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giovedì 25 giugno 2020

Screams From The List #96 - Cupol ‎– Like This For Ages (1980) + B.C. Gilbert / G. Lewis 3R4 (1980) + Ends with the sea (1981)

Per niente facile orientarsi nell'universo Wire post-154. Se Newman andò abbastanza banalmente a suo nome, Lewis e Gilbert diedero la stura ad un fiume inarrestabile di musica per almeno 4/5 anni, pubblicando con ogni probabilità tutto ciò che registrarono. Sulla seconda puntata della List finirono così per ben due volte; dell'essenziale progetto Dome ho già scritto con entusiasmo, ed era una faccenda autoprodotta. Al contempo la 4AD li mise sotto contratto e nell'estate 1980 fecero uscire un mini, Like This For Ages, a nome Cupol. La title track, un flusso di coscienza diretto erede degli incubi angosciosi di 154. Furono i 20 minuti di Kluba Cupol a gettare la maschera: L&G si erano dati all'avanguardia pura, con un monolite altamente percussivo, fra industriale ed etnico, che di musicale ormai non aveva più nulla.
Fu con questo mini-shock che guadagnarono l'ingresso nella List. In autunno tornarono con l'LP 3R4, ma il monicker Cupol era già stato abbandonato in favore dei semplici nomi personali. L'impatto percussivo è svanito a discapito di un'ambient foschissima, nebbiosa, minimalista.
Nell'aprile 1981 tornano con un 7", Ends with the sea. Torna una vaga forma di struttura armonica, con delle chitarre, un canto vero e proprio, seppur sempre immerso in un contesto alieno.
Per Ivo l'esperimento fu sufficiente e non ci fu proseguimento nella collaborazione; sicuramente le vendite furono scarsine e le parti si salutarono. Nel 1988 la label comunque raggruppò tutti e tre i vinili in un cd antologico a nome 8 Time, che quindi divenne il prodotto più indicato a finire sulla list, perchè sicuramente più reperibile. Preso nel suo complesso, suona quindi piuttosto eterogeneo, ma meno datato di altre sperimentazioni coeve.

sabato 8 febbraio 2020

Cluster ‎– Cluster II (1972)

Un'altra, ennesima via possibile alla sperimentazione teutonica. Moebius & Rodelius, una coppia dai nomi così bizzarri e così creativa da essere annoverati fra gli anticipatori dell'industrial (Live in der Fabrik non poteva avere un titolo più programmatico). Cluster II è un trip oscuro ed inquieto che viaggia a vista su galassie inesplorate (Plas), distorsioni minimali ed insistenze nevrotiche (Im suden), brevi squarci di sereno (Fur die katz, aaaah la Mental Hour...), pre-dark ambient per organo lugubre (Georgel), scansioni di pianoforte e voci ottundenti (Nabitte). Un esperienza spinta ai massimi limiti per l'epoca.

giovedì 22 agosto 2019

Aphex Twin ‎– ...I Care Because You Do (1995)

Chiamato ad una conferma importante dopo i clamorosi lavori casalinghi che l'avevano fatto conoscere, RDJ rispose con un titolo che svelava una certa ironia, oltre a quella esposta nella copertina. Insomma, il personaggio forse non voleva essere preso troppo sul serio, visto l'alone di mistero che i primi anonimi passi avevano sprigionato. 
A mio avviso I Care Because You Do funziona meglio nelle tracce meno concitate, quando James è in grado di creare grandi scenari come la magnifica apertura Acrid Avid Jam Shred, il semi-gotico di Wet Tip Hen Ax, la splendida scansione di Alberto Balsalm ed il gran finale sinfonico di Next Heap With. E' quasi un disco a due facce, perchè i contraltari sono durissime tracce da heavy-pista o semi-cingolati industriali, ed in tutto l'assieme è purissimo Aphex-DNA al top della forma, questo è fuor di dubbio. Terzo centro pieno, e senza considerare i vari EP.

