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domenica 20 novembre 2022

Motörhead – Orgasmatron (1986)


Il disco preferito di PS dei Motörhead, nonostante tutto. Nonostante la line-up non fosse più quella storica degli inizi (leggere la cronistoria dei cambi diventa quasi divertente, dal punto di vista di Lemmy), nonostante il periodo storico particolare, nonostante il fattore ripetizione fosse ormai una certezza e trovare differenze iniziasse a diventare una questione maniacale. Tutte questioni di pelo nell'uovo che con i Motörhead non hanno molto senso. Orgasmatron fu il settimo irresistibile treno in corsa, irrefrenabile, con le due chitarre in sincrono, la batteria pestona, Lemmy a fare Lemmy e qualche pezzo memorabile (Nothing up my sleeve, Built for speed, Doctor Rock, Ridin with the driver) sugli altri, con la paludosa title-track a fare da diversivo in chiusura. Serviva altro? Direi proprio di no.

martedì 9 novembre 2021

Motörhead ‎– Overkill (1979)


Secondo album, conferma di quanto espresso nel formidabile debutto. Forse una carica meno esplosiva, ma in compenso qualche trovata di maggior poliedricità (Capricorn ed i suoi riff angolari, Metropolis con il mid-tempo e la progressione quasi epica, il micidiale assolo di Lemmy in Stay Clean). Su tutto svetta però Overkill, con quell'attacco omicida a doppia cassa, le fermate e le ripartenze, quasi un manifesto espressivo ed efferato: quando il pezzo sembra essere terminato, per ben due volte Taylor riprende quella specie di martello pneumatico e chiarisce gli intenti: sempre uguali a sè stessi, sempre irresistibili. Eccellenti persino le due b-side presenti nella ristampa, soprattutto Like a nightmare, e divertentissima la rendition di Louie Louie, con quell'ai-ai-ai-ai-ai di Lemmy che svela un lato quasi comico. Molteplici i pezzi che finiranno sulla scaletta della loro pietra miliare.

mercoledì 1 novembre 2017

Motörhead ‎– No Sleep 'til Hammersmith (1981)

Fa più o meno lo stesso effetto di If you want blood... degli AC/DC: quando passa, polverizza tutta la produzione in studio e fa piazza pulita. Letteralmente, non la vorrai più sentire; roba buona, per carità, sempre puro trademark, ma dopo un'esperienza così definitiva, che sigilla un suono umano-non-umano, c'è da odiare qualsiasi produttore al mondo.
Poco altro da dire; pubblicato contro la volontà stessa del gruppo, questo live che ha l'aria di non esser stato ritoccato (al contrario del sopracitato, verso il quale nutro ancora dei sospetti...) non è solo un best-of dei primi 4 albums, ma anche un concentrato di violenza e divertimento senza pari. E mi stupisce, dopo tanti anni, lo scoprire che è roba che non invecchia.

giovedì 5 agosto 2010

Discharge - Why? (1981)

Potenza del p2p; nell'estate del 1993 Rumore pubblicava un fascicoletto intitolato tipo Il Rumore dalla A alla Z e alla lettera D si parlava di questi pionieri hardcore inglesi con una prospettiva di assoluta reverenza. La firma era di Frazzi, che ho sempre guardato con un occhio di sospetto in quanto a mio avviso fin troppo integralista del filone punk e derivati.
La mia curiosità è stata comunque soddisfatta con 17 anni di ritardo, e anche se l'hardcore classico non è propriamente la mia cup of tea occorre tributare ai Discharge una funzione anticipatrice non indifferente. La lezione hard-punk dei Motorhead veniva amplificata all'ennesima potenza, dissanguata di qualsiasi residuo blues, cannibalizzata e iper-velocizzata. A parte qualche breve assolo di chitarra che fa un po' metallo, Why è una grezzissima esplosione di schegge impazzite, e non nascondo che l'ascolto mi diverte parecchio.
Con le bonus tracks i titoli sono diventati 24, tutti sotto i due minuti di durata. E' impossibile ricordare un pezzo piuttosto che un altro per l'egualità diffusa, e le tematiche erano fortemente social-politicizzate. L'ascolto di questo solco bruciante mi diverte per l'effetto catartico che ha, per le mitragliate di batteria e il celebre D-beat, per lo stile del vocalist e il suo effetto vomitante di terminare quasi tutti i versi con quel bleaaaah, che fa veramente molto "sporco e brutto", definizione fin troppo ovvia per un disco che non ha bisogno di tante causali...

domenica 27 giugno 2010

Motörhead ‎– Motörhead (1977)

Come resistere di fronte a cotanta e selvaggia potenza? Come non dare rispetto a chi ha coniato un suono leggendario, un trademark che da oltre 30 anni resta immutato e continua a fare scuola.
Ecco perchè ho scelto il primo disco, la sorgente del mito con cui Kilminster ha formato il proprio personaggio. E chissà quanto, dietro quella faccia improponibile, quella rozzezza dilagante che lo ha sempre caratterizzato, nella sua mente avrà benedetto quei 5 giorni di carcere in Canada che lo hanno fatto sbattere fuori da Brock e compagnia space-rockeggiante. Niente più psichedelia o synth, niente più formazioni allargate ed orpelli, un ristrettissimo power-trio e la porta sul successo mondiale si apriva piano piano. Quel Rickenbacker rombante e la voce unica al mondo, una cattiveria impareggiabile e la fortuna di due compagni che più adatti non si potevano.
Motorhead vive di tutto questo e poco altro, i pezzi si somigliano più o meno tutti. In maggior parte il classicissimo ed abusato schema blues viene scartavetrato all'uopo. La differenza la fanno le esecuzioni: Clarke è una mitraglia di assoli esaltanti, Taylor una vera macchina da guerra ritmica, in mezzo il baffo maligno non può che goderne. I vertici, senz'altro The watcher, Lost Johnny, Iron Horse, Keep us on the road.
Tutta roba sudaticcia e catartica, che non si manda più via dalla testa...

(originalmente pubblicato il 05/01/2010)