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venerdì 19 agosto 2022

Evan Caminiti – Meridian (2015)


Al secondo su Thrill Jockey, Evan Caminiti riapparve con un nuovo look sia esteriore che sonoro. Se il precedente Dreamless Sleep, per quanto molto riuscito, segnava ancora un debito di riconoscenza nei confronti dei giganti tedeschi, con Meridian l'ex Barn Owl con i suoi synth modulari è entrato in una sfera più atonale ed astratta e si allontana sempre più anni luce dai modelli ispirativi con cui emerse 15 anni fa. Non più è soltanto una questione cosmica, quindi, ma anche lunare. Le inquietanti architetture di EC si dipanano con fare circospetto, avvolgono e a volte quasi shockano con trovate ai limiti dell'avanguardismo, un po' come certi pionieri di decenni fa che sembravano naif ed invece si inventavano trovate che avrebbero reso eterne le loro pieces. Certo, EC non raggiungerà mai uno status autorevole, ma la ricerca del suono e la qualità delle sue escursioni labirintiche dimostrano la stazza artistica.

martedì 29 marzo 2022

Barn Owl – The Factory Session/Live At Berkeley Art Museum (2013)


Una session di vintage-elettronica in una non meglio precisata Factory di San Francisco (25 minuti) ed un live per chitarre a Berkeley (15 minuti), per un cd (sempre targato Thrill Jockey) venduto durante il tour europeo di supporto a V. Dopo 9 anni di silenzio assoluto, nonostante l'assenza di qualsiasi prova, forse possiamo asserire che i Barn Owl non esistono più e che questo fu il loro commiato, non possiamo sapere quanto consapevole. Ciò che è certo è che sia Caminiti che Porras sono andati solisti con una certa regolarità, segno che forse la spinta creativa del duo aveva raggiunto un punto di non ritorno.

La loro è stata una parabola ascendente, sempre nel segno di un drumless space-drone doom-desert-gaze imponente e solenne, culminata in un capolavoro chiamato Ancestral Star, il primo su TJ, colosso impreziosito di innumerevoli varianti strumentali e soluzioni di sorprendente maturità. Nel frattempo i due avevano iniziato però a fare cose personali, ed il corso cosmico di Evan Caminiti ha finito per prendere il sopravvento, influenzando non poco V. Il live a Berkeley qui presente si staglia come testamento espressivo della fase chitarristica dei due, bruciante affresco di saturazioni psych-droning che richiamano quel felicissimo capitolo.

La jam alla Factory invece li vedeva alle prese con i synth modulari, in una suite toxic-cosmic che evoca dei Tangerine Dream brutti, sporchi e cattivi. Un suono sulfureo e brulicante, con una scansione ritmica che di per sè crea la base incessante per stratificazioni angoscianti, ai limiti dell'industriale, ma sempre nel nome di una nebbia psichedelica che ha caratterizzato tutto il loro catalogo. 

Chissà, forse avrebbero potuto ancora elaborare qualcosa di notevole o Ancestral Star era oggettivamente inarrivabile ed ormai avevano chiuso quella fase. Per quanto sconosciuti siano stati nonostante l'egida TJ, Barn Owl è stata un'esperienza entusiasmante, spietata ed onirica al tempo stesso.


martedì 20 agosto 2019

Nadja – Bodycage (2005)

Uno dei primi (si fa per dire, il sesto...) album della coppia canadese, già bella collaudata in tema di lunghissime e mastodontiche elucubrazioni circolari. Bodycage è concentrico: due tracce di 20 minuti con una da 10 nel mezzo, Autosomal, che poi è la meno interessante, volta al lato violento e tempestoso. L'apertura Clinodactyl è uno dei manifesti del loro solenne massimalismo: intro lucente di 8 minuti e poi entrano in scena le ritmiche, pantagrueliche, mentre il tema principale diventa epico e drammatico. Ossification invece si rivolge alla sfera celeste, un ambient-core notturno e fascinoso che al 10 minuto prende forma compiuta e stratificazioni completate, di nuovo con le percussioni tonfanti, a bassissimo bpm, mentre la tempesta attorno ha saturato tutto. Sapranno fare di meglio di lì a poco, quel che è certo è che l'esperienza vale sempre un viaggio di questi, almeno una volta.

mercoledì 3 luglio 2019

Roly Porter ‎– Life Cycle Of A Massive Star (2013)

