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lunedì 1 maggio 2023

Joanna Newsom – Divers (2015)


Ma che fine ha fatto la divina Giovanna dopo questo disco, il suo quarto in oltre un decennio? L'unica notizia acclarata è che nel 2017 è diventata madre, e quindi vien da supporre che abbia, anche solo temporaneamente speriamo, riposto la sua arpona per esercitare il mestiere più nobile del mondo. Ipotesi che non fa altro che aumentare la stima ed il rispetto per questa grande ed originale cantautrice.

Divers ebbe il gravoso ed oneroso compito di succedere di 5 anni al monumentale Have One On Me, un capolavoro che difficilmente si potrà superare. Persino una formula inedita come quella californiana poteva essere a rischio di ripetersi, ma chissà perchè non è successo. Tornata ad un formato umano, ha felicemente deciso di variegare le proprie composizioni con sapienti, mai invadenti arrangiamenti. L'apertura cameristica di Anecdotes ci catapulta da subito in un mondo fiabesco, segue un trittico di pezzi a piena band, inclusa batteria. Ma la dimensione che preferisco è quella con l'essenziale, come la pianistica The things I say, la meravigliosa Divers, gli arcobaleni di You will not take my heart alive, le polifonie in crescendo della finale Time as a sympton, una chiusura in grande stile. Se avesse terminato la sua carriera qui, non ci sarebbe molto da rimpiangere, perchè i suoi dischi sono talmente belli che possiamo mandarli in loop senza mai stancarci.

domenica 26 febbraio 2023

Captain Beefheart – Clear Spot (1972)


Anche se occasionale, è sempre un sottile piacere (quasi veniale, come se fosse un peccato) ripescare un Capitano della fase di mezzo, quella diciamo normalizzata, che va dalla doppietta del 1972 al 1974, alla doppietta inglese da tutti ferocemente stroncata. E' anche un mezzo perspicace per rendersi conto di un postulato abbastanza ovvio: essendo stato uno dei più grandi di sempre, anche nei suoi episodi meno acclamati non può essere mai stato deludente, ed infatti non lo fu. Per Clear Spot basta anche una riflessione incontrovertibile: nei micidiali concerti della sua ultima fase, fra il 1980 ed il 1981, in scaletta erano presenti estratti come la licantropica Nowadays A Woman's Gotta Hit A Man, le melliflua Her Eyes Are A Blue Million Miles e la vulcanica Big Eyed Beans From Venus, spesso posta come gran finale.

DVV doveva avere una buona considerazione generale di Clear Spot. E dagli torto. Non manca quasi nulla del suo stile, con le decostruzioni cubiste diluite e dilavate in un ispido e dinoccolato meta-blues, certamente più accessibile alle masse e fatto su misura per il suo canto impeccabilmente modulato (ma ci stancheremo mai di notare che razza di vocalist fosse?). Prendiamo la ultra-melodica My Head Is My Only House Unless It Rains o il soul puro di Too Much Time come estremi da una parte e la sanguigna Circumstances o la spezzettata title-track dall'altro capo. Con tutto ciò che ci sta nel mezzo, l'omogeneità di Clear Spot resta uno di quei misteri che nemmeno il tempo riesce a districare. Troppa classe, dai.

domenica 1 gennaio 2023

Smile – A Light For Attracting Attention (2022)


Signorine e signorini, a 6 anni di distanza da A moon shaped pool, ecco il nuovo dei Radiohead. Ed è il migliore da circa una ventina d'anni a questa parte.

Perchè così suona, e sfido a sindacare. Ci sono Yorke e J.Greenwood, che da sempre ne sono stati i protagonisti principali e lampanti legati da un vincolo granitico. A light for attracing attention ha le sembianze di uno schiaffo in piena faccia agli altri 3, con tutto il rispetto e la stima possibile. Prove tecniche di separazione? I tempi sarebbero stati ampiamente maturi per un ritorno della premiatissima azienda, ed invece è andata così. I due mastermind hanno preso freschezza a piene mani, il metronomico batterista Tom Skinner (bravissimo, suona come una macchina umana, nella migliore tradizione jakiliebezeitiana) e 13 pezzi che rappresentano un'autentica immersione nel classicismo radioheadiano senza dare la minima impressione di essere nè scarti nè operazioni di auto-riciclaggio.

