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giovedì 31 marzo 2022

Vocokesh – Paradise Revisited (1998)


Il più grande limite di opere come questa (e probabilmente di tutta la trentina di dischi pubblicati da Franecki alla testa di Vocokesh) è che sono quasi incommentabili, che il giudizio dipende dall'umore del momento in cui li si ascoltano, e soprattutto in base a quanta fretta si ha di consumarli. In questo senso, non c'è moltissima differenza fra Paradise Revisited ed il precedente Smile And Point At The Mountain di 3 anni prima; si tratta di eccellenti manufatti artigianali di freakeria strumentale che distillano i 30 anni precedenti di tutta la storia della psichedelia, declinata in pressochè ogni forma possibile, con i santini di Ummagumma, In search of space, Phallus Dei e Schwingungen in bella vista. Musica derivativa ed improvvisata, ma fatta al meglio delle proprie possibilità. Seppur a rate (la lunghezza è importante), negli ultimi giorni mi sono preso il tempo di rivisitare questo paradiso e l'ho apprezzato a tutto tondo.

domenica 13 marzo 2022

Hawkwind ‎– Doremi Fasol Latido (1972)

La chiave decisiva per interpretare il terzo, leggendario album degli Hawkwind stava tutta nel cambio di sezione ritmica: fuori il bassista Anderson, dentro il bassista-per-caso Lemmy Kilminster, chiamato per essere secondo chitarrista e ritrovatosi lì con un Rickenbacker lasciato dall'imprudente predecessore. Fuori l'agile e tecnico batterista Ollis, dentro l'hippy-punk ante litteram Simon King, selvaggio, casinista e martellante. Aggiungiamo il fatto che lo studio in cui si trovarono a registrare era mal equipaggiato, ed il risultato è un essere tentacolare chiamato Doremi Fasol Latido, un disco sporco, pieno di errori, un lontano parente del lussureggiante In Search Of Space.

Ma alla prova dei fatti, per gli Hawkwind doveva essere un periodo di grandissimo divertimento e lo si può quasi percepire dai solchi. Brainstorm, destinato a diventare uno dei loro super-classici, è una tempesta magnetica-metallica ed il manifesto programmatico del disco, modello ideale delle loro jams ultra-dilatate (così come Lord Of Light e Time we left this world today), lasciando un minutaggio minore ai numeri acustici di Brock ed alla prima composizione solitaria di Lemmy, The Watcher, una blues-ballad spettrale e beffarda. Da tutto questo casino (difficile pensare ad anche solo un vago concetto di disciplina all'interno del gruppo) ne nacque un genuino, sincero e spontaneo discone, la cui sporcizia sonora dopotutto fa parte del menu. 


martedì 7 dicembre 2021

Von Lmo ‎– Tranceformer (Future Language 2.001) (2003)


Antologia redatta dalla spagnola Munster nel 2003, che si è occupata di recuperare un tesoretto niente male degli archivi di Frank Cavallo, un personaggio del quale ho già disquisito in un paio di occasioni. Trattasi di un doppio che include Future Language, l'album di debutto risalente al 1981, che in larga parte fu ripreso dopo ben 13 anni dalla Variant in Cosmic Interception. Poco altro da aggiungere, se non che le registrazioni lo-fi in prospettiva non rendono migliori le versioni originali, ma è un dettaglio tutto sommato trascurabile: irresistibile acid-punk fantascientifico suonato con furore iconoclastico.
Transformer invece recupera una decina di inediti e rarità assolute registrate in maniera precaria fra il 1978 ed il 1984, con ogni probabilità tutte in presa diretta; tutta roba che strameritava di uscire dai cassetti. Eccezionali in particolare We're not crazy, Transformer, Flying Saucer '88, Zivoid Is Cuming, Womb of eternity. In due parole, un suono anfetaminico che eredita le componenti più dure di Hawkwind, MC5, ma con quell'aggiunta cyberpunk che lo rendeva originalissimo. E con un frontman oggettivamente superbo e folle, dalla voce carismatica ed incontrollabile agli assoli sulfurei di una chitarra che in più di un tratto anticipa clamorosamente le scorribande yankee del noise-rock '80/'90.

venerdì 13 agosto 2021

Günter Schickert ‎– Kinder In Der Wildnis (1983)


Sempre più condannato ad essere un outsider carbonaro, GS diede alle stampe il suo terzo solista nel 1983 soltanto su cassetta, per una tape-label inglese, ed occorreranno 30 anni per una ristampa in formato digitale. Kinder In Der Wildnis denotava così un deficit produttivo dovuto alla sostanziale autosufficienza del guitar-cosmic-master, ma poneva in risalto un autore in pieno work in progress, non impermeabile a quanto era successo nel mondo nei dieci anni precedenti, ma fortemente legato al suo imprinting apocalittico e, possiamo dirlo con sincerità, dotato di fortissimo spirito teutonico.

