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martedì 4 gennaio 2022

Lubricated Goat ‎– Psychedelicatessen (1990)


In uno dei primissimi Rockerilla che comprai, nel 1993, c'era un servizio su questo gruppo australiano (Sidney) dal nome improbabille, descritto come temibile, rumoroso e composto di personaggi ben poco raccomandabili. Parole che a quasi 30 anni di distanza suonano ben poco intimidatorie, ma che all'epoca rientravano perfettamente nell'estetica di quel giornale, che usava (ed abusava di) descrizioni alquanto variopinte pur di scatenare sensazioni di curiosità. E' vero comunque che la storia di Stu Spasm, leader ed unico membro fisso dei LG, non fu esente da inconvenienti. Nel 1990, durante il loro primo tour europeo, con concrete possibilità di infilarsi nel carrozzone alternativo di riscontro popolare underground, venne accoltellato a Berlino e necessitò di qualche anno per riprendersi.

Psychedelicatessen è un buon compendio di garage-alternative-noise venato di psichedelia, dotato della cattiveria giusta per adescare il pubblico di Cows, Cop Shoot Cop e compagnia malevola. Predica il verbo originario dei migliori Stooges, pizzico di perversione inclusa, con delle prospettive noise-rock che, come detto, li avrebbe potuti far riscontrare negli Stati Uniti se fossero approdati ad esempio alla Amphetamine Reptile o alla Touch & Go. Eccellente la registrazione.

domenica 21 novembre 2021

Various ‎– Deep Six (1986)

Il leggendario sampler primo atto della C/Z Records, nonchè ritenuto primo vero atto deliberato, dichiarazione d'intento del Grunge. Soltanto due acts su 6 prenderanno il volo verso la celebrità; dei giovanissimi Soundgarden ancora piuttosto succubi delle radici hardcore (quindi subito prima della breve deriva wave delle prime pubblicazioni), con un Cornell quasi irriconoscibile, e degli altrettanto acerbi Melvins, già debordanti ma ancora un po' indecisi se spingere sul pedale dei bpm o trovare la quadra l'anno successivo col primo album.

Chi avrebbe meritato il successo, dopotutto, erano i Green River di Mark Arm e dei due futuri Pearl Jam, una band che in prospettiva avrebbe potuto fare sfracelli, ma la loro storia era già verso il capolinea. Chiudono il sampler 3 nomi minori; i Malfunkshun, pretenziosi nel loro glam-horror-sabbathiano, gli Skin Yard di Jack Endino, autori di un art-noise un po' velleitario ma tutto sommato dignitoso, e gli U-Men con un noise-voodoobilly divertente ma passabile.

I due pezzi dei Green River valgono il prezzo del biglietto, ed i 4 dei Melvins sono interessantissimi in prospettiva. Deep Six fu tutt'altro che un sampler professionale (la produzione latita parecchio), ma l'entusiasmo che lo circondava si percepisce tutt'ora col coltello. Dopotutto, erano bei tempi che presagivano una rivoluzione copernicana, e nel bene e nel male questi ragazzi ne furono protagonisti.

venerdì 22 maggio 2020

Uzeda ‎– Quocumque Jeceris Stabit (2019)

A chi piace tanto '90s è sicuramente gradito questo inatteso ritorno degli Uzeda dopo ben 13 anni di silenzio, ancor di più se registrato da Steve Albini.
E' come se il tempo si fosse fermato, al punto che le potremmo definire le cariatidi del noise-rock nostrano, con un termine ingeneroso ma in fin dei conti veritiero.
Ma come negare che gli Uzeda siano aggrappati ai loro standard, con piccole variazioni forse legate all'invecchiamento (chitarre più spigolose che distorte, la voce della Cacciola che prende inusitate inflessioni alla Siouxsie), senza qualsiasi speranza di rinnovamento?
Terminato il pistolotto morale, questo disco dal titolo in latino è formalmente perfetto ed esce per la Temporary Residence in America, esplora più o meno tutto il ventaglio emotivo del loro songwriting ed è il 5° in quasi 30 anni. Cosa chiedere di più ad una band che è nata soltanto nella terra sbagliata?

