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sabato 4 febbraio 2017

Zeitkratzer + Keiji Haino ‎– Live At Jahrhunderthalle Bochum (2014)

Questa è la strada giusta per KH, una volta superati i 60 anni, una volta disidratatasi quasi completamente la sua vena creativa: affidarsi ad altri nel compito esclusivo di supportare musicalmente le sue performances vocali. Se poi si tratta di materiali parecchio infiammabili, tanto meglio.
La collaborazione con i Zeitkratzer, ensemble tedesco d'avanguardia la cui espressione ho letto esser definita chamber-noise (!), conta 3 dischi in 8 anni e sembra una delle più incompromissorie della sua intera carriera, al punto che si potrebbe quasi definire la sua naturale propaggine (se vogliamo, anche colta).
Questo live, che ad un orecchio superficiale come il mio si direbbe improvvisato, vede KH intento a dipanare il suo intero spettro vocale coeso in un contesto a dir poco orrorifico, in cui i 10 elementi diretti dal band leader Reinhold Friedl passano da creazioni astratte (Ghosts, Roses) a serrate percussive ai limiti dell'industriale (Smashine, Wet Edge), con i fiati impazziti in grande evidenza. Questa è l'orchestra giusta per KH, ovvero quella che srotola al meglio le partiture dell'assurdo, la violenza psicotica e la follia allucinata più adatte al Nostro, ancor di più oggi, nella presunta età della pensione.

giovedì 10 novembre 2016

Jar Moff ‎– Financial Glam (2013)

Delirante audio-scultura divisa in due tronconi di oltre 20 minuti, per rispettare le limitazioni fisiche del vinile; ma c'è la nettissima sensazione che senza questa barriera architettonica il flusso potrebbe durare all'infinito. Autore il collagist greco Jar Moff (probabilmente un monicker), un maniaco terrorista che tramite la strategia del copia/incolla ha inventato una formula magnetica piuttosto difficile da incasellare: elettronica brutale, pantano industriale, sax imbizzarriti, synth hypnagogici, scie droniche come panzer, harsh-noise che si autolimita negli slanci. L'effetto finale è molto semplice: non ci si capisce niente. E allora tocca far ripartire tutto dall'inizio, per cercare di dipanare un po' meglio il mistero; niente neanche alla seconda volta.
Non è che una formula funzioni sempre, a prescindere dalle intenzioni. JM avrà fatto tutto a casaccio col ghigno stampato di chi vuole soltanto seminare caos? Può darsi. Comunque sia, davvero bravo.

mercoledì 22 giugno 2016

Jack Ruby – Hit And Run (1974/77)

Fossero riusciti a pubblicare qualcosa in vita, un posto nella NWW List ai newyorkesi Jack Ruby non gliel'avrebbe tolto proprio nessuno, vicino a quelli più affini come Stooges e Debris'. Ma la loro storia incarna la figura dei losers più incalliti, di una band che perde il controllo del proprio output, della propria formazione e così facendo resta inconcludente. Il batterista/leader Cohen occupa per intero il secondo cd di questa raccolta molto lo-fi, pieno di deliri rumoristici/schizoidi al synth auto-costruito registrato nel 1974, poi guida il gruppo nello stesso anno a sputare un avant-punk sghembo, precario e devastato, in linea perfetta con le intuizioni coetanee dei Pere Ubu, ma anche brutalmente in anticipo sulla No-Wave. Passano 3 anni e il gruppo si riforma con soltanto il chitarrista Gray in comune, nel segno di un punk meno avanguardistico (anche perchè trattasi di evidente presa diretta) ma di quello genuino e trascinante, fiero di esserlo.
Roba che scotta ancora adesso, e che è rimasta sottoterra per troppo tempo (primo recupero nel 2011, questo è del 2014). Il rimpianto resta, perchè con una minima produzione alle spalle chissà cosa avrebbero potuto combinare questi matti.

sabato 8 agosto 2015

Screams from the list 9 - Free Agents - £3.33 (1980)

