troppo legato alla stagione del folk inglese e procurando un po' di tedio. La ristampa in cd di una ventina d'anni fa includeva anche 4 bonus tracks, anch'esse pallidine a parte la grintosa Teacher, che fu pubblicata come singolo per una probabile marchetta al mercato hard-rock, ma si fa apprezzare ugualmente.

domenica 24 aprile 2022

Neil Young – Tonight's The Night (1975)


Per quanto sia un pezzo fondamentale della storia della musica in America e non solo, la dicotomia fra rock e tradizionalismo è un eterno dilemma nella carriera di Neil Young. Per quanto io ritenga Live Rust e Weld manifesti quasi scolpiti nella pietra del rock, altrettanto fatico ad apprezzare le svenevolezze di Harvest o similari. Forse Tonight's the night rappresenta questa dicotomia in maniera esemplare nel suo insieme, raggruppando più o meno equamente la divisione fra country-blues rilassati ed elettricità a passo marziale. Un disco in nome del dolore e dei lutti, ma che ad ascoltarlo sembra più il ritrovo informale di un gruppo di amici inebriati di tequila e rilassati, lasciati andare alla notte californiana. Situazione che poi non si discosta dalla realtà in cui venne realizzato, rimasto a decantare per un paio d'anni e poi rilasciato più per la sua unitarietà d'intenti che per l'esecuzione finita vera e propria. Questo è sempre stato NY: la sostanza ed il cuore prima della forma e della mente.

sabato 22 gennaio 2022

Dan Oxenberg, Bear Galvin + Friends (Pillow Mt. Conspiracy) ‎– Early Abstractions. Vol. 1 (2019)


Tre anni dopo il grande rientro di Late Superimpositions, il caro vecchio Danny è tornato, di nuovo insieme al misterioso Orso Galvin (presumibilmente il tizio con i pantaloni della tuta adidas nella foto sopra), ma questa volta si tratta in gran parte (non meglio precisata) di vecchio materiale degli anni '90, tant'è che appaiono altri due ex-Supreme Dicks, Steve Shavel e Mark Hanson. Si tratta quindi di un album d'archivio, al contrario del precedente, e si sente. Lo spettro tremolante del passato si agita fra le ballad anemiche, gli sballi allucinogeni, il flautino dissonante, la voce fragilissima, l'Orgone citato in un paio di titoli. E' una raccolta in chiara chiave lo-fi, indirizzata essenzialmente ai fan dei SD.

martedì 21 dicembre 2021

Galaxie 500 ‎– Peel Sessions (2005)


Due sedute da San John Peel, una nell'Ottobre 1989 e l'altra nel Novembre 1990, a pochissimo tempo dallo split. Un totale di 8 pezzi, metà cover e metà estratti dal loro album migliore. Un assemblaggio che sulla carta non avrebbe aggiunto nulla alla sostanza della storia di questo trio, ed invece funziona perchè le renditions furono eseguite con un piglio più focalizzato ed un energia che poteva creare spiragli per sviluppi futuri, che ovviamente non ci furono. 

E fa aumentare un po' il rimpianto perchè in fondo i Galaxie 500 furono un'incompiuta, un gruppo che forse non si prese abbastanza sul serio e non si concentrò per realizzare il meraviglioso disco che hanno soltanto sfiorato. Per fortuna, ci avrebbero pensato i Low a proseguire quella tradizione, con più talento e convinzione. A loro testamento, Decomposing Trees appare qui in una superba versione.

domenica 18 luglio 2021

Roy Harper ‎– HQ (1975)

