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giovedì 29 dicembre 2022

Blue Cheer – Outsideinside (1968)

Oltrepassato il mezzo secolo di età, il 1968 dei Blue Cheer mantiene tutta la sua possenza granitica e la sua lungimiranza come un totem della musica dura di tutto il proprio futuro. In gennaio, l'ultra-ottundente Vincebus Eruptum aveva sconvolto tutti con la propria violenza. Sei mesi, Outsideinside rilanciava il fuoco ma con un'ottica appena appena più strutturata: l'opening Feathers from your tree, impreziosita da un bel pianoforte, un'armonia ariosa e degli scarti ritmici, gettava addirittura un ponte acerbo verso il progressive, ma fu soltanto un'anomalia. Il pirotecnico hard-stoner trovava nuovi inni in Just a little bit, Come and get it, Magnolia caboose babyfinger, nella cover a tutta velocità di Satisfaction. Spettacolare la performance del batterista Whaley, un tornado decisivo nell'economia di un sound fra i più compatti del proprio decennio. Subito dopo l'uscita del disco, l'abbandono del chitarrista Stephens ed il probabile ostracismo di chi non amava i loro volumi portarono il gruppo ad una svolta netta ed un declino immediato, ma la storia l'avevano già marchiata.

domenica 28 agosto 2022

Spacebox ‎– Kick Up (1984)

Secondo ed ultimo Spacebox. Mentre il 98/99% del mondo musicale aveva preso il tunnel delle produzioni opulente, un'aulico Uli Trepte piazzava un paio di microfoni in un 2-tracce-2 davanti a lui ed al suo trio, lo stesso di Spacebox. Rispetto ad esso, il fattore precarietà salì al potere e l'aria si fece più pesante, con meno sarcasmo e maggiore sismicità. Il sax di Hoffmann passava un po' in secondo piano, la chitarra di Golombeck guadagnava spazio e distorsioni psicotiche, facendo riaffiorare a tratti il temibile fantasma dei Guru Guru. E come nell'esordio, la sensazione che da un momento all'altro possa crollare la stanza dove i 4 si trovano, sotto i fendenti micidiali del basso di Trepte e le pachidermiche esecuzioni. Difficile sostenere se si trattasse di un passo indietro, vista l'aurea generale di jam-session su canovacci circolari: sicuro invece che fu un passo nel precipizio, e che fosse improbabile andare avanti in una direzione così disastrata.

domenica 13 marzo 2022

Hawkwind ‎– Doremi Fasol Latido (1972)

La chiave decisiva per interpretare il terzo, leggendario album degli Hawkwind stava tutta nel cambio di sezione ritmica: fuori il bassista Anderson, dentro il bassista-per-caso Lemmy Kilminster, chiamato per essere secondo chitarrista e ritrovatosi lì con un Rickenbacker lasciato dall'imprudente predecessore. Fuori l'agile e tecnico batterista Ollis, dentro l'hippy-punk ante litteram Simon King, selvaggio, casinista e martellante. Aggiungiamo il fatto che lo studio in cui si trovarono a registrare era mal equipaggiato, ed il risultato è un essere tentacolare chiamato Doremi Fasol Latido, un disco sporco, pieno di errori, un lontano parente del lussureggiante In Search Of Space.

Ma alla prova dei fatti, per gli Hawkwind doveva essere un periodo di grandissimo divertimento e lo si può quasi percepire dai solchi. Brainstorm, destinato a diventare uno dei loro super-classici, è una tempesta magnetica-metallica ed il manifesto programmatico del disco, modello ideale delle loro jams ultra-dilatate (così come Lord Of Light e Time we left this world today), lasciando un minutaggio minore ai numeri acustici di Brock ed alla prima composizione solitaria di Lemmy, The Watcher, una blues-ballad spettrale e beffarda. Da tutto questo casino (difficile pensare ad anche solo un vago concetto di disciplina all'interno del gruppo) ne nacque un genuino, sincero e spontaneo discone, la cui sporcizia sonora dopotutto fa parte del menu. 


martedì 6 giugno 2017

Innercity Ensemble ‎– II (2014)

