Il disco dell'addio del grande outsider neozelandese, almeno fino al 2019 quando sono emerse un paio di raccolte di inediti e rarità assortite, molto eterogenee ma essenziali per ogni fan, e che hanno alimentato quantomeno la speranza di vederlo tornare in attività. Closed Circuit, quasi un titolo programmatico a suggellare una carriera stellare iniziata una ventina d'anni prima, a lungo vagante nel sottobosco locale e poi finalmente emersa nei '90 anche negli USA con la militanza su Emperor Jones, che gli diede la giusta visibilità. Un disco scomodo in quanto successore del suo apice sperimentale Substatic (un oggetto misterioso che disorientò anche i suoi sostenitori), un ritorno alla sua comfort zone fatta di alternanze fra velluto e carta vetrata, non all'altezza dei suoi principali capolavori ma capace di dare conferme del suo enorme talento. Certo la recriminazione resta alta: se il disco avesse beneficiato di una produzione migliore, pezzi come State of the nation (gotico atmosferico inedito), Dryest month in 100 years, Closed Circuit, Ghostwriter, Whatever you want ne avrebbero giovato. Con buona pace di SIB, il maggior sostenitore giornalistico italiano del talento di PJ, che però bolla il disco come il suo peggiore. No caro Direttore, non sono d'accordo. Quest'uomo non ha fatto un peggior disco.
sabato 15 aprile 2023
Peter Jefferies – Closed Circuit (2001)
sabato 18 marzo 2023
These New Puritans – Expanded - Live At The Barbican (2014)
Magistrale riproposizione dal vivo dell'ultra-austero Field Of Reeds, registrato con l'ausilio di un'intera orchestra, d'altra parte necessaria per dare una versione fedele dell'originale (d'altra parte, al 98% in copia carbone). E' sembrata quasi la trasposizione ai giorni nostri del trionfale disco dal vivo che negli anni '70 santificava e portava in gloria la carriera dei grandi gruppi rock, se non che la perfetta esecuzione, ai limiti dell'asetticità, lo fa sembrare un live in studio. Poco da dire sul materiale, con The light in your name e Island Song in vetta al resto, apici del loro art-reed-rock qui giunto alla fine di un ciclo. Nel bis un paio di estratti dal (non apprezzato da me) precedente + un ottimo inedito, Spitting Stars. Isolati su un inevitabile piedistallo.
venerdì 10 marzo 2023
Cigno – Morte E Pianto Rituale (2022)
Un esordio italico molto interessante dell'anno scorso, ad opera di un cantautore romano di nome Diego Cignitti che valica diversi steccati con Morte E Pianto Rituale, un album molto piacevole per quanto la sua non sia una musica esattamente accomodante. Il suo è una specie di cantautorato post-industriale, a tratti molto spigoloso, ad altri più disteso: potrei azzardare la definizione di esoterismo mediterraneo, a voler cercare una sintesi estrema, che ha diversi punti in comune con il più recente Iosonouncane (Protestanti). Altri paragoni possibili sono le processioni funeree dei Father Murphy (Mare Nero, La Terra Del Rimorso), antiche memorie post-punk (Postcapitalismo è un palese tributo ai CCCP, e spesso il vocalismo di Cignitti indugia in declamazioni alla Ferretti), ma io segnalerei anche alcune finezze strumentali che musicalmente alzano la media generale del disco: l'iniziale Colobraro, un valzer acido con una splendida intro pianistica che fa pensare ad un Satie sotto anfetamina, l'ipercinetica chitarra acustica di Pietra Sprecata e la finale Kabul, una contemplazione desertica di finissimo pregio. Non sarà destinato a cambiare la storia della musica italiana, ma Cignitti potrebbe avere un ottimo futuro.
