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giovedì 29 dicembre 2022

Blue Cheer – Outsideinside (1968)

Oltrepassato il mezzo secolo di età, il 1968 dei Blue Cheer mantiene tutta la sua possenza granitica e la sua lungimiranza come un totem della musica dura di tutto il proprio futuro. In gennaio, l'ultra-ottundente Vincebus Eruptum aveva sconvolto tutti con la propria violenza. Sei mesi, Outsideinside rilanciava il fuoco ma con un'ottica appena appena più strutturata: l'opening Feathers from your tree, impreziosita da un bel pianoforte, un'armonia ariosa e degli scarti ritmici, gettava addirittura un ponte acerbo verso il progressive, ma fu soltanto un'anomalia. Il pirotecnico hard-stoner trovava nuovi inni in Just a little bit, Come and get it, Magnolia caboose babyfinger, nella cover a tutta velocità di Satisfaction. Spettacolare la performance del batterista Whaley, un tornado decisivo nell'economia di un sound fra i più compatti del proprio decennio. Subito dopo l'uscita del disco, l'abbandono del chitarrista Stephens ed il probabile ostracismo di chi non amava i loro volumi portarono il gruppo ad una svolta netta ed un declino immediato, ma la storia l'avevano già marchiata.

giovedì 4 agosto 2022

Who – Live At Leeds (1970)


Piccolo spazio memoriale. 25 anni fa svolgevo il mio servizio militare lavorando di supporto ad un maresciallo amministrativo della provincia pavese, Carlo Bellancino. Per essere un dipendente dell'esercito era infinitamente più solerte ed operativo della media dei suoi colleghi, però durante la giornata si fermava spesso, come posseduto da un demone, a sbacchettare la scrivania con le dita senza sosta, impegnato in un frenetico desk-drumming. Era un batterista. Il tempo di acquisire un minimo di confidenza e mi rivelò che suonava in una cover band degli Who.

A quei tempi non ero interessato alla musica del passato; durante la scuola avevo già passato abbondanti fasi di sbornia per certuni mostri sacri dei '70, ma in quel momento ero molto più concentrato sull'attualità. Gli Who in pratica non li conoscevo, così finii per ascoltarli per la prima volta nelle versioni super-lo-fi del gruppo del maresciallo (che fra l'altro aveva un nome piuttosto infelice, Nico e i suoi ubriachi....). Fu decisamente l'impatto sbagliato, così archiviai quelle cassette e soprattutto la mia considerazione degli Who in un cassetto. Ci vollero alcuni anni perchè riconsiderassi la mia opinione, ed accadde precisamente nel momento in cui mi capitò di guardare il concerto all'isola di Wight del 1970.

Non sto certo a discutere la funzione storica degli Who sui 50 anni successivi e probabilmente per molti altri a venire. Sostengo soltanto la mia opinione: furono così giganteschi sul palco che per contrasto i loro dischi in studio li ho cestinati dopo un solo ascolto. Non erano fenomenali nella composizione, e non a caso i set erano infarciti di covers. Si reggevano su un equilibrio miracoloso fra vanità, ed egocentrismo, follia e spirito collettivo, humour britannico e denti stretti. Per molti addetti ai lavori Live At Leeds è il più grande disco dal vivo di tutti i tempi.

Non sono mai riuscito a far fare breccia nel mio cuore agli Who, ed un po' mi dispiace. Ma quando mi capita, diciamo una volta ogni 2/3 anni, se li leggo o li sento nominare, alla prima occasione vado al mio dispositivo e mi guardo un paio di estratti dall'isola di Wight. Preferibilmente Young Man Blues, che guardacaso è una cover. Ed è una goduria.

sabato 16 aprile 2022

Henry Rollins ‎– Hot Animal Machine (1987) + Drive By Shooting EP (1988)

Anche se accreditato al solo HR, HAM di fatto rappresenta il primo atto della Rollins Band, anche soltanto per la presenza del fido chitarrista Chris Haskell, che con lui condividerà tutta la parabola post-Black Flag. Non potè mettere in atto risposta migliore a tutti quei maligni che lo davano per finito una volta uscito dalle quattro barre, ancor prima di dargli una chance; la mistura micidiale di hard-rock e post-hardcore (con dei pizzichi sparsi di funk r blues) suonata con micidiale lucidità, persino l'ideale seguito a quella fondamentale esperienza ma con un chitarrista meno cervellotico dell'ultimo Ginn, più attento alla sostanza e al servizio del suono generale. In prospettiva, forse appena inferiore alle prove successive che lo porteranno ad un meritato successo di pubblico, ma già esplosivo. La ristampa include l'EP Drive By Shooting dell'anno successivo, una divagazione fra goliardia e spoken word, tutto sommato dispensabile.
 

