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giovedì 2 marzo 2023

Lino Capra Vaccina – Sincretico modale (2022)


La terza età dorata di Vaccina, che ormai settantenne continua regolarmente ad uscire con nuove pubblicazioni, la maggior parte delle quali in collaborazione con altri più o meno illustri. Sono i suoi episodi in solitudine però ad attirare la mia attenzione: Sincretico Modale esce a 5 anni di distanza dallo splendido Metafisiche del suono, e ne persegue il concetto di ambientale riflessiva, in buona parte incentrata sull'immortale sgocciolìo del Grand Piano. Il pezzo d'apertura Armonie della mente si dipana sospeso come un bozzolo di farfalla, dalle coloriture vagamente Buddiane. La sottilissima tensione di Riflessi lontani vede l'unico ospite esterno, l'oboe di Camillo Mozzoni in distensione armonica. Una maggiore stratificazione di suoni concentrici (cimbali e vibrafono) caratterizza Percezione dell'essere, mentre il protagonista della nebulosa Persistenza della memoria è un dolente harmonium. Il piano torna principe ed estatico negli undici minuti della conclusiva title-track, di nuovo reminescente Budd.

Un album di pura contemplazione ed abbandono come ci si può aspettare da questo grande vecchio, anche se nel complesso leggermente inferiore al precedente.

sabato 21 gennaio 2023

Screams From The List #113 - David Cunningham – Grey Scale (1977)


Di Cunningham principalmente si sa della sua carriera di produttore e di band-leader nei Flying Lizards, una breve avventura nell'electro-art-pop-wave capace di almeno un disco notevole. Prima di tutto questo, però, il compositore irlandese esordì poco più che ventenne con questa prova d'avanguardia surreale e straniante, in cui suona in maggioranza da solo, chitarre, tastiere, violino, percussioni, con qualche contributo esterno. E' una prova che testimoniava già un notevole eclettismo: si passa da litanie semi-demenziali ad arie austere e minacciose, da precarie deambulazioni a minimalismi intenzionalmente falliti, da sketches cabarettistici a suoni acquatici (nel vero senso della parola). Necessita di qualche ascolto per essere capito, ma per l'età dell'autore era un passo piuttosto audace e maturo.

martedì 26 ottobre 2021

Screams From The List #101 - Robert Ashley ‎– In Sara, Mencken, Christ And Beethoven There Were Men And Women (1974)


Scherzi della List. Ma quanto coraggio il buon Gianni Sassi, a fare la collana Nova Musicha, e forse ancor di più nel pubblicare questo solco dello statunitense Robert Ashley, sperimentatore ardito e multimediale attivo su più fronti. Solco che fu esclusiva italica fino alla prima ristampa americana, avvenuta quasi 30 anni dopo. 40 minuti di monologo robotico, che assomiglia ad una lista infinita di nomi con diversi intercalari (il finale very titanically è scultoreo), con un interessantissimo sottofondo di moog ad opera del non accreditato Paul Demarinis. Uno schizofrenico ammasso di gorgoglii, glitches, bubboni e spirali che verso il finale viene doppiato da una specie di ritmo tribale sintetico, il valore aggiunto del solco.

Sulle prime l'avevo bollato come una palla mortale, ed invece, man mano che i 40 minuti scorrono, l'ipnosi è garantita fino all'assuefazione totale, magnetica, sulle onde sinusoidali di questo moog impazzito. Si astengano orecchie di quasi tutti i tipi perchè per una volta non sono d'accordo con Vlad Tepes, che lo classificò come poco più che una curiosità.

domenica 29 marzo 2020

Lino Capra Vaccina ‎– Metafisiche Del Suono (2017)

