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martedì 14 febbraio 2023

Zelienople – Hold You Up (2020)


Vale più o meno lo stesso discorso, con le dovute differenze, che ho fatto tempo fa per Holy Sons; ci starebbe una pausa di un paio di settimane per fermarsi ed ascoltare in sequenza tutta la discografia, che consta di una ventina di titoli, con ogni probabilità mai meno che buoni. Per adesso conosco il debutto del 2002, forse leggermente acido ed acerbo in prospettiva, lo splendido mediano Give It Up del 2009, oggi è il turno del più recente del lotto, Hold You Up, che non può fare altro che confermare il mio apprezzamento per il loro polveroso e spiritato ambient-rock. Immancabilmente il motore della situazione è sempre Matt Christensen, ma non sarebbe una cosa di gruppo senza Weis e Harding, essenziali nel fornire un corredo che diventa l'essenza stessa dello Zelienople sound.

Una verve ritmica maggiore nell'iniziale Safer e nella finale America fanno da zavorre per il poker centrale di escursioni svanite e di durata potenzialmente infinita, da ascoltare e riascoltare e riascoltare senza stancarsi. Menzione speciale per la title-track e You Have It, ma è solo una questione di gusti. Abbandono totale; ce l'hai o non ce l'hai.

lunedì 6 febbraio 2023

Mako Sica / Hamid Drake Featuring Tatsu Aoki & Thymme Jones – Ourania (2021)


Sempre più similari ad un unità jazz mobile che fa spots e featurings, i Mako Sica affinano le loro escursioni con orgoglio e senso di comunità. Perso il polistrumentista Newell, Drazek & Fuscaldo conservano Drake e per Ourania alzano l'età media con nientemeno che il venerando Thymme Jones (tastiere e tromba) ed il jazzista giapponese Tatsu Aoki (liuto shamisen e contrabbasso). Prende forma così un quintetto sorprendentemente coeso che genera 5 lunghe passeggiate riflettenti, incentrate su una trance misticheggiante sterminata in cui ciascun personaggio sembra fare a gara con gli altri ad apparire più quieto e meno invasivo possibile. Una sfida molto dura sulla carta, ma che sfodera il senso intero dell'operazione: jazz psichedelico lunare, intriso di umiltà e umanità.

martedì 18 ottobre 2022

Screams From The List #111 - Tangerine Dream ‎– Electronic Meditation (1970)


Ma chissà perchè è stato il primo poi, a finire nella List, e non i colossi più rappresentativi degli anni successivi. Provo a darmi un motivo: nel suo essere anomalo in prospettiva, Electronic Meditation fu una fonte di ispirazione enorme per i primi due NWW, per l'attitudine psichedelica e curiosamente anche per la line-up, con la differenza che i TD sapevano suonare: un chitarrista, un percussionista ed un organista, sospesi fra caos e meditazione, per l'appunto. Schulze, che lascerà subito dopo per imbarcarsi sulla sua navicella spaziale, inscenava un battito primordiale tempestoso e spirituale. Froese poneva basi bucoliche e stendeva tappeti onirici di organo, Schnitzler lanciava strali elettrici ed infiorettava con cello e violino. L'influenza di A Saucerful Of Secrets ed Ummagumma Live è enorme, pertanto il giudizio sostanziale dipende dalla gradazione di gradimento psichedelico di ciascuno. A mio avviso, una felice anomalia.

domenica 9 ottobre 2022

Cerberus Shoal – Cerberus Shoal (1995)


Credo che non si sia mai dato abbastanza risalto alla grandezza dei CS. Anche nel momento di maggior visibilità, a cavallo del 2000, quando ebbero il sostegno della Temporary Residence per un paio di albums, la stampa li guardò con curiosità e stima, ma mai col (a mio avviso) dovuto entusiasmo. Di certo non aiutò il frastornante eclettismo che manifestarono disco dopo disco, dimostrando totale libertà artistica e disinteresse da qualsiasi riscontro commerciale. Ora ovviamente sono dimenticatissimi, eppure il tempo non scalfisce minimamente la qualità del loro repertorio, soprattutto quello dei primi anni. L'influenza esercitata dal secondo, splendido And farewell to the hightide su Mogwai ed Appleseed Cast, tanto per citare soltanto due nomi popolari, è clamorosa. Il terzo del 1997, Elements of structure / Permanence, fu il miglior album che i Talk Talk non fecero mai dopo Laughing Stock (o lo stesso discorso per i Bark Psychosis dopo Hex). E l'avventuroso proseguio verso commistioni sempre più ardite fra psichedelia e suoni etnici degli anni successivi testimonia una progressione che potenzialmente non aveva fine.