giovedì 5 settembre 2019

Helmet – Meantime (1992)

Scoprii gli Helmet grazie al video di In the meantime, il cingolato di apertura di questo secondo album, trasmesso sulla gloriosissima Indies. Poi comprai Strap it on, di cui avevo letto faville, e faville furono. 
Fra il 1990 e il 1992 ci fu lo tsunami mondiale che ben ricordiamo, e il mondo dell'alternative fu rapidamento invaso da un oceano di investimenti da parte delle major. Gli Helmet non furono da meno e la Interscope se li aggiudicò, dando loro mezzi sterminati ad una condizione: una bella levigata nel suono. Per questo motivo inizialmente Meantime mi deluse: troppo monocromatico, troppo squadrato, ed il pezzo gancio-traino della situazione, Unsung, persino troppo accattivante per i miei gusti.
Ci sono voluti tantissimi anni perchè lo riprendessi in mano e lo rivalutassi. Sarebbe stato quasi impossibile eguagliare i livelli del debutto, destinato a restare una pietra miliare del noise-rock. Page Hamilton indirizzò il gruppo verso lo spirito del groove a 360°, e di fatto Meantime è un unico, gigantesco, compatto groove, strutturato in 10 pezzi molto simili fra di loro, da cui si elevano In the meantime, Turned Out e Better. E dopo oltre un quarto di secolo ne apprezzo maggiormente il suono, persino al netto delle immancabili prodezze di John Stanier. Persino Meantime era destinato a restare un caso isolato, visto ciò che realizzeranno un paio dopo, con la sempre eccitante Betty.

sabato 20 aprile 2019

Lightning Bolt ‎– Ride The Skies (2001)

Il divertente, esilarante e caotico secondo dei LB, ma in realtà il primo a farli uscire dall'anonimato ed a renderli un piccolo caso nell'underground noise americano. Davvero poca differenza dai successivi Wonderful Rainbow e Hypermagic mountain, che forse furono leggermente più elaborati: Ride the skies è pià che altro furia esecutiva, lobotomia sonora, lavaggio gastrico e schiacciasassi irresistibile. Fra i power-duo più schizoidi li metto una spanna dietro Hella e Usa Is A Monster, per una maggiore ossessività ed un minor eclettismo, ma resta certo che sono un espressione che difficilmente ci dimenticheremo.

venerdì 7 dicembre 2018

Bare Minimum ‎– Bare Minimum (1996)

Completiamo la risicata discografia del Minimo Sindacale, questo quartetto che dalla Bay Area si mosse a Seattle, senza fortuna: il grunge era già finito, figuriamoci se c'era spazio per una musica senza tanti compromessi come la loro. L'esordio omonimo non fu per nulla inferiore all'ottimo Can't cure the nailbiters che finì per essere il canto del cigno; un alternative noise di vaga derivazione hardcore, non molto dissimile da quanto stavano realizzando nello stesso anno i Crownhate Ruin. Quindi, una band già matura nel mettere in scena 5 pezzi piuttosto lunghi, innestati di venature slintiane, dalle ritmiche scomposte, dalla voce incattivita e dalle chitarre spigolose ed affilate. Da recuperare per chi ama questi suoni così novantiani, ma invecchiati alla grande.

domenica 28 ottobre 2018

Girls Against Boys ‎– Venus Luxure No.1 Baby (1993)

