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martedì 9 giugno 2020

Skaters ‎– Mountaineer Skyness Of Majestic Planes (2008)

Ovviamente la creatura non faceva parte degli Skaters, però bella l'idea (o l'occasione, dipende) di fare una foto di band con tale gradevole presenza. Se poi si pensa a ciò che facevano gli Skaters, lo fu ancora di più. Come ebbe a scrivere Valerio Mattioli in Noisers, sono stati di gran lunga i più weird, lerci e lo-fi performer della scena noise americana degli anni Zero. Ne ebbi prova ascoltando il suo disco consigliato e ne ho conferma con questo (una C46 in edizione limitata a ben 30 pezzi), citato invece da PS. Davvero poco da dire: 42 minuti di lamenti vocali incrociati, stratificati, allungati, passati sotto una poltiglia di fango sonoro dentro la quale ci vuole non poco per entrare. Nella side B le cose si evolvono grazie a qualche bongo che dà un idea di ritmo ed una maggiore movimentazione, e poi la sorpresa a 2 minuti dalla fine, con un loop di synth che in qualche modo anticipa ciò che James Ferraro porterà alle estreme conseguenze col suo (sopravvalutatissimo a mio avviso) lavoro personale. Una volta ascoltato, MSOMP mi ero promesso che non lo avrei ascoltato più. Ma poi ho capito di non averlo capito, ed allora l'ho rimesso su. E' il gusto dell'orrido, che a volte ci frega.

lunedì 18 novembre 2019

Abu Lahab ‎– When The Face Of The Lord Is Split Asunder (2010)

Uno dei primi autoprodotti del misteriosissimo progetto marocchino che prende il nome dallo zio di Maometto, vissuto nel 6° secolo avanti Cristo. Ma di islamico in senso classico non c'è davvero nulla in questa centrifuga orrorifica.
Seriamente una delle musiche più temibili e tremebonde che abbia mai sentito, in grado di rivaleggiare con lo Gnaw Their Tongues più cruento, con l'aggravante di alternare schegge di black metal a scudisciate industriali in un tortuosissimo percorso psichiatrico senza apparente logica.
Il disco inizia alla grande con le rasoiate metalliche di What of those on the left hand?, una sequenza micidiale di power-chords in galleggiamento aritmico. Con And When I sicken, it lacerate me, continua il dominio chitarristico sempre più schizofrenico fino a raggiungere vette di allucinazione pura con Accursed are the compassionate, dove fa la sua comparsa una voce arsa e furiosa che non è neanche black metal, è semplicemente una tortura.
La seconda metà purtroppo non ripete l'intensità insostenibile della prima. Fra canti di muezzin, organi acidi e gironi danteschi, la varietà è assicurata ma la follia incontrollabile di AL fa deragliare leggermente la coesione verso un circo dell'orrore forse più visionario, ma un po' dispersivo. Sono comunqe piccoli dettagli per un capitolo di assoluto rilievo.

giovedì 18 ottobre 2018

Wraiths ‎– Oriflamme (2006)

Atto d'esordio del duo più temibile delle brughiere scozzesi, ovviamente autoprodotto, stampato in 50 cd-r e poi riedito in vinile dalla Aurora Borealis un paio d'anni dopo. Come il successore, il terrificante Plaguebearer, è un incubo industrial-noise di stampo ritualistico diviso in due tracce da 20 minuti, ed è un efficacissimo anti-stress: scie galattiche, sbuffi metallici, abissi di perdizione, vortici sterminati, droni ispidi ed irsuti. Leggermente inferiore al sopracitato, ma soltanto perchè più monocromatico; mancano gli spunti percussivi, che forse hanno costituito il punto di forza. Ma restano molto ma molto superiori alla media dell'harsh-noise degli anni Zero.

mercoledì 18 aprile 2018

Nihilist Spasm Band ‎– Vol. 2 (1979)