Il debutto omonimo del 1995 c'entra molto poco col loro futuro. All'epoca erano un quartetto canonico con doppia chitarra e sezione ritmica che tradiva a più riprese le proprie origini emo-core di area Gravity e dintorni, per certi versi affini ai Native Nod. Eppure le fragorose sfuriate tipiche con voce isterica rappresentavano solo una parte del loro sound, che indugiava in strutture circolari ripetute come mantra ipnotici, anticipando spesso i Van Pelt di Sultans (Rain, Breakaway Terminal Cable), di nuovo i Mogwai per le alternanze vuoti/pieni (Daddy as seen from Bar Harbor, Change), il tutto riprendendo la lezione di Spiderland soprattutto negli intarsi chitarristici di grande rilievo (Elena), con una propensione psichedelica sottocutanea a rilascio controllato. Un lavoro non perfetto e persino acerbo in prospettiva, ma superbo indicatore di un futuro radioso.

giovedì 31 marzo 2022

Vocokesh – Paradise Revisited (1998)


Il più grande limite di opere come questa (e probabilmente di tutta la trentina di dischi pubblicati da Franecki alla testa di Vocokesh) è che sono quasi incommentabili, che il giudizio dipende dall'umore del momento in cui li si ascoltano, e soprattutto in base a quanta fretta si ha di consumarli. In questo senso, non c'è moltissima differenza fra Paradise Revisited ed il precedente Smile And Point At The Mountain di 3 anni prima; si tratta di eccellenti manufatti artigianali di freakeria strumentale che distillano i 30 anni precedenti di tutta la storia della psichedelia, declinata in pressochè ogni forma possibile, con i santini di Ummagumma, In search of space, Phallus Dei e Schwingungen in bella vista. Musica derivativa ed improvvisata, ma fatta al meglio delle proprie possibilità. Seppur a rate (la lunghezza è importante), negli ultimi giorni mi sono preso il tempo di rivisitare questo paradiso e l'ho apprezzato a tutto tondo.

domenica 5 dicembre 2021

Flying Saucer Attack ‎– Further (1995)


Il secondo album dei FSA, dopo gli sconquassi eterei in feedback di Rural Psychedelia, si propose di mettere un minimo di ordine in un sound caotico ed apparentemente incontrollabile, e gettò la maschera rivelando un songwriting acustico di finissimo cesello; In the light of time, Come And Close My Eyes, For Silence, She is the daylight sono gemme trasognate a base di fingerpicking cristallino e la voce di Pearce echeggiante, in pura trance. Al di sopra di queste tenui architetture, l'eruzione di chitarre laviche e risonanze al di sopra della soglia di controllo continuò ad essere il trademark insostituibile del duo, facendo sì che Further resti un gioiello di stridore e stupore, come quello che instillò all'epoca, al netto della sorpresa del debutto. Dopo oltre un quarto di secolo, conserva ancora tutte le caratteristiche essenziali e non risulta per nulla datato.

lunedì 29 novembre 2021

Zelienople ‎– Give It Up (2009)


Abbandona (o abbandono, o altre declinazioni), questo l'invito derivante dal titolo dell'ottavo albun degli Zelienople, a quel punto ridotti a trio rispetto agli inizi. Io invece lo tradurrei in abbandonati, oppure mi abbandono all'ascolto, inerme e sognante. Il problema del gruppo di Matt Christensen è che la loro discografia potrebbe essere zeppa di dischi che dicono nulla e tutto al tempo stesso, ma semplicemente bellissimi come Give It Up, e mi occorrerà un sacco di tempo per indagare (per tacere dello stesso MC, di cui conosciamo molto bene un paio di eccellenti solisti, ma anche qui in termini di prolificità non si scherza).

