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lunedì 27 dicembre 2021

Screams From The List #103 - Mythos – Mythos (1972)


Affascinante debutto di un trio berlinese che indugiava con disinvoltura fra fascinazioni raga, distensioni etniche, danze flautate alla Jethro Tull, sanguigne impennate blues-rock, allucinazioni cosmiche e minuetti prog. Detta così Mythos sembrerebbe un calderone fin troppo eterogeneo, in realtà i tre sapevano destreggiarsi molto bene, grazie ad una produzione illuminata a fuoco (Dieter Dierks, migliaia di registrazioni, una specie di Conny Plank meno famoso) ed una buona dote compositiva. Soprattutto la seconda suite, Encyclopedia Terra, riesce ad eguagliare gli stati lisergici dei primi Ash Ra Tempel con  trovate non molto ad effetto, ma efficaci. Un nome minore, ma degno di un recupero.

martedì 6 giugno 2017

Innercity Ensemble ‎– II (2014)

Dalla Polonia, un'ensemble, per l'appunto, di 8 elementi dedito ad una psichedelia contaminata ed eclettica. Quasi inevitabile la presenza del chitarrista Kuba Ziolek, agitatore di una scena (presunta o meno che sia) che si fa sempre più interessante. Due lunghe suite, White e Black, entrambe suddivise in 5/6 tracce, che mescolano indifferentemente afflati lisergici arcaici, post-rock dinamico, tribalismi assortiti, l'oncia sindacale di elettronica e qualche impennata di hard-psych al momento adatto. Splendido l'apporto della tromba, che compassata volteggia sopra tutto il sistema senza mai invadere il campo. Fra No Neck Blues Band, Godspeed You Black Emperor e Supersilent; i fans della sempreverde jam psichedelica traggano il relativo piacere.

domenica 6 novembre 2016

Khun Narin ‎– Electric Phin Band (2014)

A memoria, prima musica thailandese che mi sia arrivata alle orecchie, a meno che non sia capitato in passato in qualche ristorante. Ed è uno spasso dal primo secondo all'ultimo: una formazione aperta proveniente dalle campagne del nord catturata dal vivo (fedeltà perfetta), con un suono unico come solo gli acts più isolati possono avere. Protagonista di queste jams strumentali è il Phin, un liuto a 3 corde elettrificato che incarna il ruolo della chitarra elettrica; chi lo imbraccia, tal Sitthichai Charoenkhwan, è un virtuoso e va citato nonostante l'impronunciabilità. Gli altri forniscono un supporto in gran parte percussivo altrettanto esaltante, ma vista anche la presenza di basso e batteria il risultato finale si avvicina come spirito al rock psichedelico degli anni '60 (si potrebbe anche azzardare una similitudine coi Mermen) anche se il punto di vista è inevitabilmente diverso. Dipendenza immediata.

venerdì 14 ottobre 2016

Donato Epiro ‎– Fiume Nero (2014)

Raccolta di tracce provenienti da due uscite nel biennio 2009/10 sulla Stunned di Phil Giacchi di Magic Lantern / Super Minerals. Epiro, che abbiamo già conosciuto nelle fila del temibile duo occult-psych Cannibal Movie, da quasi un decennio pubblica la propria musica nelle maniere più undeground possibili: cassette, vinili limitatissimi, split, compilations, tutto spezzettato in modo che sia difficile dare un giudizio ben focalizzato. Prendendo in considerazione Fiume Nero come se fosse un disco a sè stante, però, si rivela un talento visionario come pochi nel maneggiare materiali così caldi (per non dire tropicali, viste le atmosfere da giungla ricorrenti). Tribalismi, saghe esoteriche, sballi da magia nera, immersioni hauntologiche, allucinazioni galattiche; Epiro è uno stregone moderno con capacità magnetiche notevolissime.

venerdì 29 aprile 2016

Screams From The List 38 - Agitation Free ‎– Malesch (1972)

Illustre formazione teutonica che ammetto di aver saltato a piè pari, nonostante sia sempre stata menzionata alla pari dei grandissimi. Ma non è mai troppo tardi, mi sia concesso: Malesch fu un trip tutto personale e tale resta.
Fin dal titolo, dalla copertina (sottotitolo in arabo), dalle foto della band dell'epoca, immortalata ai piedi delle piramidi egiziane, apparve fin troppo chiaro che si trattava di un concept che trasudava Medio Oriente dalla testa ai piedi. E così era anche fra i solchi; l'ambizioso progetto di unire spirali psichedeliche tutte occidentali alle scale arabeggianti, con un'accurata dose di effetti cosmici, era perfettamente nelle corde del quintetto berlinese, che divenne così voce fuori dal coro.
Coraggiosi escursionisti.

