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mercoledì 7 novembre 2018

Iceburn ‎– Hephaestus (1993)

Un'anno dopo il debutto Firon, il power-trio originale degli Iceburn spaccò la mela in due con questo concept (almeno a livello musicale, non so nei contenuti lirici) di oltre 70 minuti. Testimonianza di una progressione alla velocità della luce, tant'è che l'anno succesivo amplieranno la line-up col terzo Poetry Of Fire. Spezzettato in 28 tracce perlopiù inferiori ai due minuti di durata ma difatto una soluzione unica, Hephaestus è un concentrato di jazz-hardcore con qualche punta psichedelica, in cui la tecnica non prevarica mai le strutture o la compattezza. Un disco difficile ma avvincente, che rappresenta una delle massime evoluzioni di quanto fecero gli ultimi Black Flag.

lunedì 23 gennaio 2017

Black Flag ‎– The Process Of Weeding Out (1985)

Universalmente riconosciuto come mosca bianca ma anche come caposaldo essenziale nella discografia dei BF, questo sconvolgente mini di 25 minuti segnava un punto irreversibile ed anticipava di qualche anno certe commistioni di hard evolutissimo che avrebbero sviluppato gente di confine come Blind Idiot God e Iceburn, per non parlare del math-rock anni '90 anche se in forma diversa nei contenuti.
Non è vero, come si legge spesso, che Rollins non compare perchè era già fuori dal gruppo: Ginn concepì queste 4 tracce in forma strumentale e diede via libera al suo chitarrismo ormai sempre più arzigogolato e delirante, adeguatamente supportato dai tempi dispari della Roessler e di Stevenson, per un jazz-core spigolosissimo e totalmente innovativo, in quanto dotato di una tecnica particolare che era slegata sia dalle radici hardcore che da un non-identificato punto di arrivo; dire jazz in effetti è davvero straniante, ma Ginn volente o nolente suonava così. Unico punto debole la produzione, piatta e deficitaria di potenza, ma quelli erano anni difficili per tutti. Ad ogni modo, da annoverare fra le grandi anomalie degli anni '80.

domenica 16 dicembre 2012

Iceburn Collective - Polar Bear Suite (1997)

Dopo Meditavolutions l'episodio più fulgido della seconda fase degli Iceburn. Il livello di astrattismo ed interplay fra i 5 raggiungono vette altissime (non a caso fu registrato live), ed anche se gli schemi farebbero pensare ad un disco di free-jazz a cavallo degli anni '70, ci pensano le distorsioni di Densley ed alcune scudisciate doom-metal (vedi l'inizio di Polarity) a stabilirne l'attualità.
Tre suite intorno ai 20 minuti, altissima percentuale di improvvisazione, in una situazione che quasi intimorisce per l'impatto che offre. Non è esageratamente ostinato ed estremista come lo furono gli ultimi 2-3 dischi a fine  decennio. Di sicuro però gli hardcorers che li seguivano all'inizio stentavano a credere alle loro orecchie...

martedì 11 ottobre 2011

Zu - Igneo (2002)

Imprendibili e motivo d'orgoglio nazionale al di fuori dei confini, e non solo europei. La bravura sostanziale degli Zu è sempre stata quella di ottenere il massimo possibile dalla ristretta strumentazione. Di saper svariare oltre la naturale compressione di un suono, di possedere la tecnica mostruosa che non annoia mai, di fare dischi che non sono mai uguali ascolto dopo ascolto.
Registrato da Steve Albini, Igneo è un po' il loro manifesto espressivo, fra scatti brucianti, deliqui algidi, esplosioni free sempre sotto controllo ed angoli acuti matematicamente pungenti.
Uno stile reso classico dalla sfilza di album realizzati fino all'ultimo, metallico Carboniferous. Ora che il poderoso Battaglia ha abbandonato il gruppo (giusto in tempo che io riuscissi a vederli per la mia prima volta qualche mese fa), staremo a vedere se ci saranno traumi o rinnovamenti significativi.

mercoledì 25 maggio 2011

Seabrook Power Plant - Seabrook Power Plant (2009)

