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giovedì 2 febbraio 2023

Damon Edge – The Wind Is Talking (1985)


Da un po' di tempo sono in una seria fase di rivalutazione dei Chrome post-split 1983, ovvero quelli di Damon Edge, un periodo che forse non ho mai veramente preso sul serio, un po' per l'enorme considerazione che ho di Helios Creed ed un po' per il sovraffollamento di dischi che DE fece uscire fra il 1985 ed il 1988, sdoppiati fra intestati ai Chrome e altri a suo nome (differenziati sostanzialmente dalla differenza di grafica, sempre a classica mano i primi e a caratteri stampati i secondi). Detto di un primo un po' altalenante, il secondo The Wind Is Talking fu già meglio. Ovviamente siamo nella solita area, un gothic-cyber-space-post-sci-fi-punk lascivo, minaccioso e melmoso, incrocio fra Hawkwind e Sisters Of Mercy declinato alla maniera personale di DE, acida ed ossessiva. I Don't Know Why, We're Down the road, Circle Of Time i migliori. Tutt'altro che il diavolo.

domenica 2 gennaio 2022

Oneiroid Psychosis ‎– Forever Is Forgotten (2004)


Duo di fratelli del Wisconsin artefice di un ultra-gotico sfaccettato ed improntato all'europeismo più trasudante. La scuola di riferimento include comunque Lycia e Black Tape For a Blue Girl, per quanto riguarda le fasi più eteree di Forever Is Forgotten, un disco multiforme che passa da puntate quasi doom al synth-dark in un batter d'occhio, da arie neo-classiche a stasi ambientali, da ambientazioni horror a cyber-carpenterismi. Il cuore pulsante del disco sta nel quarto d'ora di Birth And Death, un viaggio mozzafiato guidato dal pianoforte, che non spreca neanche un secondo della propria ispirazione. Nel resto del disco fanno capolino alcune lungaggini che, in caso fossero state mondate, avrebbero reso l'album un piccolo gioiello di neo-dark moderno, ovvero una rarità assoluta.

lunedì 29 giugno 2020

Sisters Of Mercy ‎– Floodland (1987)

Quando sembrava che i SOM potessero spaccare le classifiche, dopo un debutto lungo di buon successo, Eldritch dovette fare i conti col suo caratteraccio. Hussey e Adams lo piantarono in asso per andare a fare i Mission, così si ritrovò a preparare un album di fatto solista. Patricia Morrison, una ex-Gun Club, figurava nella line up ma pare non abbia suonato neanche una nota di basso. Floodland ha pertanto una peculiarità; sembra suonato ma in larghissima parte è digitale.
Un disco controverso, portato all'eccesso, che passa da estremi ad estremi. La concessione al ballabile marziale, ammiccante alla melodia, dell'opening Dominion / Mother Russia, non prometteva per niente bene. Flood I, dall'incedere lugubre e minaccioso, segnava il tratto solenne e piuttosto enfatico, facendo pensare che le chitarre fossero scomparse. Ma a partire da Lucretia My Reflection torna la magia nera di Eldritch, la pregnanza di pathos proiettata in un cielo notturno. E il lied pianistico 1959 lo metteva in mostra in un inedita veste di dark-crooning struggente e melanconico.
This Corrosion, 11 minuti supersonici per corali ed orchestra, in teoria doveva essere il super-hit ma era pur sempre il 1987 e non era al grandissimo pubblico che Eldritch puntava. Flood II e Driven like the snow confermano la tendenza maggiore del disco, ovvero di una glacialità ed una compostezza generale che segnava un profondo cambiamento rispetto agli inizi: il songwriting restava alto, gli arrangiamenti perdevano qualcosa ma Eldritch guadagnava in status. Il gorgo finale di Never Land (A Fragment), di un celestiale che più nero non si poteva, ne era il degno suggello.

domenica 8 dicembre 2019

Christian Death ‎– Catastrophe Ballet (1984)

