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mercoledì 10 agosto 2022

Voivod – Dimension Hatröss (1988)


Ogni tappa di transito dei giovani Voivod verso l'apice di maturazione ebbe un suo preciso significato. Gli esordi trash lasciarono il campo ad un'evoluzione con il pallino della fisica e della complessità applicata, uniti alla crescita impressionante del chitarrista D'Amour e la svolta vocale di Belanger, lasciatosi alle spalle la carta vetrata e passato ad un canto nitido e stentoreo. Dimension Hatröss ha i connotati di un epic colossal drammatico e futuristico, una lotta titanica contro forze oscure ed entità amorfe. Pezzi come Technocratic Manipulators, Tribal Convinctions, Psychick Vacuum, non sono brani standard di heavy metal evoluto. Sono battaglie cerebrali quanto sanguinolente, discendenti bastarde dell'ispirazione più feroce di Fripp, che non vengono scalfite nè dagli anni nè dall'appiattimento produttivo.

martedì 18 gennaio 2022

Cleric ‎– Retrocausal (2017)


Non è stato soltanto a causa  della loro formula incredibilmente complessa che i Cleric hanno impiegato 7 anni per dare un seguito al pauroso Regressions. Nel Settembre del 2010, durante il tour di promozione dell'album, subirono un furto della loro attrezzatura che li mise in ginocchio e li impossibilitò a lavorare per parecchio tempo. Non si diedero vinti comunque, e continuarono a concepire Retrocasual, che non attenua minimamente gli effetti dei loro sforzi titanici in tutti i sensi. Quindi, avant-metal labirintico, elaborato ancora una volta in un contesto di durata kilometrica che annienta i sensi e lascia tramortiti, con perizia impressionante. Rispetto al debutto, si può notare una maggiore inflessione jazz che affiora a più riprese, con l'ospitata di John Zorn nella traccia finale. Ecco stabilito quindi il parallelo più calzante per i Cleric: i suoi Naked City, negli anni '90, avevano già testato l'animale jazz-metal con una serie di prove annichilenti. I Cleric sono ancora qua, per rilanciare ed osare l'impossibile.

giovedì 31 ottobre 2019

Voïvod ‎– The Outer Limits (1993)

Il mio disco preferito dei canadesi, l'ultimo con il vocalist originale Snake. Fu non a caso un vero e proprio traguardo di maturità; partiti da un ormonale trash in adolescenza, pervenirono ad un hard-metal-prog-fantascentifico impeccabile e dalla loro ci fu anche l'ispirazione.
Ci arrivarono per tappe ben costruite, come testimoniato dai passaggi intermedi; Nothingface e Angel Rat avevano dimostrato che coniugare prog & psych non era una bestemmia e il loro pubblico non voltò le spalle, anzi, ne guadagnarono.
The outer limits vede il chitarrista Piggy al top della sua ispirazione, un vulcano tecnico inarrestabile, ed ottime composizioni: i 17 minuti di Jack Luminous rappresentano uno sci-fi-prog-trip formalmente impeccabile nonostante qualche passaggio un po' calcato. Splendide Moonbeam rider, Time Warp, Fix My Heart, scandite da ritmiche elastiche e progressioni armoniche emozionanti. E con una produzione più aperta (più 90 e meno 80, direi) sarebbe uscito persino meglio, a mio avviso.

giovedì 8 agosto 2019

Bloodiest – Descent (2011)

