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sabato 13 maggio 2023

Antlers – Burst Apart (2011)


Il contrastante quarto degli Antlers, a quel punto un trio vero e proprio, criticatissimo perchè sembrò un colpo di spugna alle ambizioni smisurate del predecessore Hospice, in favore di un suono mellifluo, smaccatamente melodico e composizioni accattivanti. La realtà è che Silberman col passare degli anni ci ha fatto capire un concetto chiaro: fa quello che vuole e soprattutto non fa molti calcoli, e per questo è un personaggio che ci piace. Il giudizio ai dischi è un altro discorso, e se mi fossi basato sulle recensioni Burst Apart non l'avrei neanche sfiorato. Ma una band che fa Familiars si merita l'ascolto integrale della discografia, anche a ritroso, perchè qualche chicca la si trova sempre anche in questa raccolta slegata, frammentaria, fuori fuoco ma marcata dal grande talento di Peter Sirenetto Silberman, sempre più a suo agio con i falsetti ed i gorgheggi, in contesti trip-hop, funky, folky, indie-pop da cameretta confidenziale, soul bianco e quant'altro. Belle No Widows, Every Night my teeth..., Corsicana, Hounds, French Exit.

sabato 15 ottobre 2022

Deep Freeze Mice ‎– Hang On Constance Let Me Hear The News (1985)


Ad ogni disco dei Mice che sfoglio, la riflessione è immutata; appartenevano sicuramente alla categoria british che più british non si può, con i vantaggi dell'era storica di appartenenza ed il possesso di un know-how artigianale che aveva del sublime. Oltretutto, partendo da una base poco più che amatoriale, ebbero un progresso tecnico-produttivo che portò il loro art-farfisa-wave-pop quasi alla perfezione formale. E senza mai rinunciare del tutto alle stranezze assortite, alle incursioni nei collage surreali, alle provocazioni dadaiste; un binomio irresistibile.

Hang On Constance fu il sesto. Se pensiamo in generale all'anno 1985, ci possono venire in mente tante cose, escluso il loro sound. Un disco di schegge, 17 tracce, la più lunga 3 minuti; erano in una fase altamente energetica, con la sezione ritmica a pompare, a volte anche in dispari, ma anche con strutture armoniche elaborate, senza mai smarrire il loro proverbiale melodismo. The Disappearance of the guard dog, Reading An Agatha Christie, Neuron Music, Diagonally, The unpronuncable finn le vignette più irresistibili.

La ristampa monstre del 2008 include uno dei loro collage extralarge, Blue Moon, 25 minuti di delirio avant-dada che all'epoca comparve in un 12" che però non figura da nessuna parte nelle loro discografie (e conoscendo i soggetti, non escludo che si tratti di un'invenzione pura).

domenica 18 settembre 2022

Julia Holter ‎– Have You In My Wilderness (2015)


Finalmente trovo un senso a tutto il grande clamore critico esploso a favore della Holter, ormai ritenuta una delle cantautrici più autorevoli al mondo (la media voto su Pitchfork è spaventosa, ma anche altri non scherzano). Avevo trovato gradevole uno dei suoi primissimi, ma poi ero rimasto deluso dal successivo Loud City Song. Conoscendo il percorso accademico della californiana (diplomata in composizione), ritenevo che il suo output soffrisse di uno stato di limbo sostanziale, un po' come successo ad altre della sua generazione, ovvero; il mettere la sofisticazione e lo spunto intellettuale davanti a tutto il resto, incluso anima ed emozioni. Il mio è un pensiero arrogante? Possibile. D'altra parte, magari alla Holter non interessa assolumente nulla dei giudizi e le importa fare e pubblicare la sua musica, visto che il sostegno della Domino è di quelli importanti.