In quella storia che più travagliata non si può dell'entità Christian Death, Catastrophe Ballet rappresenta un'episodio felice a tutto tondo. Rozz Williams, a gruppo sciolto, si vide contattare da una label francese per la ristampa di Only Theatre Of Pain e per l'incoraggiamento a proseguire l'avventura. Reclutati 4 nuovi membri, insieme a loro realizza questo secondo album, che è uno stacco abbastanza netto rispetto al, pur miliare debutto. Immersa in una nebbia gotica impenetrabile, l'atmosfera generale è se possibile ancor più morbosa; le tirate punk aggressive sfumano anche se la chitarra di Valor è capace di graffiare con stile, le ritmiche sono wave-compatte ma a più riprese si spezzano per dare enfasi alle implosioni teatrali.
Esemplare la facciata A, con Sleepwalk, The Drowning e The Blue Hour. Era chiaro che i CD non inventavano un granchè (Bauhaus e Sisters Of Mercy erano attivi già da qualche anno all'epoca), ma la loro iconografia e lo stile espressivo fissavano uno standard molto peculiare.

sabato 1 giugno 2019

And Also The Trees ‎– Virus Meadow (1985)

Il secondo album del gruppo che John Peel definì troppo inglese per gli inglesi, per avere un successo significativo. Smarcatosi in maniera significativa dall'influenza dark-Cure che contraddistingueva il debutto, il quartetto dei fratelli Jones approdava ad una poetica abbastanza personale, che non rinnegava il gotico ma lo inseriva in un contesto decisamente più elegante, con reminescenze mitteleuropee, qualche aria atmosferica alla Chameleons e qualche grande pezzo che resta in memoria all'istante (Vincent Craine, Jack, Virus Meadow, la mini-sinfonia sintetica di The Dwelling Place). Trovavano così la loro strada peculiare; da notare che il gruppo oggi è ancora attivo, a confermare l'entità di un progetto che non ha mai avuto successo ma grande personalità, alla stregua di altri inglesi periferici come i Legendary Pink Dots, di una caparbietà incrollabile.

lunedì 19 novembre 2018

Lycia ‎– A Day In The Stark Corner (1993)

Il terzo album di Mike Van Portfleet, incastonato fra l'ancora acerbo Ionia ed l'opus magnum The burning circle, e come esso solenne e gigantesco affresco di gotico atmosferico, fra le strali chitarristiche, l'abbondanza di tastiere aeree ed i battiti tonfanti e riverberati della drum machine. Poco da dire, un'arte sopraffina, fatalista e stregata, un suono unico ed immediatamente riconoscibile che nessun'altro in campo gotico nessuno saprà replicare con efficacia (penso soltanto ad Aidan Baker, che con Nadja trasfigurerà un approccio simile immerso in lava metallica) e che costituisce un modello probabilmente insuperato.

sabato 6 giugno 2015

Cure - Reflections Tour 2011-11-26 Live Beacon Theatre New York

Devo ammettere, pensavo ad una stampa ufficiale dell'impresa titanica che Ciccio Smith e compagni hanno compiuto 4 anni fa in una decina di date fra Australia, Londra e Stati Uniti. Peccato che non si sia concretizzato, sarebbe stato l'highlight della vecchiaia più di Trilogy.
Vista la sterilità produttiva che sembra aver investito il gruppo da oltre 10 anni, cos'è rimasto ormai se non celebrare il proprio passato, possibilmente quello più remoto possibile? A me resta scavare fra i bootleg reperibili e selezionare quello che si sente meglio, ovvero uno fra i 3 della grande mela.
Reflections è stato un atto di forza, una sfida nella sfida, ma anche un atto di eterno amore nei confronti dell'oceano di fans. La faticaccia di suonare una cinquantina di pezzi, per oltre 3 ore, a 50 anni suonati, non è scontata per nulla.
A parte l'ammirazione concettuale che secondo me dovrebbe essere oggettiva e al di sopra di ogni legame filologico, è una pacchia, una manna dal cielo, una bazza: i primi 3 album sparati uno dietro l'altro, ordinatamente. L'energia dirompente e l'ironia post-adolescenziale tutta british di Three imaginary boys. L'introspezione velenosa e tagliente di Seventeen seconds. La sacralità e il culto gotico di Faith. Il tutto eseguito in maniera eccezionale, col piacere di avere il miglior batterista della storia dei Cure, con l'inattesa quanto funzionale comparsata di Tolhurst, e pazienza se Ciccio Smith ogni tanto ha il fiatone, mica c'ha 20 anni (che sia stato questo il motivo della non-ufficializzazione discografica??).
L'incredulità prosegue nel 4° set, un bonus in cui si divertono a ripescare singoli, b-sides e chicche assortite. Obbligatorio eseguire certi classici, certo; una sorpresona le b-sides, ancor di più l'antichissimo scherzo white-funk Do The hansa, risalente agli albori assoluti. Inaudito infine infilare due fra le cose più ostiche che abbiano mai fatto, lo strumentale ipnotico Descent e il delirio acido-tribaleggiante Splintered in her head, possibilmente l'incubo peggiore mai prodotto in studio insieme a Pornography (qua piuttosto umanizzato, a dirla tutta).
Come se non bastasse, al termine un settetto di pezzi assortiti fra l'83 e l'85, come a dire; intanto che ci siamo, chiudiamo col pop e mandiamo a casa tutti contenti, dal primo all'ultimo. Non ce ne sarebbe stato bisogno, chè già eravamo fra le nuvole.