Anni fa, quando vidi i Disappears al Bronson, al mio interrogativo di cosa stesse facendo al momento Cayce Key, Brian Case mi disse che suonava in una band metal, e lo faceva anche molto bene. Soltanto oggi me lo sono andato a recuperare, e trattasi dei Bloodiest, un collettivo numeroso (6-7 componenti) di Chicago che ha fatto 2 album su Relapse, forse senza troppi riscontri a livello internazionale ma di più che buona riuscita generale. Descent, il primo, verte su uno sludge-post-doom altamente contaminato di elementi gotici, con una solennità ed un senso di drammaturgia che rievoca costantemente gli Swans degli anni '90 (soprattutto nelle fasi acustiche). I Bloodiest fanno girare a lungo i loro riff ed i loro schemi puntando su un effetto quasi ipnotico, riuscendoci molto bene in più punti. Qualche sezione a mio avviso poteva essere tagliata, ma vista l'ambizione per un debutto i risultati erano più che buoni.
Per quanto riguarda il buon Key, beh, forse non è il genere che rende giustizia alle sue qualità, ma la performance resta bella quadrata e possente, e non potrebbe essere altrimenti. D'altra parte, citando sempre Brian Case, non si può immaginare di fare i 90 Day Men senza avere i 90 Day Men.

domenica 19 agosto 2018

Gnaw Their Tongues ‎– Abyss Of Longing Throats (2015)

Dopo tutta quella mole di suono messo in giro, sembrerebbe difficile dare ancora attenzione a Maurice De Jong sotto le vesti di GTT, soprattutto da quando ha avviato il luminosissimo progetto Seirom. E sarebbe un errore, perchè se da un lato sembra quasi impossibile replicare le imprese titaniche dei suoi lavori più ragguardevoli, dall'altro la sua ispirazione massimalista è tutt'altro che esaurita.
Basta ascoltare più volte questo suo lavoro di 3 anni fa, sostanzialmente snobbato dalla critica forse proprio perchè è venuta un po' a mancare quella maestosità e l'approccio a tratti sinfonico che rendevano grandissimi i precedenti; scomparsa ogni traccia di piano e/o violino, viene tutto sommerso da una catastrofe sferragliante, da un tornado infernale; tutto molto articolato e curatissimo in ogni dettaglio come ci si aspetta da De Jong, tutto apocalittico come abbiamo imparato ad apprezzare. Per me è ancora una garanzia.

venerdì 8 giugno 2018

Oranssi Pazuzu ‎– Värähtelijä (2016)

Ormai è una certezza da diversi anni a questa parte, a volte le contaminazioni europee più interessanti provengono dalle periferie e la Scandinavia è un bacino importante. Gli OP sono finlandesi di Tampere, si esprimono in lingua madre, sono al quarto disco e propongono un black metal fantascientifico, un calderone multicolour che pesca a piene mani dalla storia della psichedelia ma anche da certo gotico, ed in più di un passaggio mi ha ricordato persino la teatralità dei Magma più stentorei, nonchè la prosopopea dei Guapo. E' un disco drammatico, che del black metal conserva soltanto gli scatti d'ira che nell'economia globale della scaletta contano non più del 30%, che deraglia spesso verso lande post-rock, verso scenari fumiganti di zolfo, verso brulicazioni space che li farebbero quasi diventare gli Hawkwind del Black-Metal. Il disco sarebbe riuscito molto meglio con un quarto d'ora in meno, evitando certe lungaggini, ma si tratta comunque di un ascolto avvincente.

mercoledì 29 novembre 2017

Bachi Da Pietra ‎– Necroide (2015)

E giù la maschera, dopo lo shock iniziale di Quintale, che pur già si era rivelato sorprendente. Non mi aspettavo sinceramente che i BDP si inoltrassero con ancor più cattiveria in quella direzione, ma in un certo senso la ritenevo pertinente. Esplorata a fondo la loro personale via dei primi, irrinunciabili dischi, Succi e Dorella hanno spinto a tavoletta il pedale del metallo rovente, riuscendo però ad evitare una pericolosa autoreferenzialità che tendeva ad affiorare, soprattutto in Quarzo. Anzi, io in Necroide ci trovo persino dell'ironia, non limitabile solo ad un titolo come Slayer & The Family Stone. Il growl che Succi sfodera, ad esempio, o ancor di più il vocoder in Apocalinsect, non possono che far generare un sorriso ed un apprezzamento per come si siano reinventati. Una lezione di vita per tanti gruppi, non solo italiani: ci vuole del coraggio, a status critico ben acquisito (non tanto per Dorella, già familiare a cruditè del genere, quanto per un artista come Succi), a mettersi in gioco in questo modo.

