Visualizzazione post con etichetta Post-Industrial. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Post-Industrial. Mostra tutti i post

venerdì 10 marzo 2023

Cigno – Morte E Pianto Rituale (2022)


Un esordio italico molto interessante dell'anno scorso, ad opera di un cantautore romano di nome Diego Cignitti che valica diversi steccati con Morte E Pianto Rituale, un album molto piacevole per quanto la sua non sia una musica esattamente accomodante. Il suo è una specie di cantautorato post-industriale, a tratti molto spigoloso, ad altri più disteso: potrei azzardare la definizione di esoterismo mediterraneo, a voler cercare una sintesi estrema, che ha diversi punti in comune con il più recente Iosonouncane (Protestanti). Altri paragoni possibili sono le processioni funeree dei Father Murphy (Mare Nero, La Terra Del Rimorso), antiche memorie post-punk (Postcapitalismo è un palese tributo ai CCCP, e spesso il vocalismo di Cignitti indugia in declamazioni alla Ferretti), ma io segnalerei anche alcune finezze strumentali che musicalmente alzano la media generale del disco: l'iniziale Colobraro, un valzer acido con una splendida intro pianistica che fa pensare ad un Satie sotto anfetamina, l'ipercinetica chitarra acustica di Pietra Sprecata e la finale Kabul, una contemplazione desertica di finissimo pregio. Non sarà destinato a cambiare la storia della musica italiana, ma Cignitti potrebbe avere un ottimo futuro.

domenica 16 febbraio 2020

Current 93 ‎– Hitler As Kalki (1993)

Capitolo minore di C93, uscito a ruota del famoso Thunder Perfect Mind, da cui è tratta la lunghissima (un po' prolissa) title-track, un'ultra-elettrico circolare che gira un po' a vuoto. Punto basso di un assortimento bellissimo nelle restanti 4 tracce, registrate fra Londra e Parigi nel 1992. Prima di tutto Imperium V, divisa in due tronconi in apertura ed in chiusura; la prima, in particolare, la ritengo la vetta superba del folk apocalittico tutto, nella sua disarmante semplicità e nell'intensità della performance di Tibet. Ottimi anche i 10 minuti corrosivi, acidi e lascivi di Christ And The Pale Queens Mighty In Sorrow ed i 9 paradisiaci di All the stars are dead now, un contraltare estatico che fa sognare. Nelle note di copertina, Tibet afferma di aver voluto pubblicare queste esibizioni nonostante la qualità audio non fosse eccelsa, esclusivamente per mantenere il ricordo. Di sicuro ha pubblicato di molto peggio, nella sua sterminata discografia, e questo inosservato merita il giusto risalto.

venerdì 31 gennaio 2020

Amok – Warm Leeches Dance (1985)

La recensione su BU inerente la recente pubblicazione del box antologico Anticlima di Enrico Piva ha suscitato in me un impeto di curiosità sulle vicende di quest'artista bresciano, attivo fin dai primi '80 non soltanto sonoramente ma anche a livello grafico e di scrittura. Pubblicò solo cassette per diverse tape labels, ma nel suo piccolo si fece un nome nel circuito sotterraneo del post-industriale europeo, grazie ad un fiero spirito di ricerca. Purtroppo però fu investito da problemi personali che andavano ben oltre la visibilità della propria musica, ed un decennio dopo aver interrotto i rapporti con più o meno tutti quelli che lo conoscevano si tolse la vita, a neanche 50 anni.
Warm Leeches Dance, riconosciuto dai pochi intenditori come il suo miglior prodotto, è un ora di ipnosi, concretismi e manipolazioni che solo una forzatura puù inserire nel filone industriale tout-court. I primi 7 minuti lo farebbero pensare, visto il reiterarsi insistito di quello che sembra il cigolio di alcune gigantesche molle metalliche. Ma il collage vocale che subentra e perdura per tutto il resto della Side A, spettrale oltre misura, fa capire che si va oltre. La side B è scandita da dei campanelli alternati ad altri raggelanti esercizi vocali, colpi incessanti di martello, in una situazione sempre più rarefatta fino all'arrivo di una tempesta elettromagnetica (quasi in stile MB), per chiudersi infine con i campanelli iniziali ed un brevissimo solo di melodica, l'unico momento musicale di quest'ora. Non ci si fermi superficialmente all'evidente naivetè/amatorialità di questo prodotto: se l'intento iniziale di Piva era shockare, l'ha ottenuto.