Un inebriante punto d'incontro fra la psichedelia polverosa, l'ambient rock di derivazione nobilissima, certo shoegaze (a volte mi vengono in mente gli Slowdive di Pygmalion). Non ci sono ombre emotive in questo trasognato girovagare per canovacci ripetuti all'infinito, con la compassata e sempre brillante chitarra di MC e le sue nenie vocali fragili  ed incerte a costituire la spina dorsale di ogni pezzo, coadiuvato dalle percussioni quasi impercettibili di Mike Weis e dai corredi d'ambiente di Brian Harding. Difficile scegliere quale traccia si elevi sulle altre, perchè la dimensione onirica del lotto prevale su qualsiasi metro di giudizio e l'eventuale desiderio di skippare è inibito.

Musica che dice tutto e nulla, musica fantasma, che non invita ma che crea campi magnetici. Un inno alla libertà di ascolto. Tutto ciò che voglio è calma.

giovedì 14 ottobre 2021

Bonnacons Of Doom ‎– Bonnacons of Doom (2018)


Interessante formazione stoner-gaze con tanto di travestimenti tenebrosi e cantante virtuosa da Liverpool. La mia personale classificazione è causata dalla collisione continua fra ritmiche telluriche e cristallizzazioni chitarristiche, sia distorte che no. La vocalist, col suo stile ossessivo ma sempre melodioso, fornisce il plusvalore di queste 5 lunghe tracce, molto fisiche ma anche ipnotiche nelle loro sequenze circolari. L'insieme ha molto sentore ritualistico-metropolitano, ed il fascino accresce con gli ascolti, dato che piccoli dettagli semi-nascosti affiorano a più riprese. Sostanzialmente nulla di nuovo, ma a modo suo molto originale.

giovedì 22 luglio 2021

Windy & Carl ‎– Drawing Of Sound (1996)

Un duo che ho sempre snobbato per un banalissimo motivo: non mi piace il loro monicker, chissà perchè mi rievocava entità mainstream del passato. E tutto questo nonostante l'esposizione su Kranky alla fine degli anni '90, che se non era una certezza poco ci mancava. Così a 25 anni di distanza scopro questo ottimo Drawing of sound, un lungo affresco di space-dream-gaze, ad opera di una coppia di coniugi che utilizza semplicemente chitarre iper-stratificate (lui), basso e qualche cantatina timida (lei). Una sorta di versione metropolitana dei Flying Saucer Attack, con qualche santino tedesco degli anni '70 sempre in saccoccia, da estrarre al momento giusto. Un album altamente onirico, vista anche l'assenza totale di percussioni, ottimo come sottofondo pomeridiano a qualche attività ricreativa.

venerdì 24 aprile 2020

Gustoforte ‎– Gustoforte (1985)

Il mitologico esordio dei romani, destinato a restare unico fino al grande ritorno col dirompente Quinto quarto nel 2014. Erano un nome completamente sconosciuto fino al 2012, quando vennero diffuse registrazioni live del 1985-1986 sotto il titolo di Souvenir Of Italy.
Nonostante la stampa in vinile ufficiale (ed il coraggioso packaging in lamiera!), non ebbero alcuna risonanza, e non certo per la difficoltà della proposta. In quell'epoca in Italia era ben presente una florida scena underground di musiche weirdo, ma evidentemente un episodio rimasto isolato fu troppo poco per farsi notare. E fu un peccato, perchè Gustoforte parla un linguaggio alieno, frammentario ma programmatico per il nome che il gruppo si diede. Un mix avventuroso di industrial, avanguardia, elettronica analogica e psichedelia, condotto in larga parte da minimalismi pulsanti di basso, da nastri manipolati e da synth, da voci deliranti e da qualche scarno beat di drum-machine. Qualche piccola influenza krauta non impedisce all'album di risultare ferocemente avanti, e sarebbe stato davvero interessante se avesse avuto un seguito all'epoca. Ma erano tempi duri per le proposte coraggiose, e la storia andò com'è andata.

lunedì 13 gennaio 2020

Günter Schickert ‎– Überfällig (1979)