Il ballottaggio è plausibile; sulla NWW List sarebbe potuto esser stato questo, il prescelto, in quanto uscito nel 1979, ma indubbiamente il fascino di No Record resta insuperato e troppo coraggioso per essere sfidato. Tant'è che Vol. 2, replica a ben 11 anni di distanza, resta un oggetto misterioso ma in sostanza inferiore a quello storico debutto; quello che sembra mancare di più è il ringhio isterico di Exeley, qui confinato in pochi minuti, ma dopo 3/4 ascolti ciò che emerge inesorabile è la furia cieca che emerge soprattutto nei 17 minuti di Dum-de-dum, un campionario devastante di deragliamenti dissonanti, talmente sconclusionato da diventare quasi comico.
Un'ascolto quasi purificante, ideale per scaricare un po' di stress.

martedì 6 settembre 2016

Drunkdriver - Miscellaneous 2008-2009

Chiudo definitivamente il discorso DD con le frattaglie sparse in quel bruciante biennio di vita in cui hanno marchiato a fuoco l'ibrido definitivo fra noise-rock e harsh-hc, posizionati più o meno fra il primo, fenomenale disco ed il meno entusiasmante secondo, probabile episodio di transizione se il gruppo non si fosse sciolto improvvisamente per tristissimi motivi extra-musicali, a pochi giorni dal lancio in grande stile su Load.
Nel 2008 esce la cassetta My Chinese Sister, che piazza subito due numeri cattivissimi mozzafiato e la per i loro standard lunghissima Look back and laugh, un caotico coacervo quasi alla Air Conditioning, episodio sperimentale che resterà isolato nella loro produzione. Nel 2009 due singoli al fulmicotone, Fire Sale e Knife Day: poco da dire, questi sismi ultra-abrasivi radono al suolo tutto ciò che incontrano e privano di ogni senso qualsiasi altro concorrente in tema di cattiveria e violenza sonora.
Nello stesso anno, la collaborazione con Mattin; venti minuti che assomigliano più ad un remix del basco che inserisce iper-saturazioni, effetti lavatrice, larsen da tapparsi le orecchie. L'affinità di intenti sulla carta era giustificata, ma al netto di tali, prescindibili disturbi era la solita performance ribollente del trio ad impressionare per la virulenza e l'energia atomica.
Grandissimi, al di là delle tristi vicende che hanno posto la parola fine. Maledetto Villalobos.

domenica 26 giugno 2016

Air Conditioning ‎– I'm In The Mountains, I'll Call You Next Year (2003)

Un'anno prima del loro riconosciuto capolavoro Weakness, gli AC debuttarono con questo titolo un po' misogino. Avendolo trovato soltanto poco tempo fa, devo rimettere in discussione le gerarchie del fulmineo e putroppo dissolto noise-trio che, come ha brillantemente scritto Mattioli in Noisers, espelleva un dilaniato blues industriale talmente pesante da cedere sotto il suo stesso carico.
Difficile stabilire se sia più violento questo o Weakness: se quest'ultimo impressionò per il suo attacco frontale e rovinoso, I'm in the mountains vive di una maggior diversità nello scriteriato succedersi dei gorghi di rumore infernale. Il bisonte di apertura, Unravel your navel, it's Mardi Gras, si dipana su un mid-tempo cingolato con il falsetto delirante di Ciccio Jurgensen in evidenza, si prolunga per un quarto d'ora fino all'inopinato finale, in cui la bestia si ferma e fa la sua inaspettata comparsa un violino che gracchia lamentoso sullo sfondo. Hell is a solid prosegue con una iper-saturazione a ritmo strascicato, chiude Citizen's band con una serie micidiale di singulti ed un finale che sfiora la psichedelia, per quanto paradossale possa essere tale concetto nell'oceano di distorsioni e saturazioni messo in atto da questi buzzurri della Pennsylvania.
Semplicemente i migliori in assoluto dello U.S. Noise, di poco sopra Sightings e Hair Police.

martedì 15 marzo 2016

Abu Lahab - Humid Limbs Of The Torn Beadsman (2012)

