Se non fosse stato per la presenza di PH, sarebbe stato piuttosto improbabile che io approcciassi un prodotto degli Amorphous Androgynous, ovvero l'alias che usano i due Future Sound Of London per l'archeologia tradizionalmente psichedelica, con una manciata di album in quasi 30 anni. Il primo che fecero, Tales Of Ephidrina (1993), lo trovai pomposo e ridondante. Insieme al mitico, Cobain & Dougans hanno radunato un capannello di cariatidi abbastanza illustri: Paul Weller, Brain Hopper, Ray Fenwick sono probabilmente i più noti fra le decine e decine di musicisti coinvolti per questa suite allungata, che assume così i connotati di una vera e propria sinfonia dal sapore nostalgico, a partire dal titolo che appare abbastanza programmatico. Un po' Pink Floyd epoca '73/75, un po' Porcupine Tree epoca '92/94, We Persuade inizia con il suo tema principale, 12 minuti di pathos epico con PH alle prese una prova perlopiù composta ma carismatica, bastava il suo timbro. L'orchestrazione massiccia acquisisce un valore aggiunto e la mezz'ora seguente è costituita da variazioni strumentali che fortifica il concetto di vintage musical, un calderone dentro cui infilare più o meno tutti i luoghi comuni del rock psichedelico e dintorni. Per quanto tutto sia finemente esagerato, gli amanti di questo classicismo non possono non apprezzare.
mercoledì 23 marzo 2022
Amorphous Androgynous & Peter Hammill – We Persuade Ourselves We Are Immortal (2020)
domenica 16 gennaio 2022
Sensations' Fix – Boxes Paradise (1977)
Seguito dello splendido Finest Finger, che ricavò beneficio da un sistema rodato e sempre meglio arrangiato grazie alla presenza fissa del tastierista Head. Si intrasente anche un leggero miglioramento nelle registrazioni, ma l'aspetto sostanziale resta che Falsini si trovava in chiaro stato di grazia compositivo e confezionò un'altro centro, mediando alla perfezione l'aspetto terreno, più grintoso e viscerale con quello spaziale, più vaporoso tipico del primo album. Lo slowhand toscano peraltro, in un paio di fasi della scaletta, si trovò a ricorrere a dei passaggi di quel Cold Nose che languiva confinato in un cassetto.
Un album variopinto e di grande dinamica, che non lesina le felici incursioni ad un passo dal pop (l'iniziale The Flu, che in realtà si chiama Grow on you sull'antologia del 2012) e che sfiora più volte quel progressive a cui sono sempre stati attaccati, nonostante le evidenti differenze (le articolazioni di Luna Slain, gli inserti acustici di Mother's day). Sarà sempre troppo tardi per farli scoprire a qualcuno, ma vale la pena spendere il tempo.
mercoledì 3 novembre 2021
Kingdom Come – Galactic Zoo Dossier (1971)
Dismesso il suo Folle Mondo, Arthur Brown riassemblò un gruppo con la nuova sigla Kingdom Come, assoldando 4 musicisti relativamente sconosciuti, sia prima che dopo, ma con la quale attraversò un triennio di fuoco culminato con lo sperimentale Journey, incompreso per moltissimo tempo. Galactic Zoo Dossier fu un esordio pirotecnico, molto prog nella sua essenza ma molto esteso in termini psichedelici. La voce potente e teatrale di AB trovò complemento perfetto in un sottofondo potente e coeso, schizofrenico e straboccante di svolte e scarti improvvisi, che non poteva non aver assimilato qualcosa dagli Atomic Rooster del suo ex-sodale Vincent Crane, ma con una buona dose di follia in carniere. Degnissime di nota Galactic Zoo, Gypsy Escape, la quasi beefheartiana Metal Monster.




