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lunedì 30 maggio 2022

David Sylvian – Dead Bees On A Cake (1999)


E' giunta l'ora per me di rivalutare un disco che all'epoca non ripagò adeguatamente la lunghissima attesa. Erano infatti passati ben 12 anni da quello che restò il suo insuperabile capolavoro, ed in quel lasso di tempo DS aveva fatto qualsiasi cosa non fosse un album solista, in ordine sparso: la dissimulata riunione dei Japan, gli esperimenti ambientali con Holger Czukaj, qualche tour autocelebrativo, la discussa e controversa avventura con Fripp, e forse altro che non ricordo e non ho voglia di andare a scovare. Dead bees on a cake comparve con sembianze di grande speranza, ma in realtà, ad una manciata di anni dall'irreversibile metamorfosi del nostro, rappresentò un enorme compromesso fra le meraviglie passate (I surrender, Thalhiem, Cafè Europa, The shining of things), spiccatissime derive ethno-world, sofisticazioni di lusso quasi salottiero, e persino una sfuriata free-jazz. Un album molto ma molto eterogeneo, quasi incasinato se non suonasse come un insulto alla classe sylvianiana. Non diventerà un capitolo molto amato per i fans, ma merita una ripresa anche soltanto per il poker sopra citato, una sorta di testamento di ciò che aveva rappresentato negli anni '80, lasciando aperti grandi interrogativi su quello che sarebbe stato il filone esplorativo di lì a venire. Che nessuno potè prevedere, in ossequio ad uno spirito inquieto e nomade com'è sempre stato.

venerdì 8 aprile 2022

Taj Mahal Travellers – Live In Stockholm 1971 (2000)

 

Chiudo il discorso sui monumentali TMT con il loro album postumo, ovviamente live in museo di Stoccolma nel Luglio del 1971, che necessitò di 30 anni per emergere dal nulla come semi-bootleg in diverse edizioni e ne dovette attendere quasi 40 per una stampa ufficiale in patria. Poco, pochissimo da dire in aggiunta ai laconici commenti sui due colossali album ufficiali; si tratta di un paio d'ore in free-form per il sestetto guidato da Kosugi, il cui unico difetto ascrivibile fu che si tratta forse di una ripresa integrale, al contrario dei suddetti che furono in qualche modo editate e quindi veri e propri best-of di qualcosa che era colossale di suo. Ma è un microscopico appunto. Minimalista la prima ora, intimorente e variegata la seconda. Come sempre, prego rivolgersi alle illuminanti parole di Vlad, non serve altro.


 

mercoledì 4 dicembre 2019

Stephan Micus ‎– Listen To The Rain (1983)


Incastonato in una splendida foto di copertina che ritrae una foresta confusa fra sole e nebbia, Listen To The Rain è il settimo album di Micus, distante 6 anni da quelle Implosions che avevano rivelato il talento multi-etnico del tedesco.
Il disco, al contrario dei precedenti, è molto chitarristico. La facciata A, tre pezzi lunghi improntati sulla 6 corde spagnola, sullo shakuhachi e sul flauto di bambù, il suling. Tre digressioni dolenti, d'ispirazione iberica ma con sfaccettature tutte da scoprire.
La facciata B, una prodezza vera e propria. I 20 magici minuti di For Abai And Togshan, in cui è protagonista il dilruba (sitar suonato con l'archetto), sono una struggente, commovente mini-sinfonia dal lirismo indicibile. 
Un cuore grande come tutto il mondo, quello di Micus.

giovedì 21 febbraio 2019

I.A.M Umbrella ‎– The Sound Of Shadows Breathing On Themselves (1995)

Terza ed ultima testimonianza discografica del duo californiano, e come nel caso del primo Nowhere, rilasciato da una label tedesca. Nel mezzo c'era stato il bellissimo Gift of roots and wings, rivelatorio di un suono davvero peculiare che con The Sound of shadows... trovò una specie di quadratura del cerchio. Un'ambient ritualistica, con delle connotazioni etniche ma fuori dagli stereotipi che il termine si tira dietro da più di 30 anni. Un insieme che unisce tribalismi ed astrattismi in un colpo solo, con un uso saggio dell'elettronica ed una varietà di ambientazioni davvero notevole. Meritavano ben altri riconoscimenti invece del dimenticatoio totale, nonostante le sonorità fossero inconfutabilmente di quell'era; erano davvero bravi.