La globalizzazione avanza inesorabilmente: già di per sè un progetto così musicalmente estremo ispira interesse, se poi si viene a sapere che questo fantomatico Abu Lahab (zero informazioni al riguardo, dischi autoprodotti) proviene dal Marocco la curiosità aumenta sempre più.
Per definire il suono caotico e terrorizzante di Humid Limbs farei qualche nome di riferimento come Vampire Rodents (riciclo e campionamenti inseriti in un contesto vorticoso), Vas Deferens Organization (la parte meno orrorifica del disco, ma anche quella più freakedelica), Gnaw Their Tongues (frenesie post-black-metal e slanci di grandeur), e persino quella grande meteora che furono gli Ubzub (follie psicotiche ai limiti del demente), tutto frullato sotto la grande ala originaria della musica industriale.
Usciti da Humid Limbs, non ci si capisce un granchè. Ed è molto positivo.....

lunedì 25 gennaio 2016

Wraiths ‎– Plaguebearer (2007)

A giudicare dall'estetica truculenta e dall'iconografia dell'artwork delle loro produzioni, i Wraiths sembrerebbero dei black-metallers o qualcosa di stilisticamente affine. In realtà, questo oscurissimo duo di Edinburgo (nè foto nè nomi) si trova in un'area grigia che non appartiene ai noisers anni 'zero nè ad un eventuale revivalismo industriale. L'originalità di un mostro come Plaguebearer può essere dovuto in effetti anche alla zona di provenienza: a mia memoria la Scozia non è mai stata una terra fertile per i rumoristi.
Dichiarano di non usare computer nè sintetizzatori, bensì soltanto attrezzature di risulta e rigenerate per le occasioni, che si trasformano in veri e propri rituali. E finiscono per fare davvero tanta paura, per diventare degli incubi orrorifici; contesi fra power electronics, percussivismi rimbombanti, voci distorte e feedback galattici, i 5 truci settori di Plaguebearer sono il più sano ed autentico rimedio reattivo all'esposizione di una qualsiasi radio commerciale per una durata superiore ai 30 minuti. Ma anche meno.

venerdì 1 gennaio 2016

William S. Burroughs & Kurt Cobain ‎– The "Priest" They Called Him (1993)

Una decina scarsa di minuti di Burroughs che declama un racconto sopra un delirio torturato di chitarra di Cobain, e nient'altro. Ricordo che ai tempi fu salutato come un sorprendente ed inaspettato esperimento da parte del biondo, che nutriva una spasmodica ammirazione nei confronti dell'anziano scrittore. La sua parte fu una psicologica dimostrazione che lo stato d'animo della giovane rockstar era sempre più perturbato dal successo sterminato dei Nirvana ed insofferente a causa di Nevermind, che si diceva odiasse. Dopo un intro natalizia, parte una raffica di feedback, di fischi e distorsioni agonizzanti che non lasciano scampo ed inquadrano il recitato di Burroughs come un trip andato a male.
Questa era una reazione d'orgoglio, poco da dire. La lunghezza è quella giusta: al termine della traccia occorre aspettare un attimo prima di mettere altra musica, dall'impressione che fa ancora adesso.

lunedì 28 dicembre 2015

Skaters ‎– Pavilionous Miracles Of Circular Facet Dice (2005)

Come diavolo abbiano potuto due menti umane concepire ed elaborare una poltiglia di suono così indecorosa e malata non lo potrei spiegare. Come ha sapientemente scritto Mattioli su Noisers, gli Skaters hanno finito per diventare l'act più estremo della scena americana rumorista che tanta attenzione ricevette una decina d'anni fa dai media. E ciò in forza di qualcosa che non è violento nè aggressivo, ma è di una velenosità e di un marciume indicibile.
E' il gusto dell'orrido, a volte, ad attirarci. Così come spesso si resta imbarazzati dal mainstream, dalla televisione, dalla politica. Non ho ascoltato altri dischi degli Skaters nè so se lo farò, ma questa roba (sostanzialmente un'ora di deliri vocali deformati in un substrato lo-fi spesso come una scarpa di fango) è così perdutamente immonda e insensata che non ho potuto fare a meno di ascoltarlo tutto. Un fermo immagine demente di Eskimo dei Residents manipolato e replicato all'infinito. Resistenza.