L'operazione intera ha sapore di spontaneità, di libertà di espressione e di entusiasmo epidermico, quasi il contrario di ciò che è stato da In rainbows in poi. Innanzitutto il disco è suonato ed organico, c'è ben poca elettronica, molti archi e c'è ciò che fino ad Hail to the thief veniva loro meglio. Ci sono le languide ed ombrose ballad stracolme di spleen (Pana-Vision, Speech Bubbles, Open the floodgates, Waving a white flag, Skrting the surface), c'è il math-pop spigoloso ed arzigogolato (The opposite, The smoke, Thin Thing, A Hairdryer), ci sono le sfuriate alla 2+2=5 (You will never work on television again, We don't know what tomorrow brings), c'è persino uno squisito spaccato alla Neil Young (Free the knowledge). C'è la produzione chirurgica di Godrich, uno strumento invisibile che se non ci fosse crollerebbe tutto in polvere. Yorke vocalizza alla sua maniera migliore, Greenwood architetta con consumata esperienza e candido mestiere. Se le premesse sono queste, lunga vita a Smile; Radiohead ha dato, il re è nudo.

lunedì 5 dicembre 2022

Codeine - Frigid Stars (1990) (2012 Reissue)


Compie 10 anni il cofanetto tombale When I See The Sun, che celebrò la reunion dal vivo per chiudere definitivamente un'esperienza che non avrebbe potuto generare altra musica, come ben declamarono in un intervista di qualche anno prima. Una delle cose che mi ha incuriosito di più dell'operazione è stata scoprire che tutto il loro repertorio è stato integralmente composto da Immerwahr; Engle non ha mai scritto neanche una nota, e neanche Brokaw, che fra l'altro nel corso della sua carriera poi è stato anche un chitarrista. Era evidente che il bassista fosse l'anima fisica della band, ma non pensavo fino al punto di esserne l'unico compositore.

Il mio recupero del cofanetto si focalizza sul debutto Frigid Stars, un disco che fece rumore e diede i natali allo slow-core. Per quanto abbiano ridotto la questione alla necessità di inserire un elemento ottundente nella loro musica, l'importanza di questo disco è incalcolabile; forse gli Slint non lo ascoltarono, ma Spiderland incluse rallentamenti ed esplosioni chitarristiche che qui provocano brividoni su Cigarette Machine, a mio parere il vero manifesto dell'album.

Gli ho sempre preferito The White Birch, per una serie di fattori: su Frigid Stars la produzione non è eccelsa, soprattutto sulla batteria, troppo riverberata, che non rende giustizia alla performance calzante di Brokaw. Il songwriting di Immerwahr è un po' debitore di Neil Young, e per quanto la questione BPM compia la rivoluzione, a volte le melodie sono leggermente stucchevoli. La loro arte della lentezza necessitava di evolversi, e non avrebbe tardato molto a spiccare il volo con la betulla bianca.

Ben 10 i bonus allegati alla reissue, e non poco contrastanti; uno dei top assoluti del repertorio, Castle, fu lasciato inspiegabilmente fuori. Skeletons, lanciato a velocità supersonica, è uno stomp che fa la figura dell'intruso, ma è gradevole. Corner Stone è un plagio neilyounghiano, Summer Dress e Kitchen due rilassate ballad acustiche che non c'entrano molto col contesto. Il resto sono versioni demo di pezzi in scaletta, a volte interessanti e a volte meno. In sostanza, un'operazione chirurgica che andava assolutamente effettuata, perchè nel bene e nel male i Codeine restano un pezzo di storia americana che non va mai dimenticata.