Have you in my wilderness però ha un titolo che è quasi interpretabile come programmatico. Qui un ipotetico stato brado dell'autrice si rivela in un gettare la maschera per mezzo di un lussureggiante, sofisticato, solare ed emozionante art-dream-pop sinfonico, che scava fino a modelli risalenti agli anni '60 e che beneficia di uno stato di grazia compositivo. E' stato quasi come se la Holter, non so quanto volontariamente o meno, si fosse liberata delle zavorre avanguardistiche e si fosse lanciata verso il melodismo più sfrenato, sapendo però di poter fare qualcosa di intellettualmente sensato.

Il disco srotola una chicca dietro l'altra, poco da dire. Persino la sua voce, che ritenevo algida e poco espressiva, risalta maggiormente in questo contesto (Nico e Legrand i riferimenti principali). Feel You, Silhouette, Everytime Boots, Betsy On The Roof, Have You in my wilderness, Sea Calls Me Home sono dei preziosi manufatti analogici che sembrano persino costruiti con un algoritmo (e stesso discorso per quanto riguarda la produzione, stesso principio). Quindi, amore incondizionato per il disco in sè e l'ascolto libero da qualsiasi preconcetto; il sospetto di una presunta artificiosità per quanto riguarda l'elaborazione resta, ma in fondo cosa cambia. Di questi tempi la musica è così; non puoi più trarre conclusioni di nessun tipo.

lunedì 15 giugno 2020

Deep Freeze Mice ‎– Saw A Ranch House Burning Last Night (1983)

Quarto album dei DFM, avvenuto in una fase delicata della storia decennale della band; la transizione attraverso l'unico cambio di line-up, col batterista fondatore Summers presente soltanto in una parte del disco e poi dipartito. A causa di questo, Jenkins & compagnia si arrangiarono usando una drum-machine gestita da tal Dawn Leeder, nelle liner notes addetta a unreal drums, percussions, spaghetti bolognese. L'ironia super-british dei Mice va sempre ricercata ma era una certezza così come il loro art-vaudeville-wave-pop, puro ed intransigente. Il battito elettronico non andava ad intaccare più di tanto il loro stile: You took the blue one, Sagittarians, Under The Cafe Table, Hitler's knees gli highlights, con un Jenkins sempre più ispirato a guidare le vignette surreali marchio di fabbrica. Ogni disco dei Mice che scopro, penso che siano stati incredibilmente sottovalutati ed ignorati, a causa anche dell'epoca in cui esistirono.
La ristampa (ovviamente autoprodotta) in cd del 2015 ha accoppiato alla track-listing ben 12 bonus-tracks di imprecisate differents sessions e di un live a Leicester del 1982, contenente quindi estratti dei primi 3 album, col ripescaggio fra l'altro delle leggendarie I met a man who spoke like an UCCA form e Peter Smith is a banana, rese con una grinta davvero notevole.

mercoledì 25 marzo 2020

Scott Walker ‎– Climate Of Hunter (1984)

L'unico disco di SW negli anni '80, ben distante dalle precedenti prove con i Bros ed ancora di più da quel tenebroso Tilt che lo vedrà tornare dopo un decennio.
Climate Of Hunter pertanto è un oggetto misterioso, non soltanto nella sporadica carriera dell'artista, ma anche relativamente al periodo ed ancor di più nel decennio. Si tratta di un disco formalmente impeccabile, suonato e prodotto in maniera millimetrica (con ospiti di tecnica ineccepibile), in grado di aggiornare all'epoca il glorioso cantautorato sinfonico del Nostro (Sleepwalkers Woman, Dealer), ma con una decisa accelerazione delle ritmiche verso una forma di new-wave di eleganza sopraffina (Track 3, Track 5, Track 7) e con episodi ancor più anomali come l'incrocio di tutto di Rawhide, la spettrale Track 6, con il sax dissonante di Evan Parker sugli scudi, e la finale acustica Blanket Roll Blues, una cover rarefatta di country-jazz per chitarra e voce che chiude in maniera controversa un disco che resta una felice anomalia isolata nella carriera di SW.