mercoledì 21 novembre 2018

.O.Rang - Fields And Waves (1997)

L'ethno-dub più lussureggiante e variegato che mai dei due ex-Talk Talk, purtroppo destinato ad essere l'ultimo in quanto Paul Webb si disinteressò al progetto, portandolo di fatto allo split nonostante un terzo album fosse in cantiere. Disco molto più prodotto e curato del precedente, Fields And Waves schiera uno stuolo di musicisti aggregati fra cui i più rinomati furono Beth Gibbons dei Portishead e Graham Sutton dei Bark Psychosis, e brilla in modo particolare per le innumerevoli soluzioni che i due talentuosissimi musicisti sapevano apportare a composizioni avvincenti, nonostante restassero flussi di coscienza diluiti. Un peccato che si fermarono qui; a modo loro, anche questo era post-rock illuminato.

giovedì 26 ottobre 2017

Jade Warrior ‎– Floating World (1974)

Difficile da ammettere, ma una proposta come quella dei Jade Warrior, che per la fertile epoca era ambiziosa ed avventurosa, ha finito per diventare quasi più anacronistica dell'hard-rock e del jazz-rock coevi, essendo quindi condannata all'oblio eterno. E perchè mai? Perchè col tempo sono diventati fra i padri putativi assoluti della new-age, loro malgrado.
Floating World invece è, come la maggior parte dei loro dischi, un coacervo multicolore di stili, un florilegio eclettico. Si provi ad ascoltare il massiccio hard-etnico di Red Lotus, o il jazz flautato di Mountain of fruits and flowers, momenti di distrazione da un quadro pastorale che trasudava a pieno regime quella spontaneità ed ingenuità che, come ha abilmente scritto PS, avrebbe difettato agli astuti prosecutori.

mercoledì 26 luglio 2017

Cut Hands ‎– Black Mamba (2012)

Smessi (finalmente, avrà pensato più di qualcuno) i panni di terrorista sonico a capo di Whitehouse, col sopraggiungere della mezza età William Bennett si è reinventato con un nuovo progetto, il cui monicker non sembrerebbe molto rassicurante. In realtà Cut Hands rivela uno scenario che forse nessuno avrebbe previsto, un suono fortemente percussivo e mutuato dalla tradizione tribale africana, anche se è evidente che si tratta di suoni del tutto sintetici. Quindi non qualcosa alla Z'ev, ma neanche uno squallido furto world. In Black Mamba Bennett ha la cura e la sapienza di alternare le tracce più spoglie, ovvero quelle fatte di sole percussioni, ad interessanti varianti ambient-drone-minimalistiche che spezzano il ritmo. Il giudizio finale è buono, anche se rischia di essere amplificato per l'effetto, diciamo, sorpresa.

giovedì 20 ottobre 2016

Stephan Micus ‎– Implosions (1977)

Autentico missionario delle musiche tradizionali mondiali, il tedesco Micus conduce da 40 anni un documentario sugli strumenti provenienti dalle regioni più remote del globo, di cui si impossessa e con cui crea musiche avventurose sotto l'egida dell'elitarissima Ecm.
Un aspetto molto autorevole di questo personaggio è che si tratta forse dell'unico ad aver fatto parecchi dischi senza prendere neanche un'insufficienza da PS. Implosions vedeva un Micus ancora piuttosto giovane (24 anni) ma già pienamente intraprendente, a far bella mostra nella cover interna degli strumenti utilizzati con relativa ed esauriente didascalia sulle origini. Poco da dire sul contenuto, uno splendido viaggio pregno di misticismo in cui spadroneggia la monumentale As I crossed a bridge of dreams, 21 minuti di pura estasi intimista per chitarra acustica, sitar e voce evocativa; ma di poco inferiore è la facciata B, che semmai accentua il titanico, immancabile e fatal spirito teutonico, non affrancabile neanche da contesti così export. Bellissimo.

lunedì 12 settembre 2016

Forrest Fang ‎– The Wolf At The Ruins (1989)