E' intrigante, quando la tecnica mostruosa si unisce alla sperimentazione e al disorientamento a tutti i costi. E' il caso di questo trio newyorkese che presumo abbia radici jazz ma se le lascia alle spalle per coniare uno stile a dir poco indefinibile. Al limite potrei pensare ad una versione allucinata degli Ahleuchatistas, ma non aiuta a rendere l'idea e soprattutto non rende giustizia.
Trattasi dei due fratelli Seabrook e del contrabbassista Blancarte. Jared alla batteria e Brandon è il leader, un prodigioso chitarrista che però stupisce quando imbraccia il banjo e viene posseduto da un demone a velocità supersonica.
Math-Folk-core? Una buona metà del disco è contrassegnata dalle incursioni di questo strumentello da sempre relegato a tutt'altri ambiti. L'effetto è quasi divertente nella sua assurdità (sentire Ho Chi Minh Trail per credere) , nonchè esaltante in quanto mai pervenuta una cosa del genere alle mie orecchie.
Più di una parola andrebbe spesa sulla sezione ritmica, non meno virtuosa al paragone. Ma è sempre Brandon a catalizzare anche quando imbraccia l'elettrica e svaria con eclettismo su trapanate in stile Orthrelm, liquidismi alla Ian Williams epoca Don Caballero, serrate sulfuree alla Blind Idiot God e addirittura un grevissimo doom con I don't feel so good, fino all'eclissi spiritata del finale capolavoro di Doomsday shroud.Inafferrabili.

giovedì 13 maggio 2010

Iceburn - Poetry Of Fire (1994)

Ogni singolo passo per gli Iceburn è stato un graduale allargamento di vedute, stili e coraggio esecutivo. Il collettivo di Densley giungeva qui al 3° disco, allargando il power trio a quintetto con l'aggiunta di una seconda chitarra e di un sax, segno indiscutibile di avvicinamento al jazz. I 3 pezzi in studio sono composizioni scure e ad alta percentuale metallica, con le chitarre compatte ed i fiati a svisare, impazziti. Poem of fire e Stones procedono lungo quarti d'ora tortuosi, labirinti sonici di un originalità induscussa, in cui i controtempi, gli spigoli e i rifferama portano a stati d'ipnosi allucinogena.
Blues invece è una vera e propria rottura: basta provare ad immaginare i Soft Machine più tranquilli con Tony Iommi aggiunto e si potrà soltanto avere una vaga idea di cosa ne è venuto fuori.
In coda, due pezzi dal vivo che aggiungono ulteriore valore: la splendida e desolante Discolor è un'altro quarto d'ora di improvvisazioni nude e crude all'insegna della perdita di orientamento. La ripresa di Poem of fire ovviamente sviluppa il tema già sentito, ma durerà ben poco: Smith e Tolman all'improvviso piantano il gas, diventano hardcore, poi rallentano ancora e come per magia.....ecco i Black Sabbath! Il medley improvvisato riprende nell'ordine Black Sabbath, Children of the grave, War Pigs, per finire con un blues atomico.
Pochi applausi dal pubblico, per un gruppo troppo poco riconosciuto quanto avanti.

(originalmente pubblicato il 18/02/09)

giovedì 6 maggio 2010

Naked City - Torture Garden (1989)

Anima inquieta e nomade dell'avantgarde più estrema, Zorn volle testare un'ardito miscuglio fra la free e il metal-core con la città nuda, circondato da maestri compari d'avventura come Frisell, Frith, Baron e Horvitz. Una formazione con strumenti classici, il sax del leader a pungere e un vocalist scheggia schizofrenica come Eye (nella seconda parte dell'esistenza del gruppo, fu invece Patton). Torture Garden è composto di 42 pezzi, tutti ovviamente molto corti. E' un disco imprendibile, in cui vengono citati praticamente tutti gli stili, i generi e i sub-generi della musica pop-rock-metal che siano esistiti negli ultimi 50 anni. L'enfasi è concentrata sugli aspetti estremi, il che farà loro guadagnare la fama di frange di grind-core fans: non soltanto la voce di Eye era un frullato di urla agonizzanti ed impazzite, ma spesso i 6 indugiavano in vere e proprie micro-distruzioni tipiche del genere, sempre limitandosi a durate molto brevi per poi cambiare radicalmente.
Torture Garden è un collage che ha quasi il sentore di sigillo, di firma di un vero maestro come Zorn ad archiviare mezzo secolo di musica a modo suo, e a quello dei virtuosi che lo assistivano in questa operazione, come dire, altamente de-costruttiva.

(originalmente pubblicato il 08/12/08)

mercoledì 21 aprile 2010

Iceburn - Meditavolutions (1996)

Non è facile fondere jazz e hardcore, eppure questi americani ce l'hanno fatta e con risultati eccelsi. Ok, non è un ascolto facile, è una musica fortemente cerebrale che ha la potenza e i watt delle chitarre distorte, ma ha anche delle ritmiche irregolari che ti disorientano. Iniziarono nel 1992 come power-trio, su questo terzo disco erano un quintetto con sax annesso.
Avrà bisogno di diversi ascolti per essere assimilato. Il primo pezzo che mi viene in mente è Sphinx, una variante sul tema principale, con quelle spirali di scale indo-arabeggianti....Altrove l'atmosfera è dominata da macigni ottundenti di post-jazz-hc notturno e inquietante, suonato con perizia tecnica inaudita.

(Originalmente pubblicato il 23/01/2008)