martedì 29 novembre 2022

Barzin – Voyeurs In The Dark (2022)


Ogni tanto pensavo chissà che fine ha fatto Barzin, forse avrà messo su famiglia, si sarà trovato un lavoro regolare ed avrà smesso di fare la fame e di restare un perfetto sconosciuto, così ordinario e fuori dai circuiti, così classico ed obsoleto. Sono passati ben 8 anni da To Live alone in that long summer, in cui il canadese ha fatto una colonna sonora (nel 2020, sinceramente me la sono persa) e null'altro, ma chi apprezza il suo finissimo artigianato sa che il nostro ha bisogno di tempo e di estrema calma per concepire le sue trasognate ed autunnali ballads. Voyeurs in the dark non fa altro che ripetere questo piccolo miracolo, a dimostrazione che questa magica matrice deve soltanto far decantare ciò che produce. Un disco che peraltro non lesina sulla qualità degli arrangiamenti, a volte persino esuberanti per il suo standard. Se devono passare così tanti anni fra un album e l'altro, ben venga il lavorare con lentezza.

venerdì 11 novembre 2022

Black Heart Procession – 1 (1998) (2017 Edition)


Una ristampa autoprodotta, in edizione limitatissima, in vista del ventennale di un disco che ancora oggi come allora mi commuove e mi strugge l'animo. Breve cronistoria: nel 1997 Jenkins e Nathaniel uscivano con l'ultimo 3MP, venivano lasciati dalle rispettive ragazze e presi da una infinita tristezza si mettevano a comporre canzoni funeree e straboccanti di cuore. La Headhunter li supportò e fece uscire One, registrato con il supporto del batterista Mario Rubalcaba, un concittadino proveniente dalla scena post-hardcore Gravity e dintorni. 

One è qualcosa che all'epoca non si era mai sentito, nel panorama alternative. Poteva ricordare Nick Cave o Tom Waits, ma suonato con un'arrendevolezza ed un'umanità che non aveva precedenti. E metteva in mostra i talenti cristallini che la animavano: la voce atipica ed emotiva di Jenkins e soprattutto le doti strumentistiche di Nathaniel, creatore di splendide armonie al piano ed all'organo. The Waiter, Release My Heart, Bluewater/Black Heart, Square Heart, In A Tin Flask, le gemme più sopraffine.

La ristampa ha portato alla luce due outtakes rimaste nel cassetto, ed incluse forse più per dovere di cronaca e per ingolosire i fans, perchè effettivamente non c'entrano un granchè col mood generale del disco. The Look in my eyes e Lower infatti sono due tracce ritmate ed atmosferiche, con un basso molto profondo, quasi ai confini col dub. Tuttavia, nonostante l'evidente stato di work in progress, rappresentano un filone mai approfondito ma assai interessante.


mercoledì 2 novembre 2022

MX-80 Sound – Hougher House (2021)

 

La morte di Bruce Anderson nel gennaio scorso ha gettato un'ombra sinistra su Hougher House, nonchè lo sconforto (mio) per quella che presumo significhi la fine di questa band a dir poco storica. Davvero improbabile l'ipotesi che Stim e Sophiea proseguano la loro magnifica avventura senza questo fenomenale chitarrista che ha marchiato come una cometa l'espressione di una band criminalmente ignorata, e citata soltanto da pochi protagonisti di fama mondiale (Steve Albini su tutti, ma anche Sonic Youth e Swans).

A 6 anni da So Funny, un curioso episodio che indugiava su atmosferiche venature electro-pop, gli MX-80 (i 3 fondatori + il chitarrista collaboratore di lunga data Hrabetin + il figlio di Sophiea alla batteria) sono andati nella stratosfera con Hougher House, una suite di 38 minuti in due versioni: The Story, dominata da un monologo di Stim, e The Music, ovvero lo strumentale, un capolavoro sulfureo che suona come un lungo, tempestoso, requiem elettrico. Articolato su alcuni temi che si riprendono ciclicamente, è un immancabile showcase di un Anderson (senza però dimenticare il prezioso supporto delle altre due chitarre di Hrabetin e Stim) concentrato più sull'arpeggio e sugli accordi, limitandosi ad un paio di brevi assoli. 