mercoledì 26 febbraio 2020

Screams From The List #92 - Night Sun ‎– Mournin' (1972)

Meteora tedesca dedita ad un hard-rock di nettissima matrice british, ma di più che buon valore. L'abbondanza di organo e l'esuberante stile solista della 6 corde farebbe pensare ad un influenza Deep Purple, ma le sincopi ritmiche in Mournin' fanno pendere l'ago della bilancia un po' più in là, considerando soprattutto che il dotato cantante Schaab era anche il bassista della situazione. La produzione di Mr. Conny Plank, per una volta meno tecnicamente maniacale della sua media, poneva l'accento sulle performance indiavolate di questo quartetto che avrebbe meritato altra esposizione e/o fortuna ed avrebbe potuto mietere consensi in tutta Europa, per il pubblico dell'hard-rock pre-heavy metal.

domenica 18 agosto 2019

Thee Speaking Canaries ‎– Songs For The Terrestrially Challenged (1995)

Torrenziale effluvio di hard-rock rocciosissimo per il power-trio di Damon Che al secondo disco. Per motivi di natura personale, per pensieri ed inconvenienti vari, l'ho ascoltato per 5 giorni consecutivi perchè non riuscivo a cambiare ed ogni volta acquisisce valore. Se il debutto era ancora un po' indeciso sulla direzione da prendere, SFTTC gettava la maschera senza ritegno e giù a rollare con una marea di soluzioni armoniche, per un album lunghissimo ma che riesce ad essere fiammeggiante senza pause, di una compattezza esplosiva. Irresistibile il canto di Che, che si atteggia a rocker'n'roller di antichissime tradizioni sotto il fuoco di 1000 bombardate e del propulsore atomico di Leger (prodigioso) ed Hendricks, talmente coeso il suo basso quasi da non sentirsi.

mercoledì 5 giugno 2019

Rollins Band ‎– Hard Volume (1989)

Terzo album per l'ex-Black Flag e la sua congrega di scalmanati musicisti, sempre più tecnicamente ineccepibili, a tratti un po' vanitosetti ma comunque efficaci nell'accompagnare il leader. Hard Volume in pratica è hard-rock aggiornato ai tempi del post-hardcore, suonato con foga lucida e precisione chirurgica; meglio nei tempi medio-lenti, al netto di un paio di hendrixianesimi non irresistibili. Rollins aveva già da tempo brevettato il suo monocorde declamare, e il complesso dà il meglio di sè nella slam-dance di I Feel Like This e nella melma quasi doom di Love Song. Il risultato è uno psicodramma di strada che forse ha l'unica grande pecca nella produzione, ancora un po' troppo '80 nella batteria, che lascia poco spazio ai bassi.

martedì 28 maggio 2019

Screams From The List #83 - Dies Irae – First (1971)

Ruspante hard-blues da parte di una meteora tedesca; non ci fu mai un Second, per il quartetto di Saarbrucken. Forse il mondo non si è perso nulla, perchè dopo tutto l'output era abbastanza canonico: un hard-rock blueseggiante sanguigno e viscerale, molto british nell'impostazione, non resta decisamente un must per gli amanti dell'epoca, ma ciò che colpisce (oltre al fatto che uno dei componenti era quasi rasato a zero, una rarità assoluta per quei tempi) dopo 48 anni è la qualità assoluta del suono, grazie alla regia in cabina di Conny Plank, autentico deus-ex machina di una stagione irripetibile. Per quanto riguarda le tracce, risaltano quelle con un pizzico di psichedelia annessa, una vena che avrebbero potuto sviluppare in caso di continuazione: le scie galattiche della chitarra in Witches' Meeting e soprattutto l'ipnosi di Trip, che li vede protagonisti anche in un video delirante sotto l'egida della WDR. Erano tempi proprio ruggenti.

sabato 15 dicembre 2018

Rush ‎– Permanent Waves (1980)