sabato 23 febbraio 2019

National ‎– Sleep Well Beast (2017)

Ogni disco che esce dei National (e non accade spesso, ogni 3/4 anni, perchè sono saggi ed avveduti a mantenere la propria integrità) mi aspetto un tonfo, una caduta, un'incrinatura. E invece gli anni passano e loro non perdono un grammo della loro classe; potranno piacere o non piacere, ma non si può mettere in discussione il fatto che il loro status personale sia scolpito sulla pietra di quest'inizio millennio. Come tutti i gruppi più resistenti, la line-up è granitica e non perde un colpo (forte anche del fatto di avere due coppie di fratelli) ed il trademark è inconfondibile; al limite si potrà colpevolizzarli di avere poco coraggio, ma evidentemente al loro lavoro ci tengono e la 4AD è pur sempre un'azienda che deve far quadrare i conti. Non si può, a mio avviso, imputare ad entrambi questa mancanza, specialmente da quando la musica è gratis.
Sleep well beast quindi, solita classe, solita macchina automatica compositiva, ed ancora non ci siamo stancati. Bravo Berninger a rischiare con dei toni più alti, chè il suo tenore è bello ma ci sta anche gracchiare un po' più su; bravi i gemelli Dressner come sempre a trovare quelle melodie ariose che si incollano al cervello al primo ascolto, bravi a mischiare un po' le carte con un bell'innesto di elettronica (e bravo il batterista ad accettare umilmente di essere sostituito da un beat, immagino senza fare tante storie) e più di una trance situation che fa lievitare il disco fino alla title-track posta a fine corsa, che curiosamente ricorda i Radiohead di Kid A virati in electro-croonering.

sabato 11 agosto 2018

Eiko Ishibashi ‎– Carapace (2011)

Primo atto della collaborazione fra la dolce Eiko e Jim O'Rourke, all'epoca già residente nel Sol Levante. Un disco che ho conosciuto però dopo i due usciti su Drag City, con conseguente promozione anche in Europa; succede così, che se non ti fanno uscire dai patri confini è dura farsi sentire qua. Che poi, alla maggior parte dei nipponici non freghi un granchè, è un altro discorso.
Rispetto a quel Car And Freezer di cui mi sono innamorato al primo ascolto, Carapace non aveva quell'esuberanza gioviale e quel senso sbarazzino; Eiko denota una vena intimista, quasi crepuscolare, che prende il sopravvento sulle tracce più ritmate. Lampante, in ogni caso, è la sopraffina maestria compositiva, nonchè l'eleganza delle parti e delle esecuzioni (e qui, senz'altro occorre tributare il solito Jimmy); cristallo purissimo.

venerdì 6 aprile 2018

Echo & The Bunnymen ‎– Ocean Rain (1984)

Rivalutazione personale di un disco che ho sempre sommariamente snobbato, sarà l'invecchiamento oppure una fase in cui mi riscopro più melodista e fatico a digerire certe pesantezze. Certo che i primissimi restano capisaldi di un suono ruvido ed elegante al tempo stesso, ma Ocean Rain mandava in orbita anche commerciale una band giunta a maturazione e completamente contro l'andamento generale delle produzioni correnti. La fascinazione verso certi mostri sacri di un passato ancora non vetusto (riferimenti principali, i Doors più morbidi e lo Scott Walker della quadrilogia) portava i Bunnymen a confezionare un disco barocco e pregno di sinfonismo, con la vena psichedelica annacquatasi, i residui gotici andati perduti per sempre, una maggior cura per la composizione, l'istrionismo di McCulloch sempre più in vista. Particolarità rara dei dischi di successo, i pezzi più famosi sono anche i migliori, con la meraviglia di The Killing Moon a splendere sempre, le gemme My Kingdom e Ocean Rain a rilasciare emozioni ascolto dopo ascolto.

giovedì 1 marzo 2018

Sufjan Stevens ‎– Carrie & Lowell (2015)