venerdì 13 gennaio 2023
Colin Newman – Not To (1982)
Terzo album in rapida successione per CN in meno di 2 anni, terzo centro. Una media paurosa, umanamente destinata a non perdurare, ma certo da incorniciare. Prima il fulminante A-Z a prendersi la reale eredità Wire, poi la pausa dada-sperimentale con Singing Fish (sul serio, sottovalutatissimo), e poi Not To a tornare rapidamente alla forma canzone, alle melodie spesso orecchiabili ma senza mai lesinare sulle trovate surreali, sui micro-inserti dissonanti, sulle puntine rumoriste. Disco segnato a livello produttivo dall'assenza del (fino a prima) fido produttore Mike Thorne, per una registrazione leggermente compressa ma che esaltava forse un po' di più le armonie chitarristiche (a tratti sublimi, come in Lorries, nella title-track, Remove for improvement, in Truculent Yet). E' un Newman al suo vertice artistico-espressivo, quasi da pilota automatico creativo, che però non disdegnava l'inserimento in scaletta di un tris di pezzi di fatto outtakes di Wire, in quanto co-firmati da Lewis, Gilbert e Gotobed. Si avverte comunque l'aria di fine ciclo, a posteriori facile da asserire.
lunedì 14 novembre 2022
Liars – The Apple Drop (2021)
I segnali di buona forma per Angus Andrew c'erano già stati con l'atto primo post-divorzio con Aaron Hemphill, quel TFCF con cui sembrava tirare le somme di una carriera importante in chiave sardonica, beffardo come sempre ed autocitazionista come pochi. Un album più che buono ma era chiaro che per il futuro sarebbe servito qualcos'altro, e quattr'anni dopo eccolo materializzarsi con The Apple Drop, uno dei dischi complessivamente più riusciti dell'intera saga Liars.
Ecco anche il motivo per cui (a parte eventuali contrattualistici, la sigla resta sempre su Mute) Andrew di fatto ha ricostituito un gruppo, con il batterista dei Pivot ed il chitarrista Deyell, in pratica due mestieranti che hanno dovuto umanizzare ciò che aveva concepito in solitudine. Sistemato l'aspetto tecnico-produttivo, resta la sostanza: TAD è il disco di un personaggio che si è guardato allo specchio dopo diverse sbornie, si è scoperto un po' invecchiato ed ha deciso di fare sul serio, virando sul "classico" e lasciando molto meno spazio del solito agli aspetti surreali del proprio output.
Prendiamo i pezzi migliori del lotto: Slow And Turn Inward, Big Appetite, From What The Never Was, sono carichi di uno spleen esistenziale che farà felici gli orfani dei migliori Radiohead, poco da dire. Quando le atmosfere si fanno più opprimenti, si scorge una scorza quasi gotica in Acid Crop, My Pulse To Ponder, Star Search, Sekwar, con l'elettronica relegata a cornice e non più alluvionale come in passato, fino a quasi far perdere i connotati originari dell'australiano. E verso il finale, una chicca vintage-pop come King of the crooks che avrà fatto morire d'invidia Bradford Cox. Una scaletta costruita con sapienza, con la giusta alternanza di stili ed umori, che sa di classicone a lungo termine, di big swindle: Andrew non ha mai inventato nulla e mai inventerà altro che il proprio personaggio, in apparenza un po' cazzone ma tremendamente serio in fatto di scelte.
mercoledì 2 novembre 2022
MX-80 Sound – Hougher House (2021)
La morte di Bruce Anderson nel gennaio scorso ha gettato un'ombra sinistra su Hougher House, nonchè lo sconforto (mio) per quella che presumo significhi la fine di questa band a dir poco storica. Davvero improbabile l'ipotesi che Stim e Sophiea proseguano la loro magnifica avventura senza questo fenomenale chitarrista che ha marchiato come una cometa l'espressione di una band criminalmente ignorata, e citata soltanto da pochi protagonisti di fama mondiale (Steve Albini su tutti, ma anche Sonic Youth e Swans).
