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giovedì 25 maggio 2023

Alexander Voulgaris a.k.a The Boy - Ώντρεϋ (2021)


L'autore della colonna sonora che mi ha fatto innamorare tratta dal film che mi è più piaciuto degli ultimi 3/4 anni ha una nutrita discografia maturata negli ultimi 15 anni fra soundtracks e dischi originali, ben documentata sul Tubo. Certamente l'alfabeto greco non consente di apprendere più informazioni di quelle che la curiosità alimenterebbe, così dopo una rapida e superficiale analisi ho scelto questo album di un paio d'anni fa, sperando di poter scorgere qualche altra gemma. Il disco mette in mostra un songwriting mellifluo ed evanescente a base essenziale di tastiere ed una voce femminile algida (non propriamente ineccepibile dal punto di vista tecnico) in greco (poco da fare, usando una parolaccia si potrebbe dire che è inchiavabile), con uno spiccato melodismo e qualche influsso tradizionalista. Una produzione un po' più affinata ed una scelta più saggia dei timbri avrebbe aiutato.

Detta così, un disco sul quale si sarebbe potuto sorvolare ampiamente, anche perchè certi pezzi sono proprio banalotti, ma scorrendo bene fino alla fine un paio di chicche si trovano e sono davvero memorabili, nello specifico la 7 e la 8 (non sto ad incollare i titoli), delicata e soffusa la prima, drammaturgica e melanconica la seconda. Due piccole perle che da sole valgono il disco e riaccendono quel fuoco che si era acceso con Apples.

martedì 14 marzo 2023

Paradise Motel – Left Over Life To Kill (1997)

Gradevolissima scoperta per merito di Opium Hum, che ogni tanto tira fuori lavori del passato di estrema nicchia ma davvero interessanti. I Paradise Motel erano un popoloso collettivo australiano (anzi tasmaniano, per la precisione!) attivo nella fine degli anni '90, durante la quale tentarono anche un ambizioso salto di qualità trasferendosi a Londra, finendo invece per sciogliersi. Il loro secondo lavoro Left Over Life To Kill, una specie di antologia che comprendeva pezzi dell'esordio dell'anno precedente, ascoltato oggi appare come un prodotto squisitamente nineties, ma di alta qualità. Esemplare come sempre la definizione sintetica di Dear_Spirit: dark, dreamy rock over glacial noir-Americana. Facevano essenzialmente ballads elettrificate con uno spirito crooner latente (Tindersticks, qualcosa di Nick Cave), umili inserti dream-pop e la particolarità di una cantante dal timbro suadente ma tutt'altro che impeccabile tecnicamente (anzi, spesso stonata ed incerta), caratteristica che rendeva la loro musica di un'umanità quasi commovente, grazie anche ad una manciata di pezzi davvero belli (Bad Light, Dead Skin, Stones su tutti). Molto più che funzionali gli interventi degli archi, ottima la produzione. Se l'avessi ascoltato all'epoca, sarebbe diventato una pietra miliare personale.
 

sabato 18 febbraio 2023

Bel Canto – White-Out Conditions (1987)


Trio norvegese tutt'ora in attività, anche se l'ultimo disco risale a ben vent'anni fa, che in questo debutto concretizzava un particolare ibrido fra Dead Can Dance e Cocteau Twins, col surplus del loro dna scandinavo (provengono da una cittadina situata al Circolo Polare Artico) che infonde imponenza e magniloquenza. Sotto i riflettori la voce della Drecker, cantante dotata di un timbro fascinoso e calzante per le ottime composizioni, indugianti in un gotico etereo con influssi etnici disparati e poliritmiche ai limiti del synth-wave. Un complesso abbastanza ambizioso, variegato e ben riuscito, che oggi è invecchiato un po' maluccio soltanto per le sonorità troppo '80 e le relative tastiere, verso le quali ho un rigetto che probabilmente non mi passerà mai. Ma certi pezzi sono davvero molto belli.

domenica 30 ottobre 2022

Fishmans ‎– Uchu Nippon Setagaya (1997)