domenica 19 aprile 2015

Aidan Baker ‎– Songs Of Flowers & Skin (2005) + Aidan Baker & Tim Hecker ‎– Fantasma Parastasie (2008)

Ogni tanto provo a pescare qualche jolly dal pentolone di Baker, nella speranza di trovare una perla. Il criterio non è sempre aleatorio; a volte mi baso su recensioni lette in giro, altre mi faccio guidare soltanto dal fatto che mi piace il titolo del disco. 
Qui ci sono due casi in cui mi è andata piuttosto bene, che dimostrano l'ecletticità di questo artista a parecchi gradi, e lo dico con estrema franchezza, vanitoso fino allo stremo.
Songs of flowers & skin è, fra quelli che ho ascoltato fino ad adesso, il più musicalmente convenzionale, per non dire cantautorale o gothic-pop, per trovare una definizione. Caratteristiche principali sono le chitarre pulite, le canzoni ben strutturate, il canto quasi sempre presente (anche se il canadese non è un vocalist e si sente). Gli inserti di violino e tromba arricchiscono la curiosità di udire un Baker così diverso, che passa da uno slow-core funereo a delle progressioni quasi pop, con tutto quello che può starci nel mezzo. Il riferimento più frequente sembra essere i Cure ombrosi e malinconici della prima maturità (non soltanto Disintegration, ma anche le atmosfere più ricercate di Kiss me kiss me kiss me). Il fatto più sorprendente alla fine è che i pezzi sono quasi tutti validi ed i climax emotivi scuotono. E' un episodio minore di Baker, fra l'altro uscito su cd-r, e che non avrà mai un pubblico, ma molti dark-heads lo apprezzerebbero non poco.
La collaborazione col connazionale Tim Hecker verte su un elettronica sporca ed abrasiva, che procede per droni, riverberi e muraglie impenetrabili. L'idea di fondo è intrigante; una sorta di duello rusticano fra dispositivi digitali e chitarra elettrica, un botta e risposta continuo a ricreare ambienti sofisticati ed innalzare saturazioni, che crea ondate di grosso impatto, che si avvicina ad un passo dal rumore bianco ma poi sfuma in una nebbia molecolare. Nonostante l'assenza totale di ritmi, è un disco molto dinamico e ricco di spunti che cresce ad ogni ascolto. Certo si poteva evitare di spezzettarlo in 66 tracce; lo stacco ogni 20-30 secondi può anche essere fastidioso, se non lo si sente su cd. Questa maledetta autoindulgenza fa più danni della grandine....

sabato 4 aprile 2015

Ensemble Economique ‎- Standing Still, Facing Forward (2010) + Melt Into Nothing (2014)

