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domenica 26 febbraio 2023

Captain Beefheart – Clear Spot (1972)


Anche se occasionale, è sempre un sottile piacere (quasi veniale, come se fosse un peccato) ripescare un Capitano della fase di mezzo, quella diciamo normalizzata, che va dalla doppietta del 1972 al 1974, alla doppietta inglese da tutti ferocemente stroncata. E' anche un mezzo perspicace per rendersi conto di un postulato abbastanza ovvio: essendo stato uno dei più grandi di sempre, anche nei suoi episodi meno acclamati non può essere mai stato deludente, ed infatti non lo fu. Per Clear Spot basta anche una riflessione incontrovertibile: nei micidiali concerti della sua ultima fase, fra il 1980 ed il 1981, in scaletta erano presenti estratti come la licantropica Nowadays A Woman's Gotta Hit A Man, le melliflua Her Eyes Are A Blue Million Miles e la vulcanica Big Eyed Beans From Venus, spesso posta come gran finale.

DVV doveva avere una buona considerazione generale di Clear Spot. E dagli torto. Non manca quasi nulla del suo stile, con le decostruzioni cubiste diluite e dilavate in un ispido e dinoccolato meta-blues, certamente più accessibile alle masse e fatto su misura per il suo canto impeccabilmente modulato (ma ci stancheremo mai di notare che razza di vocalist fosse?). Prendiamo la ultra-melodica My Head Is My Only House Unless It Rains o il soul puro di Too Much Time come estremi da una parte e la sanguigna Circumstances o la spezzettata title-track dall'altro capo. Con tutto ciò che ci sta nel mezzo, l'omogeneità di Clear Spot resta uno di quei misteri che nemmeno il tempo riesce a districare. Troppa classe, dai.

venerdì 10 settembre 2021

U.S. Maple ‎– Purple On Time (2003)

Cosa diavolo c'era di male nel normalizzare un pochetto uno stile non replicabile, nemmeno da loro stessi, soprattutto dopo aver perso il batterista originale? Chiudo qui l'intera discografia degli U.S. Maple, una band geniale e sottostimata, devo ammettere anche da me ai tempi purtroppo. Il problema di Purple On Time, a quanto ha scritto chiunque, fu che rappresentò un disco meno ingarbugliato dei precedenti, meno intricato nelle strutture e con parvenze di melodie quasi accessibili.

E' vero che la tensione presente nei loro capolavori venne meno, ma occorre analizzare più in profondo il significato delle dilatazioni dei ritmi, dello scorrimento profondamente blues e soprattutto del ruolo dell'ultimo entrato, il batterista Adam Vida, di sicuro meno fantasioso del suo predecessore Samson ma non meno bravo tecnicamente. 

Per farla breve, faccio un confronto con il Capitano: Purple On Time stette a Sang Phat Editor come Spotlight Kid stette a Lick My Decals Off, Baby. Un parto certamente meno ispirato, ma non per questo meno ricco di classe, perizia e sana, lucida follia.

mercoledì 8 settembre 2021

Captain Beefheart & The Magic Band ‎– Lick My Decals Off, Baby (1970)


Ha un solo sostanziale problema, cioè quello di venire dopo Trout Mask Replica, e quindi di subirne la pressione persino in prospettiva. Rispetto agli sconquassi di quel kolossal, però, Don VV ebbe modo di confermare quanto di leggendario stava compiendo, realizzando un'altro capolavoro cubista. La Magic Band intanto riscontrava un cambio importante in formazione: usciva il secondo chitarrista Jeff Cotton, entrava il percussionista / marimbista Art Tripp, subito decisivo nell'assestare una spinta ritmica appropriata al materiale, non così veloce e bulboso ma più secco e graffiante. Notevole anche l'uso dei fiati dissonanti del Capitano, ulteriore benzina sul fuoco dell'arte e del fulmine della follia. Distante dalle spigolosità degli ultimi capolavori ma anche dalle prime prodezze, LMDOB rappresenta un puro episodio a sè. Pezzi come Doctor Dark, One Red Rose That I Mean e Flash Gordon's Ape saranno spesso presenti nelle tracklists dei concerti a fine decennio, ed è tutto un dire.

