Visualizzazione post con etichetta Punk. Mostra tutti i post
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sabato 2 luglio 2022

Crass – The Feeding Of The Five Thousand (1979)

 

Se Station of the Crass fu il loro insuperabile manifesto in quanto mirabolante punto d'incontro fra rozzezza e servizio informativo/accusatorio, The Feeding of the 5000, che lo precedette temporalmente, fu la divertente esplosione dell'anarco-punk più sardonico ed elementare, l'istantanea di un gruppo che stava imparando a mettere in fila tre accordi e sciorinava una trafila irresistibile di anthems al fulmicotone (Do they owe us a living?, General Bacardi, Punk is dead, Banned from the Roxy, So What?) registrati in un bunker totalmente privo di qualsiasi riverbero, con un paio di varianti a base di grattugie, onde radio e bestemmioni, tanto per farsi riconoscere subito e farsi costringere alla censura ancor prima di esordire (manco da un'autorità qualsiasi, bensì dagli operai della fabbrica che stampavano i vinili). Sempre unici, dall'inizio alla fine.

mercoledì 23 febbraio 2022

Dead Kennedys – Bedtime For Democracy (1986)


DK ultimo atto, registrato a scioglimento già ampiamente deciso ma non per questo arrendevole nè meno incisivo dei precedenti. L'anno precedente c'era stato Frankenchrist, un disco fortemente sottovalutato perchè registrava una progressione verso un suono più articolato e composizioni più strutturate, con East Bay Ray sugli scudi. Sarebbe potuto essere un viatico importantissimo verso un evoluzione verso chissà cosa, ma gli incidenti e l'ostracismo dell'america reganiana ebbero il sopravvento sulla loro fiera resistenza. Bedtime for Democracy chiuse così all'insegna di un ritorno alle atmosfere incendiarie ed ai pezzi brevi dei primi due album, senza alcuna concessione (superbe le due eccezioni da 6 minuti, Cesspools in eden e Chickenshit conformist) e con uno stato di forma che fu un delitto interrompere. Da macchina da guerra avevano iniziato e tali e quali terminarono.

venerdì 24 settembre 2021

Legal Weapon ‎– Death Of Innocence (1982)


Straight-punk stradaiolo dal sud della California, con una front-woman che costituiva la diretta risposta americana a Siouxsie. Tale Kat Arthur, infatti, non si tratteneva minimamente dal mutuare le linee vocali sincopate e persino il timbro della famosa Susan. Tuttavia, non si trattava di meri replicanti, perchè il disco è un valido campionario di wave-punk secco (un po' alla X) e non eccessivo in nessuna direzione, con una prima parte dai ritmi diversificati ed una seconda a tutta birra. Di certo non storici, ma un ascolto piacevole.

lunedì 9 agosto 2021

T.S.O.L. ‎– Dance With Me (1981)


Travolgente hardcore californiano, di certo non della primissima ora ma dotato di una sua cifra stilistica. Avevo sentito nominare diverse volte negli anni i TSOL, ma la deriva ed il declino che subì il gruppo nel corso degli anni probabilmente ne hanno ridimensionato la statura complessiva. Mi ha convinto ad ascoltarli uno degli ultimi 20 Essentials di Blow Up, e devo ammettere che Dance with me non andava perso per molti motivi. Innanzitutto perchè il quartetto suonava alla grande, in special modo il chitarrista Emory, un fuciliere arroventato senza soste. Il cantante Grisham, seppur monotono come di rigore, aveva un'espressività funzionale. La sezione ritmica un treno in corsa che non sbagliava un colpo.