Un GS ispido, inselvatichito e, nonostante l'utilizzo presumibile di una drum machine, a tratti addirittura quasi punk (la cavalcata della title-track), in generale più terreno e quindi proditoriamente a cavallo di due elementi: terra ed aria, per un album vario, che esprime una grande urgenza espressiva, capace di dare frustate abrasive con voce aspra (Rabe in der nacht) e distendersi nei tipici voli pindarici che l'hanno elevato ad autore mistico e celestiale, prima ancora che chitarrista di purissima, distillata filigrana artistica.

giovedì 19 marzo 2020

Chrome – Retro Transmission (1997)

La storia è ben nota; nell'estate del 1995 un Damon Edge obeso ed in pessimo stato di salute generale morì di attacco cardiaco nel suo appartamento e nessuno se ne accorse per un mese, fino a quando i vicini fecero forzare la porta d'ingresso. Helios Creed solista viaggiava già a gonfie vele da un decennio e poco dopo sentì non meglio previsate voci di corridoio tipo "hey, prendiamoci il nome Chrome e sfruttiamolo, chè è libero", così ri-prese prontamente possesso del marchio, richiamò i fratelli Stench, aggiunse due membri stabili del suo gruppo, si accordò con la Cleopatra e ristabilì l'entità Chrome in madrepatria. Che fosse un tributo all'ex-amico scomparso o che fosse un esigenza di diritti, non ha avuto molta importanza. Retro Transmission era di fatto un suo nuovo album solista, perchè conservava tutti i caratteri dei suoi predecessori; l'unica differenza è che fu il migliore dal 1992, da Kiss To The Brain, quindi si potè salutare come un buon ritorno alla forma per il re dell'Acid-Punk. A parte un paio di cadute di tono e qualche giro a vuoto, il suo cyber-chitarrismo faceva ancora scintille, sia scatenato nelle tracce più anfetaminiche che dilatato in quelle più sulfuree e spacey. Interessanti anche le derive della seconda parte del disco, su sonorità decisamente più rilassate, seppur sempre intrise di quei sentori alieni che il Nostro porta sempre con sè.

venerdì 13 marzo 2020

Monster Magnet ‎– 25 Tab (1991)

Episodio in qualche maniera collaterale dei primi MM, di quando in formazione c'era ancora l'importante chitarrista John McBain, defenestrato da Dave Windorf poco dopo il loro capolavoro Spine Of God. Tab, una testimonianza dei primi concerti del gruppo, è un monolite insensato di 32 (!) minuti, dalla ritmica medio-lenta immutata, sopra di cui si innervano tutti gli audio-generators possibili che si mangiano chitarre e voci. A seconda dello stato d'animo con cui si affronta, può essere completamente inascoltabile come un viaggio avvincente.
Le cose serie arrivano nella facciata B del vinile. 25, di 12 minuti, è una delle prove migliori di tutto il loro repertorio, un killer efferato calibrato alla perfezione fra gli Stooges di Funhouse e gli Hawkwind di Doremifasol latido, una composizione in progress che decolla veramente col passare dei minuti. Esaltante anche  la compatta Longhair,  mentre Lord 13 chiude con profumi d'incenso spinoso, relax meritato dopo un trip davvero duro. La ristampa del 2006 ha aggiunto come bonus una versione live dell'epoca originale di Spine Of God, molto lo-fi ma dalla resa tremebonda, con la voce di Wyndorf che si inerpica su vette che non avrei mai pensato potesse raggiungere.

lunedì 25 febbraio 2019

Hawkwind ‎– Quark, Strangeness And Charm (1977)

