E' giunta l'ora per me di rivalutare un disco che all'epoca non ripagò adeguatamente la lunghissima attesa. Erano infatti passati ben 12 anni da quello che restò il suo insuperabile capolavoro, ed in quel lasso di tempo DS aveva fatto qualsiasi cosa non fosse un album solista, in ordine sparso: la dissimulata riunione dei Japan, gli esperimenti ambientali con Holger Czukaj, qualche tour autocelebrativo, la discussa e controversa avventura con Fripp, e forse altro che non ricordo e non ho voglia di andare a scovare. Dead bees on a cake comparve con sembianze di grande speranza, ma in realtà, ad una manciata di anni dall'irreversibile metamorfosi del nostro, rappresentò un enorme compromesso fra le meraviglie passate (I surrender, Thalhiem, Cafè Europa, The shining of things), spiccatissime derive ethno-world, sofisticazioni di lusso quasi salottiero, e persino una sfuriata free-jazz. Un album molto ma molto eterogeneo, quasi incasinato se non suonasse come un insulto alla classe sylvianiana. Non diventerà un capitolo molto amato per i fans, ma merita una ripresa anche soltanto per il poker sopra citato, una sorta di testamento di ciò che aveva rappresentato negli anni '80, lasciando aperti grandi interrogativi su quello che sarebbe stato il filone esplorativo di lì a venire. Che nessuno potè prevedere, in ossequio ad uno spirito inquieto e nomade com'è sempre stato.
lunedì 30 maggio 2022
David Sylvian – Dead Bees On A Cake (1999)
venerdì 8 aprile 2022
Taj Mahal Travellers – Live In Stockholm 1971 (2000)
Chiudo il discorso sui monumentali TMT con il loro album postumo, ovviamente live in museo di Stoccolma nel Luglio del 1971, che necessitò di 30 anni per emergere dal nulla come semi-bootleg in diverse edizioni e ne dovette attendere quasi 40 per una stampa ufficiale in patria. Poco, pochissimo da dire in aggiunta ai laconici commenti sui due colossali album ufficiali; si tratta di un paio d'ore in free-form per il sestetto guidato da Kosugi, il cui unico difetto ascrivibile fu che si tratta forse di una ripresa integrale, al contrario dei suddetti che furono in qualche modo editate e quindi veri e propri best-of di qualcosa che era colossale di suo. Ma è un microscopico appunto. Minimalista la prima ora, intimorente e variegata la seconda. Come sempre, prego rivolgersi alle illuminanti parole di Vlad, non serve altro.
mercoledì 4 dicembre 2019
Stephan Micus – Listen To The Rain (1983)
giovedì 21 febbraio 2019
I.A.M Umbrella – The Sound Of Shadows Breathing On Themselves (1995)
mercoledì 21 novembre 2018
.O.Rang - Fields And Waves (1997)
giovedì 26 ottobre 2017
Jade Warrior – Floating World (1974)
mercoledì 26 luglio 2017
Cut Hands – Black Mamba (2012)
giovedì 20 ottobre 2016
Stephan Micus – Implosions (1977)
lunedì 12 settembre 2016
Forrest Fang – The Wolf At The Ruins (1989)
martedì 9 agosto 2016
Embryo – La Blama Sparozzi - Zwischenzonen (1982)
mercoledì 9 marzo 2016
Scream From The List 16 - Holger Czukay & Rolf Dammers – Canaxis (1969)
mercoledì 21 ottobre 2015
Jon Hassell – Vernal Equinox (1977)
martedì 15 settembre 2015
Jade Warrior - Waves (1975)
-flussi in libertà di stampo etnico, con le percussioni, i campanellini, i suoni concreti; quasi un anticipo della new-age, ma con uno spirito pionieristico davvero rilevante.
