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giovedì 8 dicembre 2022

Current 93 – If A City Is Set Upon A Hill (2022)


Il ritorno a 4 anni di distanza da The light is leaving us all, inframezzato dai soliti capitoletti più o meno minori e sperimentali, che a sua volta era stato preceduto da I am the last of all the field, inframezzato a sua volta dai soliti capitoletti minori e sperimentali. Forse non riuscirò mai ad analizzare a fondo la discografia di David Tibet come essa meriterebbe, ma sono sicuro che concetti come la ciclicità e la ricorrenza sono di grande impatto e rilievo. If a city is set upon a hill intanto se ne sta lì estatico e bucolico a confermare che C93 sta continuando ad invecchiare bene, benissimo, e sforna dischi a fuoco, omogenei e preziosi. Squadra che convince si cambia pochissimo: ancora dentro il raffinato pianista Van Houdt, il chitarrista Roberts, il polistrumentista Liles, il ghirondista Brown, la violinista Boada. Di nuovo nessuna percussione, si lavora più per sottrazioni, si costruiscono docili e fragili impalcature, il focus è questa forma immortale di art-folk da camera che Tibet evolve ormai da tanti anni, il risultato finale è sempre subordinato ai collaboratori di turno e l'eccellenza è servita e perseverata. If A City...., Clouds At Teatime e ...Is set upon a hill, gli estremi ed il centro esatto della scaletta gli episodi da incorniciare. Ecco un altro concetto che scommetterei essere cruciale: la simmetria. Lunga vecchiaia a Tibet.

venerdì 11 novembre 2022

Black Heart Procession – 1 (1998) (2017 Edition)


Una ristampa autoprodotta, in edizione limitatissima, in vista del ventennale di un disco che ancora oggi come allora mi commuove e mi strugge l'animo. Breve cronistoria: nel 1997 Jenkins e Nathaniel uscivano con l'ultimo 3MP, venivano lasciati dalle rispettive ragazze e presi da una infinita tristezza si mettevano a comporre canzoni funeree e straboccanti di cuore. La Headhunter li supportò e fece uscire One, registrato con il supporto del batterista Mario Rubalcaba, un concittadino proveniente dalla scena post-hardcore Gravity e dintorni. 

One è qualcosa che all'epoca non si era mai sentito, nel panorama alternative. Poteva ricordare Nick Cave o Tom Waits, ma suonato con un'arrendevolezza ed un'umanità che non aveva precedenti. E metteva in mostra i talenti cristallini che la animavano: la voce atipica ed emotiva di Jenkins e soprattutto le doti strumentistiche di Nathaniel, creatore di splendide armonie al piano ed all'organo. The Waiter, Release My Heart, Bluewater/Black Heart, Square Heart, In A Tin Flask, le gemme più sopraffine.

La ristampa ha portato alla luce due outtakes rimaste nel cassetto, ed incluse forse più per dovere di cronaca e per ingolosire i fans, perchè effettivamente non c'entrano un granchè col mood generale del disco. The Look in my eyes e Lower infatti sono due tracce ritmate ed atmosferiche, con un basso molto profondo, quasi ai confini col dub. Tuttavia, nonostante l'evidente stato di work in progress, rappresentano un filone mai approfondito ma assai interessante.


sabato 27 giugno 2020

Black Heart Procession ‎– The Waiter Chapters I-VIII (2017)

Interpellato sullo stato dell'entità BHP, Pall Jenkins ha dichiarato che è piuttosto arduo definirlo in quanto Tobias Nathaniel da tempo vive a Belgrado, mentre lui è rimasto a San Diego. Fermi discograficamente dal 2009, i due hanno reincrociato gli strumenti per un paio di tour europei gli anni scorsi, ma ad oggi sembra improbabile un ritorno, almeno per adesso.
Tempo di retrospettive quindi, a partire dalla ristampa di 1 per il ventennale. The Waiter Chapters invece ebbe origine nel 2008 come limited tour only cdr, ed aveva la peculiarità di contenere gli episodi inediti #6 e #7. Quasi 10 anni dopo è stato il momento della ristampa in vinile con l'aggiunta dell'#8, come a chiudere una serie. La saga del cameriere ebbe svolgimento lungo i primi 5 album di BHP, e quando venne pubblicato Six non soltanto non ero a conoscenza della prima edizione della raccolta, ma in fondo non mi posi la questione per la quale era assente.
Il lato più dimesso, solenne e abbandonato a sè stesso di Jenkins e Nathaniel ha avuto nei Chapters uno degli output più noir nonchè memorabili. Il fatto che siano anagraficamente distaccati non impedische che l'antologia abbia una coesione mirabile. I tre inediti, immagino outtakes di The Spell e Six non aggiungono nè tolgono nulla alla storia. Ma l'occasione di riascoltare le prime 4 puntate è di quelle speciali e riporta a dolci ricordi di 20 anni fa.