Che fosse per forzatura o per decisione, nell'anno del punk gli Hawkwind non erano più i grandi dinosauri di Space Ritual e dintorni; Lemmy era stato licenziato dopo un arresto, Nik Turner se n'era andato, il gruppo aveva cambiato etichetta e Bob Calvert si era insediato in pianta stabile già dall'anno precedente. Nonostante gli eterni dissidi interni, il quintetto che dava alle stampe QS&C appariva ben coeso e dotato di un suono più asciutto ed essenziale, sintetizzato in modo esemplare nell'eccezionale Damnation Alley, punto d'incrocio perfetto fra il classico space-rock e la new-wave ancora in stato embrionale. In sostanza, le ingombranti (seppur gloriose) spirali spazialoidi di Dik Mik e Del Dettmar erano ormai un ricordo, sostituite dal talento cristallino dell'ex-High Tide Simon House, diviso fra tastiere e violino.
Preso nel suo complesso, QS&C non passerà come il loro miglior album ma appare un concentrato molto efficace nel saper distribuire acid-rock, pop abrasivo, suggestioni arabeggianti, ipnosi elettroniche e propulsioni ritmiche incessanti come da manuale. Cosa che nel 1977 non era per nulla scontato per dei dinosauri come loro.

sabato 9 febbraio 2019

SubArachnoid Space ‎– Delicate Membrane (1996)

Primo (e migliore) album del quartetto californiano, uno di quegli acts che a metà anni '90 Scaruffi portava a conoscenza italica sulle pagine di Rockerilla, con quelle sue fredde e colorite recensioni che solleticavano il palato della curiosità più morbosa, salvo poi scoprire che i cd import costavano un'occhio della testa e ricacciare via rapidamente l'idea di essere fra i pionieri.
Dico migliore perchè a differenza del secondo (selvaggio ma casinista) e del terzo (controllato ma incompleto) Delicate Membrane è l'autentico manifesto di un genuino ed incessante Rombo lisergico, elaborato in presa diretta e parto di una psichedelia galattica che discendendo dai primi Pink Floyd scorrazzava in soluzioni avvolgenti e molto, molto drogate. Un album piuttosto lungo ma mai noioso, festival delle chitarre e con un appiglio ritmico pesante e dinamico.

giovedì 26 luglio 2018

Helios Creed ‎– The Last Laugh (1989)

Acid-punk deviato e fantascientifico per il disco seattleiano di Helios Creed, registrato da Jack Endino con l'ausilio della sezione ritmica dei suoi Skin Yard, nonchè primo su Amphetamine Reptile. Come grossomodo tutti i primi 5 album solisti della leggenda Chrome, un disco dominato dalla sua SG multi-espansa in delirio psicotropo, in questo caso con la componente punk in maggioranza (influenza cittadina? influenza di chi lo circondò in studio?), tant'è che a tratti riaffiorano incendiarie atmosfere altezza Alien Soundtracks. Fra i 3 migliori in assoluto della sua carriera.

venerdì 15 dicembre 2017

GAM ‎– Eiszeit (1978)

L'echo guitar del grande ed umilissimo Günter Schickert ebbe modo di essere ignorata anche sull'operato di questo trio che formò insieme ad un altro chitarrista, Axel Struck, ed il batterista Michael Leske. Quando non ti deve andare, c'è poco da fare. Dei due sodali non resterà alcuna traccia ed i tre dischi registrati fra il 1976 ed il 1979 sono rimasti inediti nel migliore dei casi 10 anni, nel peggiore 30. Eiszeit dovette aspettarne 27 per essere ripescato da un etichetta specializzata in reperti krauti, ed anche se non arriva ai fasti dello stratosferico Samtvogel è comunque la preziosa testimonianza di un'attività senza dubbio precaria e registrata non in maniera eccelsa, ma eccellente prosecutrice delle scie lasciate dai primi Ash Ra Tempel e dai Neu! più selvatici, con qualche lampo di genio arty (la nenie angoscianti di Demons e Verlass mich nicht, con degli elementi gotico-decadentisti che fanno riflettere). Se avessero potuto disporre di una produzione un po' più decente ne sarebbe uscito un capolavoro della tarda stagione; Struck, che Schickert descrisse come un tipo che gli insegnò un po' di tecnica, era degnissimo compare di striature e graffianti progressioni lisergiche. Leske appoggiava con motorik incessanti delle galoppate che più o meno qualsiasi amante del rock cosmico non potrà che apprezzare, da scoprire meglio tardi che mai.

giovedì 17 agosto 2017

Boredoms ‎– Vision Creation Newsun (1999)