Una sintesi inedita che è mixata alla perfezione in 35 minuti da godere fino in fondo. La storia dei Jade Warrior, manco a dirlo inglesi, va approfondita senza meno.
giovedì 2 gennaio 2014
Sun City Girls - 330,003 Cross Dressers From Beyond The Rig Veda (1996)
giovedì 22 novembre 2012
Hasegawa-Shizuo - I Know A Chord Buried Into The Ground And A Tongue On A Cloud (2008)
lunedì 17 ottobre 2011
17 Pygmies - Jeddah by the sea (1984)
Una versione californiana del classico suono 4AD, con particolare attenzione verso i suoni etnici e leggere suggestioni medio-orientali. Non propriamente dei Dead Can Dance minori, chè i pigmei si concentravano su sonorità visibilmente pop come nei due primi pezzi, Words never said e Waiting to arrive, mutuati dall'organ-rock dei sixties (con una debolissima voce maschile, ma la seconda poi curiosamente anticipa certe arie degli American Analog Set). E' comunque un disco dispersivo che ha il difetto di essere invecchiato un po' maluccio nonostante le ottime idee dei solenni strumentali Moment in Ceylon e Jerusalem.Nella seconda parte del disco compare anche la soave voce femminile, dall'effetto evocatico seppur stucchevole a tratti. Sono ancora gli strumentali d'atmosfera a tenere banco, come la pianistica Hollow Lands e l'elegia finale di Nocturne. Ecco, se avessero lasciato perdere le voci i 17 Pygmies avrebbero realizzato una piccola perla sotterranea del post-wave americano.
mercoledì 27 aprile 2011
Raksha Mancham - Ghazels (1994)
Misteriosissima entità belga degli anni '90 che realizzò una manciata di cd per la Musima Maxima Magnetica. Non è dato praticamente di sapere nulla su di essa, esiste soltanto una scarnissima paginetta in cui vengono riepilogate le pubblicazioni ma senza fare alcun cenno a membri nè biografie.Quel che conta ovviamente resta sempre la musica e i connotati dei RM erano abbastanza audaci, in quanto in grado di proporre una miscela di etnica e dark-wave, di già un connubio arduo in partenza. Alla distanza il primo elemento è dominante, con le orecchie ben puntate su NordAfrica e Arabia in genere, quindi: atmosfere ipnotiche, litanie minimali e percussioni povere in grande spolvero. Il contraltare dark della faccenda, pertanto, si focalizza su un certo uso del basso e della voce solista: profondo e marcato il primo, scura e vampiresca la seconda (anche se l'utilizzo è piuttosto parco, a scapito di vocalità autoctone).
Nonostante non sia certo un cultore dell'etnica, devo ammettere che Ghazels però riesce a farsi apprezzare non poco, per la varietà di soluzioni. Nella lista svettano le bellissime Dakn, Fiddayyn, Arabiya Fahrana, misteriose escursioni fra i deserti sconfinati, nel gran freddo della notte.
lunedì 18 ottobre 2010
Micky Hart - At the Edge (1990)
giovedì 8 luglio 2010
Third Ear Band - Third Ear Band (1970)
Un'idea di crossover etnico 40 anni fa, ma etnico globale, fu messa in pratica da questo quartetto londinese che, armato di una certa cultura e ampiezza mentale, realizzò tre album nella sua prima fase (si sarebbero riformati poi nei primi '90). Questo secondo eponimo, poi, è salito alla ribalta delle cronache per essere un capolavoro di quest'area peculiare: dotati di oboe, viola, violino e tablas, i TEB stendevano 4 lunghe suites complesse e ricche di riferimenti a svariate culture, nonchè epoche storiche (un certo frizzante sentore medioevale pervade tutto il disco), si presume pressochè improvvisate e con una certa tecnica virtuosistica in mano ai componenti.E' innegabile che il coraggio nel proporre una musica così ostica e fuori dai tempi non mancò ai TEB, per questi 35 minuti di sinfonismi paludosi e pindarici. Da segnalare l'intensità espressiva di Water, a mio avviso il momento più bello del disco, in virtù di un'aria ispiratissima che ben si conia nell'impianto a volte eccessivamente rigoroso delle altre suites.
(originalmente pubblicato il 06/04/2010)