Dalla Polonia, un'ensemble, per l'appunto, di 8 elementi dedito ad una psichedelia contaminata ed eclettica. Quasi inevitabile la presenza del chitarrista Kuba Ziolek, agitatore di una scena (presunta o meno che sia) che si fa sempre più interessante. Due lunghe suite, White e Black, entrambe suddivise in 5/6 tracce, che mescolano indifferentemente afflati lisergici arcaici, post-rock dinamico, tribalismi assortiti, l'oncia sindacale di elettronica e qualche impennata di hard-psych al momento adatto. Splendido l'apporto della tromba, che compassata volteggia sopra tutto il sistema senza mai invadere il campo. Fra No Neck Blues Band, Godspeed You Black Emperor e Supersilent; i fans della sempreverde jam psichedelica traggano il relativo piacere.

sabato 10 dicembre 2016

Boris – Noise (2014)

Avevo lasciato un po' in disparte i miei amati Boris negli ultimi 10 anni. Troppi dischi, qualche caduta di tono e li avevo già belli considerati andati per il loro destino. Soltanto un paio di anni fa con questo Noise sono tornati ad entusiasmarmi, con un disco che paradossalmente è uno dei più normali che abbiano mai realizzato. Emo-power d'assalto (Melody, una bomba in apertura), ballad crepuscolari di orizzonte immenso (Ghost of romance), doom in rosa-shocking (Heavy Rain, cantata da Wata), pop sornione (Tayio no baka), la proverbiale suite epico-psycho-metal (Angel, 19 minuti), il trash-metal come solo loro possono farlo (Vanilla, Quicksilver). Sostanzialmente nulla di nuovo o che pensavamo non potessero fare, con l'energia dirompente che non cede mai e le aperture melodiche sempre di grande effetto. 40 anni e non sentirli.

domenica 8 novembre 2015

Screams From The List 12 - Guru Guru ‎– UFO (1970)

Ma con queste facce, cos'avrebbero potuto creare i tre ceffi se non un oggetto sonoro non identificato?
Perchè di tale si tratta, Ufo. Un monumento al free-rock intero, ovvio figlio della propria epoca ma proiettato in altre dimensioni.
Prendiamo i tre componenti: un chitarrista schizofrenico e visionario allo stesso tempo, in lotta continua con sè stesso. Un bassista minimale fino alla follia e dall'impatto sismico; se c'è un merito nei Guru Guru di aver anticipato di decenni lo stoner, gran parte è suo. Un batterista di estrazione jazz che asseconda il caos primordiale autogeneratosi con uno stile che anomalo è dir poco.
L'aspetto più importante, dopo 45 anni, è ancora l'impossibilità di poter classificare Ufo: non era jazz-rock, non era per nulla Hendrix, neanche l'ombra del blues, non era neanche avant-rock visto che non so quali reali eredi possano essere stati designati da allora fino ad oggi. Le visioni (da urlo, distorte, drogate, impazzite, quel che si vuole) dei Guru Guru finirono per imprigionare fantasmi da cui essi stessi non riuscirono a liberarsi (nettamente inferiori i dischi successivi, ma sarebbe stata veramente dura impattarlo).
Non dimentico di notare che anche questi erano i figli della seconda e perduta guerra mondiale. Altri figli della penitenza enciclopedica teutonica.

martedì 19 maggio 2015

High Tide - Sea shanties (1969) (Reissue 2006)

Oltre al danno della sfortuna di non essere notati da nessuno, la beffa della bassa fedeltà. Sea shanties infatti venne registrato/prodotto con mezzi tutt'altro che eccelsi, col risultato finale di un suono impastato e con troppo riverbero; il basso di Pavli si sente pochissimo, la voce di Hill (non certo un mostro, ma dotato di un timbro bellissimo) è sacrificata, i limitati toni alti non rendono giustizia nè alla sua chitarra nè al violino dello stregone House.
Considerando quanto grande sia questo disco, una doppia ingiustizia. La ristampa datata 2006 della vintagistica Eclectic non poteva compiere un miracolo, ma ha il grande merito di aggiungere una manciata di pepite preziosissime: due alternate takes e ben tre inediti, e si oda perbene, registrati più che dignitosamente!
Così possiamo ritrovare le eccezionali Pushed but not forgotten e Death warmed up lanciate a velocità superiore e con rinnovate emozioni nei dettagli. La qualità degli inediti è altissima; la suite cerebrale The great universal protection racket e l'articolata Time gauges sono strumentali in linea col periodo e non avrebbero certo sfigurato in Sea shanties. E' però Dilemma a far saltare sulla sedia, un bignami di 5 minuti dell'arte sublime degli High Tide: acrobazie strumentali pirotecniche alternate alle splendide melodie di Hill.