Fra i prime-movers del movimento japa-noise, i Boredoms dimostrarono di essere una band poliedrica nel corso degli anni '90, introducendo col passare del tempo elementi sempre più musicali in un contesto comunque nipponicamente folle, riscuotendo anche un insperato successo negli Stati Uniti. Al tramonto del millennio Vision Creation Newsun sublimò la loro felice progressione in un vorticoso space-rock, incessante e tornitruante. Come in uno scontro galattico fra Can (le galoppate metronomiche, la voce cantilentante di Eye) e Chrome (le distorsioni maniacali chitarristiche, gli stordimenti sonici), i nove titoli in elenco scorrono ininterrotti, partendo a razzo all'inizio e stemperando il ritmo e le atmosfere col passare del tempo. L'effetto, complice anche la produzione professionale, è quello di un viaggio extra-sensoriale, un esplosione di effetti e colori che sostanzialmente ha un nome vecchio come il cucco: psichedelia.
Avvincente.

giovedì 3 agosto 2017

Kingdom Come ‎– Journey (1973)

L'avventura post-Crazy World di Arthur Brown, durata soltanto lo spazio di 3 dischi in 3 anni e generalmente ricordata con relativa freddezza dalla critica. Journey fu l'ultimo prima che Brown si perdesse in una carriera solista accolta con ancor più distacco, se non ignorata. Dopo i fasti di Fire, in termini di successo, la carriera dell'istrione inglese subiva un declino inesorabile.
In realtà KC, soprattutto in Journey, era un gruppo lungimirante e piuttosto originale e ci vollero molti anni per ottenere un riconoscimento critico, su latitudini limitate ma notevoli. La novità non era certo la voce di Brown, come sempre un ruggente blues-oriented di inflessione teatrale; in primis risaltava il fatto che la line-up non comprendesse un batterista, ma una rudimentale drum-machine. Escludendo la solare (e debole, diciamocelo) Spirit Of Joy, il disco è un avventuroso percorso in cui le rasoiate di chitarra di Dalby cercano di ancorare a terra un suono destinato a partire per la stratosfera a causa del massiccio uso di synth, moog e mellotron da parte del tastierista Peraino. E' un ibrido psych'n'prog dai contorni elettronici, fascinosamente antidiluviani, che pescava dalle avanguardie tedesche conteporanee e lo sviluppava ossessivamente in un'area grigia, indubbiamente dal retroterra rock, impossibile da definire. Ad essere maliziosi, se anche Brown fosse stato un po' più avveniristico ci saremmo trovati di fronte ad un capolavoro futuristico; resta comunque un'anomalia dei seventies, rimasta fuori dal suo tempo e da ogni banale catalogazione.

domenica 7 agosto 2016

Gnod ‎– Chaudelande (2013)

Robustissima iniezione di space-acid-psych da parte di un collettivo di freaks operativo a Manchester. Non c'è un granchè da dire su questa musica che è tutto fuorchè nuova; chitarroni fuzzati, trasporto lisergico con una grinta nucleare, voci tra il belluino ed il proiettato nel cosmo. Le differenze all'orecchio possono essere rappresentate dalle ritmiche, incessanti ed appartenenti più al motorik tedesco, a certe espressioni post-noise come gli Shit And Shine, piuttosto che a quelle nevrotiche ed elastiche dei La Otracina o dei Gravitar, con cui comunque condividono una certa ferocia esecutiva (si ascoltino i 17 minuti di Genocider per credere).
Questi vortici (molto evocativi quando i ritmi si abbassano drasticamente, The Vertical dead ad esempio ricorda persino i Red Temple Spirits) potranno anche sembrare stantii, ma basti rimarcare la differenza fra gli Gnod e i spesso a loro accomunati e sopravvalutatissimi White Hills: abissale.
Un pentolone ribollente che non mancherà di piacere sia ai fan degli Hawkwind che dei Chrome.

lunedì 4 aprile 2016

Clearlight Symphony ‎– Clear Light Symphony (1975)