Il disco hard-rock di RH, forte della presenza di pesi massimi come John Paul Jones, David Gilmour, Bill Bruford e Chris Spedding (anche se non in contemporanea). Era il momento di iniziare a riscuotere seriamente: fra una cantata con i Pink Floyd ed una scorrazzata con i Led Zeppelin, lo psycho-minstrel si attaccava alla corrente e tirava fuori dal cilindro una suite rocciosa ed avvincente di 14 minuti, The Game, che da sola vale il prezzo del biglietto, ma non sono da meno i caleidoscopi ribollenti di The spirit lives e Referendum (Legend), la pantomima irresistibile di Grown ups are just silly children. Nella seconda parte torna alle più avvolgenti atmosfere psycho-agresti ed il disco scende inevitabilmente di tono, ma nel complesso resta da podio di una carriera mai abbastanza celebrata. Titanico Harper.

venerdì 20 dicembre 2019

R.E.M. ‎– Chronic Town (1982)

Il primo extended dei Rem, caratterizzato di quella splendida effervescenza giovanile ed inquietudine che sublimerà di lì a poco nel fondamentale Murmur
5 tracce, di cui soltanto l'epica Gardening At Night sarà destinata a memoria collettiva. La migliore è Wolves Lower, che contiene già i tratti compositivi della maturità, in notevole anticipo; strofa in minore che strabocca di tensione, ritornello in maggiore con apertura panoramica. Inferiori le altre 3, ma soltanto per una questione di evidenza; i Rem del 1982 avevano ancora grossi margini di crescita e dipendevano troppo da chi li gestiva e li registrava, era solo questione di tempo.

martedì 9 luglio 2019

Meat Puppets ‎– Meat Puppets II (1984)

Cow-core. Ecco la definizione di un disco che poteva essere definito di transizione; il trio dell'Arizona passava in un men che non si dica dal feroce hardcore del primo disco ad un ibrido di punk e country che aveva del proditorio, ma erano anni fertili per queste contaminazioni, soprattutto se si incideva per la grande SST di Greg Ginn.
Merito anche della sbocciatura di Curt Kirkwood come cantautore, in grado di passare da esagitate danze country-core a finissime ballad elettrificate di diretta discendenza Neil Young, come i 3 famosi pezzi che diedero ai MP il quarto d'ora di visibilità in tutto il mondo nel 1993 grazie all'unplugged dei Nirvana. La sensazione finale è quella di un disco molto fisico ma anche molto svanito (il canto), proiettato in una dimensione parallela; è questo senso di disorientamento che lo rende speciale ed unico, a modo suo. Il successivo si sveglierà un po' dal semi-torpore e punterà sull'aspetto divertente di un suono in progressione.

mercoledì 10 aprile 2019

Swell ‎– ...Well? (1992)

Il secondo disco dei californiani, autoprodotto come l'esordio ma con una registrazione perfetta ed intelligente, alla vigilia dell'approdo su major con 41. All'epoca il gruppo era il quartetto originario, col secondo chitarrista Dettman, un elemento chiave che andrà perso con qualche rimpianto, anche se magari poteva non essere decisivo in chiave compositiva. Freel appariva invece come un anello marginale del suono, visto il suo canto sottovoce, monotono e quasi impalpabile, mentre un'altro protagonista era il batterista Kirkpatrick, uno di quelli intelligenti che calibra le progressioni con estrema ratio ma quando si libera dimostra sempre il suo valore.
In sostanza, gli Swell qui appaiono all'apice della loro parabola, impegnati in quella felice disarmonia fra recupero delle radici ed il suono dei college, un incrocio che in quegli anni in America troverà altre espressioni degne di ricordo (Grant Lee Buffalo su tutti). In Well? oltretutto le composizioni sono praticamente tutte valide, con le punte di At Long Last, Down, The Price e Suicide Machine. Avevano già la stoffa e la maturità per sfondare, e l'avrebbero meritato, canto a parte.

martedì 5 marzo 2019

Pinetop Seven ‎– Pinetop Seven (1996)