martedì 25 dicembre 2018

Leyland Kirby ‎– We, So Tired Of All The Darkness In Our Lives (2017)

Non è bello da dire, ma grossomodo da quando ha lasciato Berlino per Cracovia il grande James Kirby ha perso gran parte di quel lirismo e quell'emotività che hanno caratterizzato le sue pagine migliori. La saga Caretaker volge alla conclusione con i 6 capitoli di Everywhere at the end of the time, dal concept ambizioso ma molto poco sorprendente dal punto di vista sonoro. La riesumazione del progetto V/Vm si è concretizzata con un disco di solo piano molto deludente, per il retrogusto parodistico. Ci consoliamo con questo, l'ultimo LK, un ritorno più che dignitoso alla sua hypno-ambient; We, so tired of all the darkness in our lives (solito grande titolo poetico) se non altro introduce la rilevante novità della presenza massiccia di una batteria elettronica, che pigramente scandisce gran parte dei 16 titoli. Un disco molto espanso e solenne, che per via di questi ritmi strascicati crea un nuovo possibile orizzonte negli sviluppi del LK sound. Non sarà uno dei suoi migliori titoli in discografia, ma lo accettiamo più che volentieri.

domenica 10 giugno 2018

Orb ‎– Pomme Fritz (1994)

Era il momento di grande (per così dire..) successo per gli Orb, tant'è che furono chiamati ed ingaggiati dalla Island. I riconoscimenti per U.F. Orb erano stati pressochè unanimi e dalle frequenze di Planet Rock erano stati eletti a massimi esponenti della corrente ambient-trance-elettro-techno. Giocoforza il seguito era atteso con trepidazione, ma Pomme Fritz fu una sorpresa, per i più in negativo; i beats e le soluzioni a presa rapida che li avevano resi popolari furono accantonati per una prova a suo modo ostica per chi si aspettava una replica (unica esclusione, l'unica ritmata Bang'er n chips), dai titoli a tema gastronomico; lo humour per Patterson si sa, è sempre stato un tratto somatico importantissimo, ma nessuno al tempo poteva prevedere un disco che si apriva con la title-track, una splendido aggiornamento sintentico di Future Days dei Can in chiave strumentale.
L'influenza tedesca faceva capolino in qua ed in là, ma in generale la porzione massiccia di samples e le trovate atonali rendono Pomme Fritz un'anomalia che ancora oggi pone interrogativi: gli Orb volevano fare avanguardia o tirare un killing joke alla Island ed al loro pubblico?
Quelli di Planet Rock erano lucidi e non si fecero cogliere impreparati: per loro fu un seguito soddisfacente quanto curioso e lo mandarono subito in rotazione..

mercoledì 30 maggio 2018

Space - Space (1990)

Ricordo delle prime Mental Hours, in occasione del venticinquennale di quelle fantastiche memorie dell'adolescenza. La storia è ben nota: il nucleo originale degli Orb, composto da Alex Paterson e Jimmy Cauty, aveva lavorato ad un disco ma si spaccò e quest'ultimo portò il materiale in studio, tolse il contributo dell'ex-partner e lo pubblicò a nome Space, proprio mentre il suo progetto principale KLF spiccava il volo con Chill Out.
Generalmente stroncato dalla critica, Space è un saggio di ambient-house poco prima della sua esplosione ma quasi privo di ritmiche. Facile pensare che Paterson fosse l'artefice dei battiti, vista quest'assenza: ciò che resta al netto era un fascinoso concentrato di sequenze teutoniche, frequenze androidi, silenzi inquietanti, raffinati passaggi sinfonici, in un fragile e precario equilibrio di riflessi. Il meglio sta proprio nelle due tracce che vennero incluse nelle Hours (ma guarda un po'!), ovvero l'incubo galattico di Mars ed il deliquio bucolico per piano elettrico, moog e voce femminile soprano di Jupiter. Non verrà certo ricordato fra le pietre miliari del genere, ma come atto pionieristico sicuramente sì.

mercoledì 16 maggio 2018

Scala ‎– To You In Alpha (1998)