mercoledì 4 ottobre 2017

Locrian ‎– Infinite Dissolution (2015)

Una presenza più fisica, quella dei Locrian attuali. E' chiaro che rispetto ai devastanti esordi siamo di fronte a musiche meno avanguardistiche, il drone-metal che li ha fatti conoscere ha subito un processo di autocombustione e l'acquisto in pianta stabile del batterista Hess ha contribuito in maniera decisa ad un cambio di marcia drastico. Dopo il disco progressive, ecco quello epic-instru; Infinite dissolution gioca le sue carte sugli orizzonti ampissimi, sulle distese panoramiche, sulle alternanze pesantezza/solennità. Nonostante una falsa partenza black-metal, l'opener Arc of extinction, il percorso si snoda in maniera avvincente, fra Explosions In The Sky e Sunn O))), con la voce isterica che di tanto in tanto fa capolino, qualche azzeccatissima divagazione a stemperare la tensione (la sonata per mellotron ed usignoli di KXL II), e la potenza espressiva resa al massimo da una produzione perfetta. I detrattori li spingeranno ancor più giù dalla torre, ma io continuo a pormi la classica domanda: cosa mai avrebbero dovuto fare? Ripetersi all'infinito?

sabato 18 marzo 2017

Aluk Todolo ‎– Occult Rock (2012)

Il black-metal, si sa, può essere un'ottima palestra giovanile per sviluppi di vario tipo. Ce lo insegna la storia, con casi clamorosi come gli HANL. I francesi Aluk Todolo da lì provengono e con questo programmatico rock occulto hanno coniato un sound furibondo e ricco di sfaccettature.
Il trampolino di lancio sembra essere la propaggine più oscura ed urticante del rock tedesco '70, come i primi Ash Ra Tempel o meglio ancora gli Amon Duul II di Yeti; scomodare paragoni così scomodi può fuorviare, senza dubbio. Però gli 80 e passa minuti di Occult Rock non sanno di vintagismo, bensì spaziano in tante altre direzioni, post-metal, space-rock, epic-instru, con unico comune denominatore la psichedelia pesante, a tratti oppressiva. La chitarra di Riedacker disegna scenari apocalittici, la sezione ritmica tiene le fila delle architetture. E' un ottovolante di ottanta minuti che riesce a non tediare quasi mai. Non rivoluzionerà nulla, ma è una voce personale e penetra sottopelle, progressivamente.

sabato 10 dicembre 2016

Boris – Noise (2014)

Avevo lasciato un po' in disparte i miei amati Boris negli ultimi 10 anni. Troppi dischi, qualche caduta di tono e li avevo già belli considerati andati per il loro destino. Soltanto un paio di anni fa con questo Noise sono tornati ad entusiasmarmi, con un disco che paradossalmente è uno dei più normali che abbiano mai realizzato. Emo-power d'assalto (Melody, una bomba in apertura), ballad crepuscolari di orizzonte immenso (Ghost of romance), doom in rosa-shocking (Heavy Rain, cantata da Wata), pop sornione (Tayio no baka), la proverbiale suite epico-psycho-metal (Angel, 19 minuti), il trash-metal come solo loro possono farlo (Vanilla, Quicksilver). Sostanzialmente nulla di nuovo o che pensavamo non potessero fare, con l'energia dirompente che non cede mai e le aperture melodiche sempre di grande effetto. 40 anni e non sentirli.

sabato 26 novembre 2016

Los Random - Pidanoma (2014)