martedì 2 aprile 2019

Groundhogs ‎– Who Will Save The World? The Mighty Groundhogs (1972)

Incastonato fra il grande Split e il contrastante Hogwash, questo autoironico pezzo di vinile con tanto di art-work di fumetteria è un'altro vertice delle Marmotte di Tony McPhee, l'ultimo col batterista fondatore Pustelnik. La ricetta era sempre la solita, ma infallibile: blues-rock tipicamente british altamente evoluto, caracollante e con delle trovate semplici ma geniali. Fantastiche le progressioni di Music is the food of thought, Bog Roll Blues e Wages of peace. A giustificare il termine blues-prog col quale di solito vengono spacciati, le incursioni di flauto e mellotron sparse che sono sempre molto gradite e funzionali.
Un suono che meglio di così non poteva invecchiare.

venerdì 12 ottobre 2018

Birthday Party ‎– Junkyard (1982)

Serviva una replica ancor più violenta del debutto Prayers On Fire per aggiudicarsi probabilmente la palma di disco più crudo e cruento di tutta la storia della 4AD. Un vero e proprio abisso separava l'art-dark-punk dei primi artisti che pubblicarono sull'etichetta di Ivo (Bauhaus, Modern English, Colin Newman) dai primi due album degli australiani; macelleria noise-blues destinata ad avere un'influenza gigantesca che si espanderà anche in tutto il nordamerica, ben oltre il decennio di appartenenza. Un Nick Cave animalesco ed esagitato ma dopotutto ancora abbastanza basso nel mixing era il valore aggiunto di una produzione un po' compressa; un teatro degli orrori forse non invecchiato benissimo, ma che fa ancora il suo cattivo effetto.

lunedì 28 maggio 2018

Dead Rider ‎– Crew Licks (2017)



Torna Todd Rittmann col quarto Dead Rider, ed è ancora una gioia per le orecchie. Quest’uomo sa sempre come disorientare, come contaminare, come rivitalizzare la propria musica. Adesso cosa faranno?, mi chiedevo al termine di Chills on glass. L’elettronica torna parzialmente nelle retrovie, il basso-synth ancora sinuoso fra le righe ma meno invasivo, le chitarre tornano a graffiare. Ma non è un ritorno al rock, Crew Licks: con le dovute misure cautelari che si attengono ad un pazzo come lui, Rittmann non è mai stato così soul-blues in tutta la sua carriera. Si alternano sghembi hard-rock marziali (Grand Mal Blues, The Listing, The Floating Dagger) a sinuosi e sensuali movimenti soul (Ramble on rose, Bad Humours) come se non ci fosse stato uno ieri. Al primo ascolto sembrerebbe di trovarsi di fronte al disco più ordinario (o tradizionalista) di Rittmann; al secondo si rinsavisce e si pensa già, questo genio ne sa una più del diavolo e ci distrae con una disinvoltura sempre più invisibile. Come la scelta del video ufficiale promozionale: The Ideal, il pezzo che c'entra meno con tutto il resto.

mercoledì 27 dicembre 2017

Captain Beefheart ‎– Bat Chain Puller (1976/2012)



Preziosissimo ripescaggio da parte della Zappa Family, che da sempre ne detiene i diritti. Promotore dell’intera operazione infatti fu  il buon Frank, che terminato un lungo periodo di dissidi aveva riabbracciato la collaborazione col Capitano. Il Bongo Fury in coppia non aveva dato i frutti sperati (si tratta di un disco non riuscito, a mio avviso), cosi fu ricostruita una Magic Band per l’occasione, con l’inclusione del mitico John Drumbo French. 
La storia dietro Bat Chain Puller è un casino pazzesco: registrato nel 1976, non fu pubblicato per una serie di problemi sopraggiunti a Zappa: parte del materiale confluì sui 3 successivi (ed ultimi) album del Capitano, mentre la versione integrale apparve per la prima volta nel 2002 sotto le vesti del bootleg Dust Sucker. 
Dopo aver espletato le doverose informazioni di cronaca, ma anche senza saperne più di tanto, resta soltanto un concetto: si tratta del miglior disco del Capitano dai tempi di Lick my decals off, baby. Il suo blues cubista servito su un piatto d’argento, con una rinnovata vigoria, con il cospicuo vantaggio di una fedeltà sonora cristallina, sconosciuta per i suoi dischi. Merito forse di un restauro adeguato da parte della Family? Forse semplicemente la consapevolezza che il Capitano merita (sempre più) un tributo eterno ed un esposizione maggiorata. Perché c’è poco da dire, è stato uno dei più grandi.