E suona quasi come una metafora della vita, come fosse l'ultima, fulminea impennata vitale che precede la morte.

mercoledì 12 ottobre 2022

Lingua Ignota – All Bitches Die (2017)


Uscito a soli 6 mesi di distanza dal sensazionale esordio, All Bitches Die ne è stato l'ideale complemento nonchè la giusta prosecuzione. Anche in questo caso, difficile trovare le parole per descrivere quella che, più che musica, è una forma di auto-terapia generosamente donata al mondo. La Hayter avrebbe potuto insistere sul versante più urticante del suo stile, come lascia intuire l'incipit di Woe To All: clangori metallici, scansione harsh-synth e scorticamento belluino di ugola. Al quinto minuto però tutto si placa e la nostra eroina si siede al piano, compassata, e comincia a gorgheggiare estatica, dando la stura a ciò che preferisco della sua arte; il rapimento etereo, la vocalizzazione virtuosa ed emotivamente spericolata.

God gave me no name è la sonata gotica per organo e performance gospel nero-pece, un raggio di sole nel suo buio esistenziale. Sempre più rapita, intona la title-track su un filone similare (ma al piano) e genera 13 minuti da pelle d'oca, con un brevissimo intervento di larsen a fare da spartiacque fra due distinti, brillantissimi tronconi. For I Am the light ripristina l'atmosfera da messa horror, che finisce per deflagrare in un altro gospel sotterrato dal rumore bianco ad intermittenza. Chiude Holy is my name, evocativa fino alla massima rarefazione.

Probabilmente frutto della stessa miniera da cui ha estratto Let the evil....., All Bitches Die è stata la conferma perfetta di un talento mostruosamente fuori da ogni canone. Credo che la si possa amare o la si possa odiare, difficile riscontrare indifferenza. Divina.

giovedì 6 ottobre 2022

True Widow ‎– True Widow (2008)


In attesa di qualcosa di nuovo che manca ormai da 6 anni, il recupero del primo, fondamentale omonimo dello stone-gaze trio texano, un qualcosa che ai tempi fece sensazione non solo per il fattore novità ma anche per la qualità del songwriting, confermato 3 anni dopo dal grande secondo e poi parzialmente proseguito col terzo. Non nascondo che mi dispiacerebbe che la loro avventura fosse giunta al capolinea, perchè la loro speciale mistura (l'incrocio maledetto fra Jesu e Low, per sintetizzare alla massima esponenziale) potrebbe avere ancora qualcosa da dire di significativo.

A.K.A, Duelist, Corpse Master, K.R., i pezzi più memorabili che restano scolpiti nella mente e nel cuore in maniera indissolubile. Una spanna sotto gli altri, ma soltanto perchè contengono le prese meno immediate o emettono meno rumore dell'anima. Un lotto emotivo granitico, dalle melodie arrendevoli e dalla scorza ruvidissima, qualcosa che richiamava leggende ma che nella sua essenza non l'aveva mai realizzato nessuno.


venerdì 30 settembre 2022

William Basinski – Lamentations (2020)


Dev'essere una cava davvero profonda, l'archivio di Billy Basinski; nelle note di copertina viene indicato l'arco di tempo 1979-2020 come periodo di approvvigionamento. E trattasi di loops che invecchiano molto, molto bene, meritevoli di essere ripescati e portati alla luce, quando la tecnica glielo consente, perchè Lamentations ne contiene ben 12. Anzichè indugiare sulla reiterazione oraria di un singolo (tecnica che gli ha permesso di forgiare fra i suoi capolavori più meditativi), WB ha steso una scaletta che per certi versi lo riporta ai fasti di Melancholia, ovvero il vignettismo di sintesi. A differenza di esso, però, che sviluppava un'omogeneità quasi monolitica, Lamentations apre il ventaglio ad una serie disparata di soluzioni ed umori, includendo qualche piccola tendenza spacey udita più recentemente.