sabato 26 aprile 2014

White Hills - H-p1 (2011)

Li vidi ancor prima di ascoltarli, 4 anni fa, di supporto ai Pontiak al Bronson e li trovai noiosi e scontati. La croce sopra era scontata per non dire una sicurezza, se non che qualche mese fa SIB ne ha descritto le gesta con toni a dir poco entusiastici in un intero (!) servizio dedicato.
Così ho dato loro un altra chance, ed ecco qui il loro disco da 9 in pagella e quant'è bello il mondo della musica che ti stupisce sempre per come ogni testa, anche quella più navigata ed esperta, ragioni a modo proprio ed inaspettato.
Il disco inizia molto bene con l'uragano psycho-stoner The condition of nothing, seguito da Movement con uno strano incedere krauto-industriale di chitarrismi percussivi e dagli 11 minuti di No other way, un lento caleidoscopio molto evocativo per quanto robusto. A partire dal motorik interminabile di Paradise iniziano i problemi, ed anche grossi purtroppo: il citazionismo fuori tempo massimo di Hawkwind e Monster Magnet, le inconcludenti fasi lunari ed elettroniche, le tempeste magnetiche innocue per la loro scontatezza, fino ai 17 minuti della title-track che toglie ogni filo di speranza (e di vita) con i suoi tamarrissimi assoli di chitarra, me li fa bocciare per una seconda (e definitiva, direi) volta. Vade retro.

venerdì 7 febbraio 2014

That's All Folks - Soma..the 3rd way to Zion (1999)

Dopo i primi demos ed un EP, finalmente nel ' 99 gli stoners baresi giungevano al traguardo del primo album vero e proprio e....perdevano gran parte del loro afflato melodico, che tanto mi aveva fatto apprezzare le loro cassettine, in favore di un approccio granitico oltre misura.
Per carità, trattavasi di un discreto contributo alla causa pietrificante (o grungeggiante, come nell'epidermica Afterbite), ma a fine millennio forse era già un po' tardino per replicare le abusate gesta dei Monster Magnet. Si salva un po' la trippeggiante title-track finale. Peccato.

lunedì 9 settembre 2013

Purling Hiss - Untitled (2009)

E' sempre intrigante quando uno dei tuoi punti di riferimento critico ti sorprende, in qualsiasi direzione. Il buon PS ha esaltato questo disco assestandogli un imperioso 8, e ci sono rimasto un po' di stucco.
Purling Hiss è un old-fashioned power-trio di Philadelphia che cavalca una tigre nutrita a base di garage infiammabile discendente in diretta dagli Stooges, con velleità chitarristiche alla Hendrix ed una registrazione non lo-fi, ma di più.
Ed il talento? Per chi ama ancora questi suoni, è un baccanale godurioso di distorsioni megagalattiche, ma la fantasia regna altrove. C'è modo e modo di tributare, e i PH buttano lì 3 mattoni che si dilungano oltre misura, un po' noiosetti, in cui si evince che il chitarrista avrebbe bisogno di un esorcismo (nel senso ironico, chè senz'altro è molto bravo, ma un limitatore non avrebbe guastato).
Alla fine interessano quasi più le altre 3 tracce, che durano un minuto e mezzo e perlomeno danno tregua con piccole varianti. Ok che è questione attitudinale, ma su questi registri ho sentito di molto meglio.

mercoledì 6 febbraio 2013

La Otracina - Tonal Ellipse of the One (2007)