lunedì 22 ottobre 2018

Volcano The Bear ‎– Egg And Two Books (2006)

Live dei VTB giocato in casa in quel di Leicester, registrato nel giugno del 2006. Droni incessanti, fanfare dissonanti, voce straziata e disgraziata, chitarre acustiche stentoree, batteria tonfante sullo sfondo, piani suonati senza pietà, per un concerto che paradossalmente, rinunciando agli studio-tricks o alle sovraincisioni, costringe i quattro a giocare all'essenziale finendo così per evitare le lungaggini che hanno quasi sempre minato i dischi in studio. Si trattava comunque di un periodo di grazia, dato che dello stesso anno è il loro capolavoro riconosciuto. Difficile dire se si tratti di un disco per completisti, vista la peculiarità del loro marchio: di sicuro è uno dei migliori.

lunedì 4 giugno 2018

Stara Rzeka ‎– Zamknęły Się Oczy Ziemi (2015)

Un gesto davvero non comune, quello di Kuba Ziolek: in un intervista seguente l'uscita di questo disco, ha dichiarato di voler chiudere il suo progetto solista in modo da potersi maggiormente concentrare sui gruppi in cui è coinvolto (Innercity Ensemble, Alameda 3, T'ien Lai); di solito è sempre avvenuto il contrario, ma è chiaro che il personaggio vive in dimensioni che vanno oltre le convenzioni di comune musicista/compositore. Prova ne è questo, che appunto dovrebbe essere il canto del cigno di Stara Rzeka, un disco dalle forti connotazioni filosofiche. Al di là dello scudo della lingua polacca, nelle varie recensioni ne possiamo trovare ampissima conferma.
Rispetto a quel Cien... che ce lo aveva fatto conoscere nel '13, Ziolek si è ripiegato in sè stesso: laddove allora impressionava col massimalismo e l'eclettismo (a tratti persino esagerato), in Zamknely si distende in un lunghissimo percorso fatto principalmente di fingerpicking acustico, come se fosse stato rapito ed incantato in una qualche foresta nordica e poi fosse tornato in studio a registrare, aggiungendo effetti, tastiere e quasi nient'altro. Un disco che non procura brividi immediati come il predecessore e che per questo richiede più attenzione; suona un po' come un ritorno all'arcaico, ad una regressione umana, lascia tanti interrogativi e questioni irrisolte nella nebbia mattutina di una gelida radura. Saperci entrare è l'impresa più ardua; questo non è folk psichedelico ordinario, ma l'espressione purissima di un artista a sè stante.

venerdì 9 febbraio 2018

Jesu / Sun Kil Moon ‎– Jesu / Sun Kil Moon (2016)

Se qualcuno avesse immaginato la joint-venture una ventina d'anni fa, l'ipotetico interlocutore gli avrebbe risposto: Ma sei matto, ma cosa vai a pensare, ma cos'avrebbero da spartire, lontani anni luce...Ed invece, a metà anni '10, eccoli qui a fare un disco insieme che ho accolto con grande curiosità e traendone altrettanto piacere. Non è che faccia la rivoluzione, sia ben chiaro: si mettono in campo i trademark, considerando che come scrissi per Ascension la musica di Broadrick negli ultimi anni si è curiosamente avvicinata a quella del suo più recente boss discografico. Ed il risultato, in fondo in fondo, era quasi pronosticabile: lente ed ispide canzoni dream-metal-gaze in classico Jesu su cui Kozelek srotola il suo autobiografico, dilagante sproloquio con sempre più stranezze assortite (come co-accreditare il defunto Chris Squire o un paio di fans), a conferma del fatto che a 50 anni è sempre più difficile trovare spunti lirici. Ma a me conta il risultato musicale, qui c'è e si misura anche nelle varianti come l'elegante e delicata Exodus, frutto di un incursione di Connolly dei Desertshore, o nel cantautorato ambient finale di Beautiful You, un quarto d'ora di pace interiore. Magari nel complesso un dieci minuti in meno ci sarebbero stati bene, ma la sostanza è che questo superduo ha fatto centro.