Con notevole ritardo, sono alla scoperta dei grandi progressivi francesi e Clearlight Symphony ne fu nome di punta in quanto supportato dalla Virgin, allora in subbuglio per l'inaspettato successo di Tubular Bells. Ma non soltanto per quello; il mastermind Cyrille Verdeaux, grande e creativo tastierista, compose 40 minuti al solo pianoforte, dopodichè chiamò alcuni Gong a costruire queste due magnifiche suite strumentali senza titolo, contrassegnate soltanto dalla parte del vinile che si metteva sul piatto.
Più dinamica, a tratti trascinante, la prima (sugli scudi il chitarrista Boulè, con interventi mirati ed incisivi); più spaziale e sinfonica la seconda, anche per la mancanza totale di sezione ritmica, con i fiati di Malherbe ad infiorettare. Nel suo complesso, CS è una raffinata escursione che resta più legata al progressive per le partiture ma distribuisce bubboni space e freakerie gonghiane quanto basta per renderla ancora più interessante, 40 anni dopo.

giovedì 7 gennaio 2016

Screams From The List 14 - Archaïa ‎– Archaïa (1977)

Ennesima clamorosa rivelazione dal benemerito listone. Trattavasi di un oscurissimo trio francese che realizzò soltanto l'omonimo nel 1977 e lo diede alle stampe in forma privata. Soltanto una ventina d'anni dopo la label parigina specializzata Soleil Zeuhl lo resuscitò con l'aggiunta di alcune bonus track.
Troppo difficile da inquadrare, ai tempi. Certo, qualche affinità d'atmosfere con i Magma e col movimento Zeuhl c'era, principalmente dovuto alla marzialità delle voci, ma non era quello il punto. Archaïa era un oggetto misterioso, insinuante e inquietante. Innanzitutto l'assenza della batteria, sopperita soltanto da qualche percussione e qualche piatto. I ritmi dettati da un basso gommoso e carico di flanger alla Barry Adamson (un anno prima che esordisse coi Magazine), tastiere dissociate da ogni melodia ed impegnate in contrappunti dissonanti e frullii atonali, una chitarra psicotica e spaziale alla Helios Creed (nell'anno in cui entrava nei Chrome, dall'altra parte del mondo e senza distribuzione). Ecco il punto: la follia latente nell'Archaïa-sound lo rendeva l'equivalente europeo, nonchè discendente dal progressive, dei Chrome. Impressione confermata dalle due bonus track poste al termine della ristampa, che furono registrate dal vivo nell'anno successivo e segnavano l'ingresso della batteria in formazione. Purtroppo senza seguito.

venerdì 1 maggio 2015

Alameda 3 - Pozne Krolestwo (2013)

Di nuovo il polacco Ziolek, questa volta nell'ambito di un power trio. Contrassegnato dalla stessa smisurata ambizione di impressionismo, pur muovendosi in territori ben conosciuti, che ha caratterizzato il suo disco solista, Pozne kroletwsko è un altro centro pieno. I due compagni della sezione ritmica, bravi ed all'altezza della situazione, appaiono poco più che gregari dell'ego eclettico / massimalista del chitarrista/cantante.
Il punto focale sono i 3 pezzi da 12-13 minuti posti alle estremità ed al centro del disco, emblemi di questo psych-gaze-space-rock che passa dall'estasi alla furia in un secondo, in un gioco di saliscendi e piroette emotive che lasciano spesso piacevolmente disorientati. Ma è chiaro che Ziolek, immerso nel suo furore citazionista, non si lascia mancare più o meno nulla della storia. Indiavolate spirali hawkwindiane, sfuriate acide alla Chrome, poderosi indie-rock all'americana, esplosioni black-metal, contemplazioni agro-acustiche. La title-track si pone come tributo aggiornato ai grandissimi Amon Duul II di Yeti.
Ziolek, sei nel mirino. 

sabato 26 aprile 2014

White Hills - H-p1 (2011)

Li vidi ancor prima di ascoltarli, 4 anni fa, di supporto ai Pontiak al Bronson e li trovai noiosi e scontati. La croce sopra era scontata per non dire una sicurezza, se non che qualche mese fa SIB ne ha descritto le gesta con toni a dir poco entusiastici in un intero (!) servizio dedicato.
Così ho dato loro un altra chance, ed ecco qui il loro disco da 9 in pagella e quant'è bello il mondo della musica che ti stupisce sempre per come ogni testa, anche quella più navigata ed esperta, ragioni a modo proprio ed inaspettato.
Il disco inizia molto bene con l'uragano psycho-stoner The condition of nothing, seguito da Movement con uno strano incedere krauto-industriale di chitarrismi percussivi e dagli 11 minuti di No other way, un lento caleidoscopio molto evocativo per quanto robusto. A partire dal motorik interminabile di Paradise iniziano i problemi, ed anche grossi purtroppo: il citazionismo fuori tempo massimo di Hawkwind e Monster Magnet, le inconcludenti fasi lunari ed elettroniche, le tempeste magnetiche innocue per la loro scontatezza, fino ai 17 minuti della title-track che toglie ogni filo di speranza (e di vita) con i suoi tamarrissimi assoli di chitarra, me li fa bocciare per una seconda (e definitiva, direi) volta. Vade retro.