Il disco funziona particolarmente per le variazioni sul tema principale, che già di per sè sono irresistibili e rappresentano, come il miglior hardcore, un'estremizzazione dell'originale british-punk. Le cantilene malsane e psicotiche di The Triangle e I'm Tired of life non soltanto aiutano a tirare il fiato con qualcosa di diverso, ma stabiliscono un'apertura verso il gotico horrorifico che trova il suo apice in Silent Scream, che chissà perchè mi ha fatto idealizzare un Jim Morrison stonato, nato nel 1960/62 a Venice Beach e pienamente immerso nell'atmosfera di ribellione del tempo.

mercoledì 1 gennaio 2020

Swell Maps ‎– International Rescue (1999)


Ghiottissima antologia per chi, a vent'anni dalla fine, ne voleva ancora degli SM ma non voleva diventare matto nell'approvvigionarsi i singoli del triennio 77-79. In quel groviglio male organizzato che è stata la discografia post-split, International Rescue viene spesso indicato il prodotto più consigliato anche se in realtà esplora principalmente il loro lato più punk e tradizionale, se mi si passa il termine, dato che il 90% dei pezzi è a firma di Nikki Sudden; delle follie arty del fratello Epic Soundtracks, non ce n'è, ma dopo tutto è una riflessione che si può trascurare tranquillamente, lasciandosi andare all'adrenalina contagiosa di queste 20 tracce epidermiche, appena poco più che amatoriali ma irresistibili.

sabato 14 dicembre 2019

Idles ‎– Joy As An Act Of Resistance (2018)

Per adesso, l'effetto Sleaford Mods funziona. Un'anno dopo il debutto, l'irresistibile Brutalism, il quintetto di Bristol rilancia con un disco sostanzialmente identico, ma altrettanto fatto bene, con 12 pezzi punk-wave di durata media 3/4 minuti, col cantante Talbot sugli scudi, la coppia di chitarre in stile classico e pochissime diversificazioni dal tema.
Rispetto al precedente, semmai, l'approccio sembra più amaro e disilluso, con una scaletta che spara le sue cartucce più epidermiche all'inizio e man mano che scorre si fa meno divertente, ma non per questo meno efficace.
Al prossimo episodio, staremo a vedere se riescono a centrare ancora l'obiettivo.

sabato 18 maggio 2019

Lords Of The New Church ‎– This Is The House (Live 1982)

Questo è per chiudere un trittico, che va ad integrare i due precedenti tasselli: insieme agli Psychedelic Furs (uno dei primissimi post, nel 2007) e ai Wall Of Voodoo, This is the house fu l'altro cd bootleg della leggendaria Beech Marten che raccattai, se non ricordo male, a 1.900 del vecchio conio cadauno fra il '94 ed il '95. Se con le prime due band andavo abbastanza sul sicuro, con i Lords invece andai per tentativo: non li avevo mai sentiti nominare e non avevo modo di recuperare informazioni al volo, ma nome e copertina mi suggerivano un ambientazione piuttosto dark-wave. Mi sarebbe stato sufficiente vedere una loro foto per capire che l'impressione era sbagliata, ma per la cifra ridicola che avevo speso tanto valeva provare.
I Lords erano un quartetto di ex-punkers della prima ora che in sostanza non rinnegavano le radici come tanti eroi della new-wave, ma portavano avanti un suono spigliato ed effervescente, rifiutavano la tecnologia e le innovazioni dei primi '80, rifiutavano qualsiasi velleità di plastificazioni pur adattando i suoni di chitarra e basso ai canoni della grande ondata. Insomma, un riadattamento del 77's sound ad un livello più professionale, una strizzatina d'occhio a qualche concessione melodica ma l'attitudine restava quella, grazie anche alle doti istrioniche del cantante Bators.
Questo live li inquadra ad inizio carriera, ed è un set epidermico, onesto e rotolante. Non erano dei fenomeni (fare il confronto con gli Stooges è un po' impietoso, ma tant'è...), ma facevano il loro sporco lavoro con sudore e passione.
Ah, all'epoca il cd ovviamente non mi piacque, lo prestai a qualcuno a scuola e non rientrò mai a casa.

lunedì 22 aprile 2019

Dead Kennedys ‎– Plastic Surgery Disasters (1982)

Un razzo lanciato ai 1000 km/h, con la maturità di sapere di essere grandi; questo il secondo album dei DK, con una crescita tangibile soprattutto in East Bay Ray, chitarrista sempre più cesellatore e meno grezzamente hardcore, ma anche nel basso di Flouride, pulsante e puntuale. Un disco meno epidermico di Fresh Fruit, ma più intenso a livello compositivo, registrato meglio e più omogeneo. Crescita che sublimerà soltanto 3 anni più tardi in Frankenchrist, il lavoro art-hardcore che spaccherà il pubblico (e forse anche loro stessi). E che trova le sue tracce migliori alla fine, con Dead End e Moon over Marin.