Dallo scisma dei divini Seefeel fra Mark Clifford ed il resto del gruppo, questi ultimi rinacquero come Scala e fecero 3 dischi in rapidissima sequenza prima di dissolversi. To you in alpha uscì su Too Pure e beneficiò della promozione di una indie-label ai tempi già fortissima, tant'è che ricordo di averlo trovato fra i cd di mio fratello, ai tempi invaghito del trip-hop più modaiolo. Era da giusto giusto 20 anni che non lo ascoltavo e devo dire che il tempo se lo porta bene; evidentemente il buon gene dei Seefeel non tradiva, pur privo del leader creativo.
Forse intendevano provarci, gli Scala, ad avere un po' di riscontro di pubblico: per quanto la componente trip-hop non fosse preponderante, in effetti potevano avere la stessa attrattiva degli Sneaker Pimps di Becoming X, ma in un contesto più colto e ricercato, se vogliamo. I vocalizzi di Sarah Peacock, nettamente più in primo piano rispetto al passato, le strutture compositive più legate alla forma canzone, una più che buona varietà di stili ed atmosfere, quanto bastava per non sembrare confusi od incerti. Ci sono alcune solenni meraviglie dirette discendenti del gruppo madre (Still, Remember How to breathe, Wires), qualche concessione alle melodie più cristalline ma comunque di qualità, addirittura una libera uscita sull'acid-rock (Colt, che sembra una outtake dei Loop di A gilded eternity), insomma più ingredienti per accattivarsi varie fette di pubblico. Che in fondo avrebbero meritato.

giovedì 16 marzo 2017

Insides ‎– Clear Skin (1994)

Un'altro disco santino di Zingales, che rapidamente faccio altrettanto mio. Una di quelle mission inglesi che soltanto in quegli anni potevano uscire, che avrebbe fatto un figurone sulle Mental Hours, giustamente paragonato per i suoni a Global Communication, e che per attitudine io aggiungerei da affiancare al santone E2-E4 di Gottsching: diversi i punti in comune. Il pezzo unico, strumentale, che trae le fondamenta dal minimalismo, che intercala figure ricorrenti, cresce inesorabilmente con piccoli dettagli che affiorano a poco a poco, che manco te ne accorgi ed è cresciuto, evoluto, strega ed incanta.
Autori di siffatto gioiello un duo misto che nella propria breve vita ha realizzato soltanto tre album; per inquadrarlo direi un felicissimo incontro fra il dream-pop, l'ambient e la trance, con la chitarra protagonista ad intarsiare figure angeliche. Un sogno ad occhi aperti.

mercoledì 8 febbraio 2017

Slant Azymuth ‎– Slant Azymuth (2012)

Progetto per il momento limitato a questo eponimo fra Andy Votel (dj e produttore mancuniano di lungo corso) e i Demdike Stare (i Demdike Stare). C'è da dire che se non sapessi nulla, darei la paternità del disco a questi ultimi, ma non conosco la musica di Votel per cui mi limito a godere di queste 7 tracce di elettro-ambient un po' dubbato e piuttosto scuro, con sonorità vintagistiche q.b. per renderlo appetibile anche agli hauntologici.
Palma della scaletta alla suite Intervision in 3 parti, alternate fra altri pezzi. La 1 è una marcia solenne per stratificazioni di synth, la 2 una scansione dubstep con percussioni modificate in primo piano (come un Micky Hart androide), la 3 un breve delirio di audio-generatori come degli Orb in corto circuito.
Molto interessanti anche le altre tracce, fra collage storti ed escursioni trance a la '90s. Lo so, non è di sicuro il nuovo che avanza, ma è sempre un bel sentire.

venerdì 8 luglio 2016

Helios - Yume (2015)