Lo strano cammino di Pyle in due uscite piuttosto rappresentative della sua schizofrenia produttiva. Ricapitolando in breve; ha iniziato nel 2008 con una elettroacustica sporca e stridente, si è imposto nel 2010 con l'afro-cosmic dell'ottimo Psychical, ha transitato velocemente nel 2011 nell'ipnagogia suadente di Crossing the pass (per certi versi vicino a quanto fa Kirby sotto il moniker The Stranger), si è concesso un passaggio nel sound-collaging con Interval signal, per poi svoltare bruscamente nelle ultime produzioni verso un territorio che in pochi forse avrebbero immaginato.
Mattioli non ha apprezzato ed è anche comprensibile; per chi è rimasto impressionato dalle sue prime prove dev'esser stato spiazzante verificare che Pyle si sia dato ad un gotico-etereo che sa di 4AD primi anni '80, di Lycia e soprattutto di Black Tape For A Blue Girl. Ovvio che stiamo parlando di ottimi riferimenti, ma lo è stato anche per me; eppure, vista la perseveranza discografica (3 capitoli in un anno scarso) c'è da credere in questa visione. Anche perchè il suono è fascinoso e ben costruito e i pezzi sono gradevoli. Melt into nothing forse stabilisce un punto di non ritorno, è c'è da immaginare che Pyle stia progettando un'altra svolta.
Un capitolo cruciale della sua prima fase invece era Standing still, che potrebbe essere incasellato persino alla voce black-library. Fra droni impenetrabili, tonfi galattici ed incubi orchestrali, si aggira sinistra l'ombra dell'Egisto Macchi dei primi anni '70. Dire minaccioso è poco.

lunedì 11 marzo 2013

Lycia - Ionia (1991)

Non erano ancora maturi i tempi per i capolavori di metà anni '90 per Van Portfleet, che su Ionia si portava ancora appresso i fantasmi del gotico più onirico della decade precedente.
Ma la stoffa dell'autore di razza si sentiva già alla grande. La sua chitarra acuminata si fonde con un uso massiccio delle tastiere, che donano profondità sinfonica e quel senso di tridimensionalità che resterà un punto focale nella musica di Lycia.
Perle come Desert, Renewal, The realization, Distant eastern glare stanno ancora lì a farsi rimirare nella loro bellezza magnetica e lugubre. E pazienza se qualche strumentale tende ad affievolire un po' il pathos emotivo del disco. 

martedì 12 giugno 2012

Cindytalk - In this world (1988)

Fatica doppia che costò ben tre anni di lavorazione, il secondo atto di Gordon Sharp e compagnia cangiante. Infatti Clancy, il principale artefice della strumentazione nel fulminante Camouflage Heart, se ne era andato e stato sostituito. Apparve chiaro quindi che il vocalist non era solo l'istrione front-(wo)man, ma reale boss della situazione.
E' un doppio, come detto, diviso fra la prima parte (nera pece) e la seconda (estatica). Continuando a sondare gli anfratti e i cunicoli del thrilling industriale, lacerazioni come Circle of shit, Janey's love, The beginning of shadow perseguono chissà quali perdizioni. E' il goticismo fatto ferro, liquefatto in nebbie di zolfo. Di poco sotto al debutto.
Al confronto il secondo disco è un improvvisa ed inattesa redenzione, un lavaggio all'acqua santa, una passeggiata nella superficie dopo esser giunti dagli inferi. Sharp si mette al piano e distilla note contemplative, modeste (immagino non fosse propriamente pianista di formazione), circospette, di tanto in tanto disturbate da un bordone di synth o da un'arrendevole sviolinata.
Nel complesso, quest'ultimo è dispensabile, mentre il primo proseguiva magistralmente rispetto al comunque insuperabile debutto.

martedì 5 giugno 2012

Christian Death - Iconologia (1993)

A distanza di 10 anni dal grande debutto Only theatre of pain, il miglior disco americano in assoluto del dark-punk, l'instabile Williams era in piena attività con gli Shadow Project e in piena battaglia legale nei confronti del nucleo Christian Death di Valor, ormai trapiantato in Europa da diversi anni. Iconologia vede l'estemporanea reunion proprio di quella band che annoverava il chitarrista Agnew, ed ovviamente era una riproposizione live di tal disco in misura integrale.
La prima sorpresa è il roboante impatto di pubblico delirante che si sente fra un pezzo e l'altro, ma si sa, i dark sono sempre stati un popolo molto estremo. La resa in ogni caso è molto cruda, essenziale e quasi frettolosa. Williams è rabbioso oltre misura ed evita pressochè qualsiasi sfumatura che caricava di fascino le sue intrerpretazioni. Il trio appare un po' arrugginito ma tira fuori le unghie, e classici indimenticabili come Mysterium Iniquitatis, Stairs (Uncertain Journey), Figurative Theatre e Cavity 1St Communion si fanno sempre ascoltare con piacere.
Live abbastanza grezzo quindi, che non si fa certo preferire all'originale: un documento curioso solo per gli estimatori.