Delizioso folk-pop da cameretta per un autore che, in tutta sincerità, ho sempre bellamente ignorato fin dai primi anni zero. La colpa è (quasi) tutta da imputare alle recensioni pedanti di certe firme pesanti di Blow Up alle quali ormai non faccio neanche più caso, salvo nomi già conosciuti con cui ci si può trovare anche d'accordo; certi toni trionfalistici non fanno per uno come me, se poi si parla di indie-pop ed aree affini, l'allergia è quasi automatica.
Però ad uno così osannato, prima o poi, una chance bisogna concederla e Carrie & Lowell, sorta di concept dedicato alla madre defunta, è davvero un gran bel disco, di quelli monolitici che colpiscono il segno con la loro omogeneità e focalizzazione. Un disco low-tech, con pochi overdub ed i toni alti al minimo, che vive in una dimensione ovattata e sognante. Voce e chitarra oppure voce e tastiere, per un confessionale a cielo aperto diviso in 11 squisite vignette melodicamente disarmanti, su cui Stevens canta delicatissimo, con zero estensione e poca più emotività.
Su queste 11, almeno 4-5 sono di quella stoffa pregiata che solo i più dotati cantautori possiedono e si scolpiscono nell'immediato in testa. Ed allora tocca tornare indietro nella discografia, credo...

giovedì 21 dicembre 2017

Volcano! ‎– Piñata (2012)

Terzo (ed ultimo?) album degli art-rockers chicagoani, terzo rebus di complicata semplicità che lascia, in caso di scioglimento avvenuto dato che di loro non giungono notizie da 5 anni, con in bocca un mix di senso d'incompiuta e di entusiasmo per quanto realizzato. L'audace incrocio fra Radiohead e Pere Ubu che ha caratterizzato i loro due precedenti lavori sembrava averli condotti un po' ad un vicolo cieco, e forse questo personalissimo limbo li ha condannati a non trovare un pubblico adeguato, come a dire troppo pop per gli amanti dell'avant-rock e troppo complicati per gli indie-hipsters.
In ogni caso Piñata ha rilanciato la scommessa; il vocalismo melodico e schizzato, la chitarra sgraziata e sbilenca, l'impeto sconquassante della batteria, il collante onnipresente dei synth, e soprattutto le composizioni, che restano fondamentalmente pop nella costruzione ma adornate alla loro maniera. Peccato siano rimasti ignorati, avrebbero meritato di più.

martedì 21 novembre 2017

Flavio Giurato ‎– Il Tuffatore (1982)

Artista romano che, dopo una lunghissima assenza dalla musica incisa, ha ottenuto una notevole visibilità nel 2015 quando si è aggiudicato un disco del mese su Blow Up con La scomparsa di Majorana, un buon album acustico con testi molto belli ma a mio avviso rappresentativo solo della fase anziana di Giurato, che a cavallo degli anni '80 invece si distinse come cantautore non allineato e detentore di una poetica tutta sua, sia per le musiche che per le liriche.
Di questo primo periodo, il migliore è senza alcun dubbio Il Tuffatore, un sublime assortimento di musica d'autore, un mix di eleganza e classicismo che raggiunge risultati superbi in Orbetello, Valterchiari e Marcia Nuziale. La dote maggiore di Giurato era un equilibrio che aveva del miracoloso: i testi, realisti del quotidiano e quasi mai surreali, originali per quanto non ermetici, ricorrenti all'ironia in distinti e marcati momenti; anni dopo, verrà tributato addirittura da un manipolo di scrittori che hanno scritto racconti ispirati al suo repertorio.
Quanto alle musiche, è supremo il bilanciamento fra dimessi momenti acustici e strappi ritmati, orchestrati da abili turnisti che interpretano alla perfezione il dna dell'autore (fra cui il sassofonista Collins, turnista di rilevanza mondiale ed ex-King Crimson). Pochi e misurati virtuosismi, focus estremo sulle composizioni ed alle sue storie disincantate. Non replicabile in nessun modo.