A 6 anni da So Funny, un curioso episodio che indugiava su atmosferiche venature electro-pop, gli MX-80 (i 3 fondatori + il chitarrista collaboratore di lunga data Hrabetin + il figlio di Sophiea alla batteria) sono andati nella stratosfera con Hougher House, una suite di 38 minuti in due versioni: The Story, dominata da un monologo di Stim, e The Music, ovvero lo strumentale, un capolavoro sulfureo che suona come un lungo, tempestoso, requiem elettrico. Articolato su alcuni temi che si riprendono ciclicamente, è un immancabile showcase di un Anderson (senza però dimenticare il prezioso supporto delle altre due chitarre di Hrabetin e Stim) concentrato più sull'arpeggio e sugli accordi, limitandosi ad un paio di brevi assoli.
E suona quasi come una metafora della vita, come fosse l'ultima, fulminea impennata vitale che precede la morte.
martedì 27 settembre 2022
And Also The Trees – Green Is The Sea (1992)
C'è la probabilità che abbia ampiamente sottovalutato il lavoro degli AATT, dopo che molti anni fa ascoltai distrattamente la loro discografia del primo decennio. A volte i giudizi variano in base al periodo, alla consapevolezza, alla maturità ed all'esperienza. In attesa di scandagliare un po' la loro produzione (16 dischi in 40 anni), mi soffermo al meglio su un capitolo del decennio che li vide passare con grande raffinatezza dall'iniziale dark ad una wave più atmosferica fino a svoltare al gotico elegantissimo di questo lavoro, vario e genuinamente arty (da qualche parte ho letto il brillante appellativo surf-noir, ma in questo episodio forse vale solo per alcuni passaggi), nobilitato da arrangiamenti lussureggianti, dal baritono di S.H. Jones, perfettamente calzante per la causa, e da una prima metà del disco ricca di magia evocativa: Red Valentino, The Fruit Room, Blind Opera, The Dust Sailor sono estremamente diversi fra di loro ma schiudono un senso di omogeneità granitica e di autentico artigianato. Unici difetti, il calo d'ispirazione nella side B ed alcune scelte produttive, forse ancora legate agli anni '80 appena tramontati. Ma ascoltando dischi come questi possiamo comprendere il vero senso del gotico inglese più contaminato e scopriamo l'enorme influenza esercitata sui Piano Magic del decennio successivo.
lunedì 12 settembre 2022
Iosonouncane – Ira (2021)
Cantautore sardo che in passato ho ignorato per futili e snobistici motivi, lo ammetto. Il monicker non particolarmente attrattivo e soprattutto l'affiancamento (sbagliatissimo, ma da qualche parte l'avrò letto) ad altri interpreti connazionali che poi sono andati a vincere Sanremo, e per me interessanti soltanto in sede di programmi TV di satira politica. Chiusa parentesi, ovviamente non ho potuto ignorare il fatto che Ira sia stato sbandierato ovunque come un capolavoro di art-avant e devo dire che si tratta senza alcun dubbio di un lavoro importante, che merita la maggiore attenzione possibile.
Jacopo Incani si è preso un lustro per concepire quest'opera di dimensioni colossali e di impatto ottundente, rivendicandolo nelle interviste come un disco apertamente politico. Perchè è politico di questi tempi uscirsene con un oggetto di quasi 2 ore, di ascolto così impegnativo, con dei riferimenti così ingombranti, anche se la cifra stilistica personale è molto marcata, soprattutto nell'utilizzo del canto che è declinato in una specie di Esperanto solista, che sembra ricalcare le grammatiche inglesi ma utilizzando pronunce fonetiche italo-spagnole. Nella maggior parte del percorso sonoro, sono gli aperti contrasti a brillare: i ritmi nord-africanti vs. quelli techno, le algide striature elettroniche vs. i richiami ancestrali di piano e dei mellotron, spesso presenti. Il tutto declinato in pezzi che non durano mai meno di 4 minuti e si estendono fino ai 10'.
