Il contrastante quarto degli Antlers, a quel punto un trio vero e proprio, criticatissimo perchè sembrò un colpo di spugna alle ambizioni smisurate del predecessore Hospice, in favore di un suono mellifluo, smaccatamente melodico e composizioni accattivanti. La realtà è che Silberman col passare degli anni ci ha fatto capire un concetto chiaro: fa quello che vuole e soprattutto non fa molti calcoli, e per questo è un personaggio che ci piace. Il giudizio ai dischi è un altro discorso, e se mi fossi basato sulle recensioni Burst Apart non l'avrei neanche sfiorato. Ma una band che fa Familiars si merita l'ascolto integrale della discografia, anche a ritroso, perchè qualche chicca la si trova sempre anche in questa raccolta slegata, frammentaria, fuori fuoco ma marcata dal grande talento di Peter Sirenetto Silberman, sempre più a suo agio con i falsetti ed i gorgheggi, in contesti trip-hop, funky, folky, indie-pop da cameretta confidenziale, soul bianco e quant'altro. Belle No Widows, Every Night my teeth..., Corsicana, Hounds, French Exit.
sabato 13 maggio 2023
Antlers – Burst Apart (2011)
sabato 15 ottobre 2022
Deep Freeze Mice – Hang On Constance Let Me Hear The News (1985)
Ad ogni disco dei Mice che sfoglio, la riflessione è immutata; appartenevano sicuramente alla categoria british che più british non si può, con i vantaggi dell'era storica di appartenenza ed il possesso di un know-how artigianale che aveva del sublime. Oltretutto, partendo da una base poco più che amatoriale, ebbero un progresso tecnico-produttivo che portò il loro art-farfisa-wave-pop quasi alla perfezione formale. E senza mai rinunciare del tutto alle stranezze assortite, alle incursioni nei collage surreali, alle provocazioni dadaiste; un binomio irresistibile.
Hang On Constance fu il sesto. Se pensiamo in generale all'anno 1985, ci possono venire in mente tante cose, escluso il loro sound. Un disco di schegge, 17 tracce, la più lunga 3 minuti; erano in una fase altamente energetica, con la sezione ritmica a pompare, a volte anche in dispari, ma anche con strutture armoniche elaborate, senza mai smarrire il loro proverbiale melodismo. The Disappearance of the guard dog, Reading An Agatha Christie, Neuron Music, Diagonally, The unpronuncable finn le vignette più irresistibili.
La ristampa monstre del 2008 include uno dei loro collage extralarge, Blue Moon, 25 minuti di delirio avant-dada che all'epoca comparve in un 12" che però non figura da nessuna parte nelle loro discografie (e conoscendo i soggetti, non escludo che si tratti di un'invenzione pura).
domenica 18 settembre 2022
Julia Holter – Have You In My Wilderness (2015)
Finalmente trovo un senso a tutto il grande clamore critico esploso a favore della Holter, ormai ritenuta una delle cantautrici più autorevoli al mondo (la media voto su Pitchfork è spaventosa, ma anche altri non scherzano). Avevo trovato gradevole uno dei suoi primissimi, ma poi ero rimasto deluso dal successivo Loud City Song. Conoscendo il percorso accademico della californiana (diplomata in composizione), ritenevo che il suo output soffrisse di uno stato di limbo sostanziale, un po' come successo ad altre della sua generazione, ovvero; il mettere la sofisticazione e lo spunto intellettuale davanti a tutto il resto, incluso anima ed emozioni. Il mio è un pensiero arrogante? Possibile. D'altra parte, magari alla Holter non interessa assolumente nulla dei giudizi e le importa fare e pubblicare la sua musica, visto che il sostegno della Domino è di quelli importanti.
Have you in my wilderness però ha un titolo che è quasi interpretabile come programmatico. Qui un ipotetico stato brado dell'autrice si rivela in un gettare la maschera per mezzo di un lussureggiante, sofisticato, solare ed emozionante art-dream-pop sinfonico, che scava fino a modelli risalenti agli anni '60 e che beneficia di uno stato di grazia compositivo. E' stato quasi come se la Holter, non so quanto volontariamente o meno, si fosse liberata delle zavorre avanguardistiche e si fosse lanciata verso il melodismo più sfrenato, sapendo però di poter fare qualcosa di intellettualmente sensato.
Il disco srotola una chicca dietro l'altra, poco da dire. Persino la sua voce, che ritenevo algida e poco espressiva, risalta maggiormente in questo contesto (Nico e Legrand i riferimenti principali). Feel You, Silhouette, Everytime Boots, Betsy On The Roof, Have You in my wilderness, Sea Calls Me Home sono dei preziosi manufatti analogici che sembrano persino costruiti con un algoritmo (e stesso discorso per quanto riguarda la produzione, stesso principio). Quindi, amore incondizionato per il disco in sè e l'ascolto libero da qualsiasi preconcetto; il sospetto di una presunta artificiosità per quanto riguarda l'elaborazione resta, ma in fondo cosa cambia. Di questi tempi la musica è così; non puoi più trarre conclusioni di nessun tipo.



