Un vero peccato, che Darren Richards abbia mollato tutto per fare l'avvocato; davvero non me l'immagino a svolgere questa professione, uno con un animo musicale così discreto ed elegantemente rustico. Con i suoi P7 ha pubblicato una manciata di dischi folgoranti di cantautorato alt-country leggermente sofisticato, che non rinnegava le sue radici americane ma le innalzava ad uno stadio superiore, grazie anche ad una maestria di songwriting solitamente appannaggio dei grandi, nonchè per una ricerca sugli arrangiamenti da fine cesellatore.
Una carriera peraltro in crescendo, con il capolavoro assoluto The night's bloom in cima alla lista, ma forte anche di una tappa intermedia come Bringing home the last great strike. Ad inizio corsa, Richards guidava un quintetto comprendente il polistrumentista futuro Boxhead Ensemble Charles Kim, e autoprodusse il proprio debutto. Neanche un anno dopo i tizi tedeschi della Glitterhouse, sempre con le orecchie ben aperte, lo importavano in Europa per diffondere giustamente ai 4 venti una prova di classe immediata. E' roots music, in fondo, ma con quel sottile strato di sofisticazione e di velata malinconia che travalica le retrograde ottusità yankee a piedi pari. Forse arrivò un attimo tardi per il rinascimento post-folk; meritava molta più esposizione, almeno quanto un Grant Lee Phillips.

lunedì 17 dicembre 2018

Sin Ropas ‎– Fire Prizes (2005)

Progetto di Tim Hurley, bassista dei Califone, che pigramente ha dato alle stampe 5 album in 16 anni. La derivazione è chiaramente quella non solo dei sopracitati, ma anche del gruppo madre del leader Rutili, ovvero i gloriosi Red Red Meat; un post-blues-indie-folk strascicato, molto elettrico, slacker e dai ritmi vicini allo slow-core. In Fire Prizes, terzo della serie, si sentono anche forti echi di Neil Young e Will Oldham, quindi si potrebbe dire che i SR sono un appendice più tradizionalista rispetto alle origini, ma il disco funziona perfettamente fra le sue moviole, le impennate chitarristiche di grande enfasi e le canzoni, che dopotutto sono buone e basta.

domenica 27 agosto 2017

Grant Lee Buffalo ‎– Copperopolis (1996)

Di sfatare un mito non se ne parla, ma oggi riascoltando Copperopolis mi sono chiesto; per quale motivo non l'ho amato come Fuzzy e Mighty Joe Moon? L'ho ignorato ai tempi, ma se non ricordo male non fui l'unico. Com'era possibile che, nel periodo post-grunge, non venissero osannati nè dal pubblico nè dalla critica, al cospetto di tali dischi stratosferici?
A distanza di 20 anni, forse possiamo trovare delle risposte che abbiano un minimo di fondamento, e che stabiliscono un parallelo di ingiustizia con gli American Music Club (e scatenano la solita perchè i Rem sì e loro no?): non erano ruffiani, mettevano le canzoni ed il trasporto emotivo davanti a qualsiasi altra cosa, nei testi affrontavano temi scomodi che potevano scuotere e far riflettere. Cosa di cui forse gli americani non avevano molta voglia di fare.
Al di là di tutto questo, Copperopolis era un lavoro altamente rifinito, cesellato e soprattutto riflessivo: smaltite le urgenze espressive di Fuzzy, passate in vetrina le melanconie rurali di Mighty Joe Moon, Phillips non poteva fare altro che non ripetersi se non sfoderando altre 13 canzoni dal suo bagaglio di artigiano sopraffino. Meno rock e più folk meditabondo, Copperopolis ha solo il difetto di richiedere qualche ascolto in più per essere amato, con pochi compromessi.

mercoledì 28 giugno 2017

Palace Music ‎– Lost Blues And Other Songs (1997)