Passarono ben 5 anni da quel fulminante esordio che era stato Samtvogel, ed il prode GS continuava a navigare per oceani lisergici con la sua echo-guitar. Nel frattempo però, anzichè starsene in solitaria, aveva avviato il progetto GAM, senza tanta fortuna. Colpa / merito di una musica, la sua, profondamente riflessiva, titanica ma intimista al tempo stesso. Überfällig non raggiungeva i livelli del suo predecessore ma confermava un talento troppo personale ed enigmatico per ottenere successi, soprattutto al tramonto estremo della stagione dei corrieri e dei grandi geni teutonici. Realizzato con un batterista fisso, consta di 4 pezzi: Puls, 15 minuti in scansione marziale dalle movenze robotiche, doppiette minimali di rullante, striature galattiche come un Karoli sulla Luna. In der zeit, ballad dolentissima per acustica, voce femminile efebica e cinguettii boschivi. I 13 minuti di Apricot Brandy II, uno psicodramma per scorie di nylon taglienti e voci manipolate che anticipa di più di 20 anni le contorsioni ultra-drastiche dei grandissimi Rope. Chiudeva Wanderer, 9 minuti di escursione circolare suggestiva anche se lievemente tirata per le lunghe.
Ristampato nel 2012 dalla specializzata in scandaglio krauto Bureau B. Non un capolavoro, ma comunque l'opera seconda di un grande, fragile uomo.

venerdì 6 dicembre 2019

Stabscotch ‎– Uncanny Valley (2017)

Una delle sempre più rare scoperte di PS, proveniente da quello che una volta si chiamava underground ed adesso non esiste più, ma romanticamente ha ancora una consistenza perchè il disco è uscito in cassetta e di questo trio dell'Indiana non si sa praticamente nulla.
Non importa, perchè hanno abbastanza da dire nella pratica; non possiedo il supporto fisico, ma mi chiedo che tipologia di cassetta possa essere, dato che va oltre i 100 minuti di durata; nuove frontiere del glorioso supporto?
Venendo al contenuto, gli Stabscotch sono una rivelazione, c'è poco da dire. Non suonano come nessun'altra cosa mai sentita, e lo suonano come se non ci fosse un domani, con uno sforzo sovrumano ed un dispiego di idee e soluzioni impressionante, in pratica inesauribile. Il bassista / vocalist ha un'imprinting  tipicamente hardcore, con quel declamare furioso e monotono. L'asso del gruppo è il chitarrista, l'elemento più raffinato ed in grado di sfornare riffs dalle mille sfaccettature, che più volte mi ha ricordato il grandissimo Drazek dei Rope. 
E le composizioni? Indefinibili, inafferrabili, psicotiche, dei rebus inestricabili. Gli Stabscotch parlano un linguaggio dell'assurdo, sono accompagnatori verso una Zona del mistero più fitto ed inspiegabile. Un labirinto di post-hardcore, prog, art-metal, avanguardia e tanta, tanta psichedelia.
Uncanny Valley è talmente lungo e pieno di dettagli che credo occorrano 10/15 ascolti per assimilarlo al meglio, il che significa circa 24 ore. Follia totale, di questi tempi, ma gli Stabscotch sembrano non fare parte di questo mondo, ed entrare nel loro, almeno metaforicamente, è un esperienza da provare.

mercoledì 11 settembre 2019

Mako Sica & Hamid Drake ‎– Ronda (2018)

Una pausa di un lustro, l'avvicendamento del batterista Kendrick con l'eclettico polistrumentista Chaetan Newell, ed i Mako Sica sono tornati con 3 album in 3 anni, segnando il cambio di stile importante verso un fine cesello jazz-psichedelico, certo non modernissimo ma denso di una personalità sempre più strabordante.
Per l'unità di Drazek & Fuscaldo pertanto è un manifesto espressivo questo Ronda, vista l'estemporanea inclusione di Hamid Drake, ultrasessantenne batterista chicagoano che in area modern-jazz ha un curriculum sterminato e presta in queste 5 tracce un drumming raffinatissimo, mai invadente e perfettamente calato nella realtà onirica dei Mako. La sua presenza libera Newell di passare fra piano, cello, contrabbasso e flauto senza fare una piega. Drazek non ha ancora rinnegato il suo stile chitarristico, l'ha semplicemente affinato e portato alla volta celeste, ed incrementa l'utilizzo della sua malinconica tromba.
E' purissima impro con tutti i suoi limiti, non ci sono novità in tal senso e forse i Mako non sarebbero neanche in grado di mettersi lì ed organizzarsi. Basta prendersi un'ora, farsi trasportare verso questo mondo ultraterreno e scordarsi di tutto il resto e la realtà.