mercoledì 26 agosto 2015

Supervixens - Nature and Culture (2014)

Sorprendente album di debutto da parte di questo quartetto pisano inserito in un contesto che mi sembra svicolare dalla comunità italian occult psychedelia.
Acidi, ossessivi, rumorosi e martellanti, i Supervixens suonano uno psycho-noise che non può fare a meno di essere citazionista ma hanno trovato una loro via personale di successo perchè (complice il saggio e breve minutaggio) sanno alternare le diverse situazioni, che possono essere di caos, di fuga impazzita, di decollo spaziale, di allucinazione collettiva, di deriva in mare aperto senza controllo.
Il patron della situazione è Cambuzat degli Ulan Bator, che ha militato anche nei Faust. Probabilmente la leggenda tedesca, nelle incarnazioni degli anni '90, è il nome a cui si potrebbe accostare maggiormente quello dei toscani. Ma nulla toglie al loro merito nell'aver confezionato un lavoro davvero impressionante.

giovedì 9 luglio 2015

Screams from the list 8 - Airway - Live At Lace (1978)

Violentatori di ogni versione più brada possibile del free-jazz, reali progenitori del free-noise anni 2000, del nippo-noise anni 90 e di alcune fra le tendenze più estreme dei 30 anni a venire, gli Airway furono un progetto estemporaneo messo in scena da alcuni musicisti della scena arty di Los Angeles altrimenti definita LAMFS, che suonò soltanto dal vivo per poche date nel 1978.
L'idea del fondatore, Joe Potts, era di schierare una formazione che elevasse il muro di suono più feroce possibile in cui piazzare messaggi subliminali per manipolare il pubblico. Stando alla leggenda, i presenti terrorizzati tendevano a scendere ai piani sottostanti pur di non subire il trattamento (la qualità non è eccelsa ma si intuisce che il volume doveva essere alto all'inverosimile), ma in altre circostanze venivano attirati verso il palco o in altre direzioni della sala.
Che sia stato uno scherzo o no, questa mezz'ora scarsa di puro terrore fa ancora un po' paura. Come ha dichiarato Tom Recchion, schierato alla batteria, non c'era nessun accordo fra i musicisti nè direttive impartite se non quella di suonare più forte e rumoroso possibile. Dei messaggi subliminali, invece, nessuna traccia, se non quella di lasciar scorrere l'ascolto per una catarsi terrificante ideale dopo una giornata di lavoro un po' stressante.

lunedì 17 febbraio 2014

To Live and Shave in LA - Noon and Eternity (2006)

Dopo varie dissolute esperienze negli anni '80 (spicca quella dei Pussy Galore, seppur breve), il non musicista statunitense Tom Smith formò i TLASILA, che in una carriera di 15 anni hanno rilasciato qualcosa come 23 albums. Volendo soffermarmi su un'estratto a più o meno sorte, il responso resta mozzato a metà perchè se quest'album fosse stato realizzato nel 1994 avrei pensato che fosse stato un colpaccio pre-2000-noisers, nel 2006 invece mi resta un forte dubbio; questi ci facevano o ci erano?
In ogni caso, noise schiumoso, acido, tirato per le lunghissime ma non harsh: a tratti percussivo ma non serrato, con la verbosità incontrollabile di Smith che sembra più un folle cosciente delle proprie azioni che un ubriaco internato agonizzante. Chiamarla avanguardia forse è un po' eccessivo; non sostengo che questi brutti ceffi abbiano fatto tutto alla carlona, un flusso artistico di sicuro c'è stato. Ma siamo lontani dalle espressioni raggiunte da loro successori come Sightings, tanto per dire. Lasciano interdetti, i TLASILA; è un suono indefinibile che sbigottisce e non ammette repliche immediate.

