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martedì 9 maggio 2023

Maquiladora – What The Day Was Dreaming (2003)

 

I miei beniamini dell'alt-country americano, in definitiva, al quarto album. Un gruppo purtroppo criminalmente sottovaluato, persino in un periodo in cui il genere incontrava il favore della critica generalista, che però l'ha ignorato a piè pari (a parte Scaruffi, che invece non ha lesinato elogi). Di certo non ha aiutato il fatto di avere un nome particolare ma corrispondente ad un pezzo dei Radiohead, nè gli omonimi che sono sopraggiunti successivamente. What The Day Was Dreaming fu un'altra dimostrazione di grande talento espressivo e compositivo, fatto di suoni sonnolenti, ballads carezzate in punta di dita, echi di falò notturni ed un cuore enorme, gigantesco. Sudden Life, Drunk and lightning fires, Leave the music on, Waiting gli episodi più memorabili, ma non c'è nulla di sbagliato in tutta la scaletta. Facile identificare Neil Young come padre putativo, io ci sento anche l'eredità preziosissima dei Rex ed in prospettiva anche un influenza esercitata sulle cose più roots-oriented degli Antlers di un decennio dopo. Stiamo parlando di nobiltà, dopotutto.
 

domenica 13 febbraio 2022

Weyes Blood – The Outside Room (2010)


Il debutto della cantautrice Natalie Mering, originaria della California, assurta a discreta visibilità grazie ad un album su Sub Pop nel 2019. Le premesse di The outside Room però erano ben altre, prima di una progressiva normalizzazione, e non a caso il trampolino della situazione fu la Not Not Fun, per i cui standard comunque era decisamente canonica. Base di partenza un folk psichedelico austero, con impostazione vocale mutuata direttamente da Nico, ben udibile nel pezzo di apertura Storms that breed. Il seguito va a braccio su tenui allucinazioni, ballad stordite alla Natural Snow Buildings, reminescenze sparse di una Azalia Snail molto seriosa, echi di una Joanna Newsom umile in quanto meno dotata. L'aspetto vocale è quello più curato e dotato di attenzione, ma più per impostazione che per talento cristallino, a suggellare il sacrale riferimento Nico-esque. Nel complesso, un disco molto etereo e diversificato, gradevole se si apprezza l'area grigia che occupa.

sabato 22 gennaio 2022

Dan Oxenberg, Bear Galvin + Friends (Pillow Mt. Conspiracy) ‎– Early Abstractions. Vol. 1 (2019)


Tre anni dopo il grande rientro di Late Superimpositions, il caro vecchio Danny è tornato, di nuovo insieme al misterioso Orso Galvin (presumibilmente il tizio con i pantaloni della tuta adidas nella foto sopra), ma questa volta si tratta in gran parte (non meglio precisata) di vecchio materiale degli anni '90, tant'è che appaiono altri due ex-Supreme Dicks, Steve Shavel e Mark Hanson. Si tratta quindi di un album d'archivio, al contrario del precedente, e si sente. Lo spettro tremolante del passato si agita fra le ballad anemiche, gli sballi allucinogeni, il flautino dissonante, la voce fragilissima, l'Orgone citato in un paio di titoli. E' una raccolta in chiara chiave lo-fi, indirizzata essenzialmente ai fan dei SD.

domenica 5 dicembre 2021

Flying Saucer Attack ‎– Further (1995)


Il secondo album dei FSA, dopo gli sconquassi eterei in feedback di Rural Psychedelia, si propose di mettere un minimo di ordine in un sound caotico ed apparentemente incontrollabile, e gettò la maschera rivelando un songwriting acustico di finissimo cesello; In the light of time, Come And Close My Eyes, For Silence, She is the daylight sono gemme trasognate a base di fingerpicking cristallino e la voce di Pearce echeggiante, in pura trance. Al di sopra di queste tenui architetture, l'eruzione di chitarre laviche e risonanze al di sopra della soglia di controllo continuò ad essere il trademark insostituibile del duo, facendo sì che Further resti un gioiello di stridore e stupore, come quello che instillò all'epoca, al netto della sorpresa del debutto. Dopo oltre un quarto di secolo, conserva ancora tutte le caratteristiche essenziali e non risulta per nulla datato.

domenica 27 ottobre 2019

Screams From The List #88 - Ron Geesin ‎– As He Stands (1973)