lunedì 4 luglio 2011

Swans - Children Of God (1987)

Un disco dallo spirito lussurioso e mistico, improntato su scenari ossessivi e magniloquenti, privo di ogni asperità metallica rispetto ai primissimi dischi degli Swans.
Gira aveva già rimescolato quelle formazioni che lo avevano affiancato e soprattutto aveva trovato la compagna fautrice di questa rivoluzione nella Jarboe, pianista e cantante espressiva dei malesseri esistenziali. I due si alternano meccanicamente nella scaletta fra le ballad apocalittiche di lei e i freddissimi affreschi gotici di lui, impostato su un registro bassissimo da orco che sembra sempre in procinto di aggredire, sanguinario.
Restano abbastanza defilati gli altri tre componenti, specialmente la sezione ritmica, a cui vengono assegnati colpi sparsi, a cui viene preferito un ambiente oltremodo cupo, galleggiante nella melma più intricata delle visioni gotiche.
Svettano: i gospel macabri di Blood & Honey e 1000 Years, le scansioni tenebrose di Like a Drug, Trust me, il folk straniante di Beautiful child (una versione rivisitata e spiritata di I wanna be your dog, in cui il cane diventa Dio), il complesso al completo nella lugubre danza di Blind Love.
Il disco non vive un momento di sosta, in questo continuo duello fra i due che rispondono colpo su colpo, lava su ghiaccio, emozioni contro cecità.
E' un amore torbido, ma reale.

lunedì 18 ottobre 2010

Have A Nice Life - Voids (2009)

In un interessante intervista uno dei due HANL, Barrett, ha dichiarato che è già abbastanza percepibile la pressione dovuta al successo sotterraneo di Deathconsciousness, mentre sono al lavoro per fare un disco nuovo. Non male per due ragazzi che studiano e lavorano al tempo stesso (la vecchia teoria albiniana che ritorna e che condivido alla grande, ma è un altro discorso), e che stando alle parole di Barrett tenteranno di prendere altre strade soniche. La superflua raccomandazione è: prendetevela con calma, basta che ci diate un altra perla di post-dark vibrante ed efferato.
Intanto, sul finire dell'anno scorso è uscito quest'antipastino (seguito poi da uno nuovo di zecca, l'EP Time of land) che è poi una miniatura del disco madre, in quanto è diviso in due EP distinti con sottotitoli. Voids è di fatto un prodotto di scarti di lavorazione: il primo è composto da 5 demos ancora più grezzi degli originali che poi sono andati a confluire su Deathconsciousness. E la cosa più impressionante che mi sovviene è che gli HANL in un batter d'occhio sono già diventati un tale culto che persino i demos primitivi sono un ascolto obbligato, per udire la differenza con pezzi consumati fino all'ossessione. Poco da dire in merito.
Logico comunque che la maggiore attenzione sia riservata alla seconda cinquina, che sfodera delle outtakes vere e proprie. L'obiettivo sembra essere puntato su una maggior grinta e compattezza, con pezzi più aggressivi e lontani dall'arrendevole perdizione su cui era focalizzato il disco. Lo strumentale Human Error appare abbastanza debitore a certe atmosfere primi '80, seppur realizzato dannatamente bene, ma lo possiamo considerare l'unico neo (non certo esteticamente parlando). Trespasser W infatti sbuca dietro l'angolo con un humus joydivisioniano irresistibile, con un escalation da brividi nella seconda parte. Defenstration Song continua imperterrito nel recupero storico, ma c'è da dire che quando l'ispirazione è a livelli così alti non c'è neanche il pericolo di parlare di plagio.
Con Sisyphus si torna agli umidi sottoboschi di albe torbide, con una ballad tenue sporcata in escalation fino al wall of sound che garantisce un impetuoso effetto shoe-gothic-gaze. Infine i 13 minuti di Destinos, autentico viaggio psicologico nei meandri di un'introspezione devastata.
Già indispensabili.

