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martedì 12 aprile 2022

Scott Walker – Scott 2 (1968)


A volte mi chiedo chissà quali battaglie Scott Engel abbia dovuto combattere contro i discografici di turno per poter includere le proprie composizioni nei primi 3 album, che grossomodo ammontano in ciascun capitolo al 25% dei titoli in elenco. Che fosse colpa/merito di quella voce così ingombrante ed ammaliante o l'ipotesi di un disco interamente di suo pugno, che probabilmente non avrebbe riscosso consensi commerciali, chi lo sa. Ci sarebbe voluto il quarto volume, una ventina di mesi dopo, per raggiungere il traguardo e l'inevitabile capolavoro, ma resta il fatto che forse la storia della musica si è persa qualcosa di importante. Sul terzo, la solita (gradevolissima) sfilata di pezzi di Jacques Brel, tributi singoli a Bacharach, Hardin, Mancini, sfoggio di tripudi orchestrali e piacere lubrico del pubblico adulto.

Resta scontato che il piatto forte è costituito dai 4 pezzi autografi: The Amorous Humphrey Plugg, canonica ma con progressione in maggiore da brividi. The Girls from the streets, drammatica ed imponente. Plastic Palace People, onirica e sospesa. The Bridge, commoventissima. Come negli altri episodi, occorre dire comunque che Walker beneficiò dell'apporto orchestrale profuso al massimo, come sempre lussureggiante e di grande gusto. La sua grande voce fece il resto, cioè tutto ciò che poteva ispirare, cioè l'universo intero.

giovedì 8 settembre 2016

Scott Walker ‎– Scott 3 (1969)

Ma che strano caso, questa omonimia con uno degli aspiranti presidenti repubblicani che inflaziona le ricerche googlando il nome d'arte di Noel Engel. Un po' fastidiosa.
Un anno prima del suo capolavoro, le prove generali con 3. Andando a ritroso con la cronologia, si nota che Walker non stava percorrendo una particolare strada sperimentale, ma soltanto facendo librare il suo songwriting, la sua voce confidenziale e le grandi orchestre che magistralmente gli dirigevano le musiche. 3 fu l'ultimo disco con le covers di Brel, fra l'altro poste in coda al disco, che valeva a dire mettere un paletto divisorio simbolico. Manco a dirlo, gli episodi deboli.
Al loro confronto, il repertorio autografo di Walker era già avanguardia. I pezzi migliori: Copenhagen, Rosemary, Two ragged soldiers, Two weeks you're gone. Per respirare a pieni polmoni un'aria lontanissima, quella da crooner-pop sinfonico di alta classe.

sabato 19 aprile 2014

Scott Walker - Scott 4 (1969)

Non sono un fan dello shocking-Walker degli ultimi 20-30 anni, e non sono un particolare estimatore del pop sinfonico anglosassone di fine anni '60, a meno che non si intenda ascrivibile al genere Forever Changes dei Love. Ma di fronte ad un gioiello assoluto come Scott 4 non mi resta altro che togliere il cappello e godere l'ascolto con tutta la deferenza necessaria.
Si sa, la carriera di Walker è stata un ottovolante fra grandi successi e grandi delusioni, lampi e silenzi; ci fu un un momento, nel 1969, in cui il cantautore fu toccato da una grazia compositiva che ebbe del divino, così Scott 4 fu il primo disco in cui di covers non ce n'era neanche l'ombra. Toltosi da addosso l'ombra di Brel, Walker griffava 10 brevi pezzi di croonering sinfonico semplice ma profondamente emotivo, con una produzione perfetta. Oggi non riesco a smettere di ascoltare On Your own again, The old man's back again, Duchess, soprattutto Rhymes of goodbye (apoteosi trionfale al temine, uno  dei pezzi della vita) in primis, ma è tutto il complesso a brillare per la sintesi e la maestria con cui Walker sposava pop, folk e country e santificava il tutto con la sua grande voce.
Sarò anche un sentimentale, ma per me non c'è proprio confronto con Bish bosh.

lunedì 22 luglio 2013

Van Dyke Parks - Song Cycle (1968)

Disco discretamente citato, persino da musicisti di ultima generazione, specialmente nell'ambito art-pop, e rivalutatissimo dalla critica, forse perchè sempre rimasto con un aurea di culto addosso. D'altra parte Parks tale status si è guadagnato in 50 anni di carriera: collaboratore-ombra dei Beach Boys, special guest per una miriade di musicisti, cantautore dai ritmi lentissimi che è l'antitesi dell'odierno: soltanto 7 dischi!
Song cycle è la messa in scena di un musical colto, uno spettacolo teatrale, un'operetta da vaudeville, pop sinfonico come soltanto nel 1968 si poteva realizzare, da parte di questo grande consumatore di marijuana che mise i panni di direttore d'orchestra con uno stuolo di quasi 100 musicisti.
Degli ottimi momenti non mancano (su tutti direi The all golden) e la mia impressione è che un generale senso di auto-ironia pervada il tutto; ad esso corrisponde anche un'enorme auto-indulgenza, ma un ripescaggio così antico ci può stare, perchè dopotutto i suoi anni Song cycle se li porta bene.

