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martedì 8 gennaio 2019

Burning Witch ‎– Crippled Lucifer (1998)

I primi passi nel professionismo di Stephen O'Malley, all'insegna di un doom-metal super-compatto, duro e puro, non proprio ciò che lasciava immaginare l'aria di allegri cazzoni nella foto sopra. Il giovane chitarrista menava mannaie in uno stile forse non originalissimo ma esemplare, alla guida di un quartetto che in vita rilasciava due lunghi EP ivi raccolti, per poi sciogliersi.
In Crippled Lucifer possiamo sentire i germi in embrione dei Khanate, quando il vocalist enigmaticamente denominato Edgy 59 si inerpicava sulle soluzioni più stridule ed impervie: la particolarità fu che il primo dei due EP fu registrato da Steve Albini, che non sapevo si fosse cimentato in sonorità di questo genere. Al di là di tutte le considerazioni, una testimonianza preziosa, non soltanto per le prodezze che O'Malley si stava preparando a compiere, ma anche per un capitolato doom modello.

martedì 18 maggio 2010

Goatsnake - Flower of disease (2000)

Una cosa che non riuscirò mai a capire è per quale assurdo motivo Greg Anderson, dopo la fondamentale esperienza Engine Kid, sia finito a formare questo gruppo con la sezione ritmica degli Obsessed e il cantante dei Wool, per dare vita praticamente ad un imitazione dei Black Sabbath più doom'n'gloom.
I cambiamenti ci possono stare, per carità; è giustissimo che un musicista cerchi di reinventarsi, di mettersi in discussione, di non restare ancorato alle stesse cose. Ma che passi da un genere originalissimo come il jazz-hardcore slintiano dei grandissimi EK ad un doom ultra-canonico, proprio non la metto da nessuna parte. Ciò non toglie che, per i fans del genere (e mi ci metto dentro anch'io), Flower of disease sia un disco validissimo, secco e compatto di hard-rock nero pece. Anzi, ricordo che un invasato Beppe Riva, ai tempi, sbandierava i Goatsnake come la diretta incarnazione dei primi Black Sabbath. E come dargli torto? Addirittura in certi pezzi compare l'armonica, e il pensiero vola diretto a The wizard...
Ma ciò non serve assolutamente a giustificare la perdita così netta di autonomia ed originalità musicale per un personaggio come Anderson.

(originalmente pubblicato il 11/03/09)

martedì 4 maggio 2010

Pentagram - Day of reckoning (1987)

Non male un'attesa di 15 anni prima di pubblicare il debutto, per gli americani Pentagram. L'incubazione, o per meglio dire il travaglio, fu a causa di splits, litigi, progetti abortiti sul nascere. Si potrebbe quasi pensare ad una (sfortunata) contemporaneità ai Black Sabbath, quindi. Ma il discorso cade nel ridicolo quando leggo su Wikipedia che Jon Hasselvander, batterista dei Pentagram (qui parzialmente presente) sarebbe musicista professionista e autodidatta dall'età di 9 anni (!).
L'unica cosa certa è che nel 1972 la prima formazione col vocalist Liebling diede alle stampe un singolo. Day of reckoning fu secondo disco per il pentagramma ufficiale; rispetto ai similari e contemporanei St. Vitus, avevano un sound meno arido, erano leggermente più dinamici nello svolgimento delle song. La musa ispiratrice resta senz'altro l'epoca Black Sabbath 1971-73, ma quello che conta è che saranno una influenza enorme per i Paradise Lost, sia per le sciabolate chitarristiche di Griffin che per certi break ritmici. Peccato come al solito per la batteria e quei tom così aperti, dal momento che Stuart Rose faceva il suo dovere con perizia. Fra i 7 pezzi si fanno notare la cavalcata epica di Madman, il goticismo desertico e potentissimo di Evil Seed, il break melodico (dal forte sapore The writ, epoca Sabotage) di Broken Wows.
Falcidiati come pochi altri nella loro carriera, ma forti su vinile.

(originalmente pubblicato il 31/10/08)

Saint Vitus - Born too late (1987)

Fra i padrini indiscussi del doom insieme ai Pentagram, i SV solcarono la seconda metà degli anni '80 col patrocinio della benemerita SST di Greg Ginn, perfettamente incurante di ogni moda o mainstream. Se l'influenza indiscussa era sempre e comunque Black Sabbath, i californiani ricreavano atmosfere pesanti, rallentate e prive di ogni orpello aggiuntivo, con una produzione asciutta che più asciutta non si può (la batteria si poteva fare anche meno '80, ma sono dettagli).
In più avevano un vocalist come Wino, in possesso di una voce che impersona l'ossianico fino al midollo, non virtuosa ma maschia e dal timbro particolarissimo. Le chitarre di Chandler dominano dall'inizio alla fine, in 9 pezzi compatti fra cui spicca l'evocativa Dying Inside, moviola manifesto di un sound che voleva essere maledetto e maledetto era, con tematiche da psichiatria auto-flagellante.
Anacronistici, ma degni di rispetto.

(originalmente pubblicato il 02/10/08)