Dopo aver giustamente incassato la rivalutazione che meritava per la ristampa di Antico Adagio nel 2014, il vecchio Vaccina è tornato ad avere un'attività continua e cospicua e con franchezza non mi aspettavo che potesse raggiungere un risultato artistico rilevante con questo Metafisiche Del Suono, un superbo album. Segno importante che la vecchia classe avanguardistica dei '70 può ancora riservare belle sorprese, che le generazioni antiche possono ancora dare del filo da torcere ai giovani e che la loro classe resta immutata anche dopo tantissimi anni.
MDS è un disco splendente, luccicante, dal suono fantastico; l'architettura delle 6 tracce si regge su vibrafono e percussioni leggere suonate dal barlettano, che si avvale in un paio di tracce di due collaboratori (il chitarrista Tanner e l'oboista Mozzoni). Ma appare evidente come il suono imponente ed immortale di un grand piano sia il vero protagonista dei 14 minuti di Metafisica Del Suono, la monumentale traccia di apertura, un autentico circolo magico che avvolge senza possibilità di ritorno. Il contraltare consiste nella chiusura, i 10 minuti di Metafisica del Silenzio, dove il grand piano ritorna in vesti più dimesse, per un finale dal sapore notturno e divinamente meditabondo.
Il centro dell'opera svaria su panorami più espansi, dai sapori etnici (Lo spazio trascendente), grotte sonore minacciose (Policromie sospese), sgocciolii acuti (Il silenzio interiore), cattedrali solenni (Geometrie Astrali). Un disco quasi impossibile da smettere di ascoltare, di quelli che diresti appartenenti ad un altra era, che in questi anni disordinati solo un glorioso reduce a braccia aperte può permettersi di realizzare e dare in pasto ad orecchie bisognose di sollievo interiore. Applausi.

venerdì 14 febbraio 2020

Charlemagne Palestine & Grumbling Fur Time Machine Orchestra* ‎– ggrrreeebbbaaammmnnnuuuccckkkaaaiiioooww!!! (2015)

Interessante impro-live fra i Grumbling Fur (ovvero Daniel O'Sullivan + Alexander Tucker) e sua eminenza Carlomagno. Una joint-venture nata dopo che nel 2013 quest'ultimo era stato invitato al Transmission a Ravenna dal primo, direttore artistico di quell'edizione e dichiarato ammiratore dell'intramontabile personaggio di Brooklyn.
Poco più di mezz'ora per un flusso colorito, ricco di spunti e mai banale. I due GF stendono un tappeto elettro-acustico, quasi cosmico, su cui CP ha la libertà di scorrazzare fra il suo falsetto minimale, lo strumming al grand Piano e suoni animaleschi (soprattutto ovini). Imponente la progressione ed il crescendo nella seconda parte, che eleva l'esecuzione a qualcosa in più di una semplice improvvisazione, alla quale avrei gradito parecchio presenziare.

martedì 10 dicembre 2019

Aidan Baker ‎– Book Of Nods (2008)

Di solito funziona così, per AB: ascolto 3 suoi dischi uno dopo l'altro, fra quelli più citati (ma  prendo i titoli che mi piacciono di più, confesso); i primi 2 sono da buttare, il terzo è buono.
Book Of Nods ha il suo maggior pregio nella secondarietà delle chitarre, rivelando un rovescio alternativo dello spirito estatico, per quanto leggermente naif, del canadese. E' in sostanza una ambient organica, in quanto incentrata su piano ed organo, dalle strutture minimalistiche. Love parte con dei tintinii ovattati di piano, quasi alla Charlemagne Palestine d'annata, ma con una sequenza cinematica di gran gusto. Survival è una stagnazione di organo per i primi 6/7 minuti, poi AB inizia a dare qualche colpo sparso alla batteria, per poi innescare alla chitarra un riff gothic-shoegaze che fa decollare la suite. Obsession ha una struttura similare, anche se giocata tutta sull'organo ed accentua i colpi percussivi aleatori. Good & Evil stratifica diversi bordoni e chiude con un'atmosfera stranita, quasi cosmica.
Come sempre, una durata ridotta avrebbe giovato all'insieme e non sarà certo ricordato come uno dei suoi episodi più memorabili, ma Book Of Nods funziona perchè ha uno spirito oserei dire terapeutico, che infonde serenità e leggerezza.

domenica 21 luglio 2019

Peter Zummo ‎– Frame Loop (1984-2018)