lunedì 29 luglio 2019

Screams From The List #85 - Verto ‎– Krig / Volubilis (1976)

Altro oggetto non identificato d'oltralpe, riconducibile al chitarrista J.P. Grasset, ma in questo disco coadiuvato da un manipolo di musicisti connazionali, soprattutto il bassista Gilles Goubin che risulta coautore in quasi una metà del materiale. Si inizia con Krig, ed è già il pezzo forte: un poderoso mix fra lo Zeuhl ed i King Crimson di Starless, con tanto di violino funambolico. Ma nel proseguio il disco è piuttosto slegato, passando di palo in frasca, rievocando Magma, Lard Free ed in qualche tratto anche i grandissimi Archaïa. Segno di un notevole talento ma forse disperso nella precarietà delle situazioni, nel non avere una support band costante e/o completa. Grasset denotava ottime doti chitarristiche e visioni creative in testa, come testimoniato nei 18 minuti di Strato, un deliquio solipsistico a base di effetti, di folate tremebonde, di psichedelia distorta, come un Gunther Schickert in preda al delirium tremens e con poca sensibilità. Un occasione sprecata, forse, un nome minore ma degno di essere preso in esame.

martedì 23 luglio 2019

Supreme Dicks ‎– Workingman's Dick (Archival Recordings 1987-89) (1994)

Nel 1993 il mondo scoprì i Supreme Dicks ed il verbo si diffuse, seppur limitatamente a quello che una volta si chiamava underground. Tempo un anno ed a Londra una piccola etichetta, la Freek Records, appena partita a pubblicare cd di artisti carbonari da ogni angolo del pianeta, fece uscire Workingman's dick, antologia di registrazioni risalenti a fine anni '80. Era ben chiaro che l'Europa sarebbe stata più ricettiva della madrepatria per i Dicks, specialmente in quegli anni, e questo ne era una lampante dimostrazione. Il suono, per essere in sostanza dei demos, è discreto; sono 20 tracce che anticipano in maniera diretta Unexamined Life, sia con rimandi espliciti (Hyacinth Girls) che di estrazione compositiva, con pochi episodi legati al lato più free-form dei Dicks. Interessante quindi per capire e riflettere sulla genesi di una band storica, essenza di un espressione unica al mondo, rimasta inimitabile, con tutto il movimento weird del decennio successivo a togliere il cappello, con umiltà e devozione. Come si deve ai Dicks.

giovedì 6 settembre 2018

Zelienople ‎– Pajama Avenue (2002)

Il gruppo madre di quel Matt Christensen che abbiamo scoperto e molto apprezzato con Honeymoons, nel primo di una lunga serie di dischi (una dozzina in 15 anni, neanche tantissimi se ci si pensa). Sono di Chicago ma prendono il nome da un piccolo paese della Pennsylvania, e qui facevano una forma di psichedelia letargica, spiritata, svanita, una specie di mix fra Velvet Underground, Spacemen 3, Low, Flying Saucer Attack e l'asse Drunk/Spokane, con un latente retaggio slow-folk a stelle e strisce. E' uno di quei dischi di cui alla fine non ricordi neanche un pezzo su 10, ma che ti viene voglia di riascoltare perchè in fondo fa il nobile servizio di farti ammantare da una nebbia sottile, accomodante e a modo suo persino rassicurante, perchè in Pajama Avenue di fatto non succede praticamente nulla: le voci sono distanti e sussurrate, le chitarre cullano, i synth vaporizzano, le ritmiche sono moviole precarie, e le composizioni sono monocromatiche. In pratica è quasi ambient, ma dell'inedita stoffa a quadretti stile camicie di flanella.

giovedì 23 agosto 2018

Heroin In Tahiti ‎– Sun And Violence (2015)