martedì 18 settembre 2018

Stooges ‎– Telluric Chaos (2005)

Tellurico live degli Stooges a Tokyo nel 2004. Paradossalmente molto meglio del dvd Live in Detroit dell'anno precedente, nonostante una relativa bassa fedeltà di registrazione, che lo rende paragonabile ad un bootleg di ottimo livello.
Poco da dire sullo stato di forma della line-up, torrenziale e trascinante; viene suonato tutto Funhouse (ad eccezione di L.A. Blues, ma in tutta onestà non so se l'abbiano mai eseguita su un palco, e preferisco pensare di no), i pezzi del debutto acquisiscono nuova vigoria (ho sempre pensato che la produzione di Cale abbia rovinato un disco fondamentale), e sorpresa sorpresa, letteralmente irresistibili i 3 brani che sancirono di fatto la reunion sul disco solista di Iggy Pop Skull Ring; altro che roba da sessantenni. Immane ed immenso Ron Asheton. A Detroit si è fatta la storia ed a Tokyo si è riscritta, sul fuoco.

domenica 16 settembre 2018

Friction - Friction (1980)

Irresistibile art-punk-wave da parte di un trio giapponese che esordì dopo una scorribanda a New York, in cui fece in tempo a partecipare al fuoco della No Wave. Tornati a Tokyo, fecero tesoro di quell'esperienza generando dieci tracce ai limiti di un avant-punk che li potrebbe far fregiare del titolo di Pere Ubu nipponici. Pensiero che viene spontaneo ascoltando le deviazioni deliranti di Out e i singulti dementi di No Thrill in primis, ma è solo una faccia del disco, che si dibatte fra funk bianco ed assalti punk in piena regola, con la voce beffarda del bassista Reck a far quadrare il cerchio alla perfezione. Un delitto averlo scoperto soltanto adesso, come d'altra parte è destino di tanti artisti giapponesi. Automatic Fru., Cool Fool, A-Gas sono quasi ai livelli di Non-Alignemt Pact, Thomas e Ravenstine esclusi.

lunedì 18 giugno 2018

Crass ‎– Best Before...1984 (1986)

Il delirante e farneticante art-punk dei Crass nella raccolta che pubblicarono postuma, un paio d'anni dopo lo scioglimento. Venti tracce che coprono l'intero percorso della leggendaria band-comune, dal 1977 al 1984, pubblicate prevalentemente su singoli; l'eterogeneità della scaletta non inficia comunque l'ascolto, al punto che mi verrebbe da dire che si tratta del loro secondo miglior album dopo l'immarcescibile Station of the Crass. E' chiaro che poi si sente un lieve declino nella seconda parte della loro carriera, anche a livello produttivo; c'è persino un inedito della fase finale, Smash the mac, che è un'anarco-wave quasi imbarazzante per i loro standard; forse se ne resero conto da soli, di aver compiuto la missione e quindi giusto fu lo split. Ma per il resto, le schegge arrivano a bomba, con Nagasaki Nightmare, Big A Little A, Bloody revolution, Rival Tribal Rebel Revel, irresistibili nel loro caracollare incessante ed ossessivo, oppure le "interferenze" concrete di Reality Asylum, Shaved Women, e pochissimi cali d'intensità.

lunedì 16 aprile 2018

Idles ‎– Brutalism (2017)