Il meglio iniziale avviene nelle sonate dimesse, altamente evocative, The Wheel Of Fortune e Tear Vial, dopodichè la scaletta si fa pulverulenta ed organica con i gorghi astratti di Passio, Punch & Judy, Silent Spring e Transfiguration, che lambisce quasi una concezione di dark-ambient estatica (alla Caretaker, per intenderci). Il lotto va in gloria con All These Too, I Love e Please, this shit has to stop, tripudi sinfonici con voce femminile lirica sugli scudi. Nel complesso, uno dei migliori della carriera di Billy per eclettismo, varietà e scelte "compositive".

mercoledì 21 settembre 2022

Luciano Cilio – Dell'Universo Assente (2013)


Non bastò una prima ristampa di 500 cd nel 2004 alla Die Schachtel, perchè nel 2013 l'etichetta milanese rilanciò con una doppia edizione, questa volta anche di vinile. Sarà stata la sponsorizzazione di Jim O'Rourke, saranno stati i riscontri internazionali ad ogni latitudine, l'opera unica di Cilio ha continuato ad avere una sua risonanza postuma ed ogni occasione per riascoltarla rappresenta una scusa valida, a maggior ragione se ha recuperato degli inediti / versioni alternative (la causa del cambio di titolo) che riportano a galla anche austerità per solo piano ed un'astrattissimo studio per fiati, oltre a qualche ripresa dei temi portanti di Dialoghi. Diciamo che ci stavano per onore di recupero, ma non aggiungono un granchè di sostanza, come invece hanno poi liberato I Nastri Ritrovati. Il vero focus resta nel programma originale e nei suoi quadri espressionisti, così ancestrali e trasudanti di algida passione. Questi sì, hanno ancora tanto da esprimere.

mercoledì 31 agosto 2022

Godspeed You! Black Emperor ‎– G_d's Pee At State's End! (2021)


Dopo il passo falso di Luciferian Towers nel 2017 (a mio avviso una dormita colossale, ma forse lo ascoltai con distrazione), i Godspeed sono tornati l'anno scorso con una grande prova, facendo semplicemente ciò che riesce loro al meglio, cioè le imponenti sinfonie elettriche. Due maratone da 20 minuti di grande livello + e due riflessioni di 5' per stemperare, calmare provvisoriamente le acque e poi concludere in bellezza.

La formazione è quella classica, l'ottetto a semicerchio. La sontuosa A military alphabet è il primo gigante, che inizia con un pulviscolo di suoni e rifrazioni, inizia a carburare intorno ai 7 minuti e poi si erge in tutta la sua imponenza con un giro armonico fra i più indovinati di tutta la loro carriera. Segue il dolente requiem stratificato Fire at static valley, in preparazione al secondo gigante, Government came, più strutturato ed arzigogolato, con le chitarre in dissociazione e ritmiche quasi doom per i loro standard. Chiude la "breve" elegia cosmica Our side has to win, un implicito invito a resistere e continuare a lottare per i propri ideali, con commozione ed umanità.

Il senso di tragedia e dramma aleggia sovrano, come sempre. Non è nulla che non abbiamo mai sentito, soprattutto da parte loro in passato, ma riesce sempre a commuovermi.

giovedì 25 agosto 2022

For Against – Never Been (2009)


L'ultimo dei For Against, ed essendo passati 13 anni, mai dire mai ma sembra ragionevole ipotizzare che sia finita l'avventura di uno dei gruppi statunitensi più criminalmente ignorati dalle masse, nonostante i fertili revival che avrebbero potuto rilanciarli alle orecchie di tanti neo-wavers che hanno fatto la fortuna di Interpol ed affini. Ci vuole della fortuna, ed il primo fattore che ha dato loro contro è stata la questione anagrafica; non era destino per chi era nato nell'età di mezzo, così come non ha favorito neanche il fatto di nascere in una regione remota come il Nebraska.

