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sabato 18 settembre 2021

Insides ‎– Soft Bonds (2021)


Salutiamo con piacere il ritorno degli Insides, a 20 anni di distanza dal precedente e soprattutto a quasi 30 dai primi gioielli che li imposero fra i massimi esponenti mondiali di electro-dream-pop, a dispetto di una promozione piuttosto limitata. Lo scenario non sembra essere cambiato più di tanto, la voce della Yates intatta come allora e Tardo sempre molto eclettico a destreggiarsi fra chitarre, tastiere ed elettronica. L'augurio è che Soft Bonds sia un preparativo ad un ritorno in pianta stabile e non soltanto frutto di un isolata riunione, perchè si tratta di un disco fortemente eterogeneo e che a tratti pecca di focalizzazione, quasi come se i due avessero raccolto del materiale sparso duranti tutti questi anni e l'avessero assemblato a mo' di raccolta. Sia ben chiaro, la classe è sempre cristallina e fra i 9 pezzi in scaletta troviamo alcune perle di fantasioso artigianato (l'apertura It was like this once..., gli eleganti balletti Hot, warm, cool, cold, e Half past four, la chiusura solenne di Undressing), ma altrove i due indugiano su qualche tema un po' scuro (e quindi inadatto al loro Dna, c'è poco da fare) e su temi minimali che avrebbero potuto sviluppare meglio, anche in tema di arrangiamenti. Ma la mia è una critica costruttiva ed è bello che siano tornati, in fondo.

sabato 22 febbraio 2020

Ulver ‎– The Assassination Of Julius Caesar (2017)

Il 18esimo disco degli Ulver, pop elettronico per adulti, atmosfere trasudanti gli anni '80, qualche immersione nelle loro estremità sintetiche e qualche altro nelle pagine più intimiste. Il disco inizia malino, con i primi due pezzi che peccano in umiltà e cedono il passo ad una ruffianeria stucchevole. A partire dalla splendida So falls the world, il discorso cambia drasticamente ed i norvegesi tirano fuori il loro meglio: Daniel O'Sullivan non fa più parte della formazione ed appare come ospite in un paio di pezzi, ma la sua ombra Mothlite è palpabile su Southern Gothic. E la seconda metà cresce in ispirazione, con un poker micidiale culminante nella imponente trasfigurazione di Coming Home.

giovedì 23 gennaio 2020

Sneaker Pimps ‎– Bloodsport (2001)

La notizia è di qualche mese fa; Corner e Howe sono al lavoro sul quarto Sneaker Pimps, così come se nulla fosse, a 18 anni da Bloodsport, che chiuse l'avventura in toni un po' minori, ma merita di essere rivalutato. Come il precedente Splinter, si trattava di un disco compatto ma variegato, in bilico fra tentazioni pop e tendenze decadenti, ricco di melodie a presa rapida (Sick, Loretta Young Silks), cantilene stentoree di elettro-pop acido (Kiro TV, Small town witch, Bloodsport), parabole esistenzial-crepuscolari (Black Sheep, M'Aidez). Il songwriting di Corner era una garanzia di qualità, peccato che la seconda parte del disco segnasse un declino forse dovuto al fatto che il cantante era già proiettato alla sua nuova avventura solista IAMX. Ma la facciata A a più riprese riesce ad eguagliare quell'intensità e la maestria che ci aveva fulminato ai tempi di Becoming X.

lunedì 8 ottobre 2018

Insides ‎– Euphoria (1993)

Preludio a quel sublime trionfo che fu Clear Skin, questo fu il debutto della coppia Tardo/Yates, nove pezzi di dream-pop a base di elettronica raffinata. La voce suadente e delicata della seconda sopra le basi e le chitarre cristalline del primo, per un assieme di bellezza assoluta. Semplicistico in confronto al loro capolavoro, ma assolutamente paradiasiaco. Per gli amanti dei Seefeel potrà sembrare un po' troppo pulitino, per quelli dei Cocteau Twins potrà sembrare poco sviluppato in termini di arrangiamenti; certo è che la loro voce personale l'avevano trovata, e vien da chiedersi come mai la 4AD non se li fosse accaparrati.