Per un gruppo come i Rush il periodo migliore fu a cavallo del 1980: emacipatisi dai modelli che seguivano ad inizio carriera, negli anni dell'esplosione new-wave trovarono una loro cifra stilistica, inclusa la maggior accessibilità, senza tradire spudoratamente l'integrità del loro power-pop-progressive. Di certo il loro successo dovette molto a pezzi come The spirit of the radio, che di Permanent Waves fu singolo di lancio verso le grandi masse. L'album è ottimamente bilanciato fra le cose più easy e quelle più tecnicistiche, in cui fare sfoggio delle innegabili doti. Da citare perlomeno Jacob's Ladder, che conserva con gran gusto il piglio prog e qualche scenario crepuscolare, la ballad Different string e la mini suite Natural Science, che inizia umilmente con uno strumming acustico per poi esplodere in un vortice hard davvero notevole.

martedì 16 ottobre 2018

Motorpsycho ‎– Timothy's Monster (1994)

Un passo importante di carriera: dopo i riconoscimenti internazionali per Demon Box, l'approdo su major fu pressochè inevitabile. Ciò che stupiva era che, passato neanche un anno da quel mastodonte, i ragazzi di Trondheim se ne tornavano con un doppio cd. La prolificità resterà una costante nel proseguio del loro cammino, a volte anche a scapito della qualità.
Forse proprio per questo motivo al tempo vidi Timothy's Monster come una mezza delusione: rispetto a Demon Box mancava la giusta follia, era un album meditato, dilatato e con alcune lungaggini che potevano renderlo un ottimo singolo. La formula indie-psych-hard restava esaltante, ma le debolezze insite in questo paio d'ore abbassavano la media con le perle incastonate: Trapdoor, Wearing Yr Smell, Leave it like that sul versante squisitamente Dinosaur Jr, On my pillow splendida ballad slacker-lisergica, i 17 minuti della possente ed evocativa The Wheel, i 13 della celestiale esplosione The Golden Core.
In ogni caso, riascoltandolo oggi dopo oltre 20 anni, Timothy's Monster riacquista un certo valore anche nei momenti meno esaltanti. D'altra parte, la bravura dei Motorpsycho era quella di saper mutuare con evidenza mediando con la grandeur scandinava e quel senso dell'eccesso tutto loro. Oppure sarà soltanto il ricordo dell'adolescenza.

lunedì 14 maggio 2018

Screaming Trees ‎– Even If And Especially When (1987)

Probabilmente il gruppo più ordinario della scuderia SST a fine anni '80, i primi Screaming Trees erano un'onesta band che macinava con energia hard rock e sixties-garage, dallo spirito genuino e privi di qualsiasi forma di quel nichilismo che avrebbe caratterizzato il grunge. In questo che fu secondo e primo di tre sulla label di Greg Ginn, la band aveva due tratti distintivi che li rendeva comunque superiori alla media: la voce già ruggente di Mark Lanegan ed il chitarrismo torrenziale di Conner, capace di aggirare le banalità ed i luoghi comuni del genere con un campionario di riff e trovate istantanee ad effetto.
Even if and especially when non verrà ricordato mai come i loro anteriori più di successo, ma per un gruppo alle prime armi era già un ottimo prodotto, ed oggi un occasione per ricordare le origini di Lanegan, che senza questo importante trampolino forse non sarebbe diventato ciò che è oggi. Alla fine si torna sempre al solito discorso di Seattle; esserci al momento giusto, nel posto giusto, al di là degli effettivi meriti artistici.

sabato 23 dicembre 2017

Soundgarden ‎– Superunknown (1994)