Brillante fusione fra etnica, minimalismo ed ambient da parte di un americano di origini cinesi che, partito dall'elettronica, recuperò le proprie radici studiando i metodi antichi ed innescò una formula che trascendeva la trivialità dei prodotti new-age imbastarditi ad uso e consumo muzak.
Così le tastiere ed i synth, in The wolf at the ruins, forniscono ancora la base compositiva ma diventano quasi secondarie, attorniate come sono dagli strumenti tradizionali dell'estremo oriente che creano quadretti esuberanti, qualunque sia l'umore; trattasi infatti di un disco molto variegato, in cui i bordoni ambientali-minimalistici stabiliscono un clima generalmente solenne ma che mai incute reverenza o timori. Un viaggio avventuroso che peraltro stempera con successo i suoni patinati ed i metodi di registrazione dell'epoca, andando spesso ad evocare le fasi più etniche dei Jade Warrior di 15 anni prima.

martedì 9 agosto 2016

Embryo – La Blama Sparozzi - Zwischenzonen (1982)

Nella prima Mental Hour, fra le varie primizie, c'era un diversivo che esulava dalle atmosfere dominanti; un tre minuti scarsi di crossover jazz-etnico, pregno di fragranze orientali, di ticchettii frenetici di marimba e cimbalero, impreziosito dai fiati. Per 23 anni non ho avuto l'idea di chi fosse questo delizioso melting-pot. Poi, qualche mese fa passai un pomeriggio a divertirmi con Shazam alla ricerca di varie identificazioni e scoprii che si trattava di (per l'appunto) Cimbalero degli Embryo, la freak-jazz-ethnic band di Monaco che con incredibile tenacia tutt'oggi continua a fare musica a quasi mezzo secolo dalla fondazione, sempre guidata dal batterista ed unico membro stabile Christian Burchard. Una band del tutto atipica nel panorama krauto, non soltanto per la sua spaventosa longevità, ma anche per il suo stile sfaccettato.
La Blama Sparozzi fu un doppio vinile, e non saprei dire se sia stato uno dei loro capitoli migliori o più rappresentativo di altri, dato che conosco soltanto i loro primi due, quelli degli anni d'oro. E' un coacervo di jazz-rock, etnica tendente all'orientale con commisioni di art-rock, fin quasi a rasentare il RIO. Esaltanti le bonus tracks della ristampa andorrana (!) in cd del '99, all'insegna di una brillantissima fusion, poco vanitosa ed ottimamente orchestrata. Non c'è che dire, un gruppo da esplorare.

mercoledì 9 marzo 2016

Scream From The List 16 - Holger Czukay & Rolf Dammers ‎– Canaxis (1969)

Quasi nessuna parola per questo colossale precursore dell'ethnic music mescolata all'elettronica, realizzato quando i Can non avevano neanche inciso una traccia. Composto insieme all'oscuro Rolf Damners (indicato come produttore e al supporto non meglio precisato), Canaxis vede uno Czukaj già trentenne, allievo ancora per poco di Stockhausen ma costretto a registrare nel suo studio nottetempo, di nascosto dal maestro, per non subirne l'enorme influenza e per contrastare la sua avversione per la musica folk, qualunque origine essa avesse.
Per il dettaglio, le riflessioni e la portata, ha già scritto tutto Vlad. Ribadisco soltanto la potenza impressionante.

mercoledì 21 ottobre 2015

Jon Hassell ‎– Vernal Equinox (1977)

Hassell è il prototipo del musicista di enorme talento che rifugge la storia in gioventù e ci rientra uomo da una porta laterale, con umiltà e dedizione. L'aneddoto chiave fu il suo rifiuto di entrare nei Can, esempio di come si possa fallire l'appuntamento, ma con la ferrea consapevolezza di voler pervenire a qualcosa di proprio. Oppure il lungo apprendistato al raga indiano con Pran Nath, che formò indelebilmente il suo modo di suonare la tromba.
E' quasi impossibile descrivere il senso di rilassatezza e di ambientazione che viene ricreato su Vernal Equinox. Lo strumento magico di Hassell disegnava scenari panoramici senza aderire a nessuna forma canonica, col solo supporto di percussioni (congas, tablas, shakers), unico scheletro ritmico di un flusso onirico incessante anche se diviso in tracce. Con la title track a primeggiare, per ben 22 minuti di astrazione naturale. Un suono caldo, un insieme indefinibile, proveniente dal mondo (perchè di world music si trattava, senza dubbi), ma impermeabile ad ogni costume corrente. Unico.

martedì 15 settembre 2015

Jade Warrior - Waves (1975)