Impossibile non pensare a Thom Yorke & Radiohead quando Incani acutizza il suo falsetto su tessiture scabre e fantasmatiche (mi ritorna in mente la metafora di PS per il suono di Kid A, quel ....come una carcassa nei boschi....che credo sarebbe appropriata anche per Ira), e penso che i fan degli inglesi dovrebbero dare una chance a questo monolite, armandosi di pazienza e apertura mentale. Ma ci sono tante altre sfere di influenza, che Incani peraltro ha onestamente denunciato: Swans, Robert Wyatt, Residents, roba forte e storica. Io aggiungerei anche gli ultimi Talk Talk e perchè no, gli Audiac traslati in un contesto mediterraneo, ma non per questo meno raffinato.
Il limite più grande di Ira sta nella sua lunghezza, so che è borioso da dire perchè si tratta di un prodotto che non dovrebbe essere considerato come un disco, ma come una forma d'arte che non va confinata bensì fatta risuonare nelle coscienze di chi ci si dedica. Comprendo perfettamente che la sua omogeneità è tale da renderlo un corpo unico, e grazie ad essa sostengo che è quasi impossibile trovare momenti di stanca. Occorrerebbe prendersi qualche giorno e far girare soltanto questo, isolandosi da altri ascolti. Non è escluso che lo faccia: sarebbe un andare controcorrente le mie abitudini, un'azione in difesa della libertà personale, un gesto di responsabilità a favore di questo presunto atto politico. Per una volta non è così male allinearsi alla critica mainstream; probabile disco dell'anno scorso.
sabato 3 settembre 2022
Red Crayola With Art & Language – Black Snakes (1983)
Del a dir poco erratico percorso di Mayo Thompson (che come abbiamo appreso dalla memorabile intervista su Blow Up di anni fa, comprese persino anni di servizio da maggiordomo), Black Snakes rappresenta forse l'album più professionale, non si può dire normalizzato ma poco ci manca. Supportato dalla pirotecnica sezione ritmica Annesley / Taylor e da Allen Ravenstine a synth e sax (la militanza nei Pere Ubu era roba fresca), il geniaccio ormai trapiantato in Inghilterra si dava ad un funk bianco disidratato che rappresentava una svolta drastica rispetto all'epocale Soldier Talk, ovvero qualcosa di impossibile da replicare anche solo alla lontana. Ben venne quindi questa decina di funamboliche composizioni sardoniche e beffarde come da trademark, in cui la sua chitarra da il là ma lascia i fari al bassone sgusciante di Annesley, una questione quasi fusion, ben coadiuvato dal batterista Taylor. Ravenstine interviene saggiamente con discrezione per non fare il guastatore. Facile ritenerlo un titolo minore nella discografia, ma la genialità brada va apprezzata anche in contesti professionali.
domenica 7 agosto 2022
Cheer-Accident – Chicago XX (2019)
20esimo album per i Cheer-Accident (stando alle loro statistiche, perchè sembrerebbero un paio in più ma dopotutto cosa cambia), e si permetta loro di dargli un titolo autocelebrativo. Io ne ho ascoltati solo una manciata, ma come sintesi è possibile che sia abbastanza vicino alla realtà: forse non hanno mai realizzato un capolavoro definitivo, ma hanno sempre mantenuto uno stile personale e la barra dritta sul loro light-prog, lucido e scintillante ma con una puntina di follia ben sparpagliata. Formula inossidabile anche ai giorni nostri, con la vivacità e l'immediatezza di pezzi frizzanti come Like Something To Resemble e Life rings hollows, irresistibili: soprattutto il primo, impavido crocevia fra Who, Yes post-77 ed il filone Pinback di Rob Crow e Zak Smith, che qualcosa devono avere mutuato dai Cheer-Accident già dalla gioventù. Qualche ospite alle voci, la consueta maestria di Thymme Jones alla batteria, quella di Liebersher alla chitarra, qualche composizione un po' più complessa (senza cervelloticismi) e Chicago XX scorre che è un piacere sottilmente intellettuale.
venerdì 29 luglio 2022
Robert Wyatt – Rock Bottom (1974)
Come si fa a parlare del disco #2 nella classifica di tutti i tempi di PS? Esiste un criterio oggettivo per giudicarlo o è pura utopia dadaista poterne disquisire senza entrare nel già letto? E' possibile non abbassarsi col facile luogo comune che la sua composizione venne drasticamente influenzata dalla caduta dell'anno prima, con cui RW restò disabile a vita? E se non fosse caduto, non sarebbe stato forse meglio un Wyatt in declino artistico invece di quello che è stato?