No, non mi illudevo di trovare qualcosa di simile al diamante Long Season, perchè la scheda di PS è stata fin troppo chiara: i Fishmans erano un gruppo pop a tutti gli effetti, cresciuto per cercare il successo e compiacere il pubblico di casa. La storia racconta che non ci arrivarono e furono brutalmente costretti al finecorsa per via della prematura morte del cantante, ma questo è un altro discorso. Intanto il successore di Long Season tornava a modelli compositivi più standardizzati, ma metteva comunque sul palco una band che, pur confinata in una produzione molto mainstream, riusciva a coniugare il proprio spirito libero e rilassato con composizioni genuine e accattivanti senza essere troppo zuccherose come il j-pop più canonico. La ragione è semplice: erano ottimi musicisti e trovavano soluzioni armoniche ricercate. Dream-pop, trip-hop, funk, dub-reggae, soul, pop sinfonico, quello dei Fishmans era un citazionismo-situazionismo brillante e sofisticato. Vien quasi da ipotizzare che ci sia stato un motivo per cui non sfondarono presso il grande pubblico trasversale: a pensarci bene, questa è musica adulta anche per noi occidentali.

domenica 18 settembre 2022

Julia Holter ‎– Have You In My Wilderness (2015)


Finalmente trovo un senso a tutto il grande clamore critico esploso a favore della Holter, ormai ritenuta una delle cantautrici più autorevoli al mondo (la media voto su Pitchfork è spaventosa, ma anche altri non scherzano). Avevo trovato gradevole uno dei suoi primissimi, ma poi ero rimasto deluso dal successivo Loud City Song. Conoscendo il percorso accademico della californiana (diplomata in composizione), ritenevo che il suo output soffrisse di uno stato di limbo sostanziale, un po' come successo ad altre della sua generazione, ovvero; il mettere la sofisticazione e lo spunto intellettuale davanti a tutto il resto, incluso anima ed emozioni. Il mio è un pensiero arrogante? Possibile. D'altra parte, magari alla Holter non interessa assolumente nulla dei giudizi e le importa fare e pubblicare la sua musica, visto che il sostegno della Domino è di quelli importanti.

Have you in my wilderness però ha un titolo che è quasi interpretabile come programmatico. Qui un ipotetico stato brado dell'autrice si rivela in un gettare la maschera per mezzo di un lussureggiante, sofisticato, solare ed emozionante art-dream-pop sinfonico, che scava fino a modelli risalenti agli anni '60 e che beneficia di uno stato di grazia compositivo. E' stato quasi come se la Holter, non so quanto volontariamente o meno, si fosse liberata delle zavorre avanguardistiche e si fosse lanciata verso il melodismo più sfrenato, sapendo però di poter fare qualcosa di intellettualmente sensato.

Il disco srotola una chicca dietro l'altra, poco da dire. Persino la sua voce, che ritenevo algida e poco espressiva, risalta maggiormente in questo contesto (Nico e Legrand i riferimenti principali). Feel You, Silhouette, Everytime Boots, Betsy On The Roof, Have You in my wilderness, Sea Calls Me Home sono dei preziosi manufatti analogici che sembrano persino costruiti con un algoritmo (e stesso discorso per quanto riguarda la produzione, stesso principio). Quindi, amore incondizionato per il disco in sè e l'ascolto libero da qualsiasi preconcetto; il sospetto di una presunta artificiosità per quanto riguarda l'elaborazione resta, ma in fondo cosa cambia. Di questi tempi la musica è così; non puoi più trarre conclusioni di nessun tipo.

giovedì 25 agosto 2022

For Against – Never Been (2009)


L'ultimo dei For Against, ed essendo passati 13 anni, mai dire mai ma sembra ragionevole ipotizzare che sia finita l'avventura di uno dei gruppi statunitensi più criminalmente ignorati dalle masse, nonostante i fertili revival che avrebbero potuto rilanciarli alle orecchie di tanti neo-wavers che hanno fatto la fortuna di Interpol ed affini. Ci vuole della fortuna, ed il primo fattore che ha dato loro contro è stata la questione anagrafica; non era destino per chi era nato nell'età di mezzo, così come non ha favorito neanche il fatto di nascere in una regione remota come il Nebraska.