Per gli orfani dei Mars Volta o per chi comunque ama forme di crossover (sì, lo so, non c'entra niente con ciò che veniva incasellato con questo nome nei '90, mi piace chiamarlo così) che includono metal, psichedelia, progressive e post-rock, il power-trio argentino Los Random è un nome sicuro su cui puntare. Il parallelo con la band di Lopez & Zavala si propone in virtù delle acrobazie strumentali e della torrenziale visceralità (dna latino-americano?) delle esecuzioni, però per i Los Random le performance vocali, riservate al chitarrista Garcia, sono poco più di un accessorio, e la lunghezza delle tracce è ampliata a dismisura, fino ai 20 minuti finali della splendida Guri Guri tres pinas. Da queste kilometrico-epiche pieces inevitabile deriva l'accostamento al progressive, ma dopo tutto Pidanoma resta un lavoro cangiante, privo di autoindulgenze e soprattutto istintivo, il che non è scontato per questo tipo di complessità.

mercoledì 28 settembre 2016

Pyrrhon – The Mother Of Virtues (2014)

Quando, molto candidamente, ascoltavo death-grind dalle trasmissioni di Sorge su Planet Rock, ero molto attirato dalle ali progressive del genere con bands come Cynic, Dark Millenium, Atheist. Ad ascoltare oggi i newyorkesi Pyrrhon con questo mastodontico album, quei ricordi vanno in fumo, in una grassa risata, con la conseguenza che questo quartetto potrebbe dare un senso, se ancora può esistere, al genere.
Il fatto è che secondo me questo non è più death-metal, è una forma superiore. Tralasciando i growls del vocalist, che di fatto restano l'unico vero punto di contatto col passato, The mother of virtues è una colata rovente ed eccitante, che lascia ben poco fiato; fra mattanze doom, sfilacciamenti ritmicamente jazz, ripartenze sprint, orrori lisergici, schemi math-imprendibili, il trio è coeso all'impossibile nel tenere le fila di un suono elastico, propulso da uno splendido chitarrista, poco vanitoso e maniacalmente compulsivo. 
Da ascoltare più volte consecutivamente, senza comunque venirne a capo.

domenica 31 gennaio 2016

Cleric ‎– Regressions (2010)

E a proposito di delicatezze, i Cleric, autori di uno dei più audaci esperimenti in campo metal degli ultimi anni. Da non confondere con ben due omonimi (un solista techno e addirittura un'altra band americana di death-metal canonico), il quartetto non ha ancora dato un seguito a questo pauroso e lunghissimo tour de force, il che fa pensare: cos'altro potrebbero aggiungere ad uno sforzo così disumano che non hanno già espresso?
Durante gli 80 minuti di Regressions, non si fa in tempo a catalogare qualcosa che subito dopo accade l'imprevisto: black sinfonico alla Gnaw Their Tongues, pathos epico imponente alla Neurosis, stacchi math-core, acrobazie alt-psych alla Mars Volta, girandole costipate alla King Crimson, scorci panoramici di stampo epic-instru, riprese alla Isis; tutto ciò mi ha portato ad elaborare la parola magica: prog!
Il tutto, inevitabilmente, eseguito con una tecnica strumentale terrificante, e come per miracolo senza neanche l'ombra di autoindulgenza o narcisismi.
Quando, ormai stremati, si arriva verso il termine del disco, l'urlo disumano di & introduce la chiusura di The fiberglass cheesecake, che dopo l'ennesima sfuriata all'improvviso sfuma in una tenue e malinconica sonata per solo piano. E' la quiete dopo la tempesta, una trovata semplice ma geniale, che non fa altro che accrescere il valore del disco.

domenica 25 ottobre 2015

Ice - Under the skin (1993)