lunedì 19 luglio 2010

Coil - Horse rotorvator (1988)

Il disco più popolare del duo inglese, forse, in cui non trovo poco o niente di industriale, anzi, non capisco veramente perchè siano sempre stati inquadrati in quel filone. Forse per la militanza di Christopherson nei Throbbing Gristle o per le costanti partecipazioni di Balance a Current 93, perlomeno negli anni '80. Ciò che odo qui è un elettro-dark movimentato e variopinto, ricco di soluzioni anche se non sempre ispirate al 100%. I synth e i ritmi meccanici sono protagonisti dell'iniziale, marziale Anal Staircase, nonchè della beffarda Slur. Per l'appunto, certe sonorità riconducibili all'industriale affiorano in quà e in là, ma è comunque lo svolgimento abbastanza lineare dei pezzi che rendono il prodotto più accessibile.
Quando ci si formalizza sull'esotico, però, vengono fuori le cose più interessanti, come la lussureggiante Ostia (death of Pasolini), ricca di violini e harpsicord, piccolo gioiello di barocchismo mitteleuropeo, doppiato da Who by fire e The first five minutes after death.Ma non si esimevano certo dallo sfoderare le zampate acide di zolfo: le chitarre abbrutite e il ritmo da catena di montaggio di Penetralia, punteggiate da fiati dissacranti. Le grotte robotiche di Ravenous, i cabaret grandguignoliani di Circles of mania e Blood from the air, tese a creare atmosfere surreali e per nulla rassicuranti nonostante un certo appeal melodico che non faticava a galleggiare in superficie.
Lussuriosi e dannati.

martedì 13 luglio 2010

Cindytalk - Camouflage heart (1984)


Nel 1984 l'ondata era ormai alla fine della sua golden age, ma qualche brillante ritardatario veniva fuori comunque. Che poi Sharp e Clancy erano già in giro da qualche anno con una band precedente di post-punk (i Freeze, mai sentiti), ma il passo fatto con la mutazione in Cindytalk fu davvero radicale. Dare una definizione del loro sound è difficile: se i Virgin Prunes erano dei decadenti in purgatorio, questi temibili scozzesi erano localizzati proprio nel più profondo e punito dei gironi infernali.
Ci sarebbe voluto ben più di un esorcista per tranquillizzare Sharp, vocalist irrimediabilmente posseduto da un agonia angosciante e terrorizzata (curiosamente, nelle foto, appare quasi sempre vestito da donna). Clancy invece si occupava delle parti musicali, ovvero chitarre corrosive, bordoni inquietanti di synth e elettronicità sempre tendenti al nero pece. Il primo brano in elenco, It's luxury, è il più convenzionale del lotto, con una drum machine sincopata a sostenere un proto-industrial da Batcave che fra l'altro ebbe un certo successo commerciale. Saranno ben pochi i pezzi con supporto ritmico: fra questi il capolavoro del disco, Memories of skin and snow, è un'ossessione a base di feedback e bassi pesantissimi. Quasi tutto il resto è il grido lancinante di un dannato perenne: su rimbombi sordi di tom, le siderali galassie dark-ambient di Istinct fanno veramente paura. Di grande effetto anche il melanconico The spirit behind the circus dream, il marziale drumless di A second breath, il tragico corrierismo cosmico di Everybody's christ.Chiude la solenne Disintegrate, per piano, synth immobile ed una voce femminile glaciale (non identificata), una catarsi contro la tensione opprimente di un grande disco di sperimentazione gotica.
Orrorifici.

mercoledì 30 giugno 2010

Have A Nice Life - Deathconsciousness (2008)

