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giovedì 17 ottobre 2019

Pussy Galore – Dial 'M' For Motherfucker (1989)

La giusta palestra per Jon Spencer, prima di trovare la sua vera ed esaltante incarnazione nella Blues Explosion. C'erano troppi galli nel pollaio Pussy Galore: lui, lo scalpitante Neil Hagerty, e pure la sua ragazza Martinez che smaniava velleità soliste ed infatti se ne andò alla vigilia di questo Dial M.
E pensare che la sporchissima coerenza di questo album resta intatta, col senno di poi: al netto di qualche riempitivo, è un'essenza noise-blues-punk dritta in faccia, beefheartiana quanto basta ma non cubista. Epidermico ma non tellurico, rumoroso ma non dissonante, ironico e beffardo, la perfetta anticamera delle prodezze di lì a poco.
Rimando comunque all'analisi ben più corposa di Vlad Tepes.

mercoledì 14 agosto 2019

Gun Club ‎– Miami (1982)

Un'anno dopo la grande rivelazione di Fire Of Love, il quartetto di Jeffrey Lee Pierce era già pronto ad evolversi e perchè no, a raffinare le proprie doti dando in mano il suo secondo album ad un produttore voglioso di levigare la componente punk e di ravvivare le doti istrioniche del suo master. Il risultato fu un aumento esponenziale delle chiavi roots e della solennità espressiva di JLP, ancor più idealmente vicino ad un Jim Morrison reincarnato e ravvivato dal '77. Resta un disco in sostanza inferiore al debutto, anche se più espressivo e vario nelle atmosfere; l'anno successivo con Death Party recupereranno parte del loro spirito animalesco.

mercoledì 10 gennaio 2018

Jon Spencer Blues Explosion ‎– Orange (1994)

Il disco della gloria per la Blues Explosion, del successo internazionale. Come ho già scritto per descrivere il loro grezzissimo esordio, all'epoca non li sopportavo. Dopo più di vent'anni, invece, li trovo divertenti, travolgenti e trascinanti. Caratterizzato da un'appropriata produzione più professionale, Orange viene definito in genere il loro apice e mi accodo al coro; qualche novità in sede di arrangiamento (un'organino, qualche sezione d'archi, un basso in qualche pezzo) lo rese irresistibile, così come lo sono quasi tutti i pezzi, istintivi, beffardi, rotolanti. Un'arancia febbrile.

domenica 13 gennaio 2013

Jon Spencer Blues Explosion - Jon Spencer Blues Explosion (1992)

Residuato nostalgico dei tempi di vacche magre: 16-17 anni fa comprai questo disco in cassetta (!) per pochissime migliaia di lire, nonostante all'epoca fossi tutt'altro che entusiasta di Jon Spencer. C'è stato un momento, a metà anni '90, in cui era così pompato (persino i miei adorati speaker di Planet Rock lo incensavano) che mi sfiorava l'antipatia, ma non era solo quello: le mie orecchie ancora presissime da grunge, indie ed alternative sopportavano a fatica questi grezzi deliri punk-garage-blues.
A vent'anni di distanza, cosa resta di questo primo album omonimo? Venti, brevi sgraziate tracce che obiettivamente si farebbe anche un po' fatica a rivalutare, però....ora riesco a coglierne lo spirito divertito e dissacrante che la seriosità del post-Cobain opprimeva un po', nonchè l'approccio strumentalmente animalesco-primitivo che rendeva tutto così grottesco. Alcuni pezzi poi sono quasi irresistibili: Chicken Walk, What to do, Eliza Jane, Write a song.
Soltanto una cosa chiedo: che non venga tirato in ballo il nome di Don Van Vliet. Sarebbe una bestemmia.

giovedì 8 novembre 2012

Gun Club - Death Party (1983)

Edizione ristampata nel 2004 ed ampliata con l'aggiunta di una registrazione live dell'epoca effettuata a Ginevra nello studio di una stazione jazz. Che cosa c'entrassero i GC col jazz poi mi resta ancora da capire, però è tutto molto affascinante. (E d'altra parte anche i Talk Talk se ci penso, fecero uno dei loro ultimi live al Montreaux Jazz Festival, per cui non c'è da stupirsi più di tanto).
L'EP originale era una bomba grazie soprattutto alle sfuriate di The Lie e The light of the world, con Pierce ancora al massimo della forma, demonio posseduto dall'impeto punk-blues. Poco sotto queste due la title-track e Come Back Jim, mentre un grazioso soffio melodico ammantava la bellissima The house on Highland Avenue, con lo spirito di Jim Morrison materializzatosi in salsa new-wave.
Il live in studio invece ovviamente è l'equivalente di una mandria di bisonti in corsa. Death Party, già velocizzata di suo, raggiunge i 10 minuti di durata, ma un po' tutti i pezzi mostrano un tiro pazzesco e un sound veramente crudo.
La curiosità sta all'inizio, con lo strano esperimento di Strange Fruit. Pierce, trovatosi in uno studio jazz seduto ad un piano invitante, evidentemente pensò bene di dirigere il gruppo verso un improvvisata, selvaggia e spiritata jam-session in cui tutti fecero più o meno quello che gli pareva, l'importante era seminare il panico. Effetto straniante è dire nulla; prendendo l'esperimento un po' più sul serio credo che ne sarebbero successe delle belle, ma la storia è andata bene così lo stesso.

martedì 8 giugno 2010

Gun Club - Fire of love (1981)

Una cosa molto bella della new-wave fu che persino i generi già antichi allora potevano essere recuperati in una nuova veste, non necessariamente rivoluzionaria ma comunque trasposta sotto una lente che illuminava i ragazzi d'allora verso forme fresche, coinvolgenti e spontanee. Così successe ai Gun Club, che su questo primo incendiario album svolgevano una missione affine a quella dei Cramps; prendere il blues e il rockabilly dei primi '60, dargli fuoco e lanciarlo alla massima velocità. La lunga mano del punk si insinuava e faceva il resto. Il capitano della banda, Pierce, era un istrione biondo dalla voce quantomeno atipica: tutt'altro che intonato, cantava con ossessiva monocromaticità, fra l'esagitato e lo psicopatico, calamitando l'attenzione in mezzo ad una selva di slides, ritmi selvaggi e schemi blues trasfigurati. Gli anthem migliori di Fire of love suonano ancora molto freschi oggi: l'entrata di Sex beat resta probabilmente il vertice espressivo dei GC, con quei 4 accordi che circolano ossessivi, evocanti una sparatoria da saloon degna dei film country & western. Subito dopo vengono She's like heroin to me, Ghost in the highway, indubbiamente i più folli del lotto. Ma la scrittura e l'esecuzione resta brillantissima anche in pezzi più meditati come Jack on fire e Cool drink of water. Le influenze erano facilmente riconducibili fin dai tardi anni '50, ma quella che i GC stessi eserciteranno su bands di successo di oggi (vedi White Stripes) sarà debordante.

(originalmente pubblicato il 26/07/09)