La coesione assoluta, il climax sonoro, la messa a fuoco incendiaria, questo è Venus Luxure. Dopo gli esperimenti in precariato ed il primo sorprendente album, era nell'aria che i GVSB avrebbero sfornato un capolavoro del genere, ed oggi ne celebro personalmente il venticinquennale (nella mia graduatoria del 1993, si classificò terzo). Ormai seppellite le origini hardcore, i quattro si concentravano sull'impatto frontale, con ben pochi fronzoli. Una scaletta infallibile, con le dovute pause strategicamente ben equidistanti (la torbida Satin Down, la melmosa nenia Get Down, la spettrale Bug House, il miglior finale possibile). Il focus del disco, una mitragliata di corse a rotta di collo, Go be delighted, Let Me Come Back, Learned It, Billy's one stop, e in evidenza il video-lancio Bulletprood cupid, che vidi incantato e magnetizzato per la prima volta su Indies (purtroppo ora introvabile sul tubo). L'amalgama generale e gli arrangiamenti di Janney erano i loro segreti principi, ma non posso fare a meno di segnalare Fleisig come il migliore in campo, uno dei migliori batteristi di tutti i nineties.

venerdì 20 luglio 2018

Metz ‎– Strange Peace (2017)

Trio canadese con 3 albums all'attivo su Sub Pop, che tiene sempre a curare la propria fetta di catalogo in qualche modo "nostalgica", basti vedere la costanza e la fedeltà mai negata ai Pissed Jeans. Con i quali i Metz credo condividano lo stesso pubblico di apprezzamento, vista la mutua ispirazione deliberatamente tratta dal noise-grunge-punk degli anni '90. Strange peace è un disco travolgente, irruento, ispido, che ricorda tanti nomi ma trova una sua via personale e beneficia della produzione di Steve Albini soprattutto sull'impatto della batteria, sempre garantita in your face. Molto apprezzabili anche i pezzi rallentati, che sanno abilmente replicare anche le più malsane delle atmosfere tipicamente grande mela alternative all'alternative.

domenica 22 aprile 2018

Flour ‎– Luv 713 (1990)

Oscuro ed ormai dimenticato personaggio della gloriosa scuderia Touch & Go, Pete Conway in realtà ha un merito storico fondamentale: diede la folgorante idea a Steve Albini e Todd Trainer di fondare gli Shellac. Era stato bassista dei Rifle Sport insieme al grande batterista e poi si era messo in proprio col progetto Flour; per promuovere il suo terzo disco andò in tour con quei due, che già si conoscevano, e si rivelò una convivenza che fece scoccare la scintilla istituzionale.
L'influenza dell'occhialuto epoca-Big Black era evidente per Conway, vista la fragorosità incendiaria delle chitarre e la presenza di una incessante drum-machine; di quel suono però forniva una versione light, con una buona dose di melodie quasi pop, qualche componente gotica ed un pizzico di industrial-metal in stile Ministry. Un buon ibrido, che risente di una produzione un po' piatta ma resta molto molto interessante in chiave retrospettiva. Dopo un quarto disco nel 1994, Conway si ritirò dalle scene e di lui si è sentito parlare soltanto da parte di Albini, in un intervista in cui ne decanta le doti di cuoco.

sabato 24 giugno 2017

Missing Foundation ‎– 1933 Your House Is Mine (1988)

Act newyorkese appartenente alla categoria dei complessi americani più spostati di fine anni '80, di quella stessa matrice che generò Vampire Rodents, Gravitar, Crash Worship ed altri folli di questo tipo.
Furono un po' la risposta americana all'industriale europeo; l'influenza originaria dei Throbbing Gristle e delle loro muraglie bianche veniva contaminata con voci isteriche, quasi belluine, chitarroni zavorrati e tribalismi pesanti. In qualche tratto sembra di assistere ad una parodia hardcore, quasi a sfottere i Ministry che concettualmente potevano contare sulla stessa estrazione ed invece si diedero una (per dire) ripulita e corsero verso il successo.
Ma sono solo episodi marginali, perchè 1933 è l'espressione sfigurata di un gruppo di folli scatenati, invasati e sconsiderati che seminano il panico.

sabato 18 febbraio 2017

Six Finger Satellite ‎– Weapon EP (1991) + Machine Cuisine (1994)