Never Been è stata l'ennesima prova di un talento naturale del trio (i fondatori Runnings e Dingman + l'ultimo batterista Buller) nel cesellare melodie atmosferiche a presa istantanea, che fossero immerse in ritmi sostenuti o in contesti più dreamy e rilassati. Roba più che matura, si dirà, ma un ballatone autunnale come Of A Time avrebbe fatto un figurone in uno degli ultimi Cure, così come il top della scaletta Different Departures lo avrebbe rinvigorito ed asciugato di orpelli discutibili. Ma si tratta di paralleli puramente arbitrali, perchè il FA-factor resta indiscutibile sui vigorosi spleen-wave di Sameness, Antidote e Specificity, da aggiungere rigorosamente al loro best-of. Alla facciaccia di Onda Rock.

venerdì 29 luglio 2022

Robert Wyatt – Rock Bottom (1974)


Come si fa a parlare del disco #2 nella classifica di tutti i tempi di PS? Esiste un criterio oggettivo per giudicarlo o è pura utopia dadaista poterne disquisire senza entrare nel già letto? E' possibile non abbassarsi col facile luogo comune che la sua composizione venne drasticamente influenzata dalla caduta dell'anno prima, con cui RW restò disabile a vita? E se non fosse caduto, non sarebbe stato forse meglio un Wyatt in declino artistico invece di quello che è stato?

Sgombro subito il campo, io preferisco The end of an ear. Quello fu la vera rivoluzione interiore, il reale vertice dadaista, come il Vol. 2 dei Soft Machine, come Moon In June. Rock Bottom è un altro tipo di capolavoro: è la sublimazione del dolore, della perdita, l'elogio della malinconia e della drammaturgia applicata ad una patafisica che però ha perso il suo humour. E' un lamento accorato, un affresco commovente che passa in rassegna i vari stati emotivi con fenomenale ispirazione (ed essenziale aiuto da parte dei convenuti, in gran parte mastri di Canterbury). 

Mi è capitato con pochissimi dischi nella vita; mi impersono così tanto nel protagonista che ne percepisco il dolore, lo faccio mio e ne soffro. Per questo non mi sono mai veramente innamorato di Rock Bottom. Se lo sarebbe meritato, ma quelle ferite sono così palpabili e salate che non riesco a sostenerle. Addio.

giovedì 28 luglio 2022

Pink Floyd - The Man and The Journey (Live Amsterdam 1969)

Nella miriade di memorabilia che ha portato finalmente alla luce la mega-cofana The Early Years nel 2016 spicca la riproposizione integrale di un concerto ad Amsterdam nel settembre del 1969, di cui conoscevo una quantità parziale su un vecchio bootleg, ma aggraziato di una qualità audio a dir poco fenomenale probabilmente frutto di un lavoro di restauro supportato dalle migliori tecniche (e dai migliori tecnici) al mondo. Ne valeva la pena, così come merita di essere ascoltato ogni minuto di qualsiasi cosa abbiano suonato nell'anno di grazia 1969.
Fra l'Aprile ed il Settembre portarono on the road il concettone The Man & The Journey, immagino un idea di Waters, che consisteva in due lunghe suite all'interno delle quali si concatenavano diversi brani del periodo alternati a sperimentazioni di vario tipo e dilatazioni un po' pretenziose mentre sul palco andavano in scena anche performances visuali, direi da teatro surreale (i passi, il taglio del legno, il tè servito, etc.). L'idea era di ricavarne un disco dal vivo, ma non se ne fece nulla per via del sopravvento di Ummagumma che poi uscì in autunno. Fu una buona idea, perchè la prova del disco ufficiale avrebbe deluso le aspettative, per uno show così legato all'aspetto visivo.
A meno che non si prendano le parti migliori di questo fantasmagorico concerto e si gusti il gruppo in una delle sue fasi più ispirate di tutta la storia. Come negli inediti Biding My Time, un beffardo e metallico blues con Wright al trombone, e l'evocativo strumentale Behold the temple of light, che avrebbe meritato un maggior sviluppo. Come nelle miglior versioni di sempre di Cymbaline (9 minuti), di The Narrow Way pt. 3 (pazienza se Gilmour stecchi la voce, ne guadagna in visceralità!), della barrettiana Pow.r Toc.h, di Careful with that axe, Eugene. I più esperti noteranno qualche sbavatura (soprattutto di Waters), e troveranno conferma del perchè quei 4 pezzi sono finiti su Ummagumma, ma godranno per l'ennesima volta di quella congiuntura astral-lisergica che si allineava in Europa nell'anno di grazia 1969, grazie al lavoro titanico dei Nostri. Grazie ad un Gilmour di un altro pianeta, manco a dirlo, con un suono da pelle d'oca ed una serie di assoli incredibili.