lunedì 24 luglio 2017

Deep Freeze Mice ‎– The Tender Yellow Ponies Of Insomnia (1989)

Ricordo pochissime bands che attraversarono gli anni '80 senza farne assolutamente parte. I DFM, provenienti dall'ora popolare Leicester, chiusero la loro esistenza con quest'ultimo disco nel 1989, a 10 anni esatti di distanza da quello sgangherato debutto che aveva permesso loro di entrare nella NWW List. Il motivo per cui il quartetto se ne stette bel bello impermeabile ad ogni scempio produttivo di quella decade, come fosse sotto una specie di campana di vetro, era semplice: autoproduzione, sempre e comunque. Chissà se furono mai contattati da qualche etichetta, indie o major che fosse; ed in tal caso, chissà come argomentarono la loro scelta di restare totalmente liberi.
In quel decennio, la loro musica non cambiò praticamente mai; art-pop-wave di derivazione sixties ma traslata attraverso l'Inghilterra dell'epoca Tatcher, dai connotati sempre molto naif. Semmai, l'unico aspetto che era cambiato era che il gruppo, a forza di suonare e registrare, era tecnicamente migliorato; il cantante/chitarrista Jenkins aveva sviluppato uno stile appuntito ed espressivo, a tratti quasi surf. La sezione ritmica era coesa e dinamica (era cambiato il batterista, nel frattempo, ed era molto migliore del fondatore). L'organista Lawrence, qui impegnata anche saltuariamente con un canto fragile ed incerto, disegnava linee semplici e funzionali col Farfisa.
Per effetto di ciò, persino il songwriting era più ispirato, con le stesse canzoni frizzanti e surreali, mai stucchevoli; un dada-pop all'apparenza semplice e leggero ma con una sua cifra stilistica immediatamente riconoscibile. 
La ristampa in cd di The Tender Yellow Ponies of insomnia, effettuata sempre da loro nel 2010, contiene un bonus-collage di mezz'ora, The Delicious Little Green Roosters Of Insomnia, dalla concezione simile a The Octagonal Rabbit Surplus su My Genaniums are bulletproof, meno sperimentale e più psichedelico. Nelle note di copertina, con squisito humour britannico, viene spiegato che è stato assemblato al termine di una lunga e dolorosa caccia al tesoro...

domenica 16 aprile 2017

Panda Bear ‎– Panda Bear Meets The Grim Reaper (2015)

Avevo lasciato Lennox all'uscita di Tomboy restantone un filo contrariato, pensando che i fasti di Person Pitch fossero irripetibili. Così solo con enorme ritardo ho ascoltato Meets the grim reaper, sorprendendomi del pronto riscatto che caratterizza un'altra coloratissima raccolta di irresistibili filastrocche.
Una decisa iniezione di elettronica caratterizza il nuovo corso del panda; i ritmi sintetici dominano ed i synth scorrazzano indisturbati, ma la sostanza non cambia. Lennox sa ancora perfettamente creare i suoi acquarelli di sapore estivo, così immediati che basta un ascolto per innamorarsene: almeno Sequential Circuits, Crosswords, Selfish Gene dovrebbero stare in un ipotetico greatest hits. Interessantissime anche le deviazioni, come la Tropic Of Cancer in cui fornisce una sua curiosa re-interpretazione dello Scott Walker sinfonico di fine '60, e la tenue e pianistica Lonely Wanderer, di una bellezza sconfinata.

martedì 14 giugno 2016

These New Puritans ‎– Field Of Reeds (2013)