Saluto con grande piacere il ritorno di Keith Helios Kenneff, che dopo un Moiety sottotono ritorna ad essere abbastanza vicino ai livelli dei suoi capolavori Eingya e Caesura, dai quali sono passati ormai anni in cui si è dedicato più agli altri suoi progetti, alle produzioni ed alle colonne sonore.
Yume, cosi come in generali tutti quelli di Kenniff, è un disco che amo mettere in sottofondo quando sono in compagnia di persone dalla cultura musicale mainstream o comunque abbastanza limitata. Nessuna novità sostanziale, ma chi ne ha bisogno? E' il solito cantautorato ambient strumentale di grande classe, luminoso e carico di profonde emozioni. Inutile cercare altre parole per descriverlo.

lunedì 30 novembre 2015

Tangerine Dream ‎– Stratosfear (1976)

Il famoso spartiacque fra la prima gloriosissima fase e l'inizio del declino, non a caso Baumann fiutò aria di decadenza e subito dopo fece le valigie, lasciando a Froese e Franke l'arduo compito di traghettare il Sogno verso il '77 e tutto ciò che ne derivava.
Innanzitutto, la title-track, con ogni probabilità il brano più bello che i TD abbiano mai composto, dai giri evocativi e con una dinamica mai udita prima da parte loro. Nel finale Froese rispolvera la chitarra elettrica e sfregia l'aria cosmica con fendenti brevi ed incisivi.
Proprio il recupero della 6 corde è forse il tratto più distintivo di Stratosfear, grazie anche alle frasi stentoree di Invisible limits. Completano il quadro l'incubo pastorale di The big sleep... e l'altro capolavoro 3 a.m. at the border, spettacolare contemplazione di chissà quale fenomeno naturale.
Ingiustamente sottovalutato, ma soltanto per gli storici precedenti.

mercoledì 23 settembre 2015

Polygon Window - Surfing on Sine Waves (1993)

Inserito nella serie Artificial Intelligence della Warp Recors, restò di fatto l'unico album di questo alter-ego alias di Richard James, che appena ventenne aveva già una grossa visibilità internazionale.
Lo stile era fortemente ritmato, si è scritto debitore della house statunitense. Forse rimase il suo prodotto più da discoteca che da ambient works, e si comprende meglio il motivo del nickname diverso; era un prodotto differente dalle raccolte 85-92 ma il dna di provenienza era lampante. Inoltre Surfing contiene almeno un paio di capolavori di James, come Polygon Window e Audax powder che strategicamente sono posti ad inizio scaletta, per non dire della pianistica If it really is me, splendida pausa di relax.
Stia alla larga chi è diventato allergico a queste sonorità che oggi sembrano preistoria della musica elettronica più dei tedeschi di 40 anni fa. Chi invece le ama ancora si goda questo ripescaggio e il mistero che contiene questi solchi: l'ascolto non può essere interrotto e si arriva freschi al termine.
Mental hour forever.

domenica 12 luglio 2015

O Yuki Conjugate ‎– Sunchemical (1995)

Fondati ad inizio anni '80 sulla scia della post-wave più avventurosa, gli inglesi OYC hanno rilasciato pubblicazioni abbastanza sporadiche e a tutt'oggi non si hanno notizie dal 2010 in cui pubblicarono l'ultimo disco, peraltro una raccolta di inediti risalenti ai primi tempi di vita.
Nel momento più affollato, a metà '90, si erano assestati in uno stile abbastanza definito ma anche personale, fatto di elettronica trance allora in voga, dub spettrale, percussioni etniche e relax ambientali. Sunchemical è perfettamente rappresentativo della tavolozza, contiene 6 remix e ciascuno ha il titolo di un elemento della tavola periodica
Riservato agli amanti di queste sonorità, oggi ancor così affascinanti checchè se ne dica.

sabato 4 aprile 2015

Ensemble Economique ‎- Standing Still, Facing Forward (2010) + Melt Into Nothing (2014)