Due uscite corte prima e dopo il rinomato debutto su Sub Pop: difficile pensare, ad orecchie inconsapevoli che sia la stessa band. L'EP Weapon contiene 4 pezzi di alternative-noise fragoroso, con qualche scoria di post-hardcore ma già piuttosto maturo. Le chitarre hanno il sopravvento ed il cantato di Ryan è ancora sintonizzato su uno screaming monotonale. Per un gruppo all'esordio assoluto, niente male.
Machine Cuisine, un mini-lp edito soltanto su vinile 10", fu un episodio controverso; PS gli assestò addirittura un impietoso 4/10, dopo aver dato uno dei suoi rari 8/10 a The Pigeon. Si trattava di un evidente disco di transizione, oltre che il primo approccio radicale dei 6FS all'elettronica; la band era in pieno rimescolamento di formazione (se ne erano andati il chitarrista Phillips ed il bassista Niemand), ed alla luce di questo a mio avviso non è da buttare, anzi; la schizofrenia residente nel dna esce alla grande nelle pulsazioni ossessive di White Temples, mentre sono irresistibili le marcette kraftwekiane di Love (Via Machine) e The well tempered monkey. Il resto, sì, si poteva limare qualcosa, ma non è che infici di tanto.

mercoledì 10 febbraio 2016

Black Pus ‎– All My Relations (2013)

Lateralmente alle prodezze compiute coi Lightning Bolt, l'ipercinetico batterista Chippendale è attivo anche con questa sigla solista, la cui attività col passare degli anni è diventata più prolifica del duo. E con All my relations c'è stato persino l'approdo alla Thrill Jockey.
I punti in comune coi LB sono parecchi, la progenitura è indiscutibile: ritmi forsennati e fratturati, effetto lavatrice, follia allo stato brado. La batteria è ovviamente al centro di tutto, ma resta comunque un concreto supporto alla schizofrenia irrefrenabile: come dimostrato dal vivo, Black Pus è una one-man band che vive di corto-circuiti, di bassoni filtrati e sfigurati, di vocoderizzazioni ai limiti del cartone animato, di distorsioni galattiche. 
Ottima alternativa a chi si fosse un po' stancato degli ultimi LB.

giovedì 1 ottobre 2015

Helmet - Betty (1994)

Celebrato l'anno scorso col tour del ventennale, Betty fu il disco più vario della fase gloriosa degli Helmet, di certo non ai livelli dell'insuperabile Strap it on ma superiore al secondo, il monocorde In the meantime. Forse fu proprio quest'ultimo a spingere Hamilton a mescolare le carte, anche sull'onda del successo commerciale del gruppo il quale richiedeva una dose di melodie orecchiabili, qui ben presenti (erano pur sempre gli anni del post-grunge). Era anche la produzione a diversificare: i vecchi panzer cingolati scemavano sempre più il loro impatto e si faceva strada un senso del groove per certi versi irresistibile, grazie al lavoro unico della sezione ritmica (non ci si stanchi mai di ammettere la grandezza di Stanier e Bogdan, prego).
Ricordo che all'epoca stupìrono non poco il bluesaccio acustico di Sam Hell, il jazz-noise di Beautiful love e l'ibrido stranissimo fra Captain Beefheart e Pil di The silver hawaiaan). Grazie anche a questi, anche se non rappresentativi del contesto, la signorina in copertina Betty invecchia bene e fa ancora bella figura; ormai gli Helmet erano alternative a tutti gli effetti e non più noise-rock, ma lo facevano dannatamente bene.
L'edizione limitata dell'epoca comprendeva anche 5 pezzi live di ottima valenza, fra cui il prezioso recupero di Sinatra, dal primo album.

giovedì 27 febbraio 2014

Trumans Water - Spasm Smash XXXOXOX Ox & Ass (1993)