In attesa di un ritorno con i tempi giusti ed umani, rispolvero il secondo Porter, forse il meno entusiasmante in mezzo a due mezzi capolavori di elettronica post-moderna come l'eccitante debutto Aftertime ed il terzo intimorente Third Law. Un disco di transizione, si è scritto altrove, forse perchè più concentrato sulle scansioni di suono anzichè sulle dinamiche. Ma quanti pivelli avrebbero carte false per confezionare l'ipercinetica intermittenza di Cloud, con una coda sinfonica digitale pressochè prossima all'acustica? L'angoscia industriale di Gravity, sfociante in un evocativo loop di suono rievocante un clarinetto, è il top dell'album. Il resto del lotto, fra immobilismi estatici e pulviscoli abrasivi, finisce per essere schiacciato dai quasi 20 minuti delle due tracks sopracitate, per questo Life Cycle non resterà il suo episodio migliore.

domenica 25 febbraio 2018

Roly Porter ‎– Third Law (2016)

Nuove emissioni sulfuree di ambient-core da parte dell'inglese Porter, con questo terzo tornato ai livelli temibili del brillantissimo esordio. Rispetto ad allora, la sua elettronica si è fatta più apocalittica e rovinosa, con visioni brutali in abbondanza e la perdita di quell'oncia di innocenza che caratterizzava certi tratti. Vengono a mancare quindi slanci melodici in favore di un'ottica schizofrenica, con stop and go da cardiopalma e frequenze nevrotiche fino al collasso; Porter si è incattivito? La terza legge è forse quella che non perdona? Fatto sta, siamo di fronte al presente dell'elettronica che non fa compromessi, che è libera da vincoli, che interpreta il malore verso cui va il pianeta. Almeno è così che la interpreto io, e credo che Porter stesso snocciolerebbe un sorrisetto di approvazione.

sabato 21 gennaio 2017

Tim Hecker ‎– An Imaginary Country (2009)

L'ambient satura ed impressionistica di Hecker, una formula al suo vertice espressivo con questo suo secondo su Kranky. Il canadese ha sempre avuto una virtù, nel panorama dei neo-ambientali: ha saputo centellinare le produzioni concentrandosi sui risultati, con una media di un disco ogni 2 anni.
E poi la forza dei suoi sta nella coesione incredibile che li caratterizza, pur svariando da colonnati imponenti di droni ruvidi a quadretti cosmico-sinfonici ad elegie originate dal pianoforte che si espandono a 360°.
Più del celebrato Ravedeath 1972, che ce l'ha fatto conoscere per come è stato acclamato, amo questo Imaginary Country per come riesce a catturare l'attenzione e a far scattare il desiderio del riascolto per addentrarsi meglio nei fitti misteri che la abitano.

domenica 18 dicembre 2016

Agamotto ‎– Agamotto (2012)

Ma con quei cappucci, vorrebbero loro essere i Sunn O))) italici?
Il parallelo ci può stare ma solo in superficie: sotto il drone statico di Solomon grundy, l'opener, si agitano frattaglie solo in apparenza metalliche, vibrazioni dark-ambient, catene catacombali, per un inizio davvero orrorifico. La paura diventa realtà con i 14 minuti di Eric Dolphy, un'abisso ambient-metal fatto di saturazioni che si dimenano come serpenti, sirene navali, sonagli e voci ansimanti. E poi i 19' di Antonio Margheriti, una gigantesca allucinazione sottopelle che, non so perchè, mi ha ricordato le messe nere di David Tibet in Nature Unveiled. Ecco il punto: non saranno forse stati i primi a mixare metallo ed esoterismo, ma il risultato è imponente, di quelli che si ricordano. Eccellente Agamotto.

martedì 28 giugno 2016

Evan Caminiti ‎– Dreamless Sleep (2012)

La metà onirica dei Barn Owl, che come già detto sta finendo per prendere il sopravvento sull'altra forse più fisica Porras, al suo primo Thrill Jockey. Dal 2009 EC ha pubblicato un disco all'anno, all'insegna di una anomala forma di new-age traslata da esperienze drone-core ormai lasciate alle spalle, ma che non impediscono impennate di energia vaporosa. Diciamo che se Klaus Schulze fosse nato in California negli anni '80 ed avesse avuto un retroterra metallaro, più o meno oggi suonerebbe così.
Certamente, non è la musica più innovativa ed eccitante al giorno d'oggi. Il retaggio tedesco continua a fare la voce grossa e chissà per quanti anni ancora. Però, è indubbio che il fascino esercitato dalle rifrazioni galattiche, dai tappeti celestiali, dalle rasoiate chitarristiche (in certi momenti persino frippiane) di questi quadretti cosmici ed hauntologici sia prossimo alla stregoneria. E che la maestria di Caminiti, la sua grazia pesante, lo renda un disco incantevole, seppur solo per intenditori.

martedì 1 marzo 2016

Barn Owl ‎– V (2013)