lunedì 18 novembre 2019

Abu Lahab ‎– When The Face Of The Lord Is Split Asunder (2010)

Uno dei primi autoprodotti del misteriosissimo progetto marocchino che prende il nome dallo zio di Maometto, vissuto nel 6° secolo avanti Cristo. Ma di islamico in senso classico non c'è davvero nulla in questa centrifuga orrorifica.
Seriamente una delle musiche più temibili e tremebonde che abbia mai sentito, in grado di rivaleggiare con lo Gnaw Their Tongues più cruento, con l'aggravante di alternare schegge di black metal a scudisciate industriali in un tortuosissimo percorso psichiatrico senza apparente logica.
Il disco inizia alla grande con le rasoiate metalliche di What of those on the left hand?, una sequenza micidiale di power-chords in galleggiamento aritmico. Con And When I sicken, it lacerate me, continua il dominio chitarristico sempre più schizofrenico fino a raggiungere vette di allucinazione pura con Accursed are the compassionate, dove fa la sua comparsa una voce arsa e furiosa che non è neanche black metal, è semplicemente una tortura.
La seconda metà purtroppo non ripete l'intensità insostenibile della prima. Fra canti di muezzin, organi acidi e gironi danteschi, la varietà è assicurata ma la follia incontrollabile di AL fa deragliare leggermente la coesione verso un circo dell'orrore forse più visionario, ma un po' dispersivo. Sono comunqe piccoli dettagli per un capitolo di assoluto rilievo.

giovedì 18 ottobre 2018

Wraiths ‎– Oriflamme (2006)

Atto d'esordio del duo più temibile delle brughiere scozzesi, ovviamente autoprodotto, stampato in 50 cd-r e poi riedito in vinile dalla Aurora Borealis un paio d'anni dopo. Come il successore, il terrificante Plaguebearer, è un incubo industrial-noise di stampo ritualistico diviso in due tracce da 20 minuti, ed è un efficacissimo anti-stress: scie galattiche, sbuffi metallici, abissi di perdizione, vortici sterminati, droni ispidi ed irsuti. Leggermente inferiore al sopracitato, ma soltanto perchè più monocromatico; mancano gli spunti percussivi, che forse hanno costituito il punto di forza. Ma restano molto ma molto superiori alla media dell'harsh-noise degli anni Zero.

mercoledì 22 febbraio 2017

Crash Worship ‎– Triple Mania II (1994)

Collettivo californiano che negli anni '90 propose un mix incendiario di industrial, tribale, esoterica e psichedelia. Data la fortissima componente scenica del progetto (in rete si trovano testimonianze di come i loro concerti fossero dei potentissimi baccanali orgiastici), probabilmente il nucleo decisionale non cercò di convogliare al meglio le creazioni musicali, bensì di cercare di ricreare una parvenza dei loro show.
Per questo Triple Mania II più che un disco sembra una carrellata, un catalogo delle ossessive pulsazioni che portavano sul palco: i tamburi incessanti, i synth a fischiare e rombare, le voci manipolate, le emissioni animali, questo ed altro concorreva a creare allucinazioni che vissute dal vivo avranno reso il concetto di inferno molto vicino alla realtà.

sabato 4 giugno 2016

P16.D4 ‎– Distruct (1984)

Successore del magnifico Kuhe in 1/2 trauer, ingiustamente considerato inferiore ad esso, Distruct fu semplicemente un progetto diverso. In pratica i tedeschi si fecero inviare del materiale da progetti artisticamente affini (NWW, Nocturnal Emissions, persino Merzbow, ed altri) e lo manipolarono, in un'ottica piuttosto lungimirante di collaborazione a distanza.
Ne uscì un contenitore surreale oltre misura, ovviamente frammentatissimo ma talmente ribollente ed assurdo da trovare la conferma della genialità dei P16.D4; d'altra parte la fase di lavorazione durò oltre un anno e questi frastagliati collage dadaisti non furono frutto del caso. Dopo diversi ascolti, lo sviluppo è sempre una sorpresa.