sabato 16 aprile 2016

Screams From The List 25 - Brast Burn ‎– Debon (1975)

Uno di quei titoli talmente difficili da trovare che probabilmente ai tempi finì catalogato come bufala, visto che lo stesso Stapleton ebbe a dichiarare che alcuni nomi erano inventati di sana pianta. Oltetutto i giapponesi Brast Burn (zero informazioni, zero biografie in rete) pubblicarono Debon per una etichetta locale, Vision, che attese 10 anni per dargli un seguito.
Il vinile è composto da due suite che prendevano il minutaggio massimo di ogni faccia, 23 minuti, senza titolo. Folk psichedelico, sostanzialmente, che alternava atmosfere festaiole e leggiadre ad altre più misticheggianti e cupe. Molto importante l'aspetto vocale, intercalato fino ad ottenere stati ipnotici. Notevoli le improvvise entrate della chitarra elettrica, che insieme al cantilenare fanno venire in mente i Can. Ma come spesso accadde nel Sol Levante, il dna di quella terra ci strega e rivela aspetti misteriosi che tengono alta la soglia dell'attenzione anche per musiche non eccessivamente avventurose come questa.

mercoledì 13 aprile 2016

Screams From The List 22 - Gila - Gila aka Free electric sound (1971)

L'apertura, Aggression, è uno scontato e monotono blues-rock ad alto tasso testosteronico, piuttosto hendrixiano. E mi chiedo: cosa diavolo c'entra questo con la list?
Per fortuna dura solo 5 minuti, poi con Kommunikation si entra nello spazio Gila, il quartetto guidato dal chitarrista tedesco Conny Veit prima di rispondere all'appello di Florian Fricke, destinazione Popol Vuh. E questo spazio è un distillato purissimo di psichedelia onirica, di visioni mistiche, di dolci contorsioni arabeggianti, di jams dal sapore etnico e galattico al tempo stesso, di ballad agresti e bucoliche.
L'influenza dei Pink Floyd di quegli anni (soprattutto di A saucerful of secrets) è evidente, eppure la lente di trasmissione teutonica permise anche in questo caso la riuscita di qualcosa di originale e destinato a diventare un culto, seppur di minor impatto rispetto ai giganti.
Per lasciarsi andare dolcemente...

domenica 27 settembre 2015

Goat - World music (2012)

L'unico modo per salvarsi dall'auto-parodia da pub o dall'insopportabilità, per chi oggi fa musica palesemente ispirata ad ere fa, è trovare una via personale al tributo. Gli svedesi Goat partono già avvantaggiati perchè m'ispirano prima di tutto simpatia: l'anonimato, le maschere e l'immaginario africano sono stratagemmi vecchi come il cucco ma il fatto che lo propongano degli scandinavi già crea uno stridore. Quando ascolto World music, la simpatia cresce perchè è un mix fantasioso di luoghi comuni psichedelici fine anni '60 irrobustiti da un basso molto possente e da un arsenale di percussioni tribali. E, al contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare al microfono, cioè un cantante macho, un po' maudit o pseudo-poeta, c'è la voce all'unisono di due ragazzotte non molto dotate che si sgolano per farsi sentire. Il contesto funziona meglio nei pezzi brevi, e perlopiù abbastanza accattivanti; forse lo strumentale finale vorrebbe evocare gli Amon Duul II, ma non montiamoci la testa.

giovedì 18 luglio 2013

Ozric Tentacles - Pungent Effulgent (1989)

Primo vero album degli Ozrics, dopo la messe di cassette più o meno carbonare che ne alimentarono il culto in Inghilterra nella seconda metà degli anni '80.
E vale la pena dirlo, davvero ispirato nel suo melting pot di psichedelia, etnica, dub ed elettronica ritmata, dal suono scintillante ed evocativo. Forte di un'orchestrazione accuratissima nonostante il retroterra vagamente hippy, di un chitarrista che aveva mandato a memoria Fripp e Hillage e di un flautista isterico alla Nik Turner, il quintetto rimasticava e li adattava alla sede con tecnica e personalità. Questi primi Ozrics sapevano cullare con l'occhio all'altro mondo in relax, poi facevano muovere il bacino con un altro occhiolino ai rave, ed infine sapevano rockeggiare con grinta e calore sanguigno.
Palma del miglior pezzo il dub mutante di The domes of G'Bal.