lunedì 26 giugno 2017

Bruce Anderson & Rich Stim - Bar Stool Walker (2012)

Le due vecchie glorie MX-80 che si riuniscono per un progetto dedito a, loro parole, strumentali di pop-rock melodico con assoli chitarristici ispirati. Parole un po' forti, ma intrise di un evidente senso ironico da parte di gente che, in fondo, può anche permettersi di fare più o meno ciò che pare loro. Ironia che traspare evidente fin dalla cover, un disegno che ritrae un signore molto anziano intento a muoversi con l'ausilio di un deambulatore. Bar Stool Walker appare come un prodotto nato da situazioni di divertissment ma con un senso compiuto ed un respiro fortemente cinematico, spaziando fra shuffle-blues strascicati e contaminati, surf ficcanti, tesi e scuri elettro-rock vagamente carpenteriani (The unsuspected, The bridge), preziose e fragorose reminescenze MX-80 tempi d'oro (Tall boy), splendide e rilassate contemplazioni (The warmth of the sun, Paper Hat) quelle sì, realmente melodiche e gemme di un disco di poche pretese, ma gradevolissimo.

martedì 4 aprile 2017

Bancale ‎– Ep (2008)

Gli amanti dei primi (comunque contemporanei a questa uscita) Bachi Da Pietra avranno tratto un sommario compiacimento nei confronti di questo trio bergamasco che se ne uscì col Cdr autoprodotto al quale è seguito un solo album vero e proprio nel 2011, Frontiera, e poi più nulla.
Difficile disquisire sulle possibilità di un evoluzione o di un cambiamento nella brillante formula dei Bancale; l'assetto richiama(va) decisamente quello del duo Succi/Dorella: niente basso, batteria minimale con assenza dei piatti, una chitarra meno tecnica e più concentrata sul feeling, un recitato filtrato indolente e strascicato ad opera del frontman Barachetti, impegnato a snocciolare paranoie ed alienazioni della vita moderna impregnata di frustrazioni lavorative e consumismo, e forse non a caso da una delle zone più produttive dell'Italia intera. 
Solo 5 tracce, che sanno di blues malato e di slow-core notturno; un suono fumoso e maledetto, la dis-eleganza di un croonering artigianale e, a modo suo, unico. Un gioiello, fin troppo breve.

giovedì 19 gennaio 2017

Nick Cave & The Bad Seeds ‎– The Firstborn Is Dead (1985)

Più che un attestato di stima, il mio rievocare NC comporta un saluto implicito e nostalgico ad un amico che non vedo nè sento da 10 anni. Molto tempo fa, nell'ambito di lunghe discussioni musicali (ha una cultura davvero invidiabile), sbandierava la sua grande passione per NC, soprattutto per i suoi primi dischi solisti. The firstborn is dead è un classicone dell'australiano, intriso di quel croonering minaccioso, di quella formula demoniaca su cui un personaggio relativamente nuovo a metà '80 poteva far leva per diventare un'icona di culto. Figura che poi ha cavalcato con la fortuna che tutti ben conosciamo.
Detto questo, non sono mai stato un suo fan. Ma il mio amico amava (e credo ami ancora) la sua musica con un trasporto emotivo che gli illuminava gli occhi, ed in fondo io ero troppo giovane per cercare di apprezzarla. Oggi forse riesco a coglierne meglio il senso, ma pazienza se non mi appassiona più di tanto. Oggi l'ascolto di NC mi riporta alla mente l'amico con cui magari prima o poi mi reincontrerò, ed in tal caso sarà la colonna sonora giusta.

mercoledì 9 settembre 2015

Screams From The List 10 - Hampton Grease Band ‎– Music To Eat (1971)