Nel 2011 la Drag City ristampò i 3 titoli che nel 1980 furono licenziati dall'etichetta inglese Groovy, di proprietà di Shelley dei Buzzcocks e Cookson dei Tiller Boys, sconosciuto gruppo wave che conobbe la delusione del rifiuto di pubblicazione da parte della Factory e si sciolse subito dopo.
Assolutamente nulla a che fare nè col punk nè con la wave, comunque. Free Agents era un progetto collaterale di una parte dei Tiller Boys, e 3.33 è diviso in due parti: la prima facciata registrata dal vivo e la seconda in studio. Shelley partecipò solo a quest'ultima. Ci troviamo in un area grigia che è ben difficile da definire.
Essendo un titolo del 1980, i NWW lo inserirono sull'ampliamento della list sul secondo album, ed è uno dei rarissimi casi di influenza al contrario: la facciata A, quella live, è un collage free-industrial che deve senz'altro qualcosa a Chance meeting...., sia per l'approccio ossessivo ai suoni che per le strutture chiaramente aleatorie di come si sviluppa. Impressionante e con un senso tutto suo (che capisco non sia facile cogliere nell'immediato).
Nella facciata B, divisa in tre parti, compare Shelley e il suo peso si sente, ma siamo ancora in area tangente NWW: la sua chitarra sa essere sia quella commercial di Nicky Rogers (lo sgherro responsabile dello studio che impose la sua presenza su Chance meeting in cambio delle registrazioni gratuite) e quella maltrattata di John Fothergill. Nel sottofondo si agitano ritmi sconquassati ed ossessivi, urla bestiali in eco, cattiverie gratuite ma anche squarci filo-tedeschi di contemplazione (l'ultima traccia). Forse concettualmente più vicina ai Throbbing Gristle, ma con meno spirito iconoclasta.
Parafrasando una massima un po' maligna di Vlad; si tratta del miglior disco dei Buzzcocks.

mercoledì 13 maggio 2015

Gravitar ‎– Edifier (2001)

Ultimo disco ufficiale ad essere rilasciato della loro carriera, contiene registrazioni risalenti al 1997, ovvero allo stesso periodo di uscita del loro capolavoro
Dato che gli altri due cd usciti nel '99 e nel '01 annoveravano materiale del '96 e del '97, è lapalissiano pensare che in quella breve ed umanamente irripetibile stagione i Gravitar diedero il massimo sfogo alla loro furia art-noise e poi lasciarono il campo di battaglia, stremati. Probabile anche pensare che furono tutte sessions scartate nell'immediato, ma questo è soggettivo. Il sangue sul battipenna della chitarra in copertina non lascia ombra di dubbio; questi qua davano sempre tutto.
Edifier è più il frutto di jams colossali e poco studiate. Fu più un flusso di violenza brada alternata a stati allucinatori. Due le eccezioni alla regola: la cover di Skip Spence Diana ed Eskimo Angel, che iniziano suonate in punta di dita, educate, per poi subire l'inevitabile trattamento Gravitariano, ovvero l'assalto psycho-sonico a massima saturazione dell'impianto. 
Sempre grandi.

domenica 25 gennaio 2015

Keiji Haino, Jim O'Rourke, Oren Ambarchi ‎– Imikuzushi (2012)

So che è brutto da dire, ma negli ultimi 10 anni alcuni dei tanti, troppi dischi da solo di Keiji Haino sono stati così deludenti da sfiorare l'auto-parodia della leggenda che incarna.
Fattosta che invece ogni qualvolta decide di contornarsi di compagni meno (Fushitsusha) o più nuovi (nella fattispecie di Ambarchi e O'Rourke, non propriamente dei gregari), riesce sempre a compiere le acrobazie che ci piace più ascoltare da parte sua. Il super-trio ha già realizzato 4 dischi in 4 anni e sono tutti  altamente consigliati.
Questo è un live registrato a Tokyo nel 2011 e giustifica la sua riuscita in un importante gioco delle parti: se come immagino non dev'esser facile supportare Haino, gli altri due si mettono semplicemente al suo servizio e così facendo diventano altrettanto protagonisti. L'australiano, che in gioventù si formò come batterista jazz e l'americano, in passato bassista per i Sonic Youth, formano un supporto ideale per le solite tortuose iperboli dell'eterno. E' un avant-rock cubista e spinosissimo quello che viene spiattellato senza remore al pubblico, che per quanto improvvisato trova sempre la sua dimensione senza mai perdere un obiettivo focale. Fra folate di rumore bianco, pause di quiete allucinata e torture giapponesi, sono 4 lunghe cavalcate di terrore e perdizione.

martedì 20 maggio 2014

Zu - Carboniferous (2009)

Non sono mai stati così duri e rumorosi come in questo, ultimo album (a proposito, che fine hanno fatto?), al punto che le complesse acrobazie dei dischi precedenti qui si sono quasi dissolte per far spazio ad un magma sonoro spaventoso.
Averli visti dal vivo è stata un'esperienza così totalizzante che quasi mi contraria, Carboniferous. Sì lo so, mi è capitato con altri gruppi e questo mi auto-giustifica. Le tensioni spasmodiche che si dipanano quasi senza tregua non lasciano molto spazio all'immaginazione: si traducono semmai in una specie di un noise-rock futuristico che, se perpetrato, potrebbe portare novità rilevanti in futuro. Ma su disco erano meglio prima.