Sulla scia del successo dei suoi primi 4 album, Will Oldham rimediò alla sua già proverbiale prolificità assemblando questa raccolta su Domino che comprendeva singoli sparsi ed una mezza dozzina fra live, inediti e versioni alternative. Oltre che una gradita compilazione per i fans, era anche il modo per chiudere un ciclo importante dato che si trattò dell'ultimo disco a nome Palace. Da lì in poi, infatti, sarebbe passato in modo irreversibile alla sigla Bonnie Prince Billy.
Sul contenuto, inevitabilmente disomogeneo ma inequivocabile; sono 15 tracce classiche del primo Billy, quello a mio parere più ispirato e spontaneo, l'alfiere del rinascimento folk nei fragorosi anni '90. In larga parte elettrico, Lost Blues annovera fra le perle più preziose del canzoniere: West Palm Beach, Gulf Shores, Ohio River Boat Song, Oh how I enjoy the light, Stable Will, una  versione alternativa, quasi noise di Riding. Non lo ascoltavo da tanti anni e l'ho ritrovato fresco come allora.

domenica 29 gennaio 2017

Danny Oxenberg & Bear Galvin - Late Superimpositions (2016)

Saluto con grande piacere il ritorno discografico dopo un silenzio ventennale di Dan Oxenberg, dopo la clamorosa reunion live dei Supreme Dicks che ha visto toccare persino l'Italia (ma che diamine, solo un concerto a Milano!...), con la collaborazione di un non meglio identificato Bear Galvin.
Uscito per l'etichetta franco-svizzera Three:Four Records, a testimoniare un legame speciale con l'Europa, Late Superimpositions vede colui che fu il vocalist principale della leggendaria band/setta, probabilmente incoraggiato dal cofanetto antologico uscito nel 2011, tornare con uno stile abbastanza morigerato, per non dire pacificato. E' sempre il folk bucolico ad ispirarlo, quello che caratterizzava per la maggior parte The Unexamined Life, privo però degli sballi spazio-psichici che hanno reso unico al mondo il SD-sound.
Non è certo una mancanza; c'è tempo per ogni cosa, quel tempo eccezionale è bello passato e sarebbe inutile cercare di rifare gli SD. Qui c'è un disco disarmante, genuino e commovente come soltanto Oxenberg poteva farlo, con la sua inconfondibile voce tremolante, senza artifizi e con almeno 3 pezzi memorabili (I believe in you, la suite in 3 parti di Less than nothin e The ping pong song).

lunedì 24 ottobre 2016

Vic Chesnutt ‎– West Of Rome (1992)

Cantore del malessere di vivere confinato in una sedia a rotelle, Chesnutt è stato uno di quei personaggi intensissimi che mi sono perso in un'epoca in cui avrei potuto amarlo ardentemente. Non dico che sarebbe stato all'altezza degli dei, ma di certo lo avrei consumato come un Jason Molina d'annata. Le sue canzoni meste ed ariose al tempo stesso contenevano un fuoco espressivo dal dna inconfondibilmente americano, fior di canzoni, con una voce unica, strascicata, allungata, da brividi quando si arrochiva. Pupillo di Michael Stipe che lo portò alla ribalta e gli produsse i primi due album, il secondo dei quali è West Of Rome; semplice e disarmante, con ben 22 pezzi fra acusticherie, tradizionalismi ed impennate indie, di cui una metà memorabile e l'altra semplicemente bella.
Qualche anno fa, dopo diversi tentativi, Vic ce la fece a togliersi la vita dopo diversi tentativi, povero in canna ed indebitato. Ci starebbe un film, su quella vita maledetta.

domenica 17 gennaio 2016

Kevin Coyne ‎– Marjory Razorblade (1973)