Conosciuto principalmente per aver dato un contributo fondamentale alla realizzazione di Atom Heart Mother, Geesin è un compositore, polistrumentista e sperimentatore avant-psichedelico scozzese che nel corso della sua lunga carriera si è anche dato alla library televisiva, oltre che a bizzarre installazioni ed eventi meta-multimediali.
Sulla List viene tirato in ballo il suo 4° album del 1973, As He Stands, un lavoro spezzettato e complesso, in cui si evince un forte sense of humour dipanato in svariate vignette psych-folk, qualche aria celtica ed alcuni spoken-word di forte sapore teatrale. Nel contesto, però, tutto sembra perfettamente incasellato come si deve, ed il valore aggiunto è costituito dalle tracce di maggior ispirazione library e da quelle più coraggiose, come Concrete Line Up, Wrap a Keyboard Round A Plant, To Roger Waters wherever you are e A cymbal and much electronic, ovvero quelle più influenti per Stapleton. Musiche dell'assurdo.

lunedì 12 agosto 2019

Leanan Sidhe ‎– Calendario Arboreo Perpetuo (2000)

A volte il fascino del mistero avvolge oltre l'immaginazione, e riesce a mascherare e sovraccaricare i risultati artistici. Nel caso dei fiorentini LS, le bio-info sono pressochè inesistenti; partiti a metà anni '80 nell'epicentro del rock nazionale, non riuscirono ad emergere e scomparvero per quasi un decennio. Sembra confermare la storia modello di quegli outsider toscani che si sono affacciati ai panorami musicali, salvo poi fuggire ed isolarsi in campagna (è un po' naif e cito solo quelli di mia conoscenza/ricordo, Unmade Bed, Ci S'Ha, ma sono sicuro che ce ne sono stati altri, e poi come non pensare ai Sensations' Fix). Calendario Arboreo Perpetuo è stato il loro ultimo auto-prodotto (purtroppo l'unico componente di cui era noto il nome è scomparso nello scorso decennio), rilasciato gratuitamente in rete e rivelatore di uno stile del tutto personale, in apparenza incasellabile sotto una campana banalmente psichedelica, ma in realtà molto più ampio, fosse soltanto per l'avventurosa storia della sua costruzione (rimando con piacere al post di Allelimo che me li fece scoprire). E' un viaggio globalizzato, con delle armonie di grande respiro e costruzioni chitarristiche di pregio; non è esente da difetti (un po' intrusive e concitate le incursioni di parlato, ma immagino siano state importanti a livello concettuale), ma l'unicità del complesso li rendeva speciali, questo è certo.

giovedì 13 giugno 2019

Roy Harper ‎– Flashes From The Archives Of Oblivion (1974)

Doppio live celebrativo del menestrello britannico per eccellenza, che scomponeva un po' della sua perfezione formale in studio in favore di un approccio psichedelico (gli bastavano un paio di riverberi e delays per partire per la stratosfera) e di una pseudo-teatralità, spesso debordante nella gag vera e propria (un paio di lunghi numeri di cabaret, sinceramente skippabili per chi non è madrelingua).
Una partenza tranquilla con i pezzi più morbidi e riflessivi, ed il delirio a partire dall'eccezionale Me and My Woman, dal leggendario Stormcock, una delizia anche se spogliata del suo arrangiamento. A seguire la mia preferita del suo repertorio, South Africa, che si trasfigura letteralmente, poi i 16 minuti elettrici titanici di Highway Blues ed il gran finale di One Man rock and roll band. Un poker finale da brividi che precede una coda in studio, con la delicata Another Day ricca d'archi e MPC Blues, tirata allo spasimo.
Giù il cappello, sempre.

martedì 16 aprile 2019

King Of The Opera ‎– Nothing Outstanding (2012)

Smessi i panni di Samuel Katarro (e come dargli torto, pochi monickers furono altrettanto sciagurati, ma un errore di gioventù si perdona a tutti), Alberto Mariotti ha colto l'occasione e varato KOTO, di fatto un trio col batterista Vassallo ed il polistrumentista D'Elia, anche co-autore di una metà delle musiche. E non è stato un passaggio puramente formale; dopo quel piccolo capolavoro visionario che l'aveva innalzato rivelazione italiana di fine anni '00, Mariotti ha formalizzato un upgrade stilistico che potrei banalmente definire crescita: via i rusticani excursus post-blues, via le asperità vocali in favore di un canto lineare, trasognato e mai sopra le righe come in passato, dentro 9 pezzi ben prodotti, con arrangiamenti professionali, dentro un lirismo che faceva già parte delle pagine più emotive di The halfduck mistery ma reso più solenne, a tratti tronfio, ma nell'accezione più positiva che si possa dare. Al primo ascolto non mi era piaciuto, al secondo già la storia è cambiata: GD, Nothing outstanding, Heart of Town le vette, a base di una psichedelia che ha preso campo, che suona classica all'istante, per quanto Mariotti non inventi nulla che non sia il suo stile personale.