giovedì 6 maggio 2010

Genesis - From genesis to revelation (1969)

Esordio sconfessato, rinnegato, bistrattato, alla luce dei cambiamenti radicali con Trespass, resta un disco molto grazioso di folk-rock sinfonico, un'episodio ancora immerso nei sixties, ma con qualche segnale innovativo semi-nascosto nelle pieghe delle songs.
Appena maggiorenni, gli studentelli cercavano una direzione, oltre che una stabilità nella line-up. Nonostante gran parte dei pezzi siano improntati sull'acustica, Phillips non durerà che un'altro anno per poi rinunciare, e ancora meno Silver. I più determinati, invece, diventeranno delle super-star. Gabriel, Banks e Rutherford sono ancora timidi e poco propensi alle partiture spettacolari. Su tutto FGTR aleggia pesante l'influenza dei Family, ma senza l'eclettismo e la rabbia dei fenomeni di Leicester. Ma come detto, le buone songs non mancano; soprattutto When the sour turns to sweet, The Serpent, In the wilderness, In limbo, sono pezzi epici dalle progressioni melodiche eccellenti. La produzione è un punto molto debole; fu registrato in maniera alquanto approssimativa, e le pur valide partiture di archi e fiati toglievano spazio ai Genesis stessi. Ma la maturità e lo spettacolo era appena dietro l'angolo, e la trasgressione sarebbe ben presto atterrata sul loro mondo.

(originalmente pubblicato il 11/12/08)

mercoledì 5 maggio 2010

Mercury Rev - Deserter's songs (1998)

No, non è possibile che abbia scelto questo, non è da me.....Dovevo avere molta fretta o non ricordarmi per niente Deserter's songs per decidere quale disco bloggare dei MR. Non sono mai stati una band da farmi impazzire, devo dire la verità. Ricordavo i primi due con quel cantante gigantesco (vagamente David Thomas nell'aspetto), molto psichedelici e out-of-mind, ma si vede che la svolta orchestrale mi era proprio passata da un'orecchio all'altro come un soffio di vento.
Chiedo scusa in anticipo a qualunque fan dei MR che capiti per caso da queste parti. Il mio è un giudizio personale e puramente soggettivo, di solito mi diverto a scrivere, mi diverto a scegliere dischi a caso nella mia collezione: a volte sono i miei preferiti, a volte sono nella media, alcuni non mi piacciono. Spesso dipende anche dal periodo. Ma quello di bloggare un disco che faccio proprio fatica ad ascoltare dall'inizio alla fine, giuro, è un gesto quasi involontario.
Già ho faticato a digerire la svolta sinfonica dei Flaming Lips, da sempre padri putativi nonchè madri superiori dei MR. Ma oggi, mentre guidavo, davvero non riuscivo a capacitarmi di come quasi tutto il mondo si sia appassionato a quello che, senza offesa alcuna ma col sorriso a denti larghi, più che un disco mi sembra la colonna sonora di un cartone animato della Walt Disney.
E mi ha preso male.....

(originalmente pubblicato il 05/11/08)

domenica 25 aprile 2010

Pooh - Parsifal (1973)

Scheletri nell'armadio?
Ebbene, i tanto vituperati Pooh, anche loro nei primi anni '70 furono protagonisti dell'età dell'oro della musica italiana producendo un paio di dischi molto belli di pop sinfonico, Alessandra (1972) e specialmente questo Parsifal, un riuscito tentativo di mischiare musica melodica tipicamente italiana con il progressive meno complesso, grazie al massiccio contributo di un'orchestra completa.
La cosa che mi fa apprezzare di più questo disco è legata anche ad un discorso storico, in quanto ogni secondo fa respirare il profumo di un epoca che forse è stata la migliore anche a livello sociale, in cui la vita era molto più semplice con meno mezzi e più aggregazione. I testi in questo caso sono esemplari; anche 35 anni fa i problemi esistenziali erano all'ordine del giorno, ma sono trattati con un umanità ed una semplicità disarmante. E pensare che non c'è proprio aria di festa; si parla di morti imminenti, tradimenti, abbandoni, fughe ed esili, sbornie da delusioni, playboys falliti e cornificati, e quant'altro. Le atmosfere musicali non sono da meno; grande respiro degli archi, pezzi struggenti e melodrammatici, poco stucchevoli anche nei momenti dei cori più massicci.
Il folk-valzer di La Locanda è uno dei momenti migliori nella sua sobrietà. Come si fa, Io e te per altri giorni e Solo cari ricordi sono i più riusciti a livello compositivo; la forma canzone si presta perfettamente ai bordoni di archi e ai climax emozionali.
Ma la ciliegina è la title-track finale, unico pezzo a poter essere definito prog. Nonostante un discutibile testo criptico e medioevale, indubbio retaggio del grande successo del periodo del genere, Parsifal è una suite sepolcrale ed epico-classicheggiante da mozzare il fiato, con un grande Battaglia all'elettrica, che da sola vale il prezzo dell'intero disco.

(originalmente pubblicato il 22/04/08)