Un po' di vecchio gradevole folk blues alla britannica ci può stare, per questo autore dimenticato da tutti, che era in possesso di uno stile vocale pressochè unico. Fece parte di una generazione gloriosa di songwriters inglesi (Drake, Martyn, Harper, Van Morrison) ed ebbe anche qualche soddisfazione commerciale, ma per qualche motivo non è stato adeguatamente consegnato ai posteri.
Colpa, forse, di uno stile poco elegante, per non dire sgraziato, e di quella voce squillante e sguaiata che avrà diviso nettamente estimatori e detrattori. Marjory Razorblade fu doppio album, arrangiato in maniera spartana ma con un gusto tipico dell'epoca, equamente diviso fra pezzi interamente acustici e fra gli altri con band di supporto al completo. Resta scolpito nella memoria un pugno di canzoni a dir poco memorabili (Eastbourne Ladies, Old Soldier, Nasty, House on the hill), baldanzose ma anche a tratti toccanti, che avranno un influenza enorme (e dichiarata) su Will Oldham. Il secondo verteva più sul solitario, facendo un po' scendere il risultato finale ma con qualche impennata degna comunque di nota (Chairman's ball, Chicken Wing). Per un paio d'ore disimpegnate e per un immersione in epoche ormai lontane come ere geologiche.

mercoledì 30 dicembre 2015

Grim Tower ‎– Anarchic Breezes (2013)

Pregevole collaborazione fra Imaad Wasif e Stephen McBean dei Black Mountain, a me sconosciuto. All'insegna di un folk-rock abbastanza canonico, il progetto si eleva da un facile anonimato grazie al tocco sempre personale di Wasif, autore che seguo e stimo fin dai tempi dei Lowercase, qui in una veste dimessa e melanconica ma con qualche iniezione di robustezza sparsa di fuzz. Detto di lui, McBean invece si segnala per una gran bella voce (curiosamente dal timbro affine a quello di Richard Butler ma non arrochito e con maggior potenza) ed il tandem compositivo funziona alla grande.
Lavoro onesto e sincero; nessuna sorpresa, solo certezze.

venerdì 3 gennaio 2014

Sun Kil Moon - April (2008)

Ha un po' il sapore della resa, April, del colpo di spugna primaverile in cui i colori sprigionano ovunque ma si preferisce guardarli dalla finestra.
In Tonight in Bilbao e Moorestown per la prima volta nella sua carriera Kozelek ha usato gli archi, il che è stata una notizia in sè quasi sorprendente, per l'uomo che ha fatto dell'essenzialità una ragione di esistere. April è un disco in cui succede tutto o nulla a seconda dei punti di vista, e francamente invidio molto coloro che l'avranno ascoltato per la prima volta in quell'occasione.
Chissà come l'avranno scoperto, chissà come l'avranno trovato bello, bellissimo, così neilyounghiano nelle fasi elettriche e così tanto confidenziale nelle acustiche da sembrare che ti suoni e canti di fronte. Io preferisco dire che è stata una tappa nella marcia di avvicinamento a Admiral fell promises.
Ah, tornando al discorso di prima: gli archi erano del tutto superflui.

mercoledì 4 dicembre 2013

Songs Ohia - Didn't It Rain (2002)

Un pensiero gentile per il buon Jason Molina che è venuto a mancare qualche mese a causa delle conseguenze di abuso d'alcool, nonostante si fosse ritirato da tempo in una comunità per disintossicarsi. Diciamo la verità, a posteriori non è che sia stato un personaggio memorabile nel panorama dei neo-cantautori rurali americani: figura di seconda fascia, che intorno al 2000 sfruttava le rinnovate onde di attenzione per le musiche acustiche per trovare un po' di visibilità anche grazie alla Secretly Canadian che lo manteneva fedelmente a catalogo.
Dopo i suoi migliori dischi Ghost Tropic e The Lioness, però, ripiegava sul classicismo stretto e potava alle radici qualsiasi ingerenza esterna che non riguardasse un cantautorato fin troppo asciutto e neilyounghiano. E anche un po' stancante come Didn't it rain, che contiene qualche buona melodia ma che ha il difetto enorme di non subire nessuna variazione all'interno di ogni singolo brano: lo schema è sempre quello e lo sbadiglio è garantito. Peccato.
Riposi in pace.