giovedì 6 settembre 2018

Zelienople ‎– Pajama Avenue (2002)

Il gruppo madre di quel Matt Christensen che abbiamo scoperto e molto apprezzato con Honeymoons, nel primo di una lunga serie di dischi (una dozzina in 15 anni, neanche tantissimi se ci si pensa). Sono di Chicago ma prendono il nome da un piccolo paese della Pennsylvania, e qui facevano una forma di psichedelia letargica, spiritata, svanita, una specie di mix fra Velvet Underground, Spacemen 3, Low, Flying Saucer Attack e l'asse Drunk/Spokane, con un latente retaggio slow-folk a stelle e strisce. E' uno di quei dischi di cui alla fine non ricordi neanche un pezzo su 10, ma che ti viene voglia di riascoltare perchè in fondo fa il nobile servizio di farti ammantare da una nebbia sottile, accomodante e a modo suo persino rassicurante, perchè in Pajama Avenue di fatto non succede praticamente nulla: le voci sono distanti e sussurrate, le chitarre cullano, i synth vaporizzano, le ritmiche sono moviole precarie, e le composizioni sono monocromatiche. In pratica è quasi ambient, ma dell'inedita stoffa a quadretti stile camicie di flanella.

martedì 26 giugno 2018

Mazzy Star ‎– So Tonight That I Might See (1993)

Riconosciuto all'unanimità come episodio migliore del trittico di album con cui Roback e la Sandoval solcarono i primi '90, con uno stile squisitamente controcorrente alle mode imperanti; pur essendo distanti anni luce sia dallo shoegaze che dallo slowcore, il loro suono compassato e disincantato direttamente ereditato dai Velvet Underground conquistò il pubblico alternativo. Fade into you, la ballad circolare che apre il disco, fece proseliti, col suo sentore di classico, così come la cover di Arthur Lee Five String Serenade.
Riascoltato dopo un quarto di secolo, So tonight... appare come un disco semplice e disarmante: Roback si destreggiava fra acustiche ed elettriche con gusto misurato, la Sandoval ovviava ad una limitatezza espressiva con fare sensuale ed evocativo. Un'accoppiata vincente, che senza strafare regalò ottime vibrazioni.

lunedì 4 giugno 2018

Stara Rzeka ‎– Zamknęły Się Oczy Ziemi (2015)

Un gesto davvero non comune, quello di Kuba Ziolek: in un intervista seguente l'uscita di questo disco, ha dichiarato di voler chiudere il suo progetto solista in modo da potersi maggiormente concentrare sui gruppi in cui è coinvolto (Innercity Ensemble, Alameda 3, T'ien Lai); di solito è sempre avvenuto il contrario, ma è chiaro che il personaggio vive in dimensioni che vanno oltre le convenzioni di comune musicista/compositore. Prova ne è questo, che appunto dovrebbe essere il canto del cigno di Stara Rzeka, un disco dalle forti connotazioni filosofiche. Al di là dello scudo della lingua polacca, nelle varie recensioni ne possiamo trovare ampissima conferma.
Rispetto a quel Cien... che ce lo aveva fatto conoscere nel '13, Ziolek si è ripiegato in sè stesso: laddove allora impressionava col massimalismo e l'eclettismo (a tratti persino esagerato), in Zamknely si distende in un lunghissimo percorso fatto principalmente di fingerpicking acustico, come se fosse stato rapito ed incantato in una qualche foresta nordica e poi fosse tornato in studio a registrare, aggiungendo effetti, tastiere e quasi nient'altro. Un disco che non procura brividi immediati come il predecessore e che per questo richiede più attenzione; suona un po' come un ritorno all'arcaico, ad una regressione umana, lascia tanti interrogativi e questioni irrisolte nella nebbia mattutina di una gelida radura. Saperci entrare è l'impresa più ardua; questo non è folk psichedelico ordinario, ma l'espressione purissima di un artista a sè stante.

martedì 7 novembre 2017

Maquiladora ‎– Ritual Of Hearts (2002)