Recupero oltre-trentennale che ingrassa la magra discografia del grande trombonista americano, documentante una jam in quartetto con Arthur Russell, un percussionista ed un marimbaro. Seppur abbia un po' il tenore di una badilata ad un barile già non grassissimo, Frame Loop ha ben impresso il suo irresistibile carattere di surrealismo che abbiamo conosciuto sul fantastico Zummo with an X, con quello stile grottesco ma elegante fatto di sbuffi, di cicli ellittici, senza virtuosismi, concentrandosi sull'effetto di gruppo. Che nel contesto fa il suo: Russell resta un po' sullo sfondo, la marimba punteggia sorniona, le congas danno lo sprint giusto. Pochi i temi ripetuti all'infinito; resta una jam poco perfezionata ma molto gradevole.

giovedì 13 dicembre 2018

Jim O'Rourke ‎– I'm Happy, And I'm Singing, And A 1, 2, 3, 4 (2001)

Pitchfork gli ha dato 9.0, PS invece 5/10. La media è esattamente il voto che darei io a questo album che nel 2001 vide il (provvisorio) ritorno alle sonorità meno scontate e di avanguardia dal cui humus il buon Jimmy aveva mosso i primi passi di musicista. Nello stesso anno, per dire, aveva pubblicato su Drag City Insignificance, un disco di rock ordinario che più ordinario si poteva (per quanto la parola ordinario possa essere un complimento nei confronti di questo moderno guastatore e diciamocelo, grande produttore). In questo live registrato fra New York e Osaka ce lo ritroviamo alle prese col minimalismo, con l'elettronica analogica, con il glitch tanto in voga ai tempi, per un trio di titoli che sembrano costruiti in forma compatta e con una sequenza tutt'altro che casuale, anzichè prelevati da un palco (non si sente nessuno fiatare, e la qualità del suono non a caso è pari a quella di uno studio). Per questo, pur partendo da premesse tutto sommato non molto originali, è innegabile che si tratti di un capitolo elegante e raffinato, oserei dire, di volgare contemporanea elettronica.

lunedì 10 settembre 2018

Harold Budd ‎– In The Mist (2011)

Il Budd della terza età, dei 3/4 di secolo, in un disco diviso in 3 parti. Non ho approfondito le ultime appendici della sua discografia, ma sono convinto che la vecchiaia possa essere una stagione dorata per lui: d'altra parte, in giovane età la sua compostezza formale fu sempre all'insegna di un lavoro con lentezza e con educazione.
In the mist mi è sembrato un disco abbastanza feldmaniano, a più riprese. I primi 5 pezzi, per piano ovattato, probabilmente microfonato a distanza, sono intrisi di quel falso, apparente minimalismo interlacciato con le sue arie melanconiche. Quasi hauntologico. Spicca il tributo a Mika Vainio, dall'incipit quasi basinskiano. I seguenti 3, ovvero il secondo blocco, interlocutori, come a stabilire un ponte con il terzo ed ultimo, in cui entra in scena un quartetto d'archi. E qui sta il piatto forte, con 5 brevi arie impressionistiche, per l'appunto reminescenti di Feldman, per ondate metronomiche di corde e sfregamenti.
Comunque lo si veda, un set d'eleganza che non si discute.

sabato 17 marzo 2018

Aidan Baker ‎– Dog Fox Gone To Ground (2006)

Altra scoperta durante letture estive di Blow Up di 10 e più anni fa che non avevo neanche comprato all'epoca; ho trovato sorprendente come già allora Baker potesse ricevere un'8/10 dato che già allora era spaventosamente incontinente, ma questo Cd-r per l'italiana Afe in effetti si rivela un ottima suite in 5 parti in cui il canadese suona soltanto chitarra acustica, sia al naturale che passata attraverso effetti (passi per i drones, ma come fa ad ottenere il feedback, vien da chiedersi?). La sensibilità più estatica e delicata di Baker trova un eccellente veicolo espressivo, strutturalmente improntato sul minimalismo; i 5 temi scorrono placidamente, reiterati con dolce ossessività e senza alcuna fretta, generando un paesaggio astratto ma al contempo ricco di fascino. La ricerca del suono dell'anima, direttamente dalle corde di nylon.