Anche se forse fra qualche mese/anno non me ne ricorderò più, oggi ascoltare Brutalism dà una bella scossa di adrenalina. Facciamo un parallelo: se a qualcuno gli Sleaford Mods non piacciono perchè non suonano e sembrano artefatti per questo, gli Idles possono essere una soluzione. Perchè sostanzialmente si tratta della stessa cosa: la canzone di protesta, grezza e furiosa, energica e rozza. Soltanto che il quintetto di Bristol suona, chitarre, basso, batteria ed un cantante sguaiato dall'accento cockney e con diverse birre in corpo. E quindi per questo è molto più epidermico e diretto, anche se di fatto fa un genere vecchio e scontato: un punk martellante, al vetriolo, con qualche deviazione/rallentamento wave giusto in un paio di pezzi ed una coda diversissima quanto illuminata (Slow Savage, quattro note di piano spettrali mentre il cantante pensa che si tratti di un pezzo "normale"; direi geniale). Un disco sparato ai 100 all'ora che ha il merito di rivelare un talento notevole per un genere così abusato e inaridito; certi anthem sono davvero irresistibili e su 13 pezzi non ce n'è uno da buttare via. Bravissimi.

venerdì 6 ottobre 2017

Clash - The Clash (1977)

In occasione del quarantennale del loro debutto, ascolto un disco dei Clash per la prima volta nella mia vita. Per capire il motivo di questa omissione, devo compiere una serie di riflessioni personali; in giovane età non fui attirato in modo particolare dal punk classico anglosassone, a meno che non si parlasse dei primi Wire. E poi per me sostanzialmente il nome Clash significava quei 2-3 pezzi famosi in heavy rotation che di solito i dj mettevano nei locali alternativi poco dopo la fine dei concerti (sempre appaiati a Psycho Killer, Aca Toro, Sheena is a punk rocker ed altri) che mi facevano scendere la catena spirituale o comunque sgonfiavano di netto la tensione positiva accumulata; vedere la gente pogare su pezzi così poco significanti mi dava l'immediato desiderio di tornare a casa. Per questo, li ho sempre snobbati a piè pari.
Detto ciò, oggi non disdegno di certo questo disco di impatto storico; d'altra parte è sempre stato notorio che i Clash fossero band con una dote artistica importante ed andarono oltre il punk con brillantezza. La prima metà della scaletta è infuocata, divertente ed in fondo in fondo fatta di motivi pop declinati con tiro oculato e foga trascinante. Peccato che la seconda veda un declino della qualità piuttosto netto. Al netto di tutto, pezzi come Complete Control, White Riot, White Man in Hammersmith Palais e I Fought The Law restano memorabili. Oops: quest'ultimo era uno dei famosi tormentoni post-concerto. Effetto nostalgia?

mercoledì 6 luglio 2016

Screams From The List 48 - Crass ‎– Stations Of The Crass (1979)

Impossibile identificare un gruppo più integralista ed isolato dalla scena punk britannica dei Crass, che non a caso vivevano in una comune ed ebbero un coraggio da leoni a portare avanti le loro provocazioni in anni molto difficili a livello sociale in Inghilterra.
A livello musicale furono a loro modo non meno unici, però ancora oggi è piuttosto difficile riuscire a parlarne perchè l'aspetto politico finisce per avere il sopravvento su tutto. Se è innegabile che di punk si trattava, la band lo gestiva come un veicolo di divulgazione qualsiasi, con un approccio diagonale fatto di suoni secchi e spigolosi, il basso in primo piano, una serie esplosiva di esplosioni e rallentamenti, gli sproloqui di Ignorant fra il furioso e lo stralunato; se si considera che in formazione c'era un hippy vero e proprio (il batterista Rimbaud), se si analizzano anche le variazioni significative (l'incubo per bombe e campane di Demoncrats è il caso più clamoroso, ma le stranezze sono disseminate ovunque), appare chiaro che questo fu art-punk nello spirito più spontaneo e puro. E, nondimeno, che furono di un influenza capitale sui nostri CCCP. 
Mangiamo tutti insieme queste schegge di vetro e rivalutiamoli (cit. Vlad).

martedì 10 novembre 2015

Wipers ‎– Is This Real? (1979)