venerdì 20 ottobre 2017

Flaming Lips ‎– Oczy Mlody (2017)

Altro colpo dei Lips, mi sembra quasi incredibile; a dispetto delle più o meno generali storte di naso, trovo Oczy Mlody un disco perfettamente compatto e con un suo focus generale, fattore che ha reso grandi i due principali precedessori, mediando fra i coloriti arcobaleni di Embryonic e le plumbee atmosfere di The Terror, che fra tutti resta il mio preferito.
Siamo comunque poco sotto. Come quest'ultimo, spazio massiccio all'elettronica ed ai bassi saturi, ritmi sintetici ed in ogni caso non molto rilevanti. Ciò che torna in superficie è la vena pop, con una serie di motivetti intonati dalla voce fragile e ricca di struggimento di Coyne; ma le strutture sono tutt'altro che scontate, ed i cambi di ambientazione sono molto frequenti.
Mi domando, fra tanti anni, come verranno ricordati i Lips: ne parleremo ancora come di un folle, grande gruppo che si è saputo reinventare per oltre 30 anni?

sabato 30 settembre 2017

Knife - Shaking The Habitual (2013)

Ho sempre pensato che i fratelli svedesi Dreijer fossero la trasposizione elettronica in assurdo dei Dead Can Dance degli anni Zero, pur senza avere un granchè in comune nello squisito aspetto musicale. Shaking The habitual è stato il loro (inaspettatamente, visto lo status ormai raggiunto dopo 15 anni di attività) canto del cigno, ed ha suggellato in qualche modo il percorso di ricerca su un'elettronica art-pop votata all'eclettismo ed al trasformismo. Un disco lunghissimo, teso ed ossessivo, che privilegia i ritmi e le mutazioni camaleontiche, le ricerche vocali, con qualche pausa meditativa ed un po' di goticismo spiritato (a riallacciarsi con i DCD, guarda un po'). Occorrono diversi ascolti per prendere familiarità, ma una volta ottenuta resta uno splendido commiato; massima stima per aver staccato la spina all'apice, un gesto mai scontato.

domenica 16 aprile 2017

Panda Bear ‎– Panda Bear Meets The Grim Reaper (2015)

Avevo lasciato Lennox all'uscita di Tomboy restantone un filo contrariato, pensando che i fasti di Person Pitch fossero irripetibili. Così solo con enorme ritardo ho ascoltato Meets the grim reaper, sorprendendomi del pronto riscatto che caratterizza un'altra coloratissima raccolta di irresistibili filastrocche.
Una decisa iniezione di elettronica caratterizza il nuovo corso del panda; i ritmi sintetici dominano ed i synth scorrazzano indisturbati, ma la sostanza non cambia. Lennox sa ancora perfettamente creare i suoi acquarelli di sapore estivo, così immediati che basta un ascolto per innamorarsene: almeno Sequential Circuits, Crosswords, Selfish Gene dovrebbero stare in un ipotetico greatest hits. Interessantissime anche le deviazioni, come la Tropic Of Cancer in cui fornisce una sua curiosa re-interpretazione dello Scott Walker sinfonico di fine '60, e la tenue e pianistica Lonely Wanderer, di una bellezza sconfinata.

lunedì 9 maggio 2016

Julia Holter ‎– Tragedy (2011)

Cantautrice californiana sui generis dalla formazione classica e poi convertita all'avanguardia, debuttò in sordina con questo per poi essere ristampata dalla Domino un paio d'anni dopo, grazie anche all'esposizione mediatica e cori generici di approvazione da parte della critica (copertina su Wire).
Tragedy può piacere e non piacere, perchè è un po' dispersivo, ma risulta difficile discutere la capacità della Holter di aver saputo creare qualcosa di originale: ballad esoteriche alla Jarboe, ambient metafisico da camera, synth-pop sofisticato, liturgie vocali estatiche come una Grouper ecclesiastica, dream-pop, avanguardia, concretismi. Tutto in sequenze altalenanti, come se nulla fosse. Straniante, ma di un fascino indiscutibile.