mercoledì 7 febbraio 2018

Peter Zummo ‎– Zummo With An X (1985)

Spesso ricordato per le assidue collaborazioni ai dischi di Arthur Russell, Zummo è un trombonista statunistense attivo da sempre in diverse aree art che pervenne al debutto solista a quasi 40 anni, con questo gioiello di minimalismo. Diciamocelo, il suono del trombone è buffo e divertente, no? Bene, con Zummo with an X lo diventa ancor di più, ma trasportato in un'area grigia e surreale.
L'ho scoperto grazie alla recensione entusiastica di Mattioli riguardo alla ristampa in cd del 2006. E' diviso in 3 tronconi: Instruments, registrato nel 1981 per quartetto con tromba, marimba e cello (ovviamente Russell); sette brevi vignette irresistitibili di minimalismo e disincanto. Song IV, del 1985 con tabla e cello amplificato, una stratosferica jam di 20 minuti. Lateral Pass, del 1985, colonna sonora per un balletto, rilanciava l'assetto con l'aggiunta di percussioni ed accordion, per un approccio più ricco ma sempre fatto di tocchi rarefatti e ben misurati; appropriatissima, per la ristampa, l'inclusione della ripresa abbreviata di 5 minuti della Song IV.
Sarà facile approfondire la discografia di Zummo, perchè sono solo 4 dischi in 30 anni; non avrà sprecato una nota che fosse una.

sabato 3 febbraio 2018

Giusto Pio ‎– Motore Immobile (1979)

A 50 anni superati, con un impiego sicuro di violinista classico assunto all'orchestra Rai, il veneto Giusto Pio si rimise in discussione ed iniziò a collaborare con Battiato, dapprima al tramonto della sua prima fase sperimentale e poi addirittura come co-compositore nei primi album della sua fase pop. Al contempo, inoltre, pubblicò Motore Immobile per la Cramps, con cui dava la stura alle sue velleità minimalistiche. Costituito da 2 pezzi di un quarto d'ora, il disco è una meditazione pacifica giocata su bordoni immobili di organo, sottili increspature di violino, mormorii estatici (a cura di Battiato sotto falso nome), caleidoscopi di arpa, il cui ascolto fu consigliato a volume basso. Non fu forse un capitolo così avanguardistico, visto l'anno di uscita, ma le ristampe che si sono succedute nell'ultimo ventennio (di cui l'ultima l'anno scorso, in 500 vinili) confermano che in ambito italiano fu un episodio anomalo e curioso, che si lascia ascoltare tutt'ora con piacere.

mercoledì 26 aprile 2017

Oren Ambarchi ‎– Quixotism (2014)

Episodio piuttosto trascurato, considerato minore se non deludente più o meno da tutti i pareri che contano. Eppure Quixotism a mio avviso è un'altra prova di classe di una poetica, quella dell'australiano, in grado di scardinare quel confine indefinibile fra elettronica ed acustica, fra polo ed equatore, fra distacco e coinvolgimento.
Strutturato in una suite divisa in 5 movimenti, Quixotism fa sfoggio di una nutrita schiera di ospiti, di cui i più famosi sono senza dubbio O'Rourke e Brinkmann. E' un minimalismo policromatico, quello di Ambarchi, che fa dell'ipnosi il suo punto forte: la ritmica ha una componente fondamentale, specialmente quando il battito si fa incessante e metronomico, una sorta di incrocio fra un martello pneumatico soft ed una bomba ad orologeria. Mentre tutto intorno la chitarra fantasmatica produce nebbie polverose e caleidoscopi immagignifici, si susseguono i tocchi di piano, le svisate degli archi (nientemeno che l'orchestra sinfonica islandese!), le striature di synth, è tutto un gentile mulinare di suoni e colori che il disco finisce senza che ce ne accorgiamo.E lo facciamo ripartire.

giovedì 8 dicembre 2016

Manuel Göttsching ‎– E2–E4 (1984)