Sgombro subito il campo, io preferisco The end of an ear. Quello fu la vera rivoluzione interiore, il reale vertice dadaista, come il Vol. 2 dei Soft Machine, come Moon In June. Rock Bottom è un altro tipo di capolavoro: è la sublimazione del dolore, della perdita, l'elogio della malinconia e della drammaturgia applicata ad una patafisica che però ha perso il suo humour. E' un lamento accorato, un affresco commovente che passa in rassegna i vari stati emotivi con fenomenale ispirazione (ed essenziale aiuto da parte dei convenuti, in gran parte mastri di Canterbury).
Mi è capitato con pochissimi dischi nella vita; mi impersono così tanto nel protagonista che ne percepisco il dolore, lo faccio mio e ne soffro. Per questo non mi sono mai veramente innamorato di Rock Bottom. Se lo sarebbe meritato, ma quelle ferite sono così palpabili e salate che non riesco a sostenerle. Addio.
mercoledì 29 giugno 2022
Pop Group – Y In Dub (2021)
Simpatica operazione del Pop Group che rispolvera le bobine originali di Y e le rimette in mano al produttore Dennis Bovell con l'intento di manipolarle, rimasticarle e tirarne fuori una versione in lucido, scintillante spirito dub. Ovvero uno degli ingredienti più latenti nel dna del PG; ne faceva parte, ma come tutto il resto non predominava mai, restava un po' sullo sfondo, si amalgamava in quel titanico meltin' pot grazie soprattutto al bassone di Underwood, la cui opera finalmente riesce a riemergere nella superba equalizzazione generale.
Y non aveva certamente bisogno di questo auto-tributo per essere rivalutato, ma dopotutto una spolverata sta sempre bene, soprattutto a chi non l'avesse mai ascoltato. In Dub rimescola anche la scaletta, rivoluziona gli assetti, non opera una fusione chimica ma scombina e scombicchera con cognizione di causa. 42 anni sono un'eternità, ma il PG ha ancora voglia di sconvolgere e farci dimenare anche e cervello.
giovedì 2 giugno 2022
Ulver – Wars Of The Roses (2011)
Il giorno in cui sarò riuscito ad ascoltare tutti gli album degli Ulver, se mai ce la farò....non ci avrò ancora capito un granchè, e sarà un bene. Dietro questa triviale battuta si nasconde un mondo misterioso, tutto da esplorare ed interpretare a proprio sentore. Per Wars Of The Roses, già conflittuale dal titolo, era presente in maniera integrale il talento di Daniel O'Sullivan, che da turnista di lusso era passato ad essere membro fisso, complice certamente la militanza insieme a Rygg in Aethenor. Riflessi argentei di quell'esperienza radicale si inseriscono ad intermittenza in una scaletta a dir poco schizofrenica, con l'energetica apertura di February MMX, un avvincente e colorito synth-prog, che rappresenta il momento più accessibile ma ha una funzione disorientante. La stasi allucinatoria di Norwegian Gothic, i melodrammi guidati dal piano di Providence e England, la melanconia irreversibile di September IV, la marcia catatonica di Island, rappresentano un'evoluzione naturale alla perfezione ambient-rock di Shadows of the sun, per non tirare in ballo un passato scabroso che sembrava archiviato ma aveva lasciato scorie.