Davvero dura riuscire a replicare quel mastodontico capolavoro che era Ancestral Star per i due californiani, che rappresentava quasi un funerale simbolico ed impietoso del drone-doom. Per cui, dopo un episodio interlocutorio (Lost in the glare) e qualche divagazione (uno split, un EP, un live), li aspettavo al varco con qualcosa di più significativo ma con la consapevolezza che avrebbero dovuto cambiare le carte in tavola. Così hanno fatto, e si tratta di una mutazione drastica.
V assimila con successo l'esperienza ambient che Caminiti ormai sviluppa a scadenza annuale da un lustro a questa parte e la inserisce nel maestoso BO-sound, compiendo una trasfigurazione fra mistica e metafisica. Scompaiono feedback e distorsioni, entrano a gamba tesa colonne impetuose di synth e liquefazioni psichedeliche, le chitarre sono meste ed indolenti. E' un cerimoniale solenne che culmina nei 17 minuti di The opulent decline, summa di quanto elaborato in precedenza nella scaletta. 
L'impresa lambisce i livelli di Ancestral star, e chissà ora cosa ci riserva il Barbagianni per il futuro.

venerdì 26 febbraio 2016

Lawrence English ‎– Wilderness Of Mirrors (2014)

Australiano, English fa parte di quella corrente di artisti elettronico-ambientali dal piglio più fragoroso e scultoreo, per farla breve epigono di Ben Frost e Tim Hecker, i nomi di punta internazionali del filone, con i quali peraltro ha già collaborato.
Al contrario dei due, però, ha pubblicato una media di 3 dischi all'anno, pertanto risulta difficile dare un giudizio globale di quanto realizzato. Wilderness of mirrors si segnala per un omogeneità quasi impressionante, per il suono compatto ma costantemente increspato dalle ruvidezze, per certi climax che lo rendono quasi rabbioso e schiumante.
Non si tratta di un disco facile neanche per le orecchie abituate a questa materia; ha bisogno di più ascolti per essere assimilato e anche dopo essi non è semplice trovare una messa a fuoco. Non lo definisco un capolavoro perchè i due sopracitati hanno fatto di meglio, ma l'impatto è di quelli che non lasciano indifferenti.

giovedì 18 febbraio 2016

Seirom ‎– And The Light Swallowed Everything (2014)

Dopo l'esaltante esordio sulla lunga distanza, De Jong è tornato con un'altro splendido disco, più concentrato nella durata e più compatto nel suono, il che lascia intravedere nuove ed imprevedibili soluzioni. Così, And the light swallowed everything rischia di essere diventato il suo disco più accessibile in assoluto.
La parola d'ordine è ancora una volta la luce, che oltre ad ingoiare tutto entra anche nei titoli di alcuni pezzi, e che è l'elemento cardine di questo suono pieno, stratificato ma non saturo, ricco di visioni paradisiache ma mai soffice. Le ritmiche diventano a tratti parti integranti dell'insieme, le vocals sparse elementi cruciali nell'avvicinare questa musica ad una versione hardcore degli Slowdive (la nostra Francesca Marongiu è accreditata in I'm so glad to have been part of you, ma appare un altra cantante non identificata nell'estatica The best you can be e nella solenne Leaving), mentre le parti di violoncello eseguite da Aaron Martin conferiscono i tratti struggenti in maniera magistrale.
Parlare di ammorbidimento per il nostro satanasso preferito sarebbe ingeneroso: chi lo segue da un po', riconoscerà sicuramente il suo Dna e poco male se qualcuno non apprezza. A mio avviso si tratta di un evoluzione necessaria ma spontanea ed in pieno corso d'opera; non mancherà di sorprendermi di nuovo, ne sono convinto.

sabato 26 dicembre 2015

Arc - The Circle Is Not Round (2005)

Progetto di Aidan Baker insieme a due percussionisti che si potrebbe inquadrare come minore rispetto a Nadja e quello solista in quanto la maggior parte della discografia è stata rilasciata tramite CDr, ma che a livello di tempistica non è da meno. The circle is not round fu il primo a beneficiare di una distribuzione internazionale, uscito su A Silent Place; mi chiedo quale ruolo abbiano i due comprimari in questa sede, visto che di percussioni non mi pare di udire che ce ne siano: si tratta di 4 lunghe suite di ambient-core che seppur suonate (almeno credo) in senso reale finiscono per essere abbastanza vicine al Basinski più saturo, zona Disintegration Loops. La chitarra di Baker è sicuramente la guida regina con dei flussi minimalistici di suono ultra-espanso e manipolato. L'effetto è quello di una infinita ed affascinante ipnosi.

mercoledì 2 dicembre 2015

Roly Porter ‎– Aftertime (2011)