giovedì 27 giugno 2013

Onna-Kodomo ‎- Syuuka (1997)

Edito dalla benemerita Charnel Music di San Francisco, che negli anni '90 ha rilasciato diversi capitoli importanti di art-avant-post-noise (un nome per tutti, i Gravitar), Syuuka ne è una chiara eccezione e metteva in gran mostra questo peculiarissimo progetto nipponico composto da una soave vocalist in gorgheggio costante, un violino che fa il possibile per non sembrarlo ed infatti finisce per diventare strumento di droning ed un basso che crea figure allungate, per non dire deformi, rintocchi funerei e profondissimi.
Ciò che ne esce è una versione purgatoriale dei Popol Vuh più mistici. Un trio visionario al contrario: anzichè aprire la mente e cercare lo zen, si chiude in sè stesso e rimescola, rattrappisce i suoi mantra anemici con fare circospetto.
Si tratta di un disco di difficile assimilabilità, che spesso vira verso una psichedelia nera pece, scandito da questa sirena in estasi perenne che rapisce, che qualcuno potrà anche trovare snervante: io ci sento dentro tante belle cose del passato con una personalità notevolissima; d'altra parte i giapponesi ci hanno sorpreso tante volte.

domenica 9 giugno 2013

No-Neck Blues Band - Sticks And Stones May Break My Bones (2001)

Collettivo newyorkese dedito ad un free-form-jazz-etnico-psychedelico che più selvaggio non si può. Un senso generale di colto cazzeggio permea questo lunghissima collezione di improvvisazioni, e seppur sia ricchissimo di soluzioni strumentistiche appare alquanto arduo mantenere desta l'attenzione.
Non sempre è un difetto, però: un po' Red Krayola di Parable of the arable land, un po' primi Jackie-O Motherfucker, molto Embryo (con cui infatti hanno diviso uno split), la NNBB da anni non bada a spese e mette a segno calderoni fumiganti di freak-orchestrazioni che immagino essere molto avvincenti dal vivo.
Su disco, beh, ottimo sottofondo per trascendere indietro di molti anni e respirare un aria genuinamente vintagistica planata sul frenetico oggi, senza però far caso all'inevitabile mancanza di ogni filo logico.

lunedì 28 maggio 2012

Cerberus Shoal - Travels in constants vol. 10 + Garden Fly, Drip Eye (2001)

Due EP di breve durata pubblicati alla vigilia della svolta etnica di Mr. Boy Dog, e un anno dopo quel Crash my moon yacht che rimase il loro ultimo capolavoro.
Ep interlocutori ma di interesse evolutivo per i fan più accaniti. L'episodio n. 10 della collana Temporary Residence è il loro ultimo bagno squisitamente psychedelico: My machines è scansionata da un ipnotico giro di basso, attorno a cui girano echi di chitarra in delay, bordoni di moog, percussioni tribali, ondate di trombe e cori misticheggianti. Il passo di lumaca circospetto di Christopher's winded è spettrale quanto evocativo, con i collage vocali soffianti in dissolvenza.
Garden fly drip eye è un rapidissimo capovolgimento di fronte. Seppur mantenendo una sorta di canovaccio compositivo, siamo sulla strada futura, contrassegnata da una profonda teatralità che sfiora il progressive più grottesco, specialmente in Garden fly, e Drip eye che pigia sensibilmente il piede in direzione Henry Cow versante cabarettistico. Segno di notevole miglioramento tecnico, ma anche una rotta da cui non torneranno più indietro, con i pro e i contro del caso.

martedì 20 settembre 2011

Jah Wobble - Deep Space (1999)

Confesso di essere un po' indietro su Wobble. Sono molto legato alle sue prime produzioni, Betrayal e Bedroom album, che adoro, ma poi come spesso succede tendo a diffidare di chi inonda il mercato con decine e decine di dischi. Sull'ultimo Blow Up c'è un lunghissimo servizio di Zingales che li passa praticamente tutti, così ho deciso di pescare uno dei consigliati di metà carriera, e devo dire che ne valeva la pena, specialmente per la prima parte.
The immanent è un immagignifica immersione di 13 minuti nell'oceano dell'ambient-dub e della psichedelia più etnica, perseguita dai metafisici 12 di The trascendent che tiene fede al titolo. Il basso di Wobble, umile leader, tiene la guida senza mai salire sopra le righe, neanche quando è pronunciato e bombato in Disks, Winds And Veiling Curtains. Splendido il mantra celtico di Funeral March, per cornamuse, percussioni e bordoni d'organo impenetrabili.
Il dub-beat elettronico di Girl Amazed, con voci femminili in sottofondo e la tiritera di fiati sintetici di Debussy turning to his friend chiudono in tono un po' minore, ma Deep space resta comunque un gran bel trip.

