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venerdì 1 gennaio 2016

William S. Burroughs & Kurt Cobain ‎– The "Priest" They Called Him (1993)

Una decina scarsa di minuti di Burroughs che declama un racconto sopra un delirio torturato di chitarra di Cobain, e nient'altro. Ricordo che ai tempi fu salutato come un sorprendente ed inaspettato esperimento da parte del biondo, che nutriva una spasmodica ammirazione nei confronti dell'anziano scrittore. La sua parte fu una psicologica dimostrazione che lo stato d'animo della giovane rockstar era sempre più perturbato dal successo sterminato dei Nirvana ed insofferente a causa di Nevermind, che si diceva odiasse. Dopo un intro natalizia, parte una raffica di feedback, di fischi e distorsioni agonizzanti che non lasciano scampo ed inquadrano il recitato di Burroughs come un trip andato a male.
Questa era una reazione d'orgoglio, poco da dire. La lunghezza è quella giusta: al termine della traccia occorre aspettare un attimo prima di mettere altra musica, dall'impressione che fa ancora adesso.

giovedì 10 giugno 2010

Renzo Stefanel - Anima Latina (Lucio Battisti)

Dopo la delusione del libro di Di Cioccio, quest'anno mi è andata decisamente meglio come lettura sul Maestro. Premessa: Anima Latina non è un libro per tutti. E' adatto a chi ama in maniera viscerale il disco, lo ha ascoltato almeno 100 volte e ne conosce (o almeno cerca di farlo) ogni inquadratura, ogni respiro ed ogni emozione. E ciascuno di essi gioirà, come l'ho fatto io.
C'è da dire che la selezione si fa ancora più ristretta se se ne parla in toto: dopo un introduzione strettamente statistica sugli anni che circondavano il 1974 nella quale si parla di classifiche, ci si cala a fondo e si scava sul disco. E ciclicamente si trovano disamine strettamente tecniche, che interesseranno solo chi suona uno strumento o ha nozioni disciplinari relative alla musica. Ma quando si va sulle interviste, è gioia per chiunque. Anche perchè alla fine non si è mica soddisfatti, chè sono 400 pagine che si leggono come bere un bicchier d'acqua. E si maledice Maioli che non ha voluto parlare, ci si danna per la scarsa memoria che dimostra gran parte dei protagonisti, ci si appassiona per il duello Dall'Aglio vs. Loprevite per capire chi ha suonato veramente la batteria, questo ed altro. Si rimane emozionati per le parole di Mogol, che dietro la sua corazza autoindulgente e pragmatica, trova anche il momento di commuoversi. Si ride per l'aneddoto di Colucci quando Battisti gli chiese "fammi un pa-pa-rappa-pà", si ride per le battute esilaranti che circondano i racconti.
Insomma, il libro è un vero crogiuolo preziosissimo di informazioni che asseta con soddisfazione la sete di curiosità, di aneddoti gustosi e non fa altro che rendere giustizia a quello che non solo secondo me è uno dei più grandi dischi della musica pop italiana, ma della storia intera.

(originalmente pubblicato il 12/08/09)

venerdì 14 maggio 2010

Massimo Volume - Lungo i bordi (1995)

Emidio Clementi è visibilmente invecchiato, con pochi capelli e una barba pressochè bianca. Gli anni sono passati e si vede, ma aspetto al varco i MV con la loro seconda vita, augurandomi prodotti all'altezza del loro passato.
Che adesso, con una rivalutazione in atto, sembra un attimo ingombrante. Se l'aspetto musical-creativo sembrava pesare molto sulle spalle di Sommacal, cosa ci proporrà il buon Clementi?
Ammetto di aver riscoperto da poco la produzione dei bolognesi: ai tempi delle loro uscite discografiche li snobbai non poco, ma non so per quale motivo. Adesso invece mi sono messo a sentire i mini-romanzi di strada del marchigiano, scoprendone lati ermetici e palesi con relativo piacere. E curiosamente il disco che apprezzo di più è quello che all'unanimità viene indicato come il punto debole del poker, Club Privè, anche per quanto riguarda l'aspetto musicale.
Lungo i bordi fu il primo su major e stemperava il noise crudo ed efferato del debutto in una formula che sapeva fermarsi di più a riflettere, oltre che a contenere il loro brano più famoso in assoluto, Il primo dio. Il sentore era sempre di quel fatalismo, quel recuperare i ricordi, quell'osservare in maniera disincantata, quasi distaccata. Le musiche alternavano schitarrate grattugiate ad arpeggi circolari, atmosfere incendiarie e grevi a divagazioni ipnotiche.
Non ho certo la cultura per poter parlare di letteratura, e già tutti hanno scritto 1000 volte dell'originalità dei MV. Io non posso fare che accodarmi ai complimenti, alla rivalutazione e all'attesa di nuove produzioni, riconoscendo di averli recuperati in ritardo.
Sempre meglio che mai.

(originalmente pubblicato il 24/02/09)

martedì 4 maggio 2010

Nick Hornby - Alta Fedeltà

(By Allelimo)
Per chi è nato e cresciuto nutrendosi di musica subito prima dell'arrivo dei cd, "Alta fedeltà" è probabilmente il libro definitivo: sia perchè si svolge principalmente in un piccolo negozio di dischi, sia per i gusti musicali e l'età dei protagonisti (sui 35 all'uscita del libro nel 1995, quindi - più o meno - la generazione precedente a quella ritratta in "Generazione X" di Douglas Copuland - ma diciamo che chiunque sia nato tra il 1960 ed il 1975 dovrebbe potersi riconoscere in questo libro).
Siamo in una Londra che non sembra così distante dall'Italia quanto gli Stati Uniti raccontati da Coupland, i tre protagonisti (Rob, Dick e Barry, rispettivamente il proprietario di "Championship Vynils" e i suoi due commessi, in realtà assunti più per amicizia che per necessità come part-time di mezza giornata, che non avendo altro da fare "lavorano" entrambi tutto il giorno) avreste potuto incontrarli in quegli anni, per dire, da "Psycho" in Via Molino delle Armi a Milano, o in un qualsiasi altro negozio di dischi "indipendente" di una qualsiasi città italiana.
Le cose più memorabili del libro, che in sintesi è la classica storia della sindrome di Peter Pan, sono senz'altro le "classifiche" che punteggiano tutto il libro: da quella che dà lo spunto alle vicende narrate ("le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi"), alle irresistibili "Episodi preferiti di Cin cin", "Migliori lati A di 45 giri di tutti i tempi ", "Primi cinque gruppi o musicisti che bisognerebbe fucilare il giorno in cui arrivasse la rivoluzione musicale ". Questi ultimi sono (e come non essere d'accordo?):
1. Simple Minds.
2. Michael Bolton.
3. U2.
4. Bryan Adams.
5. Genesis.
Tutto il libro è comunque percorso da quel tocco umoristico tipicamente british, che unito alla costante presenza della musica lo rende imperdibile; imperdibili le scene ai danni dei clienti "normali" che entrano per sbaglio da Championship Vynils, oppure le descrizioni dei clienti "abituali" del negozio, o ancora le cassette-compilation che i tre si scambiano (o preparano come mezzo per far colpo sulle ragazze...).
Insomma quello che veramente importa non è tanto quello che succede, ma "come" succede: un dis... - no scusate - un libro da non perdere!.