In ossequio alla triste morte di Chris Cornell, avvenuta a Maggio e che ancora oggi suona davvero insensata. Un uomo all'apparenza (che si sa, resta sempre tale) realizzato, avendo oltrepassato il mezzo secolo d'età, con tre figli, un passato illustre, un vivacchiamento negli ultimi 15-20 anni che comunque non doveva creargli problemi nel tirare avanti la carretta, mi verrebbe da pensare. Forse gli abusi hanno presentato un conto salatissimo.
Mi sento di tributare una band che ai tempi adorai con ardore, con quello che fu il loro vertice, che non ascolto da, non voglio esagerare, 18/19 anni. Come digitato da più di un'illustre tastiera, sottoscrivo che il bello di Superunknown fu una congiunzione di accessibilità, sottile ricerca, produzione al top e presa di possesso della scrittura da parte di Cornell, che straordinariamente ispirato firmò in solitaria almeno metà del lotto. Il capolavoro della maturità, un po' come Physical Graffiti o Sabotage, per citare indiscutibili padri putativi.
L'emozione che mi coglie alla ripresa di Superunknown (ma anche del sottovalutatissimo e terminale Down on the upside, inferiore di pochissimo) è superba, rabbrividente. Come accade ad altre entità coeve, fanno tornare in mente sensazioni ed ambientazioni legate ad un età felice, leggera ed inconsapevole. Fell on black days, Mailman, Head Down, Superunknown, 4th Of July, le stratosferiche Limo Wreck e Like Suicide, non sono mai andate via; sono rimaste lì, statuarie, a modo loro sempre attuali. Al termine di questo mio revival, potrò salutarle di nuovo, perchè la vita deve fare il suo corso.

mercoledì 6 settembre 2017

Black Sabbath ‎– Walpurgis - The Peel Session 1970 (2012)

Clamoroso bootleg ripescato qualche anno fa e dato alle stampe in Finlandia (!) ad opera di una fantomatica Shadow Records, che documenta un breve live (e non una canonica session) che i Sabbath registrarono per John Peel il 26 Aprile 1970. Materiale che, immagino, non sia mai stato pubblicato a causa della resa sonora, che dopotutto non è cattiva ma soffre di secchezza e di mancanza totale di riverberi. Il gruppo suona compattissimo e le esecuzioni sono impeccabili: Black Sabbath, allungata fino a 9 minuti; Walpurgis, ovvero la versione originale di War Pigs da cui di fatto differisce soltanto per il testo; Fairies wear boots; una fenomenale Behind the wall of sleep, con inedita coda finale walking-jazz (!!). A chiudere il posticcio The Rebel, un demo del 1969, cover di un oscuro cantautore tal Norman Haines, gradevole ma segnale dell'acerbità in cui versavano i Sabbath l'anno prima di sganciare le bombe atomiche.
Poco da dire; qui si faceva la storia.

lunedì 24 aprile 2017

Green River ‎– Rehab Doll (1988)

L'atto di nascita del grunge, perlomeno quello più mainstream, sotto forma di album completo. I GR avevano già pubblicato un trio di uscite brevi prima di sciogliersi nel 1987, e l'anno successivo la Sub Pop fece uscire questo testamento fulmineo. Da qui partirono due costole principali; da una parte i Pearl Jam con Gossard ed Ament, dall'altra i Mudhoney con Arm che si riunirà con Turner, già uscito dal gruppo. Superfluo constatare quale sia la mia preferita; la voce del biondo, immortalato in un carismatico primo piano sulla front cover, è la ciliegiona di un suono chiassoso e trascinante, che traeva senza dubbio linfa dall'hard-rock dei '70. Al netto di una batteria pestona e un po' prevedibile, gli 8 pezzi sono tutti pressochè irresistibili e basta non pensare che questo non è Il grunge che preferisco per apprezzarlo, al primo ascolto.

giovedì 6 aprile 2017

Bullet Lavolta ‎– The Gift (1989)

(2) Nel primo Rockerilla che comprai, Gennaio 1993, c'era un ampio servizio dedicato ai bostoniani Bullet Lavolta, che era di fatto un necrologio; la band si era sciolta da pochi mesi, dopo un secondo disco su major ed aver potenzialmente mancato il grande successo. Nel settembre 1991 avevano diviso un palco coi Nirvana il giorno prima dell'uscita di Nevermind, e la stagione era di quelle buone sul serio, ma non se ne fece nulla e l'oblio se li inghiottii.
Quasi ogni gruppo di cui lessi in quel mensile così rivelatorio per me solleticava l'appetito di musica nuova, ma passai oltre anch'io. Così, a distanza di 24 anni, me li ascolto per la prima volta e nonostante i pre-dubbi vengo piacevolmente assalito da un infuocato hard-grunge-stradaiolo che teoricamente mi dovrebbe esser quasi indigesto. Invece The gift, che fu il loro debutto, denota una freschezza invidiabile per l'anno di uscita e soprattutto una produzione bella piena e corposa che sarà così decisiva nel grunge di successo (Nevermind a parte, infatti). Coppia di chitarre fragorosissime, cantante invasato ma con criterio, pezzi assatanati di derivazione punk e heavy-metal, qualche punta melodica che fa pensare addirittura ai Cheap Trick; insomma gli ingredienti per discrete masse c'erano, ma la fortuna soffiava su altri lidi e Boston era già toccata ad altri.