domenica 27 ottobre 2013

Scraping Foetus Off The Wheel - Nail (1985)

Discone-maelstrom di una cattiveria impressionante e di un'omogeneità invidiabile, ovvero l'anello di congiunzione fra il primo Nick Cave, l'industriale percussivo e i futuri Cop Shoot Cop, stabilendo un format personale di altissima razza.
Innanzitutto l'opprimente sinfonismo, seppur digitale, che regna incontrastato mentre sotto capita di tutto, dai  martellanti effetti infernali alle gag macabre: sembra che Thirlwell la voglia buttare sul grottesco, ma in realtà è tutto molto catastrofico.
Nail porta ancora molto bene i suoi quasi 30 anni, e persino il suono fustinato anni '80 della batteria sembra avere un suo senso dato che siamo in un regno drammaticamente kitsch: potrà piacere e non piacere, ma impressiona ancora tanto.

venerdì 17 maggio 2013

My Cat Is An Alien - Landscapes Of An Electric City - Hypnotic Spaces (1999)

Debutto dei fratelli Opalio, che fece scalpore perchè Moore dei Sonic Youth dichiarò pubblicamente il suo amore nei loro confronti al punto di farli uscire sulla propria label: scalpore non certo per discutere sulla portata del progetto, ma perchè non ci si capacitava di come il loro demo fosse potuto capitare nelle mani del carismatico indie-hero.
Ma tant'è, a volte nella vita un pizzico di fortuna ci vuole. Due titoli raggruppati e letteralmente diversi: il primo è diviso in 3 movimenti per un totale di 45 minuti, e mostra il lato più ostico e sperimentale dei bros: un pigro e tristissimo arpeggio di chitarra acustica viene periodicamente sfregiato da un monotonale fischio elettronico e da clangori industriali che dopo un quarto d'ora prendono il sopravvento su tutto, facendo deragliare il movimento verso il rumorismo più incompromissorio: il secondo è un odissea galattica senza tregua, venata (vessata) da malformazioni psichedeliche di fattezze amorfe. Il terzo movimento attenua la devastazione andando a planare su folate inerti, con i fischi ormai in lontananza.
L'influenza industriale è palpabile ma i MCIAA riescono a farla passare in secondo piano.
Hypnotic Spaces normalizza il sound al punto che sembra di trovarsi di fronte ad altri personaggi: le schitarrate, il ritmo incalzante e la voce agitata di Spaces, il giro indolente di Stop moving trees e il folk beffardo di Things could happen sono molto interessanti ma non hanno nulla a che vedere con Landscapes, eccetto le pur ingombranti spirali rumoristiche. Probabilmente furono queste a colpire Moore.
Una saga che continua tutt'oggi, fra alti e bassi, ma la cui rilevanza internazionale è riprovevole e degna di ammirazione.

mercoledì 31 ottobre 2012

Gravitar - Now The Road Of Knives (1997)

Progenitore dell'art-noise degli anni duemila (Sightings e Wolf Eyes, ma anche delle branchie più spiritate come Aufgehoben e Raccoo-oo-oon), questo trio del Michigan partì da una base improvvisativa di studio dedicata al sound più selvaggio possibile, per dilatarla in forme folli mai sentite prima.
In un certo senso, appresero certe lezioni dei Chrome, applicarono la follia cubista dei Red Krayola e ci misero il loro bel sacco di talento per generare un paio di giga-mostri informi fra cui Now The Road Of Knives.
La prima parte va ascritta fra i monumenti assoluti del free-psych-noise di tutti i tempi, con Real Li e Leelamau che sono vortici inarrestabili di follia pura. I bombardamenti delle chitarre effettate, la prova di resistenza del tentacolare batterista Cook (impressionante), le manipolazioni maniacali, sono le caratteristiche principali del terrifico quarto d'ora della prima. La seconda spinge sul versante più allucinogeno e delirante, con la comparsa anche dei fiati in delay (a cura del chitarrista Walker).
Ma non c'è solo violenza diagonale. Man mano che scorre il disco gli sconquassi tellurici si alternano a fasi di sospensione e deliquio sorprendenti, fino alla tranquilla chiusura psichedelica di +LEE+19357-039.
Quasi oltre ogni concezione sub-umana, per uno degli acts più coraggiosi fra i segreti più nascosti dell'underground statunitense. Grandissimi.