Lo strano cammino di Pyle in due uscite piuttosto rappresentative della sua schizofrenia produttiva. Ricapitolando in breve; ha iniziato nel 2008 con una elettroacustica sporca e stridente, si è imposto nel 2010 con l'afro-cosmic dell'ottimo Psychical, ha transitato velocemente nel 2011 nell'ipnagogia suadente di Crossing the pass (per certi versi vicino a quanto fa Kirby sotto il moniker The Stranger), si è concesso un passaggio nel sound-collaging con Interval signal, per poi svoltare bruscamente nelle ultime produzioni verso un territorio che in pochi forse avrebbero immaginato.
Mattioli non ha apprezzato ed è anche comprensibile; per chi è rimasto impressionato dalle sue prime prove dev'esser stato spiazzante verificare che Pyle si sia dato ad un gotico-etereo che sa di 4AD primi anni '80, di Lycia e soprattutto di Black Tape For A Blue Girl. Ovvio che stiamo parlando di ottimi riferimenti, ma lo è stato anche per me; eppure, vista la perseveranza discografica (3 capitoli in un anno scarso) c'è da credere in questa visione. Anche perchè il suono è fascinoso e ben costruito e i pezzi sono gradevoli. Melt into nothing forse stabilisce un punto di non ritorno, è c'è da immaginare che Pyle stia progettando un'altra svolta.
Un capitolo cruciale della sua prima fase invece era Standing still, che potrebbe essere incasellato persino alla voce black-library. Fra droni impenetrabili, tonfi galattici ed incubi orchestrali, si aggira sinistra l'ombra dell'Egisto Macchi dei primi anni '70. Dire minaccioso è poco.

venerdì 11 aprile 2014

VV.AA. - The Definitive Ambient Collection (1993)

153 Album dal 1993 al 2012, senza contare gli EP, i mixes e le finte antologie come questa, che celata dietro l'alquanto presuntuoso titolo di Definitive nasconde in realtà un album di Pete Namlook registrato sotto diversi pseudonimi tramite collaborazioni più o meno solitarie.
Namlook fu un musicista elettronico tedesco che incise cotanta roba in quell'arco di tempo, cioè da quando fondò la propria etichetta Fax (nessun'altro al mondo gli avrebbe permesso tale volume, probabilmente) fino a quand'è passato a miglior vita. Sull'eredità dei genitori putativi degli anni '70, con la maggiore disponibilità di tecnologia ed un amore smodato per le musiche etniche asiatiche Namlook ha basato questa orda barbarica di releases ma se c'è qualcuno che li ha ascoltati tutti per favore si faccia sentire e dica la propria, perchè c'è il serio rischio di giudicare un artista senza averne il diritto. In ogni caso, TDAC è una dignitosa rappresentazione della ambient degli anni '90 nei suoi aspetti buoni e deleteri: suoni suggestivi, sentore spaziale, ma anche una certa carenza di idee, stucchevolezze e facili perdite di gusto negli assemblaggi. Fra le cose positive senz'altro va annoverata Je suis triste et seule ici, splendido trip medio-orientale a nome Air che andrebbe riportata nelle collezioni, quelle proprio definitive.

sabato 29 marzo 2014

Vidna Obmana - The Spiritual Bonding (1994)

Il belga Serries è un'elemento importante della scuola europea post-industriale, in quanto ambient-master dalla carriera ormai trentennale, anche se negli ultimi 10 anni ha cambiato nome al progetto. L'intestazione Vidna Obmana in questo capitolo sembra un po' stretta; il materiale era farina del suo sacco ma Steve Roach posa la sua lunga mano sul lavoro occupandosi della produzione e del missaggio, in modo che le sonorità siano praticamente uguali ai suoi lavori degli anni precedenti.
Ma non voglio togliere meriti a Serries; tutt'alpiù si potrebbe definire The spiritual bonding una valida alternativa dark alla new-age del californiano, di cui mutua i tintinii percussivi ed il freddo retrogusto world dei timbri. In sostanza però, sempre di dark ambient si tratta che sosta in un guado; siamo sì in una grotta ma a poca distanza c'è l'uscita ed il suono di un flauto arriva trasportato dal vento. Un bel viaggio, ma in categoria i campioni erano altri.