venerdì 6 febbraio 2015

Flying Lizards - Flying Lizards (1979)

Brillante caposaldo di art-wave intelletualoide contaminata di pop ed elettronica. Cunningham, la mente dietro l'operazione, escogitava un metodo di composizione in grado di fondere melodie ammiccanti con l'avanguardia, e con un senso dell'ironia fortemente palpabile. Le continue e bizzarre trovate sonore lo renderanno poi più produttore che musicista, attività che ha continuato a svolgere piuttosto saltuariamente,
In un certo senso il disco è un po' il contraltare colto e raffinato del primo Swell Maps; Cunningham non proveniva dal punk ma assimilava certe tendenze della new-wave (qualche basso in stile Gang Of Four, le ritmiche secche e scandite) ed aveva appreso lezione di Brian Eno in merito ai suoni. La seconda metà della scaletta è  memorabile perchè lascia perdere il pop e si concentra sull'avanguardia elettronica, includendo un paio di proto techno-trance da brivido (The Flood, Trouble). A dispetto dell'irritazione che mi provocano i due pezzi più smaccatamente accattivanti, resta un disco geniale.

giovedì 15 maggio 2014

Zola Jesus - New Amsterdam (2009)

Fin dalle prime, acerbe prove, la neanche ventenne Danilova sembrava promettere bene. Con un background atipico (studiava canto lirico) ed un immaginario un po' torbido ed inquietante, sembrava che si materializzasse una nuova forma artistica di dark-lady molto originale.
Più che un primo album New Amsterdam raccoglie un EP registrato in uno studio professionale più alcune tracce presumibilmente registrate in cameretta, molto lo-fi ed autarchiche. Il primo blocco denota una certa monotonia di fondo: battito costante dei tom e nient'altro, un basso fuzz scansionato ai limiti della macchinazione ed il canto, una specie di fusione atomica fra Siouxsie, Lydia Lunch e PJ Harvey. In 4 pezzi sostanzialmente uguali, spicca più il concetto che non i risultati: prove tecniche di studio e poco altro.
Meglio, molto meglio le tracce casalinghe: New Amsterdam e Lady Maslenitsa, fatte di drum-machine ed organo, sono molto belle ed avvincenti. In Nativity e Be your virgin lo spettro dei Suicide si fa pressante, Little girl e Lady in the radiator sono gospel desolanti a base di elettronica poverissima. Canta con una varietà ed un espressività troppo forte per passare inosservata: i dischi successivi hanno smussato le asperità, e l'impressione è rimasta che avesse bisogno di un partner compositivo che ne esaltasse le qualità.

lunedì 14 aprile 2014

VV.AA. - Perfect as cats - A Tribute to the Cure (2008)

Tributo a scopi benefici, dagli introiti destinati alle organizzazioni di carità impegnate in Sudan, ad opera di una etichetta californiana specializzata in electro-pop di nuova generazione. Il rooster di competenza viene pescato a mani basse, e non essendo un intenditore alla prima lettura della scaletta mi sono chiesto "ma chi sono questi?" Mi sembra chiaro che i nomi più noti siano Dandy Warhols e Jesu, ma a parte questo la curiosità è tanta e i cd sono due, pertanto ho ascoltato il tributo più volte e sorprendentemente mi è sembrato di buona qualità generale. Chiaro che ci sono alti e bassi, ci sono i più creativi e personali da un lato ed i calligrafici dall'altro, ma in generale la media è soddisfacente, tutti i 35 pezzi si lasciano ascoltare ed in pratica non c'è nessuno che perde la faccia o diventa scandaloso o rovina la fonte (forse soltanto una Disintegration che, ridotta a piano e voce da Lewis & Clarke. perde quasi tutto il suo valore. Ma ci può stare)
Sarà anche che chi ne esce vincitore alla fine è sempre Ciccio Smith; la sua immensa qualità compositiva, sia dark che pop, esce ulteriormente rafforzata in mano ad esecuzioni di disparati arrangiamenti, con una nettissima maggioranza di voci femminili (!).
Detto che i due nomi sopracitati mantengono grosso modo le attese (i DW ipnotizzano Primary con un buon arrangiamento drug-club-oriented, Broadrick si trova a perfetto agio nel jesuizzare The funeral party), da nominare ci sono senz'altro 5-6 nomi che spiccano nel mucchio. La palma del migliore spetta sicuramente al trio newyorkese Gangi, che riesce nell'impresa di dare un valore aggiunto allo splendore di Fire in Cairo con un incantevole versione elettro-acustica, all'apparenza semplice ma fitta di micro-variazioni rispetto all'originale.
Lodevolissimi; Bat For Lashes che trasforma A Forest in una magica filastrocca folk-tronica, Aquaserge che stravolge il ritmo di 10.15 Saturday night, la contemplazione gotica di All cats are grey viene dilatata ed espansa dalla polifonica rendition di Devastations. Army Navy rallentano il passo di Jumping someone else's train, Corridor esaltano l'acidità di The Kiss.
In sostanza che dire? Bravi, più o meno tutti.