Anche dopo l'ascolto dei primi Wipers, non cambio la mia idea: i veri inventori del grunge furono i Replacements. E' vero che il gruppo di Portland ha avuto la sua grande importanza sull'alternative-rock americano, ma in sostanza erano un espressione punk, non nichilista e spesso tendente al pop.
E' anche vero che l'adorazione di Kurt Cobain (culminata in ben 2 covers) nei loro confronti ha contribuito a sviare un po' le idee, però i Tergicristalli avevano come punto di origine il rock fragoroso e altamente melodico degli Who, lo traslavano in un ottica post '77 e solo marginalmente lo contaminavano con le ritmiche secche della new-wave. Le tempestose composizioni di Greg Sage ebbero un influenza decisiva, più che sui Nirvana, su bands come i Chainsaw Kittens ed affini, ovvero quelle per nulla inclini agli sbalzi depressivi del grunge e più concentrate sull'energia, possibilmente positiva, della musica in sè. 
E' un peccato che Is this real sia stato registrato così lo-fi, un po' della genuinità del gruppo viene danneggiata ma resta un disco di un ebbrezza punk contagiosa.

venerdì 25 maggio 2012

CCCP - Live in Punkow (1996)

Compilation di registrazioni dal vivo raccolte durante tutto l'arco dell'esistenza dei CCCP. Un tassello che era mancato in vita, ma anche un'operazione un po' furbetta che venne rilasciata in piena ascesa di consensi del CSI, poco prima dell'exploit di TRE.
Ad ogni modo, resta sempre un ascolto graditissimo a chi, un quarto di secolo dopo, ama ancora farli girare un po' sulle casse. Si va ovviamente dalle schegge grezze degli esordi fino alle ultime escursioni multietniche, passando per le scabre pulsazioni wave di mezzo.
Io resto fondamentalmente un fan delle prime, e c'è da divertirsi: le versioni non erano in sostanza differenti dagli originali, visto l'utilizzo della drum-machine, ma è un punto di osservazione curioso: notabili fra l'altro i non pochi "errori" di esecuzione, a sottolineare una precarietà data dall'urgenza incontrollabile. E come resistere alle dirompenti Militanz, Live in Punkow, Io sto bene, Sono come tu mi vuoi? Esilarante la Profezia della sibilla, parodia punk dello spot Aiazzone tanto in voga negli anni '80 (esilarante per chi se lo ricorda, chiaro).
Nel finale risalta la maggior qualità delle registrazioni, nonchè l'ispirazione misticheggiante di Maciste all'inferno e Tien an men.
Insomma, ce n'è per parecchi gusti.

martedì 20 luglio 2010

Compulsion - Comforter (1994)

Discreto gruppo irlandese attivo nella prima metà degli anni '90. Diciamo che se i Pegboy erano nella serie A del punk melodico, questi erano cadetti ma candidati alla promozione.
Lo stile era estremamente semplice ma per nulla ruffiano, non avevano quasi nulla da spartire col marciume pop-punk che stava esplodendo in tutto il mondo. Non erano molto dissimili dai conterranei Therapy? che proprio in quell'anno ammorbidivano notevolmente il loro sound con Troublegum, ma avevano un punto debole nel vocalist Josephmary, davvero poco dotato. L'iniziale Rapejacket è uno dei loro anthem migliori, con ritmica serrata e disperazione di fondo a rendere onesta l'espressione, ripetuta da Accident ahead. Della più immediata Mall monarchy ricordo un video scarno su MTV, sarebbe potuta diventare un hit, soltanto che erano su One Little Indian, che seppur rispettabile era sempre un indie-label.
Peccato anche che non si siano concentrati sugli aspetti alternativi al punk, che su Comforter costituiscono le vette espressive. Le fragorose digressioni indie-rock di Ariadne e I'm John Brain potevano quasi rivaleggiare con i Catherine Wheel.
Ma curiosamente alla fine le perle sono quelle che i 4 inserirono quasi come divertissment, ovvero due strumentali: Late again è un compassato ed azzeccatissimo jingle, letteralmente irresistibile. Dick, Dale, Rick and Ricky è un surf-western avvincente e passionato, e già la combinazione dice tutto.
Due piccoli capolavori che da soli fanno meritare una nicchia di memoria per questi mediani irlandesi.

martedì 6 luglio 2010

Rocket from the tombs - The Day the Earth Met the Rocket from the Tombs (2002)

