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venerdì 8 novembre 2019

Melvins ‎– Ozma (1989)

E' il trentennale di Ozma, ed una piccola celebrazione ci vuole per quello che forse fu il loro top della fase indipendente, insieme a Lysol e Bullhead. Ci sono ben poche divagazioni e/o compromessi in questo colosso, fra l'altro ristampato l'anno scorso esattamente dalla label originale, la Boner. Su 16 tracce soltanto Vile e Revulsion/We reach superano i 3 minuti, e sono gli episodi più doom, nell'accezione melvinsiana del termine; il focus maggiore è sui ritmi serrati e spezzati, sulle rasoiate di Buzzo, sulle sue vocals psicotiche e sulle sue costruzioni anfetaminiche. Al basso di turno c'era Lorax, superfluo ribadire la grandezza di Dale Crover. Asciutta anche se un po' compressa la produzione di Deutrom, di lì a qualche anno futuro bassista nella fase major.
Menzione speciale per At A Crawl, Green Honey, Raise a Paw, ed ovviamente Oven, pochissimo tempo dopo già coverizzata dagli Helmet.
Classicone.

giovedì 20 maggio 2010

Black Flag - My War (1984)

Schizoidi, imprevedibili, vertiginosi i BF di questo secondo albo, pesante successore di quel caposaldo danneggiato di portata storica. Disco dalle due facce ben distinte, con la prima facciata di hardcore peso e teso sulla scia dell'esordio; My War e I love you sono anthem trascinanti composti da Dukowski che però non faceva più parte della band, oberato dagli impegni con la gestione della SST. Le schitarrate scure e dissonanti di Ginn la fanno da padrone, Can't decide, Forever time, schegge impazzite su cui Rollins si sgola come un ossesso a salmodiare. Ma le sorprese arrivano col passare del disco, The swinging men è un cadenzatissimo ed irregolare tornado di sconquassi. Il lato B poi è completamente fuorviante: la bandiera si unisce al sabba, in un unico colore. Ginn si traveste da Iommi e viene creato il sound che i Melvins porteranno al successo una decina d'anni dopo. Ritmi rallentatissimi, atmosfere sballate seppur asciutte, per tre pezzi extra-large rispetto ai loro standard abituali. Ginn svisa con spine acuminate, Rollins sembra un internato da centro d'igiene mentale, Stevenson tiene il passo con fermezza. My war fu un disco di svolta, disorientante ed influente, che a tutt'oggi non perde un'oncia della propria "sgradevolezza".

(originalmente pubblicato il 24/03/09)

giovedì 6 maggio 2010

Melvins - Bullhead (1991)

Il granito puro, il marmo fattosi musica, il sabba nero aggiornatosi all'hardcore, i massimi pionieri di Seattle nei loro momenti migliori. Boris è il loro inno doom, trascinato in un abisso di 9 minuti che calpesta ogni cosa che incontra. Le distorsioni pachidermiche di Osbourne, i cori monocordi, i tamburi fondamentali di Crover con le sue fratture ritmiche, protagonisti sull'altro lentone Ligature. Fortuna che arriva Anaconda, ravvivando (per modo di dire) la malsanità; due minuti e mezzo di violenza dispari, diventerà un classico dal vivo soprattutto per le virtù del biondo drummer. Addirittura esaltante It's showed, un mid-tempo dall'impeto rock'n'roll come solo i Melvins sanno (sapevano) fare. Sulla stessa scia, ma con enfasi drammaturgica, si prosegue con Zodiac, poi con If I had an exorcism vengono fuori le prime avvisaglie di stranezze che negli anni successivi abbonderanno; per oltre 2 minuti Osbourne fa l'assolo più minimale della storia, una sola nota. Di nuovo nella melma con Your blessened, allucinazioni a go-go. E con Cow si chiude perfettamente, marcia marziale che sfocia in un'assolo di Crover, degna luce dello spettacolo su uno dei migliori batteristi al mondo negli anni '90.
Tori scatenati, ma terribilmente controllati nel loro incedere intimidatorio.

(originalmente pubblicato il 23/12/08)

domenica 2 maggio 2010

Melvins - Lysol (1992)

Manifesto espressivo e chiusura di un ciclo glorioso, Lysol fu una mezz'ora di concentrato purissimo Melvins-Style. Data la durata si tende a definirlo più un EP, vista anche la presenza di ben 2 cover su 6. L'interesse maggiore però è dato dal fatto che si tratta praticamente di una unica suite concatenata, un flusso bizzarro e straniante che svaria su diversi fronti; in sostanza, forse non lo si può definire il miglior disco dei Melvins, ma secondo me è il più rappresentativo, quello che consiglierei per primo a chi non li ha mai sentiti.
Perchè gli effetti sarebbero molteplici: immagino i Boris la prima volta che possono aver ascoltato gli 11 minuti di Hung Bunny, pesantissimo muro insanguinato di macello feedbackiano, vocals dannate in sottofondo, le botte isolate di Crover col flanger annesso e connesso. Parte la ritmica e Roman Bird Dog esala fumi velenosissimi di emo-doom, subito seguita dalla cover dei Flipper Sacrifice (l'originale, seppur notevole, era uno zuccherino al confronto!), dal minimalismo estremo, con la chitarra quasi assente, un'ipnosi luciferina. Il break da banda militare di Second Coming preclude alla power-ballad Ballad Of Dwight Fry, cover di Alice Cooper. Non conosco l'originale, ma immagino l'entusiasmo e l'ispirazione ricavata da Kurt Cobain alle prese con il seguito di Nevermind. A chiudere un altro lento sornione che più Melvins non si può, With Teeth. La voce abrasiva e beffarda di King Buzzo chiude in solitudine sulle note alte, lasciando il discorso ideologicamente aperto....Cosa che naturalmente procede oggi con testardaggine e determinazione mai esaurite, sempre con Crover al suo fianco.

(originalmente pubblicato il 09/09/08)