martedì 7 maggio 2013

Mothlite - Dark Age (2012)

Stamattina, ascoltando il disco a scatola chiusa in auto (non ricordavo assolutamente chi si nascondesse dietro la sigla Mothlite), ho pensato: ma chi sono questi matti che fanno musica così desueta?
Poi, corso a ri-documentarmi e, scoprendo che è il progetto solista di O'Sullivan, sono rimasto sconcertato. Tutt'ora sono privo di bussola: svoltando completamente rispetto a più o meno tutto ciò che ha fatto fino ad ora, Mothlite assembla synth-wave-electro-pop che nello spirito arriva come uno schianto dalla metà degli anni '80, ma nella produzione è dannatamente attuale e ben confezionato. 
O'Sullivan compone, suona e canta con un appeal che potrebbe allettare fette di mercato potenzialmente vaste. Il mio disorientamento riguarda il contenuto del materiale, che è molto altalenante: ci sono pezzi stupendi come Wounded lions, The underneath (ereditate dei migliori Tears For Fears), Something in the sky (Talk Talk epoca The colour of spring), Milk, Red Rook e Seeing the dark, con gli arrangiamenti più modesti e le arie più raccolte, capaci di accendere magia. 
L'altra metà invece eccede un po' sul lato piacione e ruffiano oppure si fa fuori luogo quando i ritmi diventano da discoteca. Sarebbe bello se O'Sullivan si decidesse ad affrontare il progetto con le idee più focalizzate verso almeno un paio di direzioni, invece di disperdere il proprio talento in troppi rivoli. Se scegliesse quelle che piacciono a me, poi....

martedì 15 febbraio 2011

Mùm - Finally we are no one (2002)

Un disco che vive in una dimensione eternamente ovattata.
Dall'Islanda con calore, mi verrebbe da dire. I Mùm giocano coi suoni e fanno tornare quasi bambini, al punto che immagino le loro musiche come un sottofondo ideale per comitive d'asilo. E' bello lasciarsi un po' andare ad atmosfere così camer(ett)istiche, con l'elettronica sfrigolata mai invasiva, e gli archi come nella splendida I can't feel my hand anymore, ad esempio. La voce femminile così bambinesca, poi, gioca la sua parte decisiva. Bellissima We have a map of the piano, con quel break strumentale e l'incipit di chitarra e piano al centro.
Tutto suonato in punta di dita, senza mai salire sopra le righe. Ecco, forse il limite dei Mùm sta proprio qui; seppur capaci di scrivere melodie lucenti ed ispirate, mostrano un filo di corde di ripetitività (la finale, eccessivamente lunga The land between solar system), indugiando nelle varie composizioni quasi come jam sessions. Che poi, per carità, magari il loro obiettivo è proprio quello; di portare l'ascoltatore in un piano onirico avvolgente che lo culli con sicurezza e linearità. L'ascolto è piacevolissimo, ma mi lascia con un retrogusto di incertezza...Elettronica spicciola o forma canzone? Vabbè, chi se ne frega, stiamocene in questo comodo limbo e giochiamoci su...