Non è un disco perfetto (il quarto d'ora finale di Stone Angels, di fatto un reading su base scabra e minimale, si poteva evitare), perchè a tratti certi scarti sembrano quasi innaturali. Per farla breve, è un disco adulto degli Ulver, con tutte le imprevedibili pieghe, il peso dei personaggi intervenuti (nel cast anche Westerhus e Noble, e si sentono) e quel fattore vagamente aleatorio di classe distillata a rilascio incontrollato, con tutti i pro ed i contro. I primi sono molti di più, però.
sabato 21 maggio 2022
White Birch – The Weight Of Spring (2015)
Il ritorno di Ola Fløttum a 10 anni di distanza dal precedente, sublime Come Up For Air. Durante quel lungo silenzio, erano ovviamente successe un po' di cose. I WB come entità conosciuta nel decennio precedente si erano sciolti nel 2006, ed il factotum si era dato alle sonorizzazioni ed alle soundtracks, oltre a metter su famiglia. Accatastando materiale non idoneo alle sue commissioni, si accorse che ce n'era abbastanza per poter concepire una nuova opera d'artigianato a nome WB, e realizzarla con un paio di collaboratori necessari alla strumentazione di accompagnamento, con la Glitterhouse a patrocinare volentieri.
Fu un torto agli ex compagni di avventura? Non lo possiamo sapere, possiamo solo ringraziare che il norvegese abbia dato alle stampe un'altra puntata del suo melanconico, etereo, soffuso catalogo, fatto di ballads avvolgenti, così intimamente scandinave e pregnanti di calore umano, col surplus della maggiore esperienza a compensare qualche piccolissimo cedimento di stanca in scaletta. Spiccano il volo per la stratosfera The Fall, Lamentation, Winter Bride, Spring. La primavera ha un suo peso, Ola Fløttum il suo specifico l'ha ampiamente dimostrato. Speriamo affastèlli ancora, in qualsiasi altra stagione.
giovedì 28 aprile 2022
Jonny Greenwood – Bodysong (2003)
Il primo passo solista di JG, colonna sonora dell'omonimo documentario, contrassegnato da una sostanziale smania di strafare. Si era in un periodo delicato della storia dei Radiohead; terminato il contratto con la EMI, davanti a loro le incognite conseguenti all'autogestione dell'azienda, una probabile stasi creativa generale (che difatti sboccherà nella stanchezza di In Rainbows), tante cose. Il buon Jonny colse l'occasione per dimostrare al mondo le proprie velleità autoriali, dal momento che si intuiva fosse l'artefice di tante trovate stravaganti nei capitoli più creativi della saga. Bodysong strafà nel senso che è un esuberante catalogo di neo-classica, ambient, elettronica, free-jazz-rock, tante cose. Gli si può concedere la frammentarietà in virtù della natura sonorizzante; va ascoltato quasi come se fosse una compilation di artisti mediamente abbastanza talentuosi.
venerdì 25 marzo 2022
Zoogz Rift – War Zone (Music For Obnoxious Yuppie Scum) (1990)
Un anno dopo il termine della sua fruttifera militanza su SST (9 album in 5 anni!), Zoogz Rift trovò casa nella label tedesca Musical Tragedies, presso cui realizzò un paio di dischi. Ormai più impegnato nel wrestling che nella musica, stava per imboccare il viale del tramonto. Le imprese titaniche dell'era SST erano ancora relativamente recenti ed in War Zone l'istrione aveva ancora qualche cartuccia da sparare, come i 20 minuti di Kasaba Kabeza, un'altra grande scultura dell'assurdo pienamente coadiuvata dalla backing band Shitheads, in questo caso completa di mini-sezione fiati (sax e trombone, impazzanti ovunque). Girato il piatto del vinile, non tutto gira a dovere, ma quando gira è un delirio: l'irresistibile pop demenziale di You can count on us e la serratissima title-track (l'unica che forse riecheggia concretamente il Capitano) compensano le cadute un po' banalotte degli altri due pezzi. La media generale fa un bel 7/10, con Kasaba Kabeza a svettare fra le perle maggiori di ZR.