lunedì 2 ottobre 2017

Sand – Desert Navigation (2011-1974)

Reietti com'erano, i Sand non riuscirono ad andare oltre la pubblicazione di Golem ed hanno dovuto aspettare quasi 40 anni per vedere uscire le registrazioni che accumularono prima e dopo quel gioiello. Sono ben 4 i cd rilasciati dalla francese Rotorelief, che si è occupata di questa meritoria opera di riesumazione dall'oblio di materiali che, seppur inevitabilmente discontinui e disomogenei, danno una conferma della portata che ebbe il trio sassone sulle musiche future. Metà della scaletta è contemporanea alla realizzazione di Golem; Vulture I e II, doppio affronto di elettronica sulfurea e disturbante, forse la cosa più vicina a quel proto-industrial con cui vengono taggati spesso. La lunga cantilena di Desert Storm poggia su basi mediorientali. Due tracce sono del 1975; la splendida ballad acustica Burning House e la nevrotica Touch The Tyrants, che curiosamente mi ha ricordato i Cosmic Jokers. Appare un po' fuori contesto Tendrara (1982), unico ripescaggio di tutte le ristampe successivo al 1976. Siamo dalle parti di un electro-gothic con gelida voce femminile; l'effetto è molto valido, anche se era evidente che per i Sand il tempo era scaduto. La media finale è sempre buona, anche se resta il dubbio che una migliore compilazione di tutti i lotti avrebbe giovato alla resa finale.

lunedì 18 settembre 2017

Ghost ‎– Lama Rabi Rabi (1996)

Il capolavoro riconosciuto dei Ghost, almeno per quanto riguarda la loro prima fase. Una sublimazione di folk, psichedelia, esotismi di svariate provenienze, di un eleganza formale e di un ispirazione che hanno del sovrannaturale. Un disco sfaccettatissimo, ma attenzione, tutt'altro che una semplice fiera dello strumento etnico; le ballad più canonicamente acustiche brillano di una luce abbagliante (Into the alley, Agate Scape, Summer's ashen fable), a dimostrazione che la band di Masaki Batoh sapeva far vibrare forte certe corde dell'anima. Musiche che non si limitavano a guardare il passato, ma che facevano da filtro per una spiritualità priva di ogni confine, men che meno quello giapponese.

mercoledì 9 agosto 2017

David Grubbs ‎– An Optimist Notes The Dusk (2008)

Dopo i fasti degli anni '80 e '90, la carriera di Grubbs sembra aver imboccato il vicolo semi-cieco della vecchiaia, con la stampa che diventa progressivamente più fredda nei suoi confronti. Vero è che non ci sono sviluppi notabili nel suo stile, e persino lo stesso Grubbs sembra rendersene conto dato che negli ultimi 10 anni le collaborazioni con terzi straboccano, ma vogliamo discutere sulla portata e sulle capacità del personaggio?
An optimist notes the dusk è soltanto un'altra prova convincente della sua formula, apparentemente così semplice ma sempre profonda nella sua asciuttezza. Le stabili e stentoree tessiture della chitarra semi-acustica, la sua voce flebile ed incerta, atmosfere asettiche e prive di riverbero come una sala operatoria; nessun trucco e nessun inganno di produzione, questa la sua costante. Un filo di tromba, un pezzo con batteria (la trascinante Holy Fool Music), un esperimento silente alla Oren Ambarchi (The not-so-distant, 12 minuti di meditazione inquietante) sono le varianti alle sue digressioni post-folk un po' malinconiche e distaccate che continuo ad apprezzare, con poche riserve e grande rispetto.

martedì 18 ottobre 2016

Eric Chenaux ‎– Skullsplitter (2015)