Never Been è stata l'ennesima prova di un talento naturale del trio (i fondatori Runnings e Dingman + l'ultimo batterista Buller) nel cesellare melodie atmosferiche a presa istantanea, che fossero immerse in ritmi sostenuti o in contesti più dreamy e rilassati. Roba più che matura, si dirà, ma un ballatone autunnale come Of A Time avrebbe fatto un figurone in uno degli ultimi Cure, così come il top della scaletta Different Departures lo avrebbe rinvigorito ed asciugato di orpelli discutibili. Ma si tratta di paralleli puramente arbitrali, perchè il FA-factor resta indiscutibile sui vigorosi spleen-wave di Sameness, Antidote e Specificity, da aggiungere rigorosamente al loro best-of. Alla facciaccia di Onda Rock.

mercoledì 6 aprile 2022

Deerhunter ‎– Fading Frontier (2015)


La carriera dei Deerhunter continua ad essere controversa ed in qualche modo un'enorme incompiuta, forse essa stessa vittima del carattere del suo leader Bradford Cox; basti leggere una qualsiasi intervista per capire che si tratta di un soggetto tanto autoreferenziale quanto enigmatico. Se nel 2010 con l'ottimo Halcyon Digest sembravano esser pronti per preparare il loro capolavoro, nel 2013 ci ha pensato l'inascoltabile Monomania a buttar giù le loro quotazioni. Fading Frontier in tal senso ha ripristinato e normalizzato la situazione, con un disco di impavida accessibilità, ai limiti del dream-pop. L'impronta del songwriting di Cox ormai sembra essere inossidabile a prescindere dai generi presi in carico (direi 3-4 su questo album), ed anche se si tratta di un album tutt'altro che imprescindibile, è sempre utile ascoltare i Deerhunter perchè dietro l'angolo si possono scovare pepite memorabili come il dream-pop di Take Care (forse il miglior pezzo mai scritto dai Beach House) e l'atmosferica Ad Astra (unico scritto dal chitarrista Pundt, che con pazienza rimedia sempre le briciole di spazio). Per il resto, buone melodie evanescenti, ballad elettriche sornione, un paio di cadute di cattivo gusto, insomma, molto mestiere.

sabato 19 marzo 2022

Northwest – II (2019)


La piacevolissima conferma che il primo, abbagliante, album non fosse un exploit fine a sè stesso per la coppia spagnola. Vien da pensare che la matrice compositiva sia frutto della stessa ispirazione, escluso il fatto che l'atmosfera sia ancor più rarefatta e che gli interludi squisitamente neo-classici prendano il sopravvento, con archi e clarinetto impegnati in vere e proprie esecuzioni di spartiti.
Basta un pugno di ispiratissimi numeri per confermare appieno la magia: Winterland, The Day, All Of A Sudden, Wasted Light. Le dinamiche che muovevano il predecessore segnano il passo in favore di una stasi paradisiaca, concetto essenziale alla base del disco. Li aspettiamo con enorme curiosità alla prova di un terzo che sarà procuratore di sfide.

venerdì 17 dicembre 2021

For Against - December (1989)


Due anni dopo il bel debutto di Echelons, il trio del Nebraska rilanciò con la propria formula da brillantissimi ritardatari del post-dark-punk, ma al contempo rinvigorendo ed irrobustendo la  componente spleen-pop-jingle-jangle che, complice il rimpasto di formazione, verrà smascherato definitivamente qualche anno dopo con il bellissimo Aperture. Più che un disco di transizione, quindi, una conferma di abilità compositive (Sabres, Stranded in Greenland, The Last Laugh) e registrazione, eccellente nonostante l'indipendenza della proposta. Peculiare, più che nell'esordio, il percussionismo di Hill, un performer illuminato ed iper-dinamico (avvicinabile veramente a Stewart Copeland), capace di caratterizzare un suono che generalmente non lasciava molto spazio ai batteristi. Il suo abbandono costringerà il gruppo a cambiare stile in maniera drastica, ma la storia dei For Against proseguirà con ottimi risultati anche molti anni dopo, così come tante altre storie di abbandoni dolorosi e non sostituibili con disinvoltura, a condizione di avere una minima scorta di talento.

sabato 18 settembre 2021

Insides ‎– Soft Bonds (2021)