Il fu John Peel non era sempre la Bibbia, ed ogni tanto aveva anche lui i suoi eccessi: trasmise per intero, senza interruzione alcuna, il primo album dei californiani Trumans Water durante una delle sue trasmissioni. Di sicuro ne derivò una visibilità altrimenti ridotta alla classica audience della Homestead, ma non era questo il solo punto. Perchè Spasm Smash a 20 anni suona ancora come un caposaldo dell'alternative-rock, intricatissimo e dilagante; di sicuro non destinato al successo ma al consenso critico (oltre a Peel, ricordo che ai tempi anche il planetrocker Max Prestia impazziva per loro).
Con una perla nel finale, la cover dei Faust: una discendenza che non volevano celare ma che poteva sviare; i TW non facevano avant-rock, semmai finivano per violentare il corpo dell'indie immergendolo in una selva di dissonanze, avarie ritmiche, fughe astruse e persino qualche melodia accattivante. Impossibile estrapolare un highlight: il sospetto del concept è forte, visto anche il ritmo incessante con cui si susseguono le tracce. Ma se analizziamo l'ultima parola del titolo, ne sovviene un altro, di sospetto....

domenica 10 novembre 2013

Shellac - Friends of Shellac Plus 11 Ovens Demo (vinyl bootleg) (2008)

Bootleg di dubbia provenienza che non fa altro che raccogliere The futurist a 4 versioni grezze / strumentali di estratti da At Action Park, e comparso come fantomatico vinile nel 2008.
A proposito di The futurist, si racconta di un episodio abbastanza misterioso: registrato nel 1995, consta di 2 strumentali di 13/14 minuti ciascuno, pare composti per un gruppo di ballo canadese. Venne archiviato, messo in un cassetto e stampato poi in neanche 1000 copie da distribuire ad amici ed addetti ai lavori, in modo che non venisse mai considerato shellac album #2. Ed infatti tale è rimasto, cioè un ascolto riservato soltanto agli stretti estimatori di Shellac ed ai curiosi di cosa sarebbe potuto diventare il seguito del primo storico.
Tirate le cronache, non resta un granchè di memorabile: trattasi di una serie di 3-4 jam compatte e concatenate, abbozzi abrasivi (a tratti anche molto validi) di qualcosa che si poteva sviluppare ma che per motivi oscuri Albini accantonò.
Così succede che si finisce per raschiare il fondale e ripescare questo poker di provini grezzi risalenti al 1993/94: The admiral, Song of the minerals, Dog and pony show, Il Porno Star. 4 colonne d'Ercole che si ergono granitiche anche se strumentali e lo-fi.
Per aficionados.

venerdì 8 novembre 2013

Shellac - Excellent Italian Greyhound (2007)

Verso la fine della penultima traccia, Paco, intorno ai 4'45" c'è una palese citazione di una progressione di accordi di Il porno star, anno di grazia 1994. Con questo non voglio insinuare che EIG sia un ritorno alle imprese titaniche di allora, ma se devo indicare un secondo miglior disco degli Shellac è l'ultimo della lista cronologica. 
Perlomeno è energico, sa graffiare come ci si aspetta dalle 3 volpi e amen se la forma e l'inventiva non sono più quelle di una volta, se ci si arrangia col mestiere e con lo stile.
Le divagazioni minimal/astruse che non fanno impazzire ci sono (Elephant, Genuine Lulabelle), ma questa volta la scaletta l'hanno studiata bene e sbadigli non ne escono. The end of radio e Boycott riportano con successo ai tempi di Doris/Wingwalker, e fanno centro pieno i noise-boogie a rotta di collo Steady as she goes e Spoke, da annoverare fra le cose più lineari mai fatte da Albini & Co. E non è un paradosso.

martedì 26 febbraio 2013

Lightning Bolt - Wonderful Rainbow (2003)

Ciò che ha reso divertenti i LB negli anni di maggior rilevanza, diciamo fra Ride the skies e Hypermagic Mountain, è stata l'attitudine dissacrante e la voglia di sconvolgere. Ad esempio, ho trovato geniale l'idea di suonare sotto il palco, circondati dal pubblico.
Wonderful rainbow li coglieva al top della forma. Una formula così bruciante non poteva reggere più di tanto, quindi fuoco alle polveri e mitragliate a più non posso. La prima metà è da manuale dell'iper-noise a due: Assanssins, Dracula Mountain, 2 Towers, On Fire, fanno a gara per trovare lo spunto più irresistibile,  le scale più impossibili da parte dell'arnese elettrico di Gibson e le martellate implacabili di Chippendale.
Nella seconda parte c'è spazio persino per qualche pausa di quiete, ma il meglio arriva con le scosse telluriche di 30000 Monkies e la mostruosità abissale di Duel in the deep.
Shock garantito, ancora oggi.