Altro che il revival della new-wave, che bene o male ha prodotto soltanto un paio di bands valide su mille. Questa operazione compiuta dai Buona Vita americani è uno dei tributi più sani, personali e avvincenti al dark-gothic che bel bello se ne compie 30 anni e ringiovanisce un bel po'.
Questo è il disco che un Robert Smith stellare farebbe oggi se avesse 23 anni, la stessa età al tempo di Pornography di cui Deathconsciousness secondo me è degna trasposizione e reincarnazione al giorno d'oggi, con qualche sottile differenza.
La prima è la durata, con questo che è lungo il doppio. Le sonorità, che includono inserti elettronici e drum machine e appaiono comunque meno compresse e più, se vogliamo, "ambientali". Lo spirito, la disperazione e l'alienazione sembrano veramente nascere dallo stesso ceppo, ma l'angoscia opprimente di Pornography qui viene diluita in un pentolone di umori più vario e colorito. Con una specialissima attenzione per le voci, splendidamente arrangiate.
Sembra avere mietuto parecchie vittime, questo mastodonte; indubbiamente chi ha amato le pietre miliari d'Inghilterra primi anni '80 non potrà non subirne il fascino. Barret e Macuga dichiarano influenze svariate, fra black metal e jazz, e stendono un opera indimenticabile. Soltanto citare i pezzi migliori richiede parecchie righe, e i due dischi sono equalmente bilanciati in ogni ingrediente. Bloodhail è una sintesi suprema, posta dopo l'intro ambiental-dronica di A quick one: lugubre col basso, ipnotica col beat glaciale, mesmerica con la chitarra flangerizzata, però di una coralità molto sensibile. Memorabile la desolazione di Hunter, con quei colpi sparsi di rullante effettato nella prima desertica parte; successivamente il pezzo ingrana con aumento di ritmo e synth sinfonici, con la parte vocale che è una vera e propria citazione dello Smith più depresso. I killer si susseguono senza lasciar tregua: Telephony persevera l'esplorazione psichica, con passi e progressioni che ricordano Figurehead. Il chorus estatico è da brividi sottopelle. Who would leave their son out at the sun è un solenne mantra sussurrato in stile Black Tape for a Blue Girl che si dissolve nel sottosuolo.
Il secondo disco continua la meraviglia. Un minaccioso rantolo spaziale è il preludio alla spietata Waiting for black metal records in the mail, per chitarre fragorose, ritmo pestato e splendidi incroci vocali, come se i Nine Inch Nails avessero fatto un pezzo con Smith. Lascia increduli Holy fucking shit, probabilmente il miglior pezzo mai scritto dai Death Cab For Cutie! Una ballad acustica di splendore trasversale per chitarrina, beat da tastierina casio, piano e linea vocale commovente. Nella stessa traccia si sviluppa l'esplosione 40.000, sua contraltare techno-metal che lascia senza respiro. Qualche reminescenza anche dei Joy Division, nell'incessante The future. Passaggi melodici riuscitissimi nel finale grazie al pop camuffato da industrial di I don't love e al pathos parossistico degli undici minuti di Earthmover. Come se lo Smith di Disintegration si fosse ubriacato pesantemente e messo alla guida di un bulldozer.
"Opera" forse non è la parola giusta per definire questa immane produzione, così come non lo è neanche "viaggio" nè "esplorazione". La realtà è che questi due yankee che vengono dal nulla hanno compiuto un piccolo miracolo, credo con pochissimi mezzi e con una grande umiltà. Li aspettiamo al varco con il seguito...
Consiglio a chiunque ami questo disco di metterlo su mentre si fa sesso; è un esperienza totalizzante ed impagabile!

(originalmente pubblicato il 27/01/2010)

giovedì 17 giugno 2010

Lycia - The Burning Circle And Then Dust (1995)

La miglior risposta possibile dall'America al colosso Disintegration dei Cure, in termini di dark rock atmosferico. Magari potrà sembrare un paragone buttato lì a casaccio, chè i Lycia sicuramente spingevano il piede sullo spettro più ampio possibile di panorami, ma nel quale ritrovo i migliori spiriti anneriti di uno Smith in bagno di estrema umiltà, che resterà testamento olografico. Una sorta di shoegaze gotico che rifugge gli stereotipi più malati ed ossianici del genere, in un tipo di operazione che negli intenti è stata intelligentemente rielaborata l'anno scorso dagli Have a Nice Life, ovvero: noi siamo dark dentro ma lo facciamo come ci pare a noi, senza copiare nessuno.
Non occorre essere fan specifici del genere per apprezzare questo doppio monolite di purezza cristallina che fu Burning circle. Sebbene tutti i 16 pezzi si mantengano su minutaggi abbordabili e il formato degli stessi sia legato alla forma canonica, c'è un senso di misticismo tale da non lasciare indifferenti, che si apprezzi o no il lungo e lineare cammino del disco. La voce rantolante appena udibile e la chitarra cosmica del leader VanPortfleet guidano le composizioni in altrettante processioni di malinconia universale, quasi tutte di una bellezza commovente.
Un viaggio davvero suggestivo ed avvolgente.