giovedì 5 dicembre 2013

Sonic Youth & Jim O'Rourke - Invito Al Cielo (1998)

A fine nineties, potendo ormai fare tutto ciò che a loro pareva, i SY aprirono una loro etichetta dedita a pubblicazioni parallele alla discografia major, e peraltro molto duratura in quanto l'ultima è datata 2011, di fatto anno di morte del gruppo. Pubblicazioni quasi sempre molto sperimentali, con il vezzo di essere intitolate ogni volta in un linguaggio diverso; nell'occasione del 3° volume incrociarono per la prima volta Jim O'Rourke, che pochi anni dopo sarebbe diventato membro aggiunto della combriccola.
Il problema dei SY adulti, secondo me, stava essenzialmente nell'aver perso l'eversività e la carica agonistica dei primi anni: ma trovatosi ormai nella spirale del successo, si trasformarono in musicisti professionali pur non essendoli dentro. Se dovessi indicare una band simbolo di lampante perdita artistica post-major (attenzione, non di svendita), per me i SY sarebbero gli indiziati maggiori.
Ora, sul versante sperimentale non so se le cose sono andate meglio perchè non ho ascoltato un granchè; Invito al cielo è un guazzabuglio di impro-noise che paragonerei in questo modo: sta ai SY come Arc stava a Neil Young, ovvero una raccolta degli stordimenti (principalmente farina del sacco di Ranaldo, direi) che appaiono in qua e in là nelle loro canzoni, amplificato e allungato oltremisura.
Ricordo di aver sentito cose molto migliori, in questo genere, sia prima che dopo.

giovedì 28 novembre 2013

Smegma - Pigs for Lepers (1982)

C'è stata una cosa che mi ha quasi commosso riguardo agli Smegma, in un intervista letta qualche anno fa: ora che sono pensionati e con i figli grandi, possono dedicarsi alla musica (?) più di quanto fecero durante la loro giovinezza.
Della LAMFS furono l'ala meno colta, per non dire di spirito punk. Si racconta nella bio che si formarono nel 1973, ed il loro suono è un miscuglio di free-form freak-out discendente dagli estremismi di Red Krayola e Residents, ma anche dagli sballi rintronanti dei Godz, fino a lambire l'industrialismo più brado (collaborarono anche con un giovanissimo Boyd Rice). In Pigs for lepers non ci sono grosse eccezioni, se si eccettua l'anarco-noise-punk di Mutant baby. 
Ma al di là dell'aspetto storico, importante quanto si vuole, sempre piuttosto prescindibili.

venerdì 22 novembre 2013

Skullflower - Argon (1995)

Di solito, riguardo i dischi di free-noise, si può usare l'aggettivo impenetrabile, spesso se ci si riferisce ad una muraglia. Parlando di Argon, uno dei primi album dell'unità terroristica inglese Skullflower, mi verrebbe da dire invece molto penetrabile; nell'occasione composta da spinosi feedback continuativi (pseudo-chitarra), starnazzamenti incontrollabili ed ovviamente atonali (pseudo-sax o pseudo-flautino) e qualche rara comparsa del tipo se ci sei, batti un colpo (fustino di latta o affine).
Definire Argon concept o sinfonia in 4 movimenti può essere molto discutibile, anche se in effetti la divisione c'è: ciò che è più interessante è che gli Skullflower erano già distanti dall'area industriale, e con questo lavoro si proponevano come una specie di incrocio fra i Dead C più drogati e dei Borbetomagus completamente incapaci di suonare. Sarà indigesto a chiunque, ma è una catarsi lunga 80 minuti che vale la pena di oltrepassare almeno una volta.

martedì 15 ottobre 2013

Fausto Rossi - Below the line (2010)