martedì 15 marzo 2022
O-Type – Western Classics (2004)
Il disco che chiuse l'esperienza O-Type, con i titoli mutuati da altrettante pellicole ma con musiche che non avevano nulla a che vedere, era una raccolta di colonne sonore immaginarie. Rispetto agli album precedenti, dediti a formule di avant-astrazione inafferrabili, si trattò di una svolta netta, purtroppo destinata a decretare l'epitaffio di questa side-saga di MX-80. Le narrazioni scorrono fluide ed ipnotiche, per mezzo di patterns ritmici mai troppo meccanici, direi umanoidi. Regina incontrastata, banale a dirlo, la sei corde elettrica di Mr. Bruce Anderson. Splendida l'apertura di The Searchers e The Manchurian Candidate, a mettere in scena ambientazioni soffuse e notturne. La sulfurea 3 Faces Of Eve rievoca curiosamente certe arie Grails, di lì a venire. Point Blank rappresenta il vero western classic del lotto, con un fischiettìo stentoreo, quasi morriconiano. Mean Streets si immerge in un'area metropolitana tossica e sincopata. Out of the past rallenta nuovamente il passo e prepara ai 31 minuti di McCabe & Mrs. Miller, iper-jam forse tirata un po' troppo per le lunghe ma con dei passaggi molto ispirati.
La sigla chiuse qui i battenti, all'alba del ritorno degli MX-80 dopo un lungo iato, nel 2005 con We're an american band. O-Type rappresentò, per l'inossidabile coppia Anderson-Sophiea, una saga di importante sperimentazione elettro-avant, preparatoria ad altri eventi degli anni successivi, sempre più all'insegna del compromesso zero.
sabato 5 marzo 2022
Faust – So Far (1972)
Un anno dopo il clamoroso debutto, la Polydor diede un'altra possibilità ai Faust. Erano tempi incredibili, in cui una multinazionale era in grado anche di fare da mecenate ad un unità di folli, sbandati ed irresponsabili (leggere le interviste a Peron di qualche anno fa per credere). So far cambiò parzialmente modulo; un pugno di pezzi lunghi ad effetto ed una manciata di vignette ultra-surreali di breve durata. La crescita tecnico-musicale li portò ad elaborare persino delle arie di grande respiro, a tratti influenzate dai Pink Floyd di Atom Heart Mother (l'intro di No Harm), ed il risultato fu un assieme ancor più straniante, proprio per il sarcasmo tangibile che emerge. Ora che i Faust sapevano persino suonare (a parte Sosna, che era già l'asso del gruppo), non ce ne poteva essere più per nessuno.
domenica 27 febbraio 2022
These New Puritans – The Cut (2016-2019)
Un atto di autoindulgenza deliberato, quello dei fratelli Barnett: a ruota dell'acclamato Inside The Rose, un'eterogenea raccolta di inediti e remix che non propende in nessuna particolare direzione, bensì costituisce una dichiarazione di stato di grazia. La suddetta disomogeneità, peraltro, passa anche in secondo piano di fronte ai gioielli sparsi nella track-listing; il post-gotico sinfonico, l'elettronica algida, il trip-hop d'antan, lo stuolo imponente di voci femminili, l'austero pianistico. La prima metà della raccolta è superba; Infinity Vibraphone Orchestral Mirror, If I Were You, Angels come down, il remix di Beyond Black Suns, stabiliscono un'altra vetta di espressione da parte di un'unità unica nel panorama odierno. La seconda metà sposta più il focus sul ritmato, con Where the trees are on fire declinata e trasfigurata in varie salse, qualche sonorizzazione eterea e narcisismi malcelati. Se tutte le raccolte di outtakes fossero di questo livello, il mondo sarebbe un posto migliore.
domenica 24 ottobre 2021
This Kind Of Punishment – This Kind Of Punishment (1983)













