Visualizzazione post con etichetta Ambient-Gaze. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ambient-Gaze. Mostra tutti i post

lunedì 4 giugno 2018

Stara Rzeka ‎– Zamknęły Się Oczy Ziemi (2015)

Un gesto davvero non comune, quello di Kuba Ziolek: in un intervista seguente l'uscita di questo disco, ha dichiarato di voler chiudere il suo progetto solista in modo da potersi maggiormente concentrare sui gruppi in cui è coinvolto (Innercity Ensemble, Alameda 3, T'ien Lai); di solito è sempre avvenuto il contrario, ma è chiaro che il personaggio vive in dimensioni che vanno oltre le convenzioni di comune musicista/compositore. Prova ne è questo, che appunto dovrebbe essere il canto del cigno di Stara Rzeka, un disco dalle forti connotazioni filosofiche. Al di là dello scudo della lingua polacca, nelle varie recensioni ne possiamo trovare ampissima conferma.
Rispetto a quel Cien... che ce lo aveva fatto conoscere nel '13, Ziolek si è ripiegato in sè stesso: laddove allora impressionava col massimalismo e l'eclettismo (a tratti persino esagerato), in Zamknely si distende in un lunghissimo percorso fatto principalmente di fingerpicking acustico, come se fosse stato rapito ed incantato in una qualche foresta nordica e poi fosse tornato in studio a registrare, aggiungendo effetti, tastiere e quasi nient'altro. Un disco che non procura brividi immediati come il predecessore e che per questo richiede più attenzione; suona un po' come un ritorno all'arcaico, ad una regressione umana, lascia tanti interrogativi e questioni irrisolte nella nebbia mattutina di una gelida radura. Saperci entrare è l'impresa più ardua; questo non è folk psichedelico ordinario, ma l'espressione purissima di un artista a sè stante.

giovedì 18 febbraio 2016

Seirom ‎– And The Light Swallowed Everything (2014)

Dopo l'esaltante esordio sulla lunga distanza, De Jong è tornato con un'altro splendido disco, più concentrato nella durata e più compatto nel suono, il che lascia intravedere nuove ed imprevedibili soluzioni. Così, And the light swallowed everything rischia di essere diventato il suo disco più accessibile in assoluto.
La parola d'ordine è ancora una volta la luce, che oltre ad ingoiare tutto entra anche nei titoli di alcuni pezzi, e che è l'elemento cardine di questo suono pieno, stratificato ma non saturo, ricco di visioni paradisiache ma mai soffice. Le ritmiche diventano a tratti parti integranti dell'insieme, le vocals sparse elementi cruciali nell'avvicinare questa musica ad una versione hardcore degli Slowdive (la nostra Francesca Marongiu è accreditata in I'm so glad to have been part of you, ma appare un altra cantante non identificata nell'estatica The best you can be e nella solenne Leaving), mentre le parti di violoncello eseguite da Aaron Martin conferiscono i tratti struggenti in maniera magistrale.
Parlare di ammorbidimento per il nostro satanasso preferito sarebbe ingeneroso: chi lo segue da un po', riconoscerà sicuramente il suo Dna e poco male se qualcuno non apprezza. A mio avviso si tratta di un evoluzione necessaria ma spontanea ed in pieno corso d'opera; non mancherà di sorprendermi di nuovo, ne sono convinto.

lunedì 29 dicembre 2014

Stara Rzeka - Cień chmury nad ukrytym polem (2013)