Le burrasche elettromagnetiche dei La Otracina potranno essere anche vetuste e rancide, a voler essere integralisti di un moderno che fra l'altro fa sempre più fatica ad esserlo. Ma se c'è in giro una band negli ultimi anni che riesce a fare del dirompente space-freak-jamming con ottimi risultati è il trio di Kriney, Sobel e Morgia (qui ancora presente prima dell'abbandono). Quindi doppio assalto di chitarre e niente basso, nonchè la solita batteria d'assalto, da imbarbarimento senza ritegno del free-jazz. Ed interamente strumentale.
Difficile tratteggiare un percorso di Tonal ellipse of the one, composto da 5 lunghe tracce. A parte qualche breve passaggio di evitabile hard-blues, è un labirintico trip in cui le improvvisazioni brade e gli sballi più rumorosi fanno da ingombrante contorno ad alcuni bellissimi passaggi come in Nine Times the Color Red Explodes Like Heated Blood e Ode to Amalthea, svettanti per ispirazione.
In particolare l'ultima, che mi fa pensare al concetto di ancestralità dei primi anni '70, della Germania, di tutto ciò che ispira i La Otracina. Più ci si allontanta temporalmente, più a volte acquista valore.

mercoledì 13 aprile 2011

Psychic Paramount - II (2011)

Sono interamente strumentali ed elaborati ma non sono epic-instru o post-qualcosa. Sono un po' spaziali ma non abbastanza da rientrare nella lisergìa pura. Hanno una grossa enfasi sulla ritmica irregolare e sulla batteria ma non sono math. Elevano muri di suono imponenti ma non sono noise. Non sono abbastanza sofisticati da essere arty.
E allora cosa fanno questi tre newyorkesi?
Di sicuro II non è un disco che scorre inosservato. Sono quasi 40 minuti a spron battuto di assalti sonici impetuosi, con quasi zero soste (solo la coda astratta di N5 dà un attimo di respiro) ed un senso continuo di oppressione e minaccia. I suoni sono fatti ottimamente ed il power-trio dimostra una tecnica rilevante in tutte le punte, specialmente in N5 coda che fa bella mostra di un jazz-math intrigante ed il chitarrista impegnato in svisate quasi frippiane.
Ma al termine non è che resti molta memoria dei 40 minuti appena passati. Sarà lo sforzo massimalista, sarà la voglia di mostrare la propria bravura in queste jams infuocate, ma il viaggio degli PP sembra un po' come il volo di Icaro: parte alla grande, e manmano che si avvicina al sole si squaglia nella propria inconsistenza di fondo.

giovedì 23 dicembre 2010

La Otracina - The Risk of Gravitation (2008)

Sembra quasi incredibile che lo space-rock, vecchio e consumato com'è, possa ancora generare mostri dalla forma smagliante e con la forza giusta.
E' il caso di questo progetto newyorkese, curiosamente guidato dal batterista/cantante Kriney, che sa essere veramente cattivo nelle sue orbite, riuscendo quasi a sorpassare per impeto anche i grandi Comets On Fire di Field recordings from the sun, seppur con uno stile sensibilmente diverso (meno compatto, si potrebbe dire).
Un power trio che ha visto parecchi cambi di formazione, anche se il bassista Sobel mantiene il posto da qualche anno. Non è chiaro se in The Risk of Gravitation ci fosse ancora l'italiano Morgia, comunque è un disco davvero impressionante per energia e grinta sprigionata. Dopo un breve frammento free-space-jazz, i La Otracina partono con la martellante Raze the sky, che si sgrana in una durissima jam dai volti multipli. Kriney svolazza su pelli e tamburi con grande competenza, si susseguono acidi assoli sia di chitarra che di basso. Lo spazio lasciato all'improvvisazione è notevole, ma le strutture sembrano comunque ben definite.
Il roboante caos di Behind the Ocular Curtain è un ammasso di iperboli elettriche dall'effetto allucinante. Un'impronta pesantamente blacksabbathiana/bluecheeriana affiora nei 10 minuti Crystal Wizards of the Cosmic Weird, anche se la fase discendente in picchiata è uno dei momenti più emotivi del disco. Fight for the night è il pezzo sicuramente meno ostico, con la sua ritmica metronomica costante che stride rispetto agli sballi terrificanti della media.
An ancient confusion chiude con un abominevole impro fatta di pulsazioni atomiche, interferenze radio e testosterone randomizzato.
Parlare di free-jazz, in queste fasi di libertà disorganizzata, mi sembra un po' eccessivo, però credo che bisogna dare ai La Otracina il merito di avere un approccio tutto proprio a quello che, come si diceva, è un genere vecchio come il cucco e praticamente impossibile da innovare.