Cantautore canadese che da anni gioca in casa Constellation, ma rifugge facili classificazioni. Per la verità attivo fin dalla fine degli anni '80, in cui faceva parte di una band di alternative-grunge (Phleg Camp), oggi Chenaux è fautore di un raffinatissimo e sbilenco croonering in cui languide composizioni in odore di soft-jazz vengono trasfigurate in virtù di un chitarrismo manipolato, nonchè scandite da un falsetto educato ed espressivo. In fondo in fondo sarebbe pop perchè le melodie sono molto cristalline e lineari, ma il modo in cui la chitarra viene piegata e ritorta contribuisce a creare uno stile parecchio originale, che per certi versi ricorda concettualmente il Robert Wyatt più sereno e disteso. Con un unica eccezione, la splendida title-track che si affida ad un sottofondo simile ad un assortimento di fiati per creare un'aria struggente ed evocativa.

mercoledì 27 aprile 2016

Screams From The List 36 - Magical Power Mako ‎– Magical Power (1973)

Altro personaggio nipponico da esplorare a tutto tondo. Makoto Kurita, chitarrista d'estrazione ma sostanzialmente un polistrumentista, esordì a soli 18 anni con questo disco dopo un testardo e determinato peregrinare fra Tokyo e la città natale. Fu l'inizio di una carriera artistica che è proceduta con relativa costanza fino ai primi anni zero.
E' un disco a due facce, Magical Power, che sintetizza una personalità bizzarra, seppur ancora adolescente, strabordante di idee. La prima parte è composta da stranezze assortite: deliri vocali da karate-kid, meditazioni sommesse, concretismi, percussionismi, folk giapponese stranito (gli irresistibili virtuosismi di shamisen su Tsugaru). A partire da Flying, la sesta traccia, inizia ad emergere l'animo più musicale di Kurita, quello di un cantautore psichedelico dai tratti onirici ma capace anche di fughe chitarristiche di grande impatto. E di elaborare un a suite barocca di oltre 12 minuti, Look up the sky, un collage visionario che chiude il disco con autorevolezza. Da segnalare la presenza, in un paio di tracce, di un giovane Keiji Haino alla voce.

mercoledì 30 dicembre 2015

Grim Tower ‎– Anarchic Breezes (2013)

Pregevole collaborazione fra Imaad Wasif e Stephen McBean dei Black Mountain, a me sconosciuto. All'insegna di un folk-rock abbastanza canonico, il progetto si eleva da un facile anonimato grazie al tocco sempre personale di Wasif, autore che seguo e stimo fin dai tempi dei Lowercase, qui in una veste dimessa e melanconica ma con qualche iniezione di robustezza sparsa di fuzz. Detto di lui, McBean invece si segnala per una gran bella voce (curiosamente dal timbro affine a quello di Richard Butler ma non arrochito e con maggior potenza) ed il tandem compositivo funziona alla grande.
Lavoro onesto e sincero; nessuna sorpresa, solo certezze.

sabato 25 aprile 2015

Current 93 ‎– I Am The Last Of All The Field That Fell (A Channel) (2014) + Haunted Waves, Moving Graves (2010)

Lo stato artistico di Tibet tocca un vertice convincente l'anno scorso con I am the last.... Al di là dei suoi meriti effettivi, viene premiata la sua capacità di assemblare il personale adatto ad ogni situazione; in questa sede è una decina di strumentisti sparsi a collaborare. Spiccano i nomi di Nick Cave e Antony a cantare un pezzo cadauno, ma sono soltanto cammei poco influenti sul risultato finale. Stupisce il ripescaggio del vecchio chitarrista Tony McPhee, John Zorn interviene con gran gusto in un paio di episodi. Il vero protagonista è il pianista olandese Van Houdt, dallo stile asciutto ed altamente espressivo, sempre presente e pertanto presumo autore delle musiche, che sono bellissime.
I am the last è uno dei dischi più musicalmente compiuti e messi a fuoco della Corrente, dotato di una sensibilità ed un lirismo forse mai toccati in passato (Why did the fox bark, Those flowers grew) ma non privo di quelle tensioni sottopelle tipiche di Tibet, per un risultato finale elegante e barocco. Splendido.
Giudicato inutile da più voci a causa della sua natura laterale e della prolificità incontrollabile di Tibet, Haunted Waves, Moving Graves invece è un esperimento minimalistico-strumentale del 2010, diviso in due suite lunghissime, di oltre mezz'ora. Accomunate da un ciclico ed imponente suono di onde digitalizzato, si distinguono per una seriosa drammaticità la prima (il violoncello struggente ed addolorato di Contreras) e per una sognante atmosfera la seconda (il motivo pianistico di Baby Dee). E' quest'ultima ad avermi rapito senza speranza: si chiama The sound of the storm was spears ed è uno splendore assoluto.