sabato 25 gennaio 2014

Tangerine Dream - Zeit (1972)

Primo album con la line-up classicissima di Froese, Franke e Baumann, quest'ultimo appena entrato in formazione. E fu un doppio, ostico ed estremo, che a 40 anni sta ancora lì a rimirarsi nella propria autoindulgenza.
C'è la neo-classica (l'intro per archi di Birth of liquid plejades), c'è l'avanguardia spaziale (Nebulous dawn), c'è la dark-ambient inquietante (Origin of supernatural probabilities) e soprattutto la title-track, uno spettrale girovagare senza meta nell'inconscio. E' un disco molto, molto ostico perchè rifugge qualsiasi straccio di melodia, perchè vaga in un limbo indefinito con sonorità scurissime, ma nonostante questo ebbe anche un successo di pubblico, oltre chiaramente a quello di critica che giustamente sbandierava l'originalità della proposta. I benedetti anni '70.

sabato 11 gennaio 2014

Swanilda - Demo (1994)

Ovvero tal Roberto Cagnoli da Scandicci. Le uniche info reperibili in rete su di lui sono su Discogs, in una selva di pseudonimi sparsi a cavallo del 2000 con uscite per lo più autoprodotte, sempre nell'ambito della techno-trance.
Comprai questo demo in un periodo di grande sbornia per il genere (epoca Mental Hour): il suono era anche piuttosto buono come fedeltà rispetto alla media delle autoproduzioni di quegli anni e vedeva il Cagnoli alle prese con un'elettronica d'antan ma non troppo, con discrete reminescenze Global Communication, a suo agio sia nelle tracce ritmate che quelle più squisitamente ambientali. Degne di citazione l'estatica Smoke, la stilizzata Agua e la lunga gita cosmica Spacelips. Per stretti specialisti del genere.

giovedì 26 dicembre 2013

Andy Stott - Luxury Problems (2012)

Techno-Dream-Dark-Trip aggiornato ai giorni nostri, carico di opacità e stordimenti paradisiaci. Questo è quanto propone il terzo disco dell'inglese Stott, ed i consensi sono stati veramente unanimi.
E ben vengano, dischi come questi, che aiutano l'elettronica a mantenersi sempre fresca e viva. Bè, forse la freschezza non è proprio quanto ispira l'ascolto di Luxury problems, che semmai sembra di vivere una seduta/sudata lunare, con questi ritmi mutanti, carichi di bassi minacciosi e rimbombanti.
Il tratto che inizialmente sembra essere più immediato è il diffuso e suadente vocalizzare femminile che quasi stride con l'ambiente (spettacolare in tal senso Lost and found) generalmente non molto incline al ballo e a tratti quasi rovinoso (Expecting), lasciando una porta aperta alla volta celeste solo alla fine, con gli echi angelici di Leaving. Ma il disco è sornione e sa riservare sempre avviluppi di grande fascino.

lunedì 1 luglio 2013

Orb - 1991 The Orb's Adventures Beyond The Ultraworld

L'ultramondo; ecco la prima tappa del lungo viaggio che incredibilmente Alex Patterson continua ad intraprendere tutt'ora. Più scabro e subliminale del masterpiece U.F. Orb, è un lunghissimo doppio in cui già si intravedeva il grande senso dello humour del progetto ma già sfornava pietre miliari del genere, come la terminale ed ondivaga A huge ever growing pulsating brain etc etc etc, che acquisterà ancor più valore con remix successivo. E come non citare Little fluffy clouds, Back side of the moon, Into the fourth dimensions, tutte devote al ritmo da rave ma con inserti e sfondi letteralmente inediti per lo scenario?
Tutt'altro che bieco asservitore della pompa, Patterson si concedeva persino il lusso del quarto d'ora di relax di Spanish castles in space, intorno a metà strada. Unico limite del disco, l'eccessiva durata (che diventa quasi insopportabile nella ristampa di pochi anni fa), ma la navicella aveva già i motori caldi....