domenica 26 giugno 2022

Helmet – Live And Rare (2021)


Stretti fra i veloci eventi del periodo e le pastoie della Interscope, gli Helmet degli anni d'oro non avevano mai pubblicato qualcosa dal vivo e mi era capitato di chiedermene il motivo più volte. Oggi ci pensa la loro attuale etichetta, la Ear Music, ad operare un recupero ad alta fedeltà di due eventi ben datati: il primo del gennaio 1990 al CBGB di New York, per un pubblico a dir poco sparuto (dagli applausi si intuisce qualche decina), col materiale di Strap It On ad incendiare l'aria fetida del leggendario locale. Il secondo del gennaio 1993 in Australia, di sostegno a Meantime. Con le dovute differenze di contenuti, in entrambe le occasioni il quartetto macinava il proprio smart-noise con precisione chirurgica ed efferatezza (mai, mai smettere di lodare John Stanier...), con l'unica pecca riservata a Page Hamilton, in chiaro affanno per quanto riguardava le parti vocali. Per i fan storici, una chicca irresistibile.

lunedì 30 maggio 2022

David Sylvian – Dead Bees On A Cake (1999)


E' giunta l'ora per me di rivalutare un disco che all'epoca non ripagò adeguatamente la lunghissima attesa. Erano infatti passati ben 12 anni da quello che restò il suo insuperabile capolavoro, ed in quel lasso di tempo DS aveva fatto qualsiasi cosa non fosse un album solista, in ordine sparso: la dissimulata riunione dei Japan, gli esperimenti ambientali con Holger Czukaj, qualche tour autocelebrativo, la discussa e controversa avventura con Fripp, e forse altro che non ricordo e non ho voglia di andare a scovare. Dead bees on a cake comparve con sembianze di grande speranza, ma in realtà, ad una manciata di anni dall'irreversibile metamorfosi del nostro, rappresentò un enorme compromesso fra le meraviglie passate (I surrender, Thalhiem, Cafè Europa, The shining of things), spiccatissime derive ethno-world, sofisticazioni di lusso quasi salottiero, e persino una sfuriata free-jazz. Un album molto ma molto eterogeneo, quasi incasinato se non suonasse come un insulto alla classe sylvianiana. Non diventerà un capitolo molto amato per i fans, ma merita una ripresa anche soltanto per il poker sopra citato, una sorta di testamento di ciò che aveva rappresentato negli anni '80, lasciando aperti grandi interrogativi su quello che sarebbe stato il filone esplorativo di lì a venire. Che nessuno potè prevedere, in ossequio ad uno spirito inquieto e nomade com'è sempre stato.

venerdì 27 maggio 2022

Van Der Graaf Generator ‎– Live At Rockpalast - Leverkusen 2005


Uno degli ultimi concerti del primo tour della storica riunione, che ha fruttato anche relativo DVD, curiosamente pubblicato soltanto nel 2018. Soprattutto, in pratica l'ultima occasione nota con David Jackson che di lì a poco se ne andrà sbattendo la porta, e di conseguenza l'ultima occasione per ascoltare determinati pezzi impossibili da suonare senza di lui, che scompariranno dal repertorio live. 