Folle meteora sfortunatamente non-rimasta alla storia, la HGB era un quintetto di pazzoidi (come peraltro intuibile dalla foto) che realizzò soltanto questo capolavoro di freakitudine controllata da una padronanza tecnica ragguardevole.
Il cantante Hampton, piuttosto influenzato da Captain Beefheart, ruggiva sanguigno e schizofrenico per la maggior parte del tempo, salvo poi ad un tratto inventare di fatto il lamento informe che David Thomas svelò al mondo pochi anni dopo coi Pere Ubu. Il chitarrista Kelling era un esagitato; i suoi assoli erano dadaisti e imprevedibili, un performer di prim'ordine in grado di slegarsi e slegare il gruppo dalle ovvie origini blues per creare lunghi labirinti di autentico spasso.
Perchè la musica da mangiare non soddisfa solo il palato, è un piacere anche a stomaco pieno. Tant'è che il minutaggio non appesantisce proprio niente e il divertimento è assicurato.
La fantasia al potere. Essenziali.

lunedì 3 marzo 2014

U.S. Maple - Talker (1999)

Alla continua ricerca di distillare prezioso sciroppo, l'acero americano tornò un paio d'anni dopo con Talker. Stabilito e marchiato Sang phat editor come chiaro punto di non ritorno, si materializzano scampoli e brandelli di musicalità. 
Nel percorso che li rese sempre meno storti col passare del tempo, Talker seppe mediare in maniera perfetta: due centri perfetti come Stupid deep indoors e Apollo don't you crost? sembravano portare il sound su derive jazz fino ad assomigliare a Storm And Strass, usciti un paio d'anni prima col debutto. A spiazzare era la ritmica inusualmente regolare di Go to bruises, la melodia noir di More Horror, il blues strascicato di So long bonus. Un apertura che ai tempi la critica salutò come svolta beefheartiana.

giovedì 19 dicembre 2013

Stare Case - Lose Today (2011)

Non ricordo dove l'ho letto, ma c'è stato qualcuno che per questo disco ha chiamato in causa il blues. Beh, è una parola un po' grossa, ma per assurdo ci può anche stare. Stare Case è un collaterale di 2/3 dei Wolf Eyes, Young & Olson, i quali posano a terra le armi bianche di distruzione di timpani, com'è giusto che sia rovesciano la situazione e si danno ad una manciata di elucubrazioni spastiche e sconnesse ma molto, molto quiete. E difficilmente inquadrabili.
Young fornisce poche, scandite ed elementari note di basso (non è un bassista e si sente) e canta sommesso, con un senso di svogliata repressione. Olson si occupa del resto che consiste in spirali di elettronica smorzata, di qualche percussione e di un clarinetto assolutamente delirante (non certo è un fiatista e si sente, ma forse sono le parti migliori).
Ci si potrebbero fare mille domande sul senso di questo esperimento, la prima delle quali è perchè? Non lo so ma in un certo senso Lose Today funziona e cattura un'attenzione da centro di igiene mentale. Lo chiamerei ignorant-garde.

martedì 24 settembre 2013

Red Red Meat - Bunny Gets Paid (1995)

Quando Brock dei Modest Mouse venne stuzzicato riguarda ad un eventuale influenza dei Pixies sul loro sound, rispose prontamente "mi piacerebbe piuttosto che fossimo paragonati ai Red Red Meat, ma nessuno l'ha fatto". 
Ecco, si tratta dell'ennesima grande band non riconosciuta dal pubblico e beh, gli output sono un po' diversi, ma qualche assonanza di stampo melodico si può cogliere (e non si può negare che anche i Wilco abbiano colto qualche intuizione, si ascolti Chain Chain Chain per credere) specialmente in questo Bunny che fece da anticipo all'ostico e definitivo There's a star. La melodia contava ancora parecchio, e ce ne sono anche delle memorabili seppur celate da una spessa opacità di fondo. Un 3/4 di Bunny è eseguito con (finta) svogliatezza che stravolge qualsiasi ipotesi di blues o post-blues; è un post-folk allucinato che fa vibrare ancor più forte nell'altro quarto, quello energico che registra certezze come Rosewood wax, Idiot son e soprattutto Taxidermy blues in reverse.
Ossidati ma rossi rossi come buon vino d'annata.