venerdì 1 ottobre 2010

Grails - Burning off impurities (2007)

A sentire il disco ci sarebbe da immaginare 4 hippies sbucati chissà come direttamente dalla Germania degli anni '70, e invece scopro da foto che sono ragazzi dall'aspetto assolutamente ordinario, vestiti casual e dalle pettinature ordinate e corte. E tutto ciò è molto bello secondo me, segno del tempo che passa e gli stereotipi sono andati a farsi friggere, mentre l'ispirazione e la mediazione di quel decennio non muoiono mai.
Non so se il gruppo è ancora attivo: da un paio d'anni il talentuoso e tornitruante batterista Amos infatti milita negli Om, con mia somma soddisfazione per averlo visto all'opera all'inizio dell'anno. In ogni caso non è che i Grails siano qualcosa di sconvolgente, con tutto il rispetto per la loro attitudine: sono un mix di Ash Ra Tempel, Cul De Sac e musica indiana. Per carità, le sonorità sono bellissime e variopinte; a tratti sembra di essere in Tibet, ora sulle rive del Gange, ora nel Grand Canyon, però...In sostanza i Grails fanno jam-sessions senza un idea compositiva di fondo (in fondo anche i Cul De Sac hanno poco di composizione, ma in quanto a stile e classe sono imbattibili), facendo sfoggio della loro eccellente tecnica e creando soundscapes di notevole effetto, ma alla lunga tediano un pochetto.
Sono uno di quei gruppi che devono essere molto più interessanti dal vivo, quindi.

sabato 10 luglio 2010

Cerberus Shoal - Crash my moon yacht (2000)

A metà esatta del loro decennale percorso, i CS erano in splendida forma e in piena fase di transizione e sperimentazione, definendo un sound unico e forse irripetibile.
Stilisticamente era una progressione con forme strutturali ancora abbastanza legate alla composizione tout-court, ma che incarnava sempre più elementi etnici (i componenti d'altra parte erano praticamente tutti immigrati trovatisi nello stesso posto) e svolgimenti complessi.
Crash è un disco molto rilassante, con atmosfere disincantate e poche impennate di movimento rilevante, con toni spesso solari, molto distante dalle suite oscure del magico Element.
Breathing machine possiede l'unico fraseggio di chitarra distorta su un ritmo sferragliante, salvo poi tramutarsi in un evocativissima navigazione; ritmo in levare, fiati che salgono a punteggiare, bassi profondi. Non è progressive e non è propriamente psichedelia, ma un mix affascinante ed originale. L'oziosa Elle besh è un lasciarsi andare al relax più totale, come una panoramica all'equatore. Splendida Long winded, con intro di percussioni, piatti e flautino; entrano chitarra limpida e basso leggero, e i fiati si ergono a delicati protagonisti.
Gli ultimi due brani sono gli unici cantati. Yes Sir No Sir è un meltin pot corale di magia assoluta, un ascensione verso la libertà multietnica. Chiude l'acustica Asphodel con mandolino e atmosfere vagamente balcaniche.
Globali e magnetici.

mercoledì 26 maggio 2010

'O'rang - Herd of istinct (1995)

La leggendaria sezione ritmica dei Talk Talk, orfana del reietto Hollis (anche se Webb aveva già abbandonato ai tempi dell'ultimo disco) che si mise in proprio con questo progetto squisitamente etnico, con qualche inflessione della band madre, in un lavoro quasi esclusivamente strumentale e di grande originalità. Ovviamente lo scheletro portante è fornito da basso e batteria, con giri e ritmi ipnotici, sopra i quali divampano fuochi world di percussioni, fiati, tastiere di vario tipo. Il fascino lisergico dell'opening track, O.rang, è uno dei momenti migliori di un albo di grande fantasia e ricchissimo di colori, frutto di improvvisazioni collettive aperte a soluzioni imprevedibili fra inflessioni arabeggianti, psichedelia pura, ambient, reggae, elettronica, dub e tutto ciò che va dietro ad essi.
Impenetrabili e padroni della situazione. E con un destino simile al loro ex-capo, cioè di scomparire negli ultimi 10 anni. Speriamo che ritornino (tutti, ma non necessariamente insieme).

(originalmente pubblicato il 23/04/09)