Proveniente dal giro dubstep col duo Vex'd, l'inglese Porter si è messo in proprio e ha debuttato con questo magnifico assemblaggio di elettroniche moderne.
Un tracciato molto simile a quello che fece Ingram, il cui Consolamentum rivelò un solista insperato che si staccava drasticamente da quanto aveva fatto in precedenza, creando una formula personalissima.
Con Aftertime fuoriesce un flusso appassionato ed eclettico di tanti stili, tutti uniti nella direzione di scenari solenni e ben poco accomodanti: c'è il Ben Frost saturo di elettricità, il Basinski in loop-estasi contemplativa, l'Hecker rovinoso e srotolante, l'Eluvium neo-classico, fino a raggiungere stordimenti quasi industriali. Un amalgama che ha dell'incredibile caratterizza l'intera scaletta, con le atmosfere a rincorrersi, distruggersi e dissolversi. Con gli umori che passano dal glaciale all'accorato in un men che non si dica. Antologico in sè.

domenica 11 ottobre 2015

T'ien Lai ‎– Da’at (2013)

Suonano incappucciati e con vestiti dai colori sgargianti, sono due polacchi ed inevitabilmente uno dei due è il solito Ziolek; per fortuna che nel 2014 si è fermato altrimenti il rischio svalutazione sarebbe diventato alto. L'altro si chiama Jedrzejczak e suona anch'egli in altri gruppi, ha collaborato con Ziolek in Stara Rzeka. Il punto di contatto con quest'ultimo progetto e Alameda 3 sta sempre nel porre un enfasi esagerata su tutto, persino in questo drone-cosmic-folk che non inventa pressochè nulla.
Tuttavia Ziolek riesce a trovare ancora una volta la chiave d'accesso per lo scrigno del mistero: non ci si stanca neanche qui. In particolare quando i due sfoderano qualche influenza mediorientale o indiana, infilata fra corrierismi orbitanti e super-droni di ruvidezze spettrali. Preso nel suo complesso, Da'at è un viaggio denso di sensazioni che si fa rispettare, nel suo ambito.

venerdì 27 febbraio 2015

Planning For Burial - 3 EPs 2011-2012

Un po' demoralizzato dal recente Desideratum, corro a cercare di rinfrancarmi su 3 uscite minori di Wasluck, uscite su cassetta o su cd-r.
Con una maggior cura generale ed un accurata selezione del materiale migliore, con questi 3 EP avrebbe potuto far uscire un seguito degno del micidiale Leaving. Nel segno delle sue contraddizioni, il giovanottone del New Jersey si rivolta fra vulcanici doom-gaze, laconici slow-core, incerti galleggiamenti cantautorali e meditazioni ambientali.
In ognuno dei 3 c'è almeno un pezzo che avrebbe meritato di stare su quel grande debutto: su Late twenties blues c'è quello emblematicamente titolato I put Red House Painters on a mixtape for you, sorta di sporca letargia spaziale alla Have A Nice Life. 
Untitled apre con il solenne doom-gaze urlato al parossismo I hope you'll pick me down, ma subito dopo c'è Annick, perla di minimalismo notturno dalle parti dei Pan American.
Su Quietly si parte con lo splendido slow-core Bleached body per poi divagare su una serie di abbozzi, parecchio suggestivi per la maggior parte, ma troppo lo-fi e sfocati per valorizzare l'enorme potenziale di Wasluck. 
A prescindere da questi, spero vivamente che ritrovi la forma dell'esordio.

venerdì 1 novembre 2013

Seirom - 1973 (2012)

Nel caso in cui il filone GTT si inaridisca e non trovi nuovi sbocchi, a partire dal 2011 De Jong ha già attivato il suo progetto del  futuro: si chiama Seirom e non ha molto da invidiare al fratello maggiore.
Il dna del proprietario, comunque, è inconfondibile; massimalismo al potere, eccesso sonoro con fermezza, pericolosa iperprolificità. 1973, uscito l'anno scorso per Aurora Borealis, è un doppio cd che incredibilmente non stanca per un attimo in tutti i suoi 90 minuti. Purgata la componente metal di un buon 80%, la musica verte su mille sfaccettature di luci ed ombre, folate e meditazioni. Un gaze-ambient-core che lavora ai fianchi e crea visioni allucinogene, ora non più infernali come GTT ma anche terrene, sovrannaturali: a tratti persino celestiali, salvo poi calarsi in vortici abbaglianti.
Come solitamente accade, è il lavoro di cesello e stratificazioni soniche a fare la differenza, oltre che alla gamma di timbri. C'è poco da fare, De Jong è un artista manifesto dei nostri anni.