Terzo album del trio californiano, il loro primo vero capolavoro di alt-psych-country fantasmatico. Pochi, pochissimi come loro hanno saputo re-interpretare le radici americane con una visione così aperta ed illuminata, richiamando nomi illustri senza copiarne l'essenza. Un percorso che, con tempi dilatati contrassegnati dall'abbandono ad altri progetti, li ha portati all'essenziale Wirikuta, condensato sempre più sublime della loro arte.
Velvet Underground, Galaxie 500, Black Heart Procession, Rex sono le prime sensazioni che si colgono all'ascolto, ed un po' ovunque aleggia il sacro spirito lisergico che ammanta le loro pigre, dolenti ed indolenti composizioni. E da rimarcare c'è anche la produzione, che sa essere pulita nei momenti più nitidi ed espansa quando occorre. 
Il cuore ed i suoi rituali.

lunedì 18 settembre 2017

Ghost ‎– Lama Rabi Rabi (1996)

Il capolavoro riconosciuto dei Ghost, almeno per quanto riguarda la loro prima fase. Una sublimazione di folk, psichedelia, esotismi di svariate provenienze, di un eleganza formale e di un ispirazione che hanno del sovrannaturale. Un disco sfaccettatissimo, ma attenzione, tutt'altro che una semplice fiera dello strumento etnico; le ballad più canonicamente acustiche brillano di una luce abbagliante (Into the alley, Agate Scape, Summer's ashen fable), a dimostrazione che la band di Masaki Batoh sapeva far vibrare forte certe corde dell'anima. Musiche che non si limitavano a guardare il passato, ma che facevano da filtro per una spiritualità priva di ogni confine, men che meno quello giapponese.

martedì 2 maggio 2017

Natural Snow Buildings ‎– The Centauri Agent (2010)

25 Album in 15 anni sono un po' troppi, per i miei gusti. Se poi uno di questi dura quasi due ore, la probabilità che mi annoi sono gigantesche. Del duo francese quindi avrei evitato The Centauri Agent come la peste, se non avessi comunque letto che si tratta di uno dei loro migliori. E così la sorpresa di trovarsi di fronte ad un piccolo gioiello amplifica il piacere di lasciarsi abbandonare, cullare, ipnotizzare dal suono soffice ed espanso di Medhi e Solange, che con calma serafica, seduti e chinati sulle loro corde, dipanano. Fra ballad agresti e bucoliche, droni siderali intrisi di solennità alla Flying Saucer Attack, sballi cosmici a là Grouper, divagazioni sbilenche a là Supreme Dicks (quasi), queste due ore passano che è un piacere, senza neanche accorgermi che il primo pezzo in scaletta, l'epico Our Man From Centauri, dura appena 41 minuti. E non è assolutamente vero che eclissa il resto del disco.

domenica 29 gennaio 2017

Danny Oxenberg & Bear Galvin - Late Superimpositions (2016)

Saluto con grande piacere il ritorno discografico dopo un silenzio ventennale di Dan Oxenberg, dopo la clamorosa reunion live dei Supreme Dicks che ha visto toccare persino l'Italia (ma che diamine, solo un concerto a Milano!...), con la collaborazione di un non meglio identificato Bear Galvin.
Uscito per l'etichetta franco-svizzera Three:Four Records, a testimoniare un legame speciale con l'Europa, Late Superimpositions vede colui che fu il vocalist principale della leggendaria band/setta, probabilmente incoraggiato dal cofanetto antologico uscito nel 2011, tornare con uno stile abbastanza morigerato, per non dire pacificato. E' sempre il folk bucolico ad ispirarlo, quello che caratterizzava per la maggior parte The Unexamined Life, privo però degli sballi spazio-psichici che hanno reso unico al mondo il SD-sound.
Non è certo una mancanza; c'è tempo per ogni cosa, quel tempo eccezionale è bello passato e sarebbe inutile cercare di rifare gli SD. Qui c'è un disco disarmante, genuino e commovente come soltanto Oxenberg poteva farlo, con la sua inconfondibile voce tremolante, senza artifizi e con almeno 3 pezzi memorabili (I believe in you, la suite in 3 parti di Less than nothin e The ping pong song).

mercoledì 14 dicembre 2016

Zak Riles ‎– Zak Riles (2008)

Il chitarrista dei Grails nell'unica uscita a suo nome, su Important Records. Prettamente acustico col fingepicking in primo piano, pregno delle fragranze indianeggianti e misticheggianti che hanno permeato il repertorio padre grosso modo fino all'anno di uscita. Al primo ascolto, ho pensato: bello, una raccolta di spunti su di cui il gruppo avrebbe potuto ricavare un ottimo disco, peccato che resti un po' incompiuto. Al secondo ascolto, ho smesso di immaginarmi la batteria di Amos e mi sono lasciato abbandonare all'espansione arrendevole dell'animo inquieto di Riles, ricavandone sensazioni ed aromi inebrianti soprattutto nella seconda metà del disco, in cui il fingerpicking lascia spazio a soluzioni più aperte e ad arrangiamenti più corposi. E' il destino dei dischi che hanno il contenuto migliore nel finale: ti lasciano con un gran bel sapore nelle orecchie.