La miniera dorata dei '70 continua a regalare, indomita. Lo ammetto candidamente, non conoscevo i Jade Warrior, nonostante la fitta produzione nell'arco di tutto il decennio fra Vertigo e Island. Non basterà la vita intera per ascoltare tutta la musica degna ma certi recuperi fanno gioire e 40 anni precisi fa usciva Waves, splendido esemplare di alchimia misteriosa.
Si tratta di un pezzo unico, ovviamente diviso in due parti per il vinile. Per sintetizzare quanto realizzavano i due polistrumentisti Duhig & Field potrei inquadrare 3 diverse situazioni:
-le pause sognanti e pastorali del prog-rock che servivano per stemperare la tensione, tipo quelle con chitarra acustica, flauti, tastiere (senza ritmica) e un sentore generico di abbandono all'estasi.
-le jams sornione di jazz-rock rilassato e solo in superficie autoindulgenti (quasi in stile Traffic, non a caso qui è ospite Steve Winwood).
-flussi in libertà di stampo etnico, con le percussioni, i campanellini, i suoni concreti; quasi un anticipo della new-age, ma con uno spirito pionieristico davvero rilevante.
Una sintesi inedita che è mixata alla perfezione in 35 minuti da godere fino in fondo. La storia dei Jade Warrior, manco a dirlo inglesi, va approfondita senza meno. 

giovedì 2 gennaio 2014

Sun City Girls - 330,003 Cross Dressers From Beyond The Rig Veda (1996)

Esagerati, esagerati, esagerati Sun City Girls. Questo è cross-over totale di etnico, psichedelico e free-form freak-out, doppio cd che uscì in contemporanea ad un altro doppio. Probabilmente hanno pubblicato qualsiasi cosa abbiano suonato e questo in qualche modo era avanti.
Ma curiosamente, l'ascolto non è pesante ed interminabile come si potrebbe pensare. Forse il secondo cd, quello interamente strumentale, rumorista, cubista, alla lunga si sbrodola un po' troppo. Però il primo è veramente geniale, fatto di canzoni vere e proprie che rivisitano le tradizioni di mezzo mondo (in prevalenza latino-americana, direi. ma anche raga indiano e qualcosa di africano), con qualche puntatina nel surf in qua e in là. Le tracce migliori sono CCC, Cruel and thin e Apna desh.
In attesa di ascoltare altro del loro sterminato repertorio, ho trovato una piccola perla.

giovedì 22 novembre 2012

Hasegawa-Shizuo - I Know A Chord Buried Into The Ground And A Tongue On A Cloud (2008)

Come ha ben scritto Savini su Blow Up, questi due non hanno paura di nulla. Hasegawa è il leader-mente-screamer degli Aburadako, Shizuo è un bassista avant-rock di lunga esperienza e dalle numerose collaborazioni, fra cui cito soltanto Keiji Haino.
Per il primo, assolutamente nulla che abbia a che fare con i grandissimi decani math-rockers di provienienza. Questa storia dell'accordo sepolto si potrebbe, con un po' di sufficienza, piazzare sotto l'aggettivo esoterico vista l'estrema difficoltà di ascolto e certe parentele industrial-cerimoniali.
Ma come spesso accade per i più grandi artisti giapponesi, il filtro natale impone e riceve attenzione. Shizuo si occupa probabilmente delle parti elettroniche, chè qua di bassi non se ne sentono. Hasegawa si dedica a degli strumenti tradizionali (principalmente fiati striduli e non esattamente gradevoli) ed immagino alle percussioni che si odono rimbombare in sottofondo.
La componente dronica ha grande rilevanza, ma le atmosfere sono mutevoli ed ogni singolo episodio vive di esistenza propria: in questo senso I know a chord è un campionario a mio avviso molto ostico ma ricco di soluzioni che sfuggono qualsiasi banalità in ambito impro-avant. 
E qui il pedigree garantisce.

lunedì 17 ottobre 2011

17 Pygmies - Jeddah by the sea (1984)

Una versione californiana del classico suono 4AD, con particolare attenzione verso i suoni etnici e leggere suggestioni medio-orientali. Non propriamente dei Dead Can Dance minori, chè i pigmei si concentravano su sonorità visibilmente pop come nei due primi pezzi, Words never said e Waiting to arrive, mutuati dall'organ-rock dei sixties (con una debolissima voce maschile, ma la seconda poi curiosamente anticipa certe arie degli American Analog Set). E' comunque un disco dispersivo che ha il difetto di essere invecchiato un po' maluccio nonostante le ottime idee dei solenni strumentali Moment in Ceylon e Jerusalem.
Nella seconda parte del disco compare anche la soave voce femminile, dall'effetto evocatico seppur stucchevole a tratti. Sono ancora gli strumentali d'atmosfera a tenere banco, come la pianistica Hollow Lands e l'elegia finale di Nocturne. Ecco, se avessero lasciato perdere le voci i 17 Pygmies avrebbero realizzato una piccola perla sotterranea del post-wave americano.