Disco-santino per Christian Zingales, ed apro una parentesi. Il simpatico redattore di BU, in possesso di un linguaggio colorito, fantasioso (a volte persino un po' troppo enfatico, ma si sente che c'è una grande passione...), non sarà certo uno con cui condivido la maggior parte dei gusti, ma in certi casi mi ha fatto scoprire grandi perle come questo. Gottsching, uno dei chitarristi guru della stagione dorata krauta con gli Ash Ra Tempel, prese la sua strada di sperimentazione elettronica solista ed al contrario della stragrande maggioranza dei compari che scendevano in un declino impietoso, sfornava un capolavoro come E2-E4.
Santino non solo per Zingales; per i pionieri della techno-trance, per tutti gli hypnagogici-hauntologicy degli ultimi 10 anni, e perchè no? Anche per gli amanti del minimalismo, perchè si tratta di un pezzo lungo un'ora basato sullo stesso poliritmo sostenuto e due-accordi-2 di tastiera ripetuti all'infinito. Sopra di essi, variazioni di synth, glitches di varia natura e dulcis in fundo, un lunghissimo assolo di chitarra a cavallo dei 40 minuti; chitarra che Gottsching fa volare bassa come un deltaplano, pulita e snodata; la ciliegina sulla torta di un viaggio che non si può non ascoltare 3-4 volte di seguito, tanta è la dipendenza che sviluppa istantaneamente.

venerdì 5 agosto 2016

Screams From The List 49 - Steve Reich, Richard Maxfield, Pauline Oliveros ‎– New Sounds In Electronic Music (1967)

Dei tre sperimentatori presenti in questa bizzarra raccolta soltanto uno è elencato, cioè Steve Reich, uno dei massimi guru del minimalismo americano degli anni '60. Stranezze della List. Ma è chiaro che gli altri due non stanno lì per caso, anzi.
Mezzo secolo fa poteva capitare che una sussidiaria della super-major Columbia, in mezzo ad un catalogo focalizzato più che altro sulla classica, piazzasse questo trio di sperimentatori senza compromessi. Il pioniere di Seattle Richard Maxfield, un tossico spericolato che si suicidò due anni dopo questa uscita, con Night music, nove minuti di spirali e bubboni che si accavallano senza speranza, come se ci si trovasse in una foresta androide di cinguettii meccanici.
Reich proponeva un lavoro di loop vocali basati sulla ripetizione all'infinito dell'espressione come out to show them, che lentamente si sovrappongono e vanno fuori sincrono rispetto all'inizio fino a formare un gelido urlo primordiale.
La texana Oliveros si prendeva tutta la facciata B con i 20 minuti di I Of IV, un trip buio ed inquietante a base di oscillatori e nastri. Materiale altamente lunare, che mette paura ancora oggi, figuriamoci allora. 
Il sacro furore e il coraggio dell'essere sia avanti che fuori: un manifesto.

sabato 16 maggio 2015

Carl Stone - Mom's (1992)

Oltre alle mie solite, un'altra buona fonte di apprendimento mi è giunta dalle radiozine di Blow Up, che anche se concentrate in un lasso di tempo limitato hanno offerto ascolti variegati e molto interessanti. Fra cui questo compositore californiano diviso fra elettronica, concretismi, collagismi, field recordings, e molto attivo anche in Giappone.
Mom's mette in mostra un'arte di collage minimalistico che raggiunge risultati superbi. Sono 5 lunghe tracce, ciascuna depositaria di uno stile diverso: voci sintetizzate su bordoni di organo (Banteay Sray, magnifica), montaggi vertiginosi di musica latino-americana e jazz (Mom's), library sovrapposta e stratificata (Gadberry), installazioni di estasiati vocalizzi femminili (Shing Kee, magnifica), una suite ambient-industriale (Chao nue, validissima, ai livelli dei maestri).
Un'autore da scoprire, precursore sicuro (se non di più, vista l'anagrafica) come Tom Recchion.

martedì 28 aprile 2015

Mudboy ‎– This Is Folk Music (2005)