venerdì 2 dicembre 2016

Mirrorring ‎– Foreign Body (2012)

Conosco molto bene Liz Grouper Harris, mentre sono totalmente all'oscuro di Jesy Tiny Vipers Fortino; per lei due album su Sub Pop alla fine del decennio scorso, e poi più nulla a parte questa (chissà se estemporanea) collaborazione fra le due, sotto la sapiente egida Kranky.
Difficile quindi asserire per me quanto Foreign body esprima dell'una e dell'altra; ciò che conta è che si tratti di un disco ispirato, pregno di quelle intense sensazioni galactic-drone-folk che la migliore Harris ci ha saputo regalare nei suoi momenti migliori ma anche più ancorato a terra per la voce intensa della Fortino, forse responsabile anche di momenti acustico-asciutti (Silent from above, incantevole) e più stilisticamente legata alla tradizione, ma con una sensibilità rilevabile all'istante.
Si evince, quindi, un disco più Grouper ma con la curiosità di pensare come sarebbe stato con più Fortino; in ogni caso molto molto bello, con la speranza che non sia stato uno one-shot.

lunedì 28 novembre 2016

Harlassen ‎– A Way Now (2006)

Galassia Skelton, con una delle sue primissime pubblicazioni; il nome Harlassen resterà inusato a discapito di tutti gli altri, salvo poi essere riesumato nel 2015 su Corbel Stone, ma soltanto per un titolo postumo risalente al 2008. C'è da dire che questo era uno Skelton diverso, quasi fragoroso; a fronte del suo classico minimalismo strutturale, la selva di archi veniva ricoperta da striature stridenti di chitarra elettrica (What the river said) od incorniciata in un pattern di piano (An eddy of the blood), in entrambi i casi con contorno di percussioni, orpello che se non sbaglio è rimasto bellamente ignorato dal Nostro in tutti gli altri suoi. Solo la (peraltro splendida) Untitled ci accompagna nelle confortevoli radure britanniche del suo classico stile, per il quale è sempre difficile trovare le parole di ammirazione. Da annoverare, Harlassen.

sabato 16 aprile 2016

Screams From The List 25 - Brast Burn ‎– Debon (1975)

Uno di quei titoli talmente difficili da trovare che probabilmente ai tempi finì catalogato come bufala, visto che lo stesso Stapleton ebbe a dichiarare che alcuni nomi erano inventati di sana pianta. Oltetutto i giapponesi Brast Burn (zero informazioni, zero biografie in rete) pubblicarono Debon per una etichetta locale, Vision, che attese 10 anni per dargli un seguito.
Il vinile è composto da due suite che prendevano il minutaggio massimo di ogni faccia, 23 minuti, senza titolo. Folk psichedelico, sostanzialmente, che alternava atmosfere festaiole e leggiadre ad altre più misticheggianti e cupe. Molto importante l'aspetto vocale, intercalato fino ad ottenere stati ipnotici. Notevoli le improvvise entrate della chitarra elettrica, che insieme al cantilenare fanno venire in mente i Can. Ma come spesso accadde nel Sol Levante, il dna di quella terra ci strega e rivela aspetti misteriosi che tengono alta la soglia dell'attenzione anche per musiche non eccessivamente avventurose come questa.

mercoledì 22 aprile 2015

Imbogodom ‎- And They Turned Not When They Went (2012)

Duo intercontinentale composto da Tucker (inglese attivo attualmente come solista su Thrill Jockey) e Beban (etnomusicologo neozelandese). Entrambi non più giovanissimi, condividono l'esperienza Imbogodom come ideale punto d'incontro fra la sensibilità folk-lisergica del primo (agli esordi era nel giro Jackie-O Motherfucker) e il concretismo elettroacustico del secondo.
Il disco pertanto vive di questo scontro; se l'obiettivo era di fondere le due aree, l'impresa non è del tutto riuscita ma nel complesso il risultato è più che buono perchè l'alternanza fra le elegiache ballad psichedeliche di Tucker e le collisioni concreto-astratte di Beban crea sorprese lungo l'arco della scaletta. Molto bravi.