Salutiamo con piacere il ritorno degli Insides, a 20 anni di distanza dal precedente e soprattutto a quasi 30 dai primi gioielli che li imposero fra i massimi esponenti mondiali di electro-dream-pop, a dispetto di una promozione piuttosto limitata. Lo scenario non sembra essere cambiato più di tanto, la voce della Yates intatta come allora e Tardo sempre molto eclettico a destreggiarsi fra chitarre, tastiere ed elettronica. L'augurio è che Soft Bonds sia un preparativo ad un ritorno in pianta stabile e non soltanto frutto di un isolata riunione, perchè si tratta di un disco fortemente eterogeneo e che a tratti pecca di focalizzazione, quasi come se i due avessero raccolto del materiale sparso duranti tutti questi anni e l'avessero assemblato a mo' di raccolta. Sia ben chiaro, la classe è sempre cristallina e fra i 9 pezzi in scaletta troviamo alcune perle di fantasioso artigianato (l'apertura It was like this once..., gli eleganti balletti Hot, warm, cool, cold, e Half past four, la chiusura solenne di Undressing), ma altrove i due indugiano su qualche tema un po' scuro (e quindi inadatto al loro Dna, c'è poco da fare) e su temi minimali che avrebbero potuto sviluppare meglio, anche in tema di arrangiamenti. Ma la mia è una critica costruttiva ed è bello che siano tornati, in fondo.

lunedì 6 settembre 2021

Northwest - I (2018)


Coppia di fatto spagnola, emigrata dalla terra natale a Londra qualche anno fa e dedicatasi a questo progetto dal debutto eccellente, di quelli che lasciano il segno. Lei, voce estatica e rapita un po' Liz Fraser ed un po' Kate Gibbons. Lui, architetto musicale equamente abile fra l'elettronica mai dominante e le partiture acustiche di fine cesello. Una sorta di strano incrocio fra le paradisiache visioni degli Insides, le incursioni dei Radiohead più spettrali, gli stranianti tratteggi degli ultimi Talk Talk, l'austerità formale degli Audiac. Un disco dal respiro lentissimo, immerso in una trance onirica permanente ma non scevro da dinamiche (London, esempio calzante di oltre 11 minuti capace di sintetizzare la loro arte), orchestrato con sapienza (notevole l'uso del mellotron come fosse una tastiera qualsiasi), in cui il songwriting riesce a fare a spallate con l'impostazione concettuale. Ammaliante.

domenica 15 agosto 2021

Cigarettes After Sex ‎– Cry (2019)


La notizia che un paio d'anni fa risuonò sulla bocca di tutti fu: i CAS hanno fatto un disco uguale identico al primo, e giù un coro di disappunti. In effetti il fattore sorpresa, ormai svanito, sulle prime poteva lasciare l'amaro in bocca: nessuna novità, se non una produzione appena appena più sviluppata sui toni alti, ma sono dettagli trascurabili. Stessa ricetta, stessa combinazione di atmosfere carezzevoli e suadenti, semmai un numero minore di pezzi da urlo rispetto a CAS, e se possibile un lieve aumento della dose di ruffianeria, soprattutto nei pezzi di lancio antecedenti l'uscita.

Non bastava il fattore artistico in sè: la recensora di turno su Pitchfork gli affibbiò un 4.0, causa l'aggravante di un presunto maschilismo da parte di Gonzalez, a suo avviso autore di liriche smaccatamente demodè e fin troppo concentrate sulla preda femminile come oggetto di conquista.

Dopo un paio di ascolti che mi hanno lasciato indifferente, mi sono temprato, ho dato risalto ai pezzi da urlo ivi presenti (un trio, ad essere selettivi) ed ho pensato: ma ci possiamo stancare così facilmente di una formula che, per quanto prevedibile e scontata, è così sublime e raffinata? La risposta è no, e per Cry la dipendenza si ripete. Heavenly, You're the only good thing in my life, Hentai, Pure. E lasciamolo scatenarsi, con le sue donne, il buon Gonzalez. Ci ripenseremo al prossimo album.

giovedì 5 agosto 2021

Fishmans ‎– Long Season (1996)