giovedì 3 aprile 2014

Volcano The Bear - Five Hundred Boy Piano (2001)

Troppi, troppi dischi hanno rilasciato i VTB per potersi fregiare di un identità ben marcata. Si potrebbe dire la stessa cosa del loro patrocinante Stapleton, ovvio, ma i contesti storici sono ben diversi. A parte questa recriminazione, Five Hundred boy piano è un ottimo melting pot di sperimentazioni brade: i vocalismi spiritati di The tallest people in the world, i dadaismi allucinati della title-track, le arie residentsiane di I am the mould, le psicosi folkeggianti di Seeker contribuiscono all'ennesima elevazione di astrusità con cui il combo inglese ha saputo destreggiarsi negli anni: certamente le progeniture (anzi gli antenati, direi) sono di chiara fonte, ma vale la stessa regola per tutti i generi: ciò che conta è lo stile e VTB l'ha sempre avuto, chiaro e forte.

sabato 22 febbraio 2014

Totsuzen Danball - Naritatsukana - Can I (1981)

Non sto a tirar fuori il solito discorso di come possono esser strani ed inclassificabili i giapponesi alle nostre orecchie etc etc., anche se il caso dei TD ne è ennesima dimostrazione. In piena epoca new-wave ne prendevano (involontariamente?) le distanze e producevano questo album di debutto dall'incontrollabile originalità.
Trattavasi di un classico power-trio di cui due erano fratelli; il primo pezzo, ‘Senatku to Hairetsu, è talmente naif che disorienta subito. Chitarra e basso strimpellano all'unisono un semplicissimo sgocciolio di 4 note, che sembra di aver di fronte dei tizi che non hanno mai suonato in vita loro. L'effetto, complice anche una produzione spoglissima, è quasi ipnotico. In realtà come biglietto da visita non è poi così rappresentativo: la percentuale naif non eccede mai oltre il dovuto e anche quando ci si aspetta che il disco vada in stanca, dietro l'angolo fa sempre capolino una creatività debordante. Nei pezzi meno strani, diciamo 3-4 su 16, possiamo udire qualche influenza dei Fall o del Captain Beefheart più rude (fantastica Kaizoenin no Kibosuru Koto, in tal senso). 
Ma forse le prodezze maggiori i TD le compievano nei passaggi acustici, come nel prodigioso cicaleccio di Mokkoh, nel surreale claudicante di Tokidoki, nell'anti-torch-song Sonomama de (Ashita wha Christmas). Sconvolgono anche i tratteggi quasi cubisti di Ya.su.mi. e Sugoku Hidoi. 
Non finisce mai di sbalordirmi, il sol Levante.


domenica 29 dicembre 2013

Subaudition - The scope (2006)

Duo finlandese dedito ad uno spleen-folk altamente emotivo, dall'ampio respiro ed inevitabilmente invernale (almeno credo sia una sensazione di noi popoli latini, che la musica spiccatamente scandinava ci comunichi temperature rigide...), a mio avviso molto differente dai grandi connazionali Tenhi, a cui vengono accostati in pressochè ogni recensione.
In quanto meno solenne e più intimista, i Subaudition esprimono innanzitutto una debordante malinconia. Ciò che conta è che Scope sia una gemma sia per la scrittura che per gli arrangiamenti, innestati soprattutto sulle chitarre e con un uso intelligentissimo di piano ed organo. Nessuna percussione per un flusso di coscienza ammantato di emozioni cristalline (Raindrops, The blue light, No Angel, Counterwise, Godspeed le più belle). Unico difetto tangibile la voce, un po' deboluccia ed incerta; con un cantante di altra stazza questo si sarebbe chiamato capolavoro.

domenica 20 ottobre 2013

Sand - Golem (1974)