Noi che amiamo il Generatore come poche altre entità, sappiamo che quei concerti erano tutt'altro che perfetti, in quanto la perfezione non ha mai fatto parte di esso. I quattro magnifici avevano tanta, tantissima ruggine da scrollarsi di dosso, e forse le tensioni montanti con Jaxon giocarono la loro parte. 

Detto questo, se si assimilano serenamente tali imperfezioni, Rockpalast fu soprattutto una grande prova di Hammill e Evans, una buona di Banton ed una un po' affaticata di Jackson. Il fattore reunion, che all'epoca fece il proprio rumore, ora che sono passati 15 anni, è giocoforza affievolito. La determinazione nell'andare avanti nonostante l'incidente darà loro piena ragione. Menzione speciale per Lemmings, Darkness, Childlike Faith e Every bloody emperor.

sabato 21 maggio 2022

White Birch – The Weight Of Spring (2015)

 Il ritorno di Ola Fløttum a 10 anni di distanza dal precedente, sublime Come Up For Air. Durante quel lungo silenzio, erano ovviamente successe un po' di cose. I WB come entità conosciuta nel decennio precedente si erano sciolti nel 2006, ed il factotum si era dato alle sonorizzazioni ed alle soundtracks, oltre a metter su famiglia. Accatastando materiale non idoneo alle sue commissioni, si accorse che ce n'era abbastanza per poter concepire una nuova opera d'artigianato a nome WB, e realizzarla con un paio di collaboratori necessari alla strumentazione di accompagnamento, con la Glitterhouse a patrocinare volentieri.

Fu un torto agli ex compagni di avventura? Non lo possiamo sapere, possiamo solo ringraziare che il norvegese abbia dato alle stampe un'altra puntata del suo melanconico, etereo, soffuso catalogo, fatto di ballads avvolgenti, così intimamente scandinave e pregnanti di calore umano, col surplus della maggiore esperienza a compensare qualche piccolissimo cedimento di stanca in scaletta. Spiccano il volo per la stratosfera The Fall, Lamentation, Winter Bride, Spring. La primavera ha un suo peso, Ola Fløttum il suo specifico l'ha ampiamente dimostrato. Speriamo affastèlli ancora, in qualsiasi altra stagione.

giovedì 14 aprile 2022

Flaming Lips ‎– American Head (2020)


Sulla scia dell'ottimo risultato conseguito con King's Mouth, i FL continuano a battere il ferro su un ritorno al melodismo più etereo e tradizionalista, finendo per sfornare l'ennesimo grande disco. Dopo una fase più improntata alle paure, all'angoscia ed a suoni cupi con gli essenziali The Terror e Oczy Mlody, Coyne & Co. hanno scelto la via di mezzo: un songwriting curatissimo, quasi raffinato, arrangiamenti non zuccherosi come nei dischi a cavallo del 2000, ma più funzionali. Le ingombranti impronte del Neil Young più rilassato e dei Pink Floyd di fine '70 affiorano a tratti lungo una scaletta quasi perfetta: si tratta di un concept, immancabilmente, sulla giovinezza e sulla nostalgia, a quanto pare ispirato dalla morte di Tom Petty avvenuta qualche anno fa.
Al netto di tutto questo, l'invincibile ed inossidabile spirito melodico di Coyne stravince sempre e la fa da padrone: Will You Return/When you come down e Mother I've Taken LSD sono i nuovi inni stratosferici, seguiti a ruota da My Religion is you e Mother please don't be sad. I comuni denominatori, lo struggente sentore di melanconia sparso ovunque, lo spirito melodico mai stucchevole, le trovate di micro-follia, le sonatine, tutto il macrocosmo Lips, ovvero come invecchiare con gloria, senza mai affievolirsi. Quanto potranno andare avanti? That's a good question, risponderebbe Coyne.