mercoledì 17 ottobre 2012

God Bullies - Plastic Eye Miracle (1990)

Non c'è molta differenza fra le prime prove dei GB come questa e le ultime; stesso senso di panico e di abbrutimento generale, forse verso la fine c'era una maggior varietà di atmosfere ma il fine era sempre quello.
In Plastic Eye Miracle c'è un breve e grezzo campionario del loro punk-noise deviato ed ossessivo, ma c'è anche l'incubo per intercalare di voci arroganti della title-track, e soprattutto la litania psichedelica di She's wild, uno dei 3-4 pezzi migliori del loro repertorio.
Gli ultimi 3 titoli in elenco sono dal vivo e mostrano il lato più animalesco della band.
Non il loro miglior disco ma adatto ad introdurli.

giovedì 5 aprile 2012

Bare Minimum - Can't cure the nailbiters (1998)

Oscurissimo quartetto di Seattle, i BM ebbero vita breve a fine millennio e questo fu il loro secondo ed ultimo disco. E si trattava di un lavoro notevole in linea con i tempi, ma col piglio giusto e l'attitudine adatta a non farsi bollare come plagiatori.
L'ombra dei Sonic Youth aleggia spesso grazie al doppio attacco chitarristico, atonale e volutamente caotico (ma mai troppo rumoroso), ma i BM aggiungevano alla lezione una certa dose di astrattismo che permetteva loro di avvicinarsi a tratti alle sonorità dei grandi June Of '44. Rilevante anche l'iniezione di Slint che peraltro contrassegna i momenti migliori del disco: la lenta nebulosa dell'iniziale Waterfight or Firefight, i rabbrividenti accordi sospesi all'inizio della trascinante Downing Dolly, e soprattutto lo splendore della post-ballad Luchuck, corredata di intimo pianoforte.
Quest'ultima sarebbe potuta essere la direzione giusta per i BM, ma scomparvero.

domenica 8 maggio 2011

Rrope - Rrope (1994)

Quartetto ultra-indie di San Francisco, due soli dischi in attivo e una catalogabilità quasi impossibile. Soltanto qualche influenza dei primi Sonic Youth si materializza nella prima parte del disco (Ok Nic), ed esclusivamente per quanto riguarda i maelstrom chitarristici. A volte le vocals e le micro-impennate di tono possono ricordare i Mission Of Burma (Step right up, #23), ma sono solo piccole parentesi perchè i Rrope avevano una creatività eversiva ed ostica che li rese più o meno unici.
Le alternanze forte/piano (Mercury), disorientanti così come le amare risoluzioni di vaga reminescenza louisvilliana (Mission revue), tradiscono un sottile approccio avanguardistico applicato al noise-rock più diagonale. Non a caso, il batterista Gendreau era già allora un veterano della sperimentazione in studio e dei field recordings col progetto Crawling With Tarts.
E la sua esperienza risalta nettamente nella secondo parte del disco, estremamente più ostica, molto meno rock della prima. Fra minacciosi encefalogrammi che oscillano attorno allo zero (Battery Davis, con un flebile giro chitarristico quasi slintiano), stralunati e fratturati strumentali (W. Acre Lament), assurdi collage di pseudo-jazz ed organetti dementi (Axis In Collapse - Ivy Bottles), wall of sound deliranti (Only go around), contiene la miglior sintesi possibile di tutto il Rrope-sound inclusa incursione post-melodica, Stumpfingers.
Un altro nome prezioso nella lista dei grandi ignorati degli anni '90.