Progetto collaterale ai God del sassofonista inglese Kevin Martin, ma contenente un peso massimo di quei tempi quale Justin Broadrick. E come quasi tutto ciò che il Godflesh-head realizzava, era contrassegnato da una ferocia metallica e da una contaminazione difficile da immaginare prima.
Al punto che mi sembra più corretto parlare di collaborazione fra i due, perchè le pesanti chitarre hanno un ruolo portante. Erano semmai le ritmiche a differenziare Under the skin dai Godflesh, oltre che un senso della dilatazione temporale che fa sospettare che la natura dei pezzi (tutti fra i 6 e i 13 minuti) sia quasi improvvisativa. Alcuni frangenti ricordavano gli Scorn di Vae Solis.
Era comunque un esperimento molto ardito, non meno dei gruppi principali dei due. La riuscita fu leggermente inferiore, tant'è che ci fu soltanto un altro episodio cinque anni più tardi e poi più nulla. Under the skin è comunque un capitolo importante di quella stagione coraggiosa e fruttifera dell'Inghilterra più violenta che si sia mai sentita.

martedì 11 agosto 2015

Gnaw Their Tongues ‎- Per Flagellum Sanguemque, Tenebras Veneramus (2011) + + Eschatological Scatology (2012)

Il nostro satanasso prediletto con quella che di fatto è stata l'ultima main release, escludendo EP, raccolte, splits e miscellanee varie. Come promesso in diverse interviste, De Jong ha rallentato il ritmo quasi insostenibile delle uscite inedite di GTT, dal momento che si rendeva conto che così tanti dischi avrebbero rischiato di far calare l'attenzione. Alquanto improbabile fare di meglio delle opere immediatamente precedenti, eppure con Per flagellum De Jong è riuscito a variare ancora la formula terrificante, guidando la bestia verso sonorità più magniloquenti, a tratti surreali. Notabili l'uso massiccio di archi, percussioni e fiati orchestrali, vocalizzi femminili. La solita dose di malevolenza black e le esplosioni incontrollabili di violenza sono veicolate da un senso di allucinazione non percepito nelle precedenti pubblicazioni. Un inevitabile, ennesimo capolavoro.
Eschatological Scatology invece è una raccolta di materiale inciso fra il 2008 e il 2009, di non meglio specificata provenienza ed auto-rilasciato soltanto in formato digitale. Lo stampo è quello più sbilanciato sul versante black-doom, fortemente chitarristico e quindi interessante per la quasi totale assenza delle sei corde nel repertorio GTT. Ottimo materiale, che è stato giusto diseppellire.

venerdì 20 marzo 2015

Jesu - Ascension (2011)

Due anni dopo Infinity, Broadrick tornava ad irradiare la sua estasi metallica e lo faceva accasandosi, anche se solo per quest'episodio, alla Caldo Verde di Mark Kozelek.
E molto curiosamente le sonorità, quando sono spogliate dalla mazza ferrata chitarristica, si fanno vicine ai Red House Painters. Quasi inaudito.
A me è venuto quasi un colpo, ascoltando la seconda parte di Black Lies o le estremità di Fools; l'imprinting è kozelekiano fino al midollo, ritmi lenti e ben scanditi, filigrane acustiche, il canto sognante ma sofferto, l'emotività distaccata ma da far propria all'istante.
Ma a parte questi episodi limite, quasi tutto Ascension vive di un ispirazione melodica superiore ai capitoli precedenti, in un processo poi proseguito felicemente nel 2013 con Everyday... I punti di contatto con Conqueror ci sono ancora, e sono di altissimo livello (Broken home su tutti), ma il colpo Ascension lo assesta al cuore, diretto. Col distorsore a manetta.

sabato 14 marzo 2015

Gnaw - Horrible Chamber (2013)