Chissà, forse la Polonia è destinata a diventare una delle next big scenes della musica totale dei nostri giorni. Non ho una cognizione precisa del movimento, ma se un personaggio come Kuba Ziolek ne emerge così timidamente (via Bandcamp, come percorso obbligato per farsi un attimo conoscere) allora può darsi che qualcosa di notevole vi sia nascosto. Questo Cien... svela un artista a tutto tondo e dalla fortissima personalità. I riferimenti sono tanti e stratificati: fingerpicking, psichedelia teutonica, chitarrismo ambientale, drone-gaze ed altro. Ma ciò che sulle prime sembra un accozzaglia di stili apparentemente buttati a casaccio, dal terzo ascolto in poi rivela uno scrigno magico di sorprese che non finisce mai di stupire, come una caccia al tesoro che termina con la trasfigurazione della cover di My own child di Nico, 12 minuti in cui la tedesca viene fatta cozzare prima con i Sunn O))) e poi con i Tangerine Dream.
Prima di questo, i 5 pezzi autografi che di fatto scolpiscono uno stile amorfo quanto avvincente. I titoli sono in polacco e non sto neanche a fare copia ed incolla, tanto sono incomprensibili. Il n. 1 annovera nell'ordine: un quieto fingerpicking pastorale, un frenetico beat sintetico con folate di tastiere galattiche, un granitico riff noise-rock. Il n. 2 inizia con un'orrorifica sfuriata black-metal (quasi uno Gnaw Their Tongues dei poveri) che va a dissolversi in una evocativa e splendida cantilena folk, mentre il tappeto di tastiere avvolge e mette tutti d'accordo. Temporaneamente.
Il n. 3 è una composizione simmetrica che parte con una folata notturna tipo corrieri cosmici che si ingrossa fino a quando entra la mannaia drone-metal. Svanita la distorsione, la chitarra torna limpida e misticheggiante. Più coerentemente, il n. 4 è incentrato su arpeggi acustici in rilievo su un fondale di droni vischiosi e multiformi. Il n. 5 è il pezzo più accessibile agli stomaci meno forti, indugiando su sonorità più squisitamente shoegaze, su un ritmo lineare, su un riff stentoreo e relativamente melodico. Io credo di avere uno stomaco abbastanza forte, ma alla fine è il mio preferito.
Da tenere d'occhio, Ziolek. Potrebbe fare grandi cose in futuro.


sabato 23 novembre 2013

Slaves - Spirits of the Sun (2012)

Tra i tanti modi di fare revivalismo ambientale, c'è una via ammirabile che vede protagonista questo duo misto dell'Oregon, ovvero cercare la trascendenza con testardaggine e caparbietà fino a raggiungerla in appena mezz'oretta di Spirits of the sun.
Dalla loro hanno anche un occhiolino strizzato all'ambient-drone-gaze di questi anni, che contribuisce attivamente a trasfigurare questi splendidi 4 pezzi: 111 vede la voce femminile intonare un coro ultraterreno, fino al sopraggiungere di una breve tempesta elettromagnetica che introduce il sublime trip cosmico di River, mutuato dai corrieri tedeschi ma davvero memorabile nel suo svolgimento armonico.
Il crescendo incessante di The field rivela un'aspetto ambientale che ha quasi del gotico; la chiusura è riservata ai 12 minuti di Born into light, altro mantra celestiale di grande suggestione.
I nomi che vengono subito in mente sono, oltre ai corrieri cosmici, Grouper, Voice Of Eye ed duo inglese ormai dimenticato che fu protagonista negli anni '90 di una piccola azione pionieristica che forse oggi andrebbe rivalutata, ovvero i Flying Saucer Attack. Ma al di là di tutto, Spirits of the sun è veramente molto, molto bello.

venerdì 1 novembre 2013

Seirom - 1973 (2012)

Nel caso in cui il filone GTT si inaridisca e non trovi nuovi sbocchi, a partire dal 2011 De Jong ha già attivato il suo progetto del  futuro: si chiama Seirom e non ha molto da invidiare al fratello maggiore.
Il dna del proprietario, comunque, è inconfondibile; massimalismo al potere, eccesso sonoro con fermezza, pericolosa iperprolificità. 1973, uscito l'anno scorso per Aurora Borealis, è un doppio cd che incredibilmente non stanca per un attimo in tutti i suoi 90 minuti. Purgata la componente metal di un buon 80%, la musica verte su mille sfaccettature di luci ed ombre, folate e meditazioni. Un gaze-ambient-core che lavora ai fianchi e crea visioni allucinogene, ora non più infernali come GTT ma anche terrene, sovrannaturali: a tratti persino celestiali, salvo poi calarsi in vortici abbaglianti.
Come solitamente accade, è il lavoro di cesello e stratificazioni soniche a fare la differenza, oltre che alla gamma di timbri. C'è poco da fare, De Jong è un artista manifesto dei nostri anni.