Colpo basso, sotto la cintola per Rossi che non ha mai compiuto grosse rivoluzioni ma ha avuto fasi arty invidiabili, culminate in quel capolavoro che fu Out Now. A 50 anni e passa è tutt'altro che cotto anche se diventato estremamente lineare nelle ultime produzioni contrassegnate da un placido e brillante cantautorato, così Below the line costituisce un episodio di rottura implicito, segnato senz'altro dalla sua ininterrotta denuncia sociale che da oltre 35 anni si protrae, lunghi silenzi inclusi.
Un pugno di canzoni, peraltro abbastanza orecchiabili, si agitano nel sottofondo, ricoperte da un assordante feedback di origine chitarristica in primo piano per 20 minuti. E non è, come ha scritto qualcuno, una cosa che si ascolta una volta e poi si mette via: io ne sono rimasto stregato, anche perchè al minuto 23 scatta la vera follia: apertura ambient, un vorticoso frullìo elettronico con suoni concreti, troncatura netta, sgocciolio nel silenzio. 
Una cosa che soltanto un vecchio leone come lui poteva ideare.

domenica 24 marzo 2013

Mainliner - Mellow Out (1996)

Nell'intenzione di portare agli estremi eccessi il proto-stoner degli antichi Blue Cheer filtrandolo con le follie  iconoclastiche di Keiji Haino, l'ultra-power-trio nipponico Mainliner ha finito per anticipare l'harsh-noise-rock del decennio '00. Un suono saturo oltre ogni umana concezione.
Il retaggio seventies è facilmente intuibile nelle movenze ritmiche e nell'essenza dei riff, già nei primi 5 minuti di Black Sky. Ma quando tutto esplode in un delirio di chitarra impazzita e batteria imprendibile si capisce che il controllo è già stato perso del tutto, e cosa ancor più caratteristica, ogni parvenza di equalizzazione viene beatamente cacciata fuori dallo studio, a farsi benedire.
M. rilancia lo stesso copione, ma con un basso sgusciante in evidenza e uno schema appena appena più controllato. In miniatura rispetto ai due, Cockamamie è una breve sfuriata che accende la miccia all'inizio.
L'isteria tipica degli estremisti giapponesi è la componente più interessante dei Mainliner: ciò che in soldoni sarebbe stata una mezz'ora abbondante di hard-rock (con tanto di canto incerto) neanche tanto formidabile viene trasfigurata e violentata da tre protagonisti di tecnica oltremodo viscerale (spicca il batterista, proveniente dal jazz-rock).
Fragori isterici.

giovedì 19 luglio 2012

Dead C - Harsh 70's Reality (1992)


Se esiste l'inferno, i fans dei Beatles passeranno l'eternita` ad ascoltare questo disco.

Questa è la sentenza finale che Scaruffi verga a corredo delle sue argomentazioni per Harsh 70's Reality. Ok, è bello forte anche se io lo alternerei con qualche bordata di power-electronics o nippo-noise degli anni '90, giusto per variare la tortura...
C'era un'aria strana in Nuova Zelanda fra gli '80 e i '90, la storia è ben nota. Se il mio amato Peter Jefferies ne ha rappresentato l'anima più arty, i Dead C sono stati gli alfieri dell'out-noise-psychedelico. Ma out di quello serio, eh.
A fronte di un delirio psico-melmoso come i 22 minuti di Driver U.f.o. c'è ben poco da dire. Le chitarre di Morley e Russell sono quanto di più deragliato si possa pensare. Le registrazioni furono fatte in casa ed erano impro all'80%, mi verrebbe da dire.
Nel proseguio trova spazio anche qualche sprazzo di forma convenzionale (Sky, Constellation,Sea is violet il vertice del disco), ma è tutto irrimediabilmente coperto di lava inarrestabile, la batteria è suonata a casaccio e i momenti meno sporchi sono numeri di interiorità spastica che fa riflettere molto poco (Suffer Bomb Damage, Hope).
Nonostante la natura carbonara, il disco non è passato inosservato alla critica specializzata che lo considera un capolavoro di free-noise.
Ma attenzione, materiale molto caustico...