domenica 4 dicembre 2016

Screams From The List 53 - Silberbart ‎– 4 Times Sound Razing (1971)

Una manciata di gradini sotto gli inarrivabili Guru Guru di UFO c'è un altro power-trio tedesco che non ebbe però l'occasione di bissare quest'unico album. Certo, rispetto ai titanici sballomani con 4 Times sound razing siamo in presenza di un sound più umano, per così dire; trattasi di un hard-rock sostanzialmente asciutto e potente, ma complesso ed arzigogolato: la chiave di lettura era la smarcatura efficace dai più abusati clichè blues-rock; una virulenza esecutiva che aveva del sovrannaturale rendeva i tre persino antesignani dell'heavy-metal (in rete ho persino letto proto-noise-rock), grazie anche alla voce arrochita fino al singulto del chitarrista Teschner. Pressochè inevitabile per i fan più liberi da prevenzioni dei Black Sabbath, ma anche ai cultori del rock psichedelico (le fasi più sballate all'interno dei lunghi pezzi docet, ma anche la cantilena zombie alla We Will Fall di Brain Brain, il brano più sperimentale).
In una parola, tremebondo.

lunedì 1 agosto 2016

Randy Holden ‎– Population II (1970)

Una di quelle storie che potevano accadere soltanto in quegli anni. Una di quelle scoperte (per me) che riconciliano con l'hard-blues, con il proto-stoner, con la chitarra atomica. Holden sbarcò a Los Angeles dalla Pennsylvania in tempo per passare un'anno nei Blue Cheer e suonare in metà di New Improved. Dopodichè li lasciò (zero prove, zero soldi, zero comunicazione addotti come motivi della separazione) ed ottenne la sponsorizzazione della Sunn che gli diede in comodato d'uso una pila enorme di ampli, con cui ottenne il suono gigantesco di Population II.
Un freak, un disadattato, ma un guitar god, la cui storia è assimilabile a Peter Green. Con il batterista Lockheed realizzò questo monumento di lava e mercurio, dopodichè tutti gli voltarono le spalle lasciandolo letteralmente sulla strada, senza un soldo e senza la minima voglia di continuare a suonare per un quarto di secolo.
Ingiustizie che creano miti. Chissà, magari se avesse continuato la sua figura si sarebbe sminuita, ma altri 3-4 dischi su questa scia li avremmo graditi in tanti. Resta questa mezz'ora scarsa di post-blues solo a tratti hendrixiano (Guitar Song), di proto-doom sabbathiano (Fruit & iceburgs), di bombe alla Cream, di pirotecnie alla Blue Cheer primo periodo; ma attenzione, con un pugno di pezzi dalla media compositiva superiore a quasi tutti questi nomi (Sabbath esclusi), un suono da far tremare un palazzo intero ed il virtuosismo di Holden, ingombrante ma miracolosamente intatto nel tempo.

domenica 10 aprile 2016

Screams From The List 19 - Nine Days' Wonder ‎– Nine Days' Wonder (1971)

Curiosa congiuntura che, come testimoniano le parole di Walter Seyffer, unico membro stabile nella breve carriera dei NDW, poteva uscire soltanto nel 1971 e a cui sta molto stretta la "germanica" provenienza. Nella realtà, infatti, la formazione contava soltanto due tedeschi su 5, il suddetto vocalist ed il chitarrista Henning. Completavano il quadro un bassista austriaco, un batterista inglese e l'importante fiatista irlandese Earle. 
Da questo melting-pot anglosassone ne scaturì un vinile la cui coesione stupisce ancora oggi; si provi ad immaginare un incrocio fra i Jethro Tull epoca Stand Up / Benefit, i primi Blue Cheer, gli Andromeda di John DuCann ed i Family di Entertainment.
Imperniato su questi scontri astrali, NDW splende tuttavia di una luce propria (aggiungerei anche qualche rapida incursione ironico-teatrale alla Patto, visto che se la ridevano di gusto) e mostra un quintetto compattissimo e lucido nell'elaborare le sue intricate trame. Per i fans dei gruppi sopracitati, un ascolto quasi obbligatorio.