Dire "un anomalia della scena tedesca" non è corretto, perchè essere anomali era la regola e non l'eccezione, però può aiutare un minimo a capire di che pasta erano fatti i Sand, trio sassone autore soltanto di questo Golem. Anticipatori del folk apocalittico e di atmosfere ottenebranti di certo suono industriale e quindi spontaneamente omaggiati da Tibet e Stapleton anche in termini di ristampe, erano i fratelli Papenburg a basso, chitarra e synth + lo strambo cantante Vester.
Non c'è da dire altro che il disco è di una lungimiranza devastante, eccetto la produzione di Klaus Schulze che indugiò un po' troppo sugli aspetti stoned-spaziali finendo per impastare un po' il suono. L'assenza di batteria provoca uno strano senso di galleggiamento, ed è uno dei motivi per cui si resta un po' contrariati al primo ascolto, ma già al secondo si capisce che questi erano freak d'avanguardia: le spirali ottundenti, gli accordi dolenti e il canto sommesso di Helicopter, le movenze caracollanti nel vuoto di The old loggerhead e soprattutto i 10 minuti di stupefacente thriller che strabordano in Sarah fanno capire che non scherzavano per niente e nulla c'entravano con i pur sodali contemporanei.
Diventa anche logico spiegarsi la dissolvenza nel nulla, chè allora dovevano essere ostici persino alle orecchie più aperte.

martedì 6 novembre 2012

David Grubbs - The thicket (1998)

Ce ne fosse stato bisogno all'epoca, questa era la rivincita di Grubbs sull'ex-amico O'Rourke. Camofleur era uscito poco tempo prima, ma con The thicket (che non era il vero esordio solista, bensì il secondo) divenne chiaro un po' a tutti di che stoffa compositiva era dotato il louisvilliano.
Disco curatissimo e ricco di sfaccettature, conciso ma quanto mai efficace. Quanto è divertito il country sbarazzino di Orange disaster, tanto serioso e avanguardistico è il droning affilato di 40 words on workship. Ma fra questi due estremi ci stanno tante altre cose, con un gusto melodico e di ricerca che hanno del sublime, come il frammento per piano e tromba di Swami Vivekananda Way, lo slow-core d'autore di Buried In The Wall, la raffinatezza in puro stile GDS Two Shades Of Blue.
Col corredo di ospiti degnissimi quando non esclusivi, come il guru minimalista Tony Conrad e l'amico di sempre McEntire solo per citare i più famosi.

giovedì 12 luglio 2012

Current 93 - Aleph At Hallucinatory Mountain (2009)


Non senza sorpresa, continuo a trovare estremamente interessante il proseguio dell'opera di Tibet e i suoi collaboratori più o meno occasionali. Come nel caso di Aleph, il suo lavoro più sanguigno e finanche variegato.
Se gli amanti stretti del suo classico stile folk hanno trovato conferme e soddisfazioni in Poppyskins e nella splendida Urshadow, di sorpresa si può parlare riguardo alle chitarre distorte impiantate nell'aria gotica-neoclassica che irradiano i salmi di Invocation of almost, On docetic mountain e soprattutto nella magnifica ballad desertica di 26 April 2007.
Vero apice del disco però secondo me restano i devastanti 10 minuti di Not because the fox barks, macigno infernale di basso fuzzato e batteria compatta che non possono non ricordare gli Om, con cui un paio d'anni prima avevano condiviso uno split.
Non so quanti artisti possono vantare una freschezza tale dopo trent'anni di carriera, e continuare a perpetrare un'unicità irriducibile come quella di Tibet.

lunedì 2 aprile 2012

Bachi Da Pietra - Tornare nella terra (2005)


Quando affiorarono dalla terra 7 anni fa, i BDP fecero impressione al punto di guadagnarsi la cover di un Blow Up. Era l'implosione del torbido blues intimista, muto nel dire, registrato in una cripta, inedito. Poca forma e molto humus da drenare.
A differenza dei successori, TNT è in gran parte acustico e dimesso. Non sarà il loro migliore, per fortuna loro e nostra. Resterà il loro episodio più cupo e incompromissorio, con le liriche di Succi ad esprimere un esistenzialismo disagiato ma forte di se stesso ed orgoglioso.
Ad incidere la pietra.