Splendida scoperta, con un notevole scarto temporale dovuto anche alla relativa oscurità destinata agli acts giapponesi che per una serie di motivi non vengono esportati. I Fishmans furono una band attiva lungo gli anni '90 che iniziarono con crossover ska-dub-reggae ma durante il decennio vissero un'evoluzione che li portò a questo autentico capolavoro Long Season. Si tratta di un raffinatissimo e multiforme pezzo di 35 minuti, in bilico fra dream-pop, dub, psichedelia ovattata, minimalismo, che riesce a mixare i classici segni distintivi del melodismo nipponico (rilevabile soprattutto nella voce del cantante, che in questo contesto riesce ad inserirsi egregiamente) con alcuni capisaldi occidentali di grande statura come l'ambient-rock e lo shoegaze. La suite funziona come un flusso unico dal meccanismo ingegnoso, in cui i vari strumenti solisti si cedono a turno le luci dei riflettori ed i rimandi compositivi si rincorrono a distanza. A me ha ricordato a sprazzi gli Insides di Clear Skin, i Can di Dizzy Dizzy (lo stile del batterista è abbastanza vicino a Jaki Liebezeit) e persino la versione dilatata di Does Caroline Know che i Talk Talk eseguivano dal vivo nei loro ultimi concerti, nel 1986. Un gioiello che dà dipendenza immediata.

 

venerdì 31 luglio 2020

Beach House ‎– B-Sides And Rarities (2017)

Diceva un fan, alla notizia di questa miscellanea dei BH, che senso ha una loro raccolta di b-sides? Le loro A-sides sono come delle B-sides!.
Ci ho messo un po' a capirla, ma credo che sia un gran complimento. L'arco temporale va dal 2005, un anno prima del debutto, al 2016. Non nascondo che, inconsciamente, speravo di trovare qualche perla di quello che ritengo il loro periodo d'oro, da Devotion a Teen Dream, oppure qualche letargica e fascinosa nenia del primissimo periodo. Non ho scovato niente di clamoroso, ma la raccolta l'ho ascoltata a ripetizione, forse proprio perchè per la sua omogeneità e in un certo senso per la riscoperta delle loro produzioni meno sofisticate, pertanto ancora più umane e arrendevoli.

domenica 12 maggio 2019

Cigarettes After Sex ‎– Cigarettes After Sex (2017)

A dispetto dell'immagine ombrosa e tutto sommato rude dei componenti, il quartetto americano dei CAS esegue in realtà un indie-dream-pop delicato e soffuso, curatissimo ed omogeneo in questo primo omonimo. Il chitarrista / cantante Greg Gonzalez, che detiene il marchio da una decina d'anni a seguito di massicci turnover in formazione, possiede un timbro vocale sottile e quasi femmineo, al punto che ascoltandolo a scatola chiusa lo direi più appartenere a donna mascolina che a uomo, e scrive canzoni con uno stampino fumoso ed illuminato, che prende su da Mazzy Star, Beach House e Slowdive con la consapevolezza di chi vuole provarci spudoratamente (basta leggere un'intervista per capire che razza di ruffiano è questo barbuto texano). E la stoffa sembra proprio averla; K., Opera House, Each Time You Fall In Love e soprattutto Apocalypse (ma che diavolo, non mi si stacca più dalla testa da un paio di giorni, maledetta...) sono piccole perle di manuale dream-pop che riscaldano il cuore e riconciliano col melodismo. E pazienza se l'ultimo terzo del disco perde drasticamente in qualità....

lunedì 8 ottobre 2018

Insides ‎– Euphoria (1993)

Preludio a quel sublime trionfo che fu Clear Skin, questo fu il debutto della coppia Tardo/Yates, nove pezzi di dream-pop a base di elettronica raffinata. La voce suadente e delicata della seconda sopra le basi e le chitarre cristalline del primo, per un assieme di bellezza assoluta. Semplicistico in confronto al loro capolavoro, ma assolutamente paradiasiaco. Per gli amanti dei Seefeel potrà sembrare un po' troppo pulitino, per quelli dei Cocteau Twins potrà sembrare poco sviluppato in termini di arrangiamenti; certo è che la loro voce personale l'avevano trovata, e vien da chiedersi come mai la 4AD non se li fosse accaparrati.

lunedì 24 settembre 2018

A.R. Kane ‎– "i" (1989)


L'estrema ambizione degli A.R. Kane si materializzò con questo doppio, appena un anno dopo lo splendido debutto. Evidentemente uno sforzo non da poco, dato che per un quinquennio ci fu uno iato e poi la dissoluzione. Il loro afro-indie-psych-shoegaze-pop si tinse di nuove suggestioni, incluse una maggiore accessibilità generale delle composizioni e qualche inserto elettronico, per uno scenario sempre più poliedrico. Un disco comunque non esente da difetti, fra cui la scarsezza generica del vocalist che emerge impietosamente (che fosse un punto caratteristico lo si era capito su 69) e l'eccessiva lunghezza, dato che tagliando 3/4 pezzi passabili (quelli un po' più danzerecci, ad esempio) si sarebbe eguagliato tranquillamente il livello precedentemente raggiunto. Resta comunque gradevolissimo.

