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domenica 27 marzo 2022

Screams From The List #106 - Roger Doyle – Thalia (1978)

 

 

Con un percorso simile a quello di un altro ardito sperimentatore apparso sulla List come Basil Kirchin, l'irlandese Roger Doyle iniziò come batterista jazz ma dopo qualche anno si diede all'elettronica sperimentale, con l'ambizioso progetto di brutalizzare principi folkloristici della propria verde patria, come ben rivelato sull'album d'esordio Oizzo No nel 1974 (parzialmente riuscito, diciamo una rottura del ghiaccio). Dopo una pausa di 4 anni, riapparve con Thalia e si mise a fare le cose sul serio. L'apertura, con l'effervescente pianismo di Baby Grand, è puramente fuorviante perchè le atmosfere sono di ben altro tenore. Con la suite in tre parti di Thalia (circa mezz'ora) si viene immersi in un allucinato collage macro-cosmico per oscillatori, fanfare, percussioni, concretismi, proto-industrialismi e glitches ai limiti dell'udibile. Infine i 12 minuti di Solar Eyes, purissimo archetipo di dark-ambient sintetica ed agghiacciante. Una classica prova dell'assurdo da anni '70, ma elaborata con una lucidità ed un raziocinio che arriva a sfiorare i livelli dei maestri dei '60.

mercoledì 20 ottobre 2021

Pierre Henry & Michel Colombier ‎– Les Jerks Électroniques De La Messe Pour Le Temps Présent Et Musiques Concrètes Pour Maurice Béjart (1968)


Antologia sistemata un po' così (come spessissimo è capitato ai grandi maestri dell'avanguardia di oltre mezzo secolo fa) del grande PH. Si potrebbe discutere a lungo di questo argomento e delle scelte dei discografici, ma in fondo parliamo ormai di preistoria e lo storcimento di naso alla lettura delle liner notes passa all'ascolto di una prova monumentale di questo maestro anticipatore. 

La mini-suite di 10 minuti Messe Pour Le Temps Présent fu scritta a 4 mani con Michel Colombier, autorevole compositore e librarysta del tempo (grossomodo una specie di Piero Umiliani d'oltralpe, a leggerne la bio), ed è una deviazione illuminata dal percorso squisitamente avant, grazie all'apporto di una band di session-men che snocciolano una variopinta sarabanda acid-beat-rock in linea con le sonorizzazioni meno ostiche, su di cui PH sembra divertirsi un mondo a lanciare strali e bubboni di audio generators. Laterale, ma significativo e godibile.

Il maestro riprende pieno possesso della situazione nel restante programma del vinile, con una specie di best of degli anni immediatamente precedenti. Ben poco altro da dire in merito, se non ribadire che le sue composizioni estraevano suoni da una miniera inesauribile di idee, di sviluppi atonali che ancora oggi, a mio avviso, incutono un certo timore reverenziale.

lunedì 18 ottobre 2021

Gerogerigegege ‎– > (decrescendo) (2019)


Mi ero completamente perso il ritorno di Juntaro Yamanouchi nel 2016, dopo un silenzio di 15 anni in cui i suoi fans si erano chiesti che fine avesse fatto, e durante il quale era girata persino la voce che fosse scomparso. Nel suo tipico stile massimalista, da allora ha fatto uscire una pioggia di titoli, quasi tutti riguardanti faccende di archivio, sia sul campo che sul palco. Due gli album di inediti, di cui questo > (decrescendo) costituisce la sconvolgente sorpresa, più o meno come fece un quarto di secolo prima il verboso e sommesso Endless Humiliation. In ogni caso, come sempre si astengano i palati e le orecchie fini, si adeguino i concettualisti. 40 minuti notturni di frinire incessante di cicale e grilli su cui JY suona una sequenza ipnotica e soffusa di hapi drum, una specie di piccola steel drum che fa un suono un po' meno acuto di un carillon. Le intromissioni sono piuttosto rare: il rombo di un motociclo (o di una Ape??) che passa vicino all'improvvisato stage, qualche volatile (oche?) che starnazza a distanza. A 7 minuti dalla fine, un paio di uomini scoppiano a ridere fragorosamente per qualche secondo. Passano un paio di auto, i volatili si fanno nervosi. Alla fine, un sibilo costante invade il campo ed oscura sia le cicale che l'hapi drum, fino alla dissolvenza.

Come disse Tedio Domenicale, se mai i Gerogerigegege potessero fregiarsi di un miglior album, questo ci andrebbe molto vicino come fece Endless Humiliation. Svolta ambient per Juntaro?


domenica 30 luglio 2017

Scream From The List 61 - Pierre Henry ‎– Le Voyage - D'après Le Livre Des Morts Tibétain (1967)

Il master francese dell'elettro-acustica-concreta in una delle sue opere più rinomate, ispirato dal buddismo tibetano anche se non si direbbe. Una vita dedicata alla ricerca, quella del parigino, che continua addirittura in tempi recenti; ormai novantenne, il suo ultimo disco è datato Gennaio 2016.
Non essendo intenditore del filone di cui la Francia fu autorevolissima esponente, non posso lanciarmi in discorsi analitici: mi limito a citare quanto riportato da Vlad e a rimarcare l'enorme influenza su NWW in termini più rumoristici. D'altra parte, Le Voyage è un folle assortimento di feedbacks, spirali, bubboni, tonfi, clangori, power electronics che non può far altro che annichilire l'ascoltatore e lasciarlo senza parole.