(originalmente pubblicato il 03/11/09)

venerdì 11 giugno 2010

Blessure Grave - Judged By Twelve, Carried By Six (2010)

Sarò lapidario perchè è il raro caso in cui mi trovo d'accordo al 1000% con una recensione giornalistica, nella fattispecie quella su un Blow Up di 2-3 mesi fa in cui si parla di questo disco del duo californiano che fra l'altro sarà di scena fra una diecina di giorni a Marina di Ravenna all'Hanabi (e quasi quasi me li vado a vedere)...
Dunque, poniamo il caso che vengano ritrovati per miracolo dei demos inediti dei Joy Division realizzati nell'estate del 1979, cioè a mezza via fra i due leggendari pilastri, in alcuni dei quali i 4 abbiano voluto sperimentare l'innesto di una voce femminile ai contro-cori. Tali demos ovviamente sono pezzi scartati da una produzione ultra-prolifica che si pone in un limbo: la batteria è meno frenetica di quella di Morris, il basso è meno incisivo di quello di Hooky ma la chitarra è proprio quella minimale e punteggiata di Sumner e il Curtis della situazione è tale Grave (sicuramente è un soprannome), che in realtà suona tutti gli strumenti coadiuvato dalla compagna Key.
E sorpresa delle sorprese, i 16 pezzi sono quasi tutti bellissimi (devo citare Resting place for two, Echo e Hope for the worst) fedelmente attingenti alla matrice ben nota (ironicamente un Ep precedente si chiamava Unknown blessures), seppur si odano anche reminescenze dei Cure della trilogia, più sul versante Pornography, senza psicodrammi di sorta.Pertanto, trattandosi di replicanti vintagisti, i BG sono riservati agli stretti amanti delle due istituzioni sopra citate. Pur non essendo esaltanti e personalizzati come gli Have A Nice Life, con questo disco dimostrano che si può fare del revivalismo eccellente.
E come chiudeva la review di Bu, devo ammettere che sono "bravi e competenti".

giovedì 20 maggio 2010

And Also the trees - And Also the trees (1983)

Quand'ero un fan inguaribile dei Cure, nella prima adolescenza, leggevo le biografie e vedevo questo nome ricorrente nei primi anni '80, And Also The Trees, i tour insieme, il primo disco prodotto da Tolhurst, l'amicizia, etc...Poi mi sono completamente dimenticato di loro. Qualche anno fa, è stato uno dei primi nomi che ho voluto scoprire con l'avvento del filesharing. E ho fatto la conoscenza di questo buon gruppo, tutt'oggi attivo, che è partito dalla pesante influenza del dark-punk per poi sapersi rinnovare in maniera elegante, sviluppando inusitate sonorità che nulla hanno a che fare col gotico (lounge, blues, jazz), sempre mantenendo viva la loro marcatissima impronta british, e contaminandola con una componente mitteleuropea davvero suggestiva. Intanto però questo debutto eponimo fu un classicissimo caso di post-punk atmosferico; proprio mentre i Cure abbandonavano il genere, gli AATT attaccavano il lato A con quello che sembra uno scarto di Pornography, minaccioso e mesmerico. Il tenore di Huw Jones è lo snodo centrale del sound, con la chitarra minimale di Jones a tessere trame discendenti e flangerizzate. Tutto il disco è permeato di un pathos teatrale e drammatico, le influenze sono molto evidenti e sarà piaciuto ai fans stretti del genere.
Nonostante sia un genere invecchiato oltre misura (chiaro che i Cure della trilogia sono esenti da senilità in quanto immortali), trattasi ancora di ascolto gradevole e significativo.

(originalmente pubblicato il 22/03/09)