martedì 15 marzo 2016

Abu Lahab - Humid Limbs Of The Torn Beadsman (2012)

La globalizzazione avanza inesorabilmente: già di per sè un progetto così musicalmente estremo ispira interesse, se poi si viene a sapere che questo fantomatico Abu Lahab (zero informazioni al riguardo, dischi autoprodotti) proviene dal Marocco la curiosità aumenta sempre più.
Per definire il suono caotico e terrorizzante di Humid Limbs farei qualche nome di riferimento come Vampire Rodents (riciclo e campionamenti inseriti in un contesto vorticoso), Vas Deferens Organization (la parte meno orrorifica del disco, ma anche quella più freakedelica), Gnaw Their Tongues (frenesie post-black-metal e slanci di grandeur), e persino quella grande meteora che furono gli Ubzub (follie psicotiche ai limiti del demente), tutto frullato sotto la grande ala originaria della musica industriale.
Usciti da Humid Limbs, non ci si capisce un granchè. Ed è molto positivo.....

lunedì 25 gennaio 2016

Wraiths ‎– Plaguebearer (2007)

A giudicare dall'estetica truculenta e dall'iconografia dell'artwork delle loro produzioni, i Wraiths sembrerebbero dei black-metallers o qualcosa di stilisticamente affine. In realtà, questo oscurissimo duo di Edinburgo (nè foto nè nomi) si trova in un'area grigia che non appartiene ai noisers anni 'zero nè ad un eventuale revivalismo industriale. L'originalità di un mostro come Plaguebearer può essere dovuto in effetti anche alla zona di provenienza: a mia memoria la Scozia non è mai stata una terra fertile per i rumoristi.
Dichiarano di non usare computer nè sintetizzatori, bensì soltanto attrezzature di risulta e rigenerate per le occasioni, che si trasformano in veri e propri rituali. E finiscono per fare davvero tanta paura, per diventare degli incubi orrorifici; contesi fra power electronics, percussivismi rimbombanti, voci distorte e feedback galattici, i 5 truci settori di Plaguebearer sono il più sano ed autentico rimedio reattivo all'esposizione di una qualsiasi radio commerciale per una durata superiore ai 30 minuti. Ma anche meno.

venerdì 15 gennaio 2016

Dälek ‎- Untitled (2010)

Testamento artistico (seppur registrato nel bel mezzo dell'attività, un lustro prima della pubblicazione) di questa illuminata entità che ha saputo elevare di non poco lo stantio status dell'hip-hop fino a portarlo ad una formula quasi indecifrabile.
Strutturata come una suite gigante di 45 minuti, Untitled è un oggetto non identificato, principalmente strumentale, un pastone inquietante che galleggia con poche ritmiche. L'inizio mi ricorda la stasi liquida degli Hawkwind di You should't do that, dopodichè tutto ciò che si aggiunge concorre a seminare panico ed astrazione; riflessi percussivi etnici, vortici lisergici, banjos minimali, clangori industriali, manipolazioni aliene, silenzi siderali, una breve e stentorea fase ritmica. La chiusura è di nuovo cosmica, di pulviscolo nero pece, fino al fade-out finale. Capolavoro.

giovedì 26 novembre 2015

Atomsmasher ‎– Atomsmasher (2001)

Durante la sua carriera di sagace sperimentatore delle musiche violente, Plotkin ha avuto una breve fase alla testa di Atomsmasher, trio con un batterista ed un vocalist. Nulla di più differente da quanto inaugurò poco più tardi con i Khanate.
Sembra di trovarsi all'interno di un videogame di quelli sparatutto, dai ritmi impossibili e dalla schizofrenia più incontrollabile. Una sorta di cyber-grind da cartone animato, animato da inarrestabili manipolazioni elettroniche e con un ronzio quasi fisso stile-trapano che rende instabili tutte le frequenze alte.
Davvero difficile da descrivere, Atomsmasher è un esperienza di panico che va vissuta senza soste, per capirne meglio il (non)senso. Come l'ha definita brillantemente PS, questo è un suicidio musicale.