venerdì 3 luglio 2015

Dark - Round The Edges (1972)

Il primo Rockerilla che comprai fu Gennaio 1993, in copertina c'era il faccione svanito di J Mascis. Nella rubrica Perfumed Garden si scriveva dei Dark, oscurissima (solo per fama) formazione inglese che sembrava attrarre più curiosità per il fattore collezionistico che per lo stretto interesse artistico di Round the edges, tant'è che la formazione era scomparsa dalle cronache.
Non erano certo una priorità, ed infatti per 22 anni sono rimasti in un cestino recondito della memoria. E' stato soltanto per casuale nostalgia di quelle pagine ormai sbiadite che l'ho ascoltato, e non avevo nessuna speranza di scoprire un capolavoro. Non mi sarei mai aspettato, però, di incontrare un particolare esempio di rock granitico e viscerale che, al netto del pagamento di inevitabili tributi, suona molto bene. La doppia chitarra e le acidità sparse ricordano la west-coast di 4-5 anni prima, denotando il loro aspetto migliore; episodiche durezze sabbathiane, qualche assolo hendrixiano e rare tendenze blues invece li riportavano a casa. Non capisco da dove arrivi invece la definizione prog che spesso si usa per categorizzarli.
La rivelazione finale è che forse erano i veri nonni putativi dei Dead Meadow, viste le curiose coincidenze di discendenza.

sabato 12 aprile 2014

VV.AA. - Sides 1-4 (Skin Graft AC-DC Tribute) (1995)

Quando lessi per la prima volta Steve Albini riferire che gli AC/DC erano una delle sue più grandi influenze, pensavo che scherzasse. Invece faceva sul serio, ed insieme a 3 band del glorioso rooster Skin Graft nel 1995 partecipò a questo mini-tributo alla tamarra istituzione australiana.
Non ho nulla contro gli AC/DC, anzi, ritengo If you want blood un ottimo live, ma credo che tutti i loro album in studio siano delle sparate a salve, prodotti in maniera vergognosa per svilirne la potenza. Da qui ad essere una band da tributare ce ne corre, per cui la faccenda mi lasciò un po' contrariato.
Comunque: gli Shellac sforbiciavano Jailbreak nelle estremità generando un po' di interesse, ma la fase canonica è debole ed appannata. Gli U.S. Maple si normalizzavano alle prese con Sin City, con un po' di controtempi ma dando l'impressione di fare il compitino senza troppa convinzione.
Più interessanti gli altri due. Il supergruppo Brise Glace, nei credits si scrive limitato soltanto alla presenza di Jim O'Rourke, confeziona il minicollage Angus dei aus licht in tre parti: apertura cosmica, boogie rutilante e loop di riff di Young in delay. Straniante.
Il vero centro dell'operazione però era messo a segno dai Big'N, meteora del tempo incentrata su un noise-blues sanguinario in scia Laughing Hyenas ed affini. Nelle loro mani TNT diventava una bomba molotov, pur senza tanti stravolgimenti: potentissimi.

lunedì 9 settembre 2013

Purling Hiss - Untitled (2009)

E' sempre intrigante quando uno dei tuoi punti di riferimento critico ti sorprende, in qualsiasi direzione. Il buon PS ha esaltato questo disco assestandogli un imperioso 8, e ci sono rimasto un po' di stucco.
Purling Hiss è un old-fashioned power-trio di Philadelphia che cavalca una tigre nutrita a base di garage infiammabile discendente in diretta dagli Stooges, con velleità chitarristiche alla Hendrix ed una registrazione non lo-fi, ma di più.
Ed il talento? Per chi ama ancora questi suoni, è un baccanale godurioso di distorsioni megagalattiche, ma la fantasia regna altrove. C'è modo e modo di tributare, e i PH buttano lì 3 mattoni che si dilungano oltre misura, un po' noiosetti, in cui si evince che il chitarrista avrebbe bisogno di un esorcismo (nel senso ironico, chè senz'altro è molto bravo, ma un limitatore non avrebbe guastato).
Alla fine interessano quasi più le altre 3 tracce, che durano un minuto e mezzo e perlomeno danno tregua con piccole varianti. Ok che è questione attitudinale, ma su questi registri ho sentito di molto meglio.