sabato 20 gennaio 2018

Minor Victories ‎– Minor Victories (2016)

Inizialmente, la diffidenza. Non bastava la reunion degli Slowdive, la Rachel doveva anche mettersi a cantare in un supergruppo con Stuart dei Mogwai, il chitarrista degli Editors ed un regista. E come per la reunion dei migliori shoegazers della storia, anche in questo caso l'apprezzamento parte dopo diversi ascolti, dopo aver metabolizzato i passi falsi (che qui comunque sono non più di un paio), dopo aver realizzato che sì, questo è un disco in cui Rachel canta da sola e forse non avevamo mai apprezzato la sua voce in questa lampante esposizione, così ordinaria in senso melodico.
Il disco sembra tutto fuorchè un'esperienza secondaria; la coesione è forse il punto forte, in una scaletta che filtra le diverse esperienze dei componenti (al punto che potresti facilmente indovinare chi ha composto cosa o comunque dato la linea guida) con saggezza e lucidità. E poi io amo i dischi che crescono verso la fine; Out to sea, The Thief e Higher Hopes chiudono e sono le migliori. E la diffidenza si sciolse come neve al sole.

domenica 31 dicembre 2017

Slowdive ‎– Slowdive (2017)

Al primo ascolto, ho pensato: come temevo, hanno fatto il compitino, l'esercizio ad uso e consumo dei nostalgici, hanno svuotato il cassetto dei tempi, forse Halstead aveva scritto questi pezzi nel 90/91 e li ha disotterrati. E poi, le foto promozionali, oddio: le confronti con quelle straconosciute degli anni, vedi questi ragazzi che hanno raddoppiato la loro età rispetto ad allora e pensi: ma perchè sono tornati? Bisogno di cash impellente per sostenere la vita che non ha riservato loro il successo che avrebbero meritato?
Qualunque siano i motivi, al secondo ascolto penso, ma perchè screditarli? Io ho più che raddoppiato la mia età,  e venero ancora i loro 3 dischi. In fondo è un ritorno dignitoso, non potevamo aspettarci una rivoluzione, un'altro Pygmalion. Quello è un disco che capita una volta sola, con l'entusiasmo ed il coraggio giovanile ma con una discreta esperienza alle spalle. Congiunzioni, insomma. Più logico aspettarsi una collana di autocitazioni in stile Just for a day, in versione adulta; eravamo così, una volta, quella freschezza è bell'andata ma le sensazioni possiamo farle rivivere. Noi, che abbiamo creato un genere e soprattutto negli ultimi 10 anni ci siamo visti mutuati in lungo ed in largo. Posso immaginare che più o meno abbiano ragionato in questo senso.
Al terzo ascolto; averne, di compitini così. Perchè a volte è giusto tornare, anche solo per far rabbrividire un po' chi c'era allora, chi li ha vissuti sulla propria pelle. Perchè gli Slowdive sono un mito, e non sarà un nobile esercizio a ridimensionarli.

giovedì 16 marzo 2017

Insides ‎– Clear Skin (1994)

Un'altro disco santino di Zingales, che rapidamente faccio altrettanto mio. Una di quelle mission inglesi che soltanto in quegli anni potevano uscire, che avrebbe fatto un figurone sulle Mental Hours, giustamente paragonato per i suoni a Global Communication, e che per attitudine io aggiungerei da affiancare al santone E2-E4 di Gottsching: diversi i punti in comune. Il pezzo unico, strumentale, che trae le fondamenta dal minimalismo, che intercala figure ricorrenti, cresce inesorabilmente con piccoli dettagli che affiorano a poco a poco, che manco te ne accorgi ed è cresciuto, evoluto, strega ed incanta.
Autori di siffatto gioiello un duo misto che nella propria breve vita ha realizzato soltanto tre album; per inquadrarlo direi un felicissimo incontro fra il dream-pop, l'ambient e la trance, con la chitarra protagonista ad intarsiare figure angeliche. Un sogno ad occhi aperti.