Ma anche no, che è folk music. Non si sa che fine abbia fatto (è dal 2010 che non pubblica nulla) Raphael Lyons, ed è un peccato, forse poteva ancora regalare qualcosa di interessante. Ora non vorrei fare come Ferrero imitato da Crozza, però ho notato che quando certi artisti laterali dal grosso potenziale smettono di pubblicare per più di un paio d'anni significa che hanno interrotto le trasmissioni.
Stranamente affiliato al noise-rock degli anni zero (forse più per la provenienza, Providence, che per altro), Mudboy sul primo album creava un misterioso meltin pot fra minimalismo '60 e mostri sacri tedeschi '70, con qualche breve ma efficace incursione su una specie di sub-industriale (la geniale Beirut dance party, ipotetica out-take degli ultimi Throbbing Gristle). Musica che affascina senz'altro gli amanti del suono vintage, grazie a quell'organo dal suono spesso e polveroso, elaborata su figure minimali (di qui l'eventuale accostamento a Terry Riley) e di umore particolarmente gioviale.
Conquista dopo 2-3 ascolti.

giovedì 12 dicembre 2013

Laurie Spiegel - The Expanding Universe (1980)

Ristampato l'anno scorso per la prima volta dopo 32 anni, The expanding universe è un piccolo cult della musica elettronica in quanto la chicagoana Spiegel, musicista con un retroterra folk, fu una delle prime performers ad applicare il minimalismo al computer digitale. Incuriosisce, pertanto, l'ascolto del flusso dronico della title-track che si prolunga per 22 minuti con mutazioni quasi impercettibili: un po' tedioso sulla lunga distanza ma è significativo di quanto sia influente su una marea di acts del sottoterra americano attuale (zona Digitalis e dintorni)
Meglio le 3 tracce che lo precedono, segnate da una briosa elettronica cosmica debitrice oltremodo dei tedeschi di qualche anno prima ma con un piglio minimalista che lo rende abbastanza interessante. Non certo una pietra miliare, gradevole e nulla più.

domenica 21 luglio 2013

Charlemagne Palestine & Janek Schaefer - Day of the Demons (2012)

Avendone avuto testimonianza dal vivo, fa piacere ricevere conferma che l'attempato Carlomagno sia in ottima forma anche in studio. Questo suo ultimo disco, realizzato in combutta col ben più giovane sound artist londinese Schaefer, è un ammaliante affresco di minimalismo occulto che lascia stregati.
Due tracce di 20 minuti cadauna: la magica Raga de l'apres midi pour Aude, condotta dal drone di organetto, da rintocchi di campane e il classico, ipnotico falsetto di Palestine, che si inerpica in saliscendi emotivi spericolati. Da brividi.
Fables from a Far Away Future è molto probabilmente più farina del sacco di Schaefer, visti gli innesti di musica concreta e campionamenti vocali. Ma lungo il cammino il canovaccio minimalistico fa capolino a ripetizione con maestosi drones di organo e synth, ed il finale di melodica è di quelli rasserenati che genera un sorriso ottimistico; giurerei che è composta del buon Palestine.

venerdì 20 aprile 2012

Blind Cave Salamander - Troglobite (2009)

Non mi succede molto spesso: al primo ascolto Troglobite mi era piaciuto molto, ma alla distanza mostra qualche corda. L'idea di Moonfish, all'inizio, è buona: arpeggio minimale di chitarra, concentricità elettronica e violino lamentoso, squisitamente gotico. Poi la mano psichedelica prende il sopravvento, con la viola elettrica di Palumbo a delirare in sottofondo.
Il polistrumentista larseniano è qui insieme alla violinista Kent e dall'elettronico Beauchamp, a creare sfondi molteplici, non sempre angosciosi come nell'apertura. La rilassatezza di Blood lagoon e Untitled li fa sembrare un mini ensemble gotico da camera, l'ambientale siderale di Transition e Magma rassicura. Certe idee melodiche sono anche piuttosto buone, come in Used to be the last, ma alla fine non resta un granchè di memorabile.
E di sicuro potevano risparmiarsi la vacua versione di Set the control for the heart of the sun.