mercoledì 27 aprile 2011

Raksha Mancham - Ghazels (1994)

Misteriosissima entità belga degli anni '90 che realizzò una manciata di cd per la Musima Maxima Magnetica. Non è dato praticamente di sapere nulla su di essa, esiste soltanto una scarnissima paginetta in cui vengono riepilogate le pubblicazioni ma senza fare alcun cenno a membri nè biografie.
Quel che conta ovviamente resta sempre la musica e i connotati dei RM erano abbastanza audaci, in quanto in grado di proporre una miscela di etnica e dark-wave, di già un connubio arduo in partenza. Alla distanza il primo elemento è dominante, con le orecchie ben puntate su NordAfrica e Arabia in genere, quindi: atmosfere ipnotiche, litanie minimali e percussioni povere in grande spolvero. Il contraltare dark della faccenda, pertanto, si focalizza su un certo uso del basso e della voce solista: profondo e marcato il primo, scura e vampiresca la seconda (anche se l'utilizzo è piuttosto parco, a scapito di vocalità autoctone).
Nonostante non sia certo un cultore dell'etnica, devo ammettere che Ghazels però riesce a farsi apprezzare non poco, per la varietà di soluzioni. Nella lista svettano le bellissime Dakn, Fiddayyn, Arabiya Fahrana, misteriose escursioni fra i deserti sconfinati, nel gran freddo della notte.

lunedì 18 ottobre 2010

Micky Hart - At the Edge (1990)

Percussionista dei primi Grateful Dead, ha costruito un intera carriera sulla ricerca etnica un po' di tutti i continenti. Che poi è uno di quei (tanti) generi che non ho mai voluto approfondire per pigrizia, ma che di sicuro meriterebbe ascolti più accurati e numerosi. D'altra parte At the edge è un'altro recupero dalle meravigliose Mental Hours di Planet Rock, e quindi occupa un posto speciale già a prescindere.
E riascoltandolo ora, ne carpisco ancora la magia. Hart creava panorami esotici e ricchi di fascino, di cui ovviamente le sue virtuose percussioni occupavano il ruolo principale. Ma è fin troppo chiaro che il tentacolare newyorkese sapeva dare anche un sapiente tocco musicale: la splendida Sky water, ad esempio, vive di colpi modulati eterei e di maestosa contemplazione. I flautini e qualche tocco di synth donano grande respiro alla vivacissima Lonesome hero. Anche quando i toni sono più seriosi (Cougar run), Hart dà l'idea di divertirsi un mondo e di condividere l'allegria di antichi popoli tribali. The eliminators è resa celestiale dall'emulatore vocal-synth, ed ha quasi parvenze di dub fantasmatico senza basso. In chiusura, la mosca bianca del disco, quel Pigs in space che è un esperimento ipnotico di vocalismo minimale astratto.
Rilassante anche se movimentato.

giovedì 8 luglio 2010

Third Ear Band - Third Ear Band (1970)

Un'idea di crossover etnico 40 anni fa, ma etnico globale, fu messa in pratica da questo quartetto londinese che, armato di una certa cultura e ampiezza mentale, realizzò tre album nella sua prima fase (si sarebbero riformati poi nei primi '90). Questo secondo eponimo, poi, è salito alla ribalta delle cronache per essere un capolavoro di quest'area peculiare: dotati di oboe, viola, violino e tablas, i TEB stendevano 4 lunghe suites complesse e ricche di riferimenti a svariate culture, nonchè epoche storiche (un certo frizzante sentore medioevale pervade tutto il disco), si presume pressochè improvvisate e con una certa tecnica virtuosistica in mano ai componenti.
E' innegabile che il coraggio nel proporre una musica così ostica e fuori dai tempi non mancò ai TEB, per questi 35 minuti di sinfonismi paludosi e pindarici. Da segnalare l'intensità espressiva di Water, a mio avviso il momento più bello del disco, in virtù di un'aria ispiratissima che ben si conia nell'impianto a volte eccessivamente rigoroso delle altre suites.

(originalmente pubblicato il 06/04/2010)