Fra alti (l'insuperato Death Surf) e bassi (poco entusiasmanti Canicola e lo split con Ensemble Economique) continua il lavoro di modernariato psichedelico di Mattioli e De Figuereido. Il loro penultimo lavoro Sun And Violence per fortuna rientra tra i primi, e vede il duo alle prese con una forma di library acida e contorta, ricca di fascinazioni sia cinematografiche che spiritatamente occultiste. Doppio vinile che si impone fra i prodotti più interessanti (seppur innocentemente passatisti, a dispetto delle moderne tecniche di registrazione) degli ultimi anni in terra italica. Spiccano le fascinazioni tribal-western di Superdavoli e Black Market, la magnifica ipnosi di Spinalonga, la concitazione corrosiva di Arena 2, il naufragio a base di mellotron di Costa Concordia. Pure allucinazioni, però una durata inferiore non avrebbe guastato....

domenica 14 gennaio 2018

Legendary Pink Dots ‎– Any Day Now (1987)

Con la discografia abissale che hanno accumulato in 35 anni (parliamo di 150 titoli fra originali e miscellanea), si è scoraggiati ad indagare sulla carriera dei LPD, ed è un peccato perchè analizzando Any Day Now si ha una conferma, almeno qui, della bontà della loro proposta, molto ma molto arty. L'idea futuristica che sovviene spontanea è; questa è la musica che avrebbe potuto ideare negli anni '80 un Syd Barrett completamente ripulito, cresciuto musicalmente e magari trasferitosi in Francia o in Olanda (dove peraltro migrarono i LPD a metà decennio), e non soltanto per la somiglianza del tono vocale da parte del cantante Ka-Spel. Un gotico psichedelico raffinatissimo, impressionista, elegante ma che non rifiuta le stranezze, il cui unico difetto è la presenza di una fredda batteria elettronica. Pressochè bellissimi tutti i pezzi, con preferenze per Neon Marines, Laguna Beach, Waiting for the cloud, Cloud Zero. Un disco che mixa mitteleuropeo e melanconia british con risultati meravigliosi.

venerdì 15 dicembre 2017

GAM ‎– Eiszeit (1978)

L'echo guitar del grande ed umilissimo Günter Schickert ebbe modo di essere ignorata anche sull'operato di questo trio che formò insieme ad un altro chitarrista, Axel Struck, ed il batterista Michael Leske. Quando non ti deve andare, c'è poco da fare. Dei due sodali non resterà alcuna traccia ed i tre dischi registrati fra il 1976 ed il 1979 sono rimasti inediti nel migliore dei casi 10 anni, nel peggiore 30. Eiszeit dovette aspettarne 27 per essere ripescato da un etichetta specializzata in reperti krauti, ed anche se non arriva ai fasti dello stratosferico Samtvogel è comunque la preziosa testimonianza di un'attività senza dubbio precaria e registrata non in maniera eccelsa, ma eccellente prosecutrice delle scie lasciate dai primi Ash Ra Tempel e dai Neu! più selvatici, con qualche lampo di genio arty (la nenie angoscianti di Demons e Verlass mich nicht, con degli elementi gotico-decadentisti che fanno riflettere). Se avessero potuto disporre di una produzione un po' più decente ne sarebbe uscito un capolavoro della tarda stagione; Struck, che Schickert descrisse come un tipo che gli insegnò un po' di tecnica, era degnissimo compare di striature e graffianti progressioni lisergiche. Leske appoggiava con motorik incessanti delle galoppate che più o meno qualsiasi amante del rock cosmico non potrà che apprezzare, da scoprire meglio tardi che mai.

mercoledì 15 novembre 2017

Mako Sica ‎– Essence (2012)

Destinati ai sotterranei più bui vita natural durante, i Mako Sica persistono nella loro formula, persi in un cunicolo impro senza speranza. Vinili in edizione da 100/200 copie e audio-cassette sono il  mezzo per diffondere l'attività live, sporadica ma costante negli anni. Dopo lo splendido Dual Horizon, questo Essence persevera anche il formato, 3 lunghissime tracce strutturate in un flusso continuo, un po' più sbilanciato sulla psichedelia (in certi tratti si materializza persino il fantasma dei Floyd di Ummagumma, complice anche l'estatico fonetismo di Fuscaldo), ma con alcune interessanti parti di tromba di Drazek a diversificare le ambientazioni espanse, sinistre, labirintiche. Only for fans, vista la formula che ha limiti strutturali evidenti. Da segnalare che nel '15 il batterista Kendrick non fa più parte del progetto, ed è stato rimpiazzato. Confido in novità.