domenica 6 aprile 2014

Von Lmo - Cosmic Interception (1994)

Personaggio oscuro e contornato da un alone di mistero che discograficamente realizzò 3 prodotti in 15 anni prima di scomparire, Von Lmo avrebbe avuto la potenzialità per diventare un mito ma si perse nei meandri della vita e dei suoi effetti collaterali.
Di fatto Cosmic Interception riprendeva gran parte dei pezzi presenti in Future Language, il precedente datato addirittura 1981 con l'aggiunta di 2-3 inediti. Musicalmente era un bizzarro miscuglio di rock'n'roll (quasi hardcore) pestato fino all'ossessione più totale e new-wave acida e futuristica, suonato con grossa cattiveria  agonistica ed una determinazione indomabile. La prima componente è letteralmente trascinante: i pezzi sono per 2-max 3 accordi ripetuti all'infinito (ma Radio World ne ha soltanto 1!), eseguiti quasi sempre ad una velocità supersonica ed una ritmica serratissima, con pochissimi assoli ed il prezioso contributo di un sax che non fa sfracelli ma aiuta a colorire un suono altrimenti troppo monolitico. 
Quelli che potrebbero essere i pezzi del 1994 sono invece segnati da una grossa influenza dei Chrome epoca 1981/1982, seppur la personalità di Von Lmo fosse così rilevante da non poter parlare di imitazione. Comunque, esaltante ed unico.

sabato 28 dicembre 2013

SubArachnoid Space - Endless Renovation (1998)

Molto più meditato ed ordinato del precedente Almost invisible, il 4° album dei californiani non rinunciava certamente all'ostinata attitudine di jam psichedelica ma al posto delle scorribande impazzite preferiva puntare ad uno stato di ipnosi quasi zen.
L'utilizzo di un organo quasi liturgico in Will you make my house a carnival, le movenze aeree di Safety in numbers, la navigazione circospetta di Twilight sleep, coniugavano un interplay fra gli strumenti che non superavano mai una certa soglia di prevaricazione. Persino nelle tracce più dure (Square wheels, Good grief) in cui le distorsioni non uscivano mai dai ranghi, appariva chiaro che il gruppo di Jones fosse quasi timoroso di perdere il controllo, di uscire dalle righe.
A seconda dei punti di vista, un disco poco attrattivo per gli invasati e di grande fascino per i seguaci di quella Bibbia che è Ummagumma.

martedì 5 novembre 2013

Sensations' Fix - Music Is Painting In The Air (1974-1977)

Risalta, ad una prima ricerca, che le review riguardanti questa raccolta siano tutte in inglese e non se ne trovi uno straccio di italiano che ne parli. Naturalmente è stata un'etichetta americana a curare un piccolo tesoretto che Falsini si è trovato a trafugare nel suo archivio privato e a rimasterizzare per l'occasione. Un sano spirito di rivincita, generato dopo che probabilmente Cold Nose ha smosso qualcosa nell'immaginario collettivo (mia pia illusione, forse, ma non importa). E nondimeno, un occasione per riascoltare i SF con un suono più dignitoso dell'originale.
Ben 30 tracce, e neanche una presa pari pari dagli album: si tratta di alternate mix e qualche inedito, un tuffo profondo nell'universo di Falsini & co. nel loro periodo migliore, fra il 74 e il 77. Materiale buono per l'eventuale neofita ma di interesse anche per il fan, che ha modo di ascoltare tracce previously unreleased tendenti al versante più spacey della situazione (con rilevanza alla mini suite di Darkside, ma c'è anche una buona ballad acustica apparentemente scritta per Celentano!), mentre la pesca agli episodi noti si rivela dopotutto azzeccata in special modo negli episodi sul formato canzone; letteralmente irresistibili Grow on you e Barnhause effect, la Music is painting che guadagna sezione ritmica e punti.