In decisa progressione rispetto al precedente, i Puritani ridotti a trio dopo la defezione della tastierista sono pervenuti ad un lavoro ancor più serioso grazie all'utilizzo ancor più massiccio di elementi orchestrali, grazie ad una brusca frenata dei ritmi, con il songwriting di Barnett sempre più focalizzato su una stasi sinfonica.
Si alternano aggraziate figure pop ed arie drammatiche come se nulla fosse, in un contesto che procede con estrema lentezza per dare la giusta enfasi. Con intelligenza ed estro Barnett ha saputo evitare il pericoloso scivolone che facilmente l'avrebbe potuto portare nel fossato ambient-rock; non nego che certi tratteggi (soprattutto il capolavoro del disco, i 9 minuti di V - Island Song) facciano nominare la quasi innominabile parola prog, ma a braccia aperte mi sento di dire che è il loro miglior disco. E il percorso stilistico potenziale rimane aperto a chissà quali altre suggestioni....

lunedì 9 maggio 2016

Julia Holter ‎– Tragedy (2011)

Cantautrice californiana sui generis dalla formazione classica e poi convertita all'avanguardia, debuttò in sordina con questo per poi essere ristampata dalla Domino un paio d'anni dopo, grazie anche all'esposizione mediatica e cori generici di approvazione da parte della critica (copertina su Wire).
Tragedy può piacere e non piacere, perchè è un po' dispersivo, ma risulta difficile discutere la capacità della Holter di aver saputo creare qualcosa di originale: ballad esoteriche alla Jarboe, ambient metafisico da camera, synth-pop sofisticato, liturgie vocali estatiche come una Grouper ecclesiastica, dream-pop, avanguardia, concretismi. Tutto in sequenze altalenanti, come se nulla fosse. Straniante, ma di un fascino indiscutibile.

domenica 3 gennaio 2016

Anathema - Distant Satellites (2014)

Devo essermi perso qualcosa negli ultimi vent'anni perchè mi ricordavo gli inglesi Anathema come un gruppo per cui Claudio Sorge esternava grande apprezzamento durante una delle sue ore Rumore 2 La vendetta a Planet Rock, nel '93. Facevano un doom-metal molto lento con le growls ed erano abbastanza simili ai My Dying Bride.
Dopodichè non ne sentii più parlare. Non succede spesso (mi vengono in mente solo gli Ulver, in questo momento): ti dimentichi di un vecchio gruppo per il quale non andavi neanche matto e te lo ritrovi dopo vent'anni completamente cambiato, nonostante la maggioranza dei componenti siano rimasti gli stessi.
Oggi gli Anathema fanno un emo-rock molto melodico, un po' gotico e dalle grandi ambizioni, un genere pericolosissimo che si espone spesso alla stucchevolezza, al patetico ed al salottiero, soprattutto quando si piazzano degli archi a mo' di contorno. Invece Distant satellites si rivela un lavoro onesto e dagli ottimi contenuti, progressivo nel senso più attuale del termine ed equilibrato negli umori. Non mi resta che indagare su come è avvenuta questa metamorfosi.

sabato 17 ottobre 2015

Antlers - Familiars (2014)

Peter Silberman, cantautore di fatto ma nascosto sotto il nome di un gruppo, è un songwriter moderno che più vintage non si può. Funziona così, ormai, col pop: non avendo nè un presente nè un futuro, quello buono suona con gli strumenti e i timbri degli anni '60/70.
Palace, il pezzo che apre il suo ultimo disco, cresce con un wall of sound di tastiere e trombe che fanno innamorare pressochè subito. Ho pensato è il solito trucco per attirare l'attenzione, di mettere il pezzo bello al numero uno della scaletta. Invece no. Familiars è un capolavoro di artigianato.
Immerso in un mare di riverbero generale, l'impianto contribuisce ad esaltare le riflessive e compassate composizioni di Silberman: su tutti la sua voce acuta (il cui timbro può ricordare vagamente Jeff Buckley) ed una tromba onnipresente e laconica. Non c'è un pezzo che non sia bello. E soprattutto non c'è ombra di folk, questo è il merito più grande di Silberman, il marchio a fuoco personale che lo innalza.
Da affiancare a Beach House, Clientele e Dark Dark Dark nel rinascimento art-pop.