Dubin è una forza della natura, non soltanto a causa della sua acre, instancabile ugola (vedere un qualsiasi video live è garanzia di non manipolazione), ma anche dello spirito di ricerca che puntualmente propone, senza fretta. Passati 4 anni da This Face, gli Gnaw tornano con un disco meno delirante, molto più orientato sul doom metalloso. Le chitarre colpiscono nel profondo col feedback, le ritmiche sono stra-fratturate come da manuale (il batterista costantemente nervoso sui piatti), la componente elettronica/rumorista si isola un po' anzichè fondersi nel contesto come nel debutto. Sembra il frutto di un gruppo che ha più suonato dal vivo che provato in studio, e il sacro fantasma di Khanate si staglia all'orizzonte in diverse occasioni.
La verbosità di Dubin fa il resto. Non ha il furore creativo e subdolo di This Face, è frontale e diretto. Il giudizio pertanto dipende dai punti di vista. Per me c'è da goderne.

martedì 13 maggio 2014

Zebulon Pike - Intranscience (2008)

Interessante band americana che cerca di bilanciare metal, post-rock, tecnicismo e progressive senza risultare pacchiana nè narcisistica.
L'apertura di Mirrors of blessed miracles (11 minuti) è fuorviante di come si sviluppa il disco: una girandola in classico stile prog-metal, con i chitarroni dominanti ed una ritmica dispari, di alto tasso tecnico. A parte un breve break di calma a metà strada, resta il meno interessante della lista, sospeso in un maelstrom di piroette acrobatiche un po' abusate.
Star Ocean (16 minuti) migliora decisamente le sorti. Se la complessità delle partiture può chiamare in causa il progressive, l'influenza che odo maggiormente è quella delle zone louisvilliane e dintorni e prosecutori. Qualcuno si ricorda di Engine Kid e A Minor Forest? Furono band che a metà '90s presero la lezione innovativa degli Slint e la fecero invadere dai loro retroterra metallari. I ZP rincarano la dose ed articolano due specie di suite (The Avian Magi, 12 minuti) che suonano molto terrene vista la possenza della strumentazione ma sanno essere cerebrali al tempo stesso. Bravi.

mercoledì 2 aprile 2014

Voivod - Nothingface (1989)

Mi sono sempre detto, ogni tanto: devo rivalutare i Voivod di mezza stagione, perchè il loro suono è invecchiato molto meglio di tanti altri coetanei, inclusi quelli che si protraevano (o quantomeno cercavano) oltre il metal classico.
Probabilmente Nothingface non sarà ritenuto da tutti il loro miglior disco, ma fu esemplificativo della loro piccola impresa creativa: della radice metal restavano soltanto qualche assolo veloce, i ritmi erano sconnessi e sincopati come da remoto retaggio progressive. La voce naturale, non eccezionale ma sempre modulata a tono, le composizioni ben definite ed articolate. Le tracce migliori: la title-track, Sub-Effect e la splendida Into my hypercube, il mio pezzo preferito di tutto il repertorio.
Ma il bello dei Voivod stava nel fatto che riuscirono a controllare l'ambizione di creare questo metal futuristico restando umili, senza mai sorpassare i propri limiti tecnici nè strafare.

giovedì 24 ottobre 2013

Scorn - Vae Solis (1992)

In origine era il grindcore, con Scum dei Napalm Death e la sua bestiale carica di furia cieca; gli stessi musicisti che suonavano in parte di quel disco si ritrovarono sotto la sigla Scorn, con una velocità di reinvenzione che aveva del prodigioso, mentre i ND stessi iniziavano rapidamente a stagnare nelle paludi di un genere destinato a bruciare le proprie cartucce in poco tempo.
In Vae Solis del metallo non resta quasi nulla, magari qualche chitarrone macellaio o le vocals rognose di alcuni pezzi, il resto era davvero novità e fusioni a freddo: le meccanizzazioni futuriste dei Killing Joke, le pesantezze industriali, il dub allungato, tirato e stirato, i samples pesi.
Anche se il vero promotore del progetto Scorn fu Harris, non a caso il chitarrista della situazione era il grande Broadrick, in prestito da Godflesh. Già l'anno successivo in Colossus non c'era più, ma l'evoluzione era talmente spedita che era naturale fosse così.