mercoledì 16 giugno 2010

Subarachnoid Space - Almost Invisible (1997)

Ovvero come prendere gli spunti più acidi di Ummagumma, trasfigurarli, dilatarli all'infinito e metterci dentro un po' di sana cattiveria. Ciò mi appare all'ascolto dei SS, collettivo californiano guidato (non lo è più?) da un chitarrista, Jones, visionario e dedito alla misticanza di improvvisazioni galattiche, per l'appunto traendo grande ispirazione dalla fase più allucinat(ori)a dei Pink Floyd. Sembrano sculture di suoni, queste 6 jams su Almost Invisible; non si scorgono minime variazioni di tonalità, semmai l'intento è quello di creare stratificazioni minimalistiche in cui la sezione ritmica è egualmente libera di scorrazzare fra il letargico e il tribale, mentre le chitarre vulcaniche scorrazzano ossessive e sguaiate, in preda a distorsioni maniacali.
Tutto molto psych, ovviamente, e radical free. Ciò che conta in questo genere è lo stile con cui vengono costruite le cose, e ai SS di certo non mancava l'applicazione. Dico soltanto che secondo me i Magnog erano molto più creativi nel farlo, anche se gli obiettivi di arrivo erano molto diversi (si fa solo un discorso di psych-impro, eh!).

(originalmente pubblicato il 15/10/09)

lunedì 24 maggio 2010

Earthless - Sonic Prayer (2005)

Corsi e ricorsi storici: come già affermavo di Greg Anderson, anche in questo caso è alquanto curioso il ritorno alle origini, agli anni '70, per un personaggio peculiare come Rubalcaba, agitatore alle pelli di tanti acts di hardcore californiani, legati alla scena emo o giù di lì. Fino a diventare una sorta di session-man alternativo, un nome su tutti Black Heart Procession. Evidentemente ad un certo punto della vita arriva il momento di tornare alle radici ed esprimersi in tal senso; se ad Anderson muovevo la critica di sterili fotocopiature, posso fare altrettanto in parte a Rubalcaba, fondatore di questo power-trio che ha rilasciato due dischi molto freak per l'etichetta freak Tee Pee. Come nel caso dei Goatsnake, chi ama il genere non resterà deluso; chi invece preferiva i Clikatat Ikatowi, ne resti ben lontano. Sonic Prayer è composto da due mattoni di delirio psichedelico pesante che restano sempre sulla stessa tonalità, dominato in lungo ed in largo dal chitarrista Mitchell. Fra le due, si preferisce la seconda, Lost in the cloud sun, per un approccio vagamente mediorientale.
Ma l'impressione di già sentito è fin troppo scontata. Solo per gli stretti fans del genere.

(originalmente pubblicato il 05/04/09)

martedì 4 maggio 2010

Blue Cheer - Vincebus eruptum (1968)

Come disse una volta il grande Mixo, il più simpatico ed illuminante dj radiofonico che RadioRai abbia mai avuto, i Blue Cheer erano i cavernicoli del rock che brandivano strumenti come clave ed hanno aperto il discorso stoner in via ufficiale esattamente 40 anni fa, con questa detonazione chiamata Vincebus Eruptum, che si apre con una versione tellurica del classicone Summertime Blues, al cui confronto la versione degli Who sembra uno zuccherino....Gli acuti dilanianti della SG di Stephens, il panzer-bass e la voce arrochita di Peterson, le mitragliate di piatti di Whaley, era tutto diretta conseguenza dei volumi impensabili per l'epoca e dell'abuso di LSD nella summer of love. Al contrario dei Quicksilver, che facevano acid-art, i BC puntavano in maniera impressionante sull'impatto fisico/sonico del loro blues iperamplificato. I labirinti angosciosi di Doctor Please e Parchment Farm, gli stop and go sincopati di Out of focus e Second time around, il disco brucia velocemente e senza pause con una violenza che ai tempi dev'esser sembrata una vera bestemmia alle orecchie dei più.
La ristampa Akarma comprende a mo' di bonus track un pezzo del periodo New improved!, che testimonia una line-up cambiata (e lo stile pure, molto più normalizzato, purtroppo...).

(originalmente pubblicato il 25/09/08)