domenica 2 agosto 2015

Eiko Ishibashi - Car And Freezer (2014)

Polistrumentista giapponese attiva già da una decina d'anni, patrocinata da Jim O'Rourke e sorta all'attenzione l'anno scorso a causa dei voti altissimi ricevuti fra rete e carta stampata.
Nel dettaglio, la Ishibashi è una pianista/batterista/cantante. Potrebbe sembrare ininfluente cosa suoni, ma durante l'ascolto di questo graziosissimo Car and freezer il paragone si staglia inesorabile: lo spirito più melodico e gentile di Robert Wyatt rivive gioviale in questi 8 pezzi (moltiplicati per 2, una versione in nipponico ed una in inglese, ma non ci sono differenze) ed il gioco è fatto.
Raramente ho sentito affinità di fondo con un'artista immenso in modo così ispirato. Oppure, senza stare a focalizzare troppo, il Canterbury-Sound non è mai suonato così fresco ai nostri giorni. Giova al complesso la produzione che più vintage non si può di O'Rourke. Il giochino della doppia scaletta è un caso più unico che raro di godimento al riascolto. Di sicuro il futuro della musica non passa da qui, ma che classe....

venerdì 6 febbraio 2015

Flying Lizards - Flying Lizards (1979)

Brillante caposaldo di art-wave intelletualoide contaminata di pop ed elettronica. Cunningham, la mente dietro l'operazione, escogitava un metodo di composizione in grado di fondere melodie ammiccanti con l'avanguardia, e con un senso dell'ironia fortemente palpabile. Le continue e bizzarre trovate sonore lo renderanno poi più produttore che musicista, attività che ha continuato a svolgere piuttosto saltuariamente,
In un certo senso il disco è un po' il contraltare colto e raffinato del primo Swell Maps; Cunningham non proveniva dal punk ma assimilava certe tendenze della new-wave (qualche basso in stile Gang Of Four, le ritmiche secche e scandite) ed aveva appreso lezione di Brian Eno in merito ai suoni. La seconda metà della scaletta è  memorabile perchè lascia perdere il pop e si concentra sull'avanguardia elettronica, includendo un paio di proto techno-trance da brivido (The Flood, Trouble). A dispetto dell'irritazione che mi provocano i due pezzi più smaccatamente accattivanti, resta un disco geniale.

martedì 29 aprile 2014

Wire - A Bell Is a Cup...Until It Is Struck (1988)

Ho un brutto ricordo riguardo ai Wire dei tardi anni '80: uno dei primi cd che acquistai in assoluto, allettato dal prezzo stracciato, fu Manscape che è universalmente riconosciuto come il più brutto che abbiano mai fatto. Non la pensai diversamente dal resto del mondo ed inorridito accantonai l'istituzione fino a quando scoprii, tempo dopo, i primi lavori.
Analizzando A bell is a cup, vien da pensare che dopotutto i Wire di quegli anni non erano poi così male, almeno dal punto di vista melodico. Perchè è quello che emerge brillantemente, a dispetto di una produzione tipicamente ottantiana, levigata e patinata; senza eccedere nè con l'elettronica nè con le ruffianerie Newman & co. componevano in collettivo e rinunciavano alla sperimentazione, con ottimi risultati; il pezzo di apertura, Silk skin paws, è uno dei più belli in assoluto mai realizzati, forte di una melodia ariosa col sentore drammatico che ha scandito i loro momenti migliori. Brillano parecchio anche Free falling divisions, It's a boy, Follow the locusts e persino il singolone accattivante Kidney bingos. Nel finale l'asso nella manica della situazione, con la stranita A public place che getta un ponte diretto con 154.
Eccellenti anche le bonus tracks dell'edizione in cd: la gelida danza di Pieta, il live sulfureo di Over theirs e quello martellante di Drill, il manifesto della loro (presunta) rinascita.