Troppo grezzi ed avanti anche solo per incidere un disco, troppo personali per poter durare, i RFTT erano l'anticipazione regina del post-punk, e soltanto dopo una ventina d'anni riuscirono a fregiarsi di tale titolo grazie alla pubblicazione ufficiale di questa raccolta fulminante, very very rough ma molto indicativa di ciò che avverrà in futuro, con le due filiazioni a spartirsi più o meno equamente i pezzi.
Thomas canta in metà dei pezzi con furia iconoclasta (entrava ed usciva dal gruppo costantemente), Laughner era un folle chitarrista che aveva assimilato il blues-rock ma lo portava oltre dai suoi confini senza essere tecnicamente fenomenale. Le ritmiche potevano essere anfetaminiche oppure storte ed inquiete nei pezzi più ubuiani, fra i quali si segnalano una fratturata Final solution, la già psicotica Life stinks, e una sospesa 30 seconds over Tokyo. Verranno tutte rielaborate in meglio dopo la morte di Laughner, con la line-up di Modern Dance. Sul fronte Dead Boys quasi superfluo pronunciarsi, visto che il loro inno supremo diventerà la ultra-celebrata Sonic Reducer, e qui la versione è nettamente meglio di quella che sarà, forse il pezzo punk definitivo di sempre.
Quindi si assiste ad un'unione quantomeno spiazzante, in cui le acerbità erano predominanti. Il proseguio probabilmente avrebbe fatto scintille più compiute, ma alla luce di ciò che avvenne dopo si può essere ben contenti di come sia andata. Il documento è assolutamente deflagrante e indicativo se non altro per la seminalità dei RFTT nei confronti di più o meno tutto ciò che successe nella seconda metà dei '70.

(originalmente pubblicato il 10/03/2010)

Replacements - Stink (1982)

Erano ancora molto acerbi, i primissimi Replacements, poco più che ragazzini e invasati punksters, anche se qualche seme del futuro stava timidamente germogliando.
Stink era un EP di 8 pezzi brevissimi e fulminei, come l'hardcore dei tempi comandava. La loro crescita non era repentina come quella dei cugini Husker Du, e qualche ingenuità fiocca, così come l'istrionismo e una certa dose di ironia gigioneggiante (il blues sgangherato di White and lazy, la cover inutile di Rock around the clock inserita fra le pur 4 valide out-takes della recente ristampa). Così il songwriting non appare ancora decisivo come diventerà, troppo sacrificato alla furia cieca di gradevoli anthems come Kids don't follow, Fuck school, Stuck in the middle, Dope smokin' moron, con un Westerberg scatenato e già in pieno possesso del suo tono rauco e dissoluto.
Così il reale motivo per cui vale ricordare questo episodio è il primo vero capolavoro del riccioluto leader, la mosca bianca in elenco, e cioè i 2 minuti e mezzo di Go. Che secondo il mio personalissimo parere, è il primo pezzo grunge della storia, forte di un atmosfera fatale e plumbea: strofa disarmante, chorus esplosivo, bridge scandito dalle urla belluine, intriso di disperazione e sporchissimo melodismo.
Come già scrissi per Tim, resto straconvinto del fatto che Cobain trasse grossissima ispirazione da questo gruppo che di lì a poco troverà la propria sublimazione.

(originalmente pubblicato il 08/03/2010)

sabato 26 giugno 2010

Buzzcocks - Singles Going Steady (1979)

Curiosamente non li avevo mai sentiti e sapevo soltanto che Devoto proveniva da loro al momento di fondare i Magazine, sul cui primo albo aveva importato la Shot by both sides di precedente produzione. Poi un mesetto fa, rivedendo Control, sono stato incuriosito durante le scene in cui gli emergenti JD vengono incalzati dalla tacchetta coi Buzzcocks, con un eloquente risposta di disprezzo da parte di Hook.
Ora, dopo aver ascoltato questa raccolta, capisco gli epiteti e ancor di più la mossa di Devoto. Questi non sono neanche lontamanente parenti dei Sex Pistols. Questi erano i Green Day della new-wave. Trattasi di pop-punk pacchiano, triviale e scandalosamente ruffiano.
Assolutamente insopportabili alle mie orecchie!