Visualizzazione post con etichetta Power-Pop. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Power-Pop. Mostra tutti i post

sabato 17 dicembre 2022

Tripping Daisy – I Am An Elastic Firecracker (1995)


Un recupero nineties più legato al fattore mnemonico che a quello prettamente artistico. La copertina di I Am An Elastic Firecracker, con l'artista surrealista italiano Cavellini auto-dipinto di rosso, è un ricordo indelebile perchè il cd è uno di quelli che stazionarono nel negozio del Pig dall'anno di uscita fino alla chiusura. I Tripping Daisy furono un quartetto texano attivo per tutti gli anni '90 e come tanti altri della loro generazione furono candidati da una major (la Island, una delle meno peggio) ad essere lanciati su grande scala, alla ricerca di una nuova epifania commerciale. Non andò esattamente così, nonostante il potenziale fosse notevole, ma il gruppo fu tutt'altro che una meteora e terminò la propria corsa nel 2000, soltanto a seguito della morte del chitarrista, che era già tornato indie.

IAAEF ebbe tutti i numeri in canna per sfondare, col suo alternative-rock spesso ammiccante al pop, al punk melodico ed al grunge, con la produzione di grido, un buon cantante dal timbro simile a quello di Perry Farrell e qualche chicca di melodismo non distante dai Flaming Lips epoca Hit To Death in the future head (Motivation su tutte, ma anche Bang, Trip Along, Step Behind, Noose). Di certo non viene ricordato come uno dei capisaldi dell'epoca (un po' troppo lungo, 4/5 tracce mediocri si potevano scartare tranquillamente) ma ascoltarlo oggi dopo quasi 30 anni è una immersione a 5 sensi nell'aria frizzante dei nineties.

venerdì 8 ottobre 2021

Manic Street Preachers ‎– The Holy Bible (1994)

Ho sempre provato un'implicita simpatia per i MSP, nonostante non mi sia addentrato molto dentro il loro repertorio. Ho sempre trovato gradevole la voce di Bradfield, a mio avviso un cantante dal timbro personale e perfetto per il loro pop-core. Le trovate sensazionalistiche degli inizi per far parlare di sè stessi e catturare attenzioni si ritorsero loro contro, con la scomparsa nel nulla di Edwards nel 1995, non propriamente un evento gradevole per il tam tam mediatico. Nonostante questo, la stampa non perse mai occasione per bombardarli di critiche. L'anno prima avevano fatto il terzo album, questo Holy Bible dal titolone altisonante e presuntuoso come da copione, ma meglio dei due precedenti. Produzione compatta, un'occhiolino alla new-wave più energica e si toglievano da dosso etichette pericolose e paragoni ingombranti. Ricordo su un Indies dell'epoca il video di She is suffering, il pezzo migliore della lista, ma oggi si fanno apprezzare ancora Of Walking Abortion, 4st 7lb, The intense humming of evil, ovvero le deviazioni verso il loro lato meno ammiccante. 

giovedì 30 aprile 2020

Replacements ‎– Pleased To Meet Me (1987)

Idealmente, l'ultimo della trilogia power-pop dei Mats, dopo Let It Be e Tim. Nell'effettivo, il primo album senza Bob Stinson, uscito l'anno prima, e questo non poteva non avere effetti, per quanto il dominio compositivo di Westerberg fosse immutato rispetto a prima.
Quindi, Pleased To Meat Me potrebbe essere definito un po' contrastante nella loro carriera. E dire che la professionalità era in aumento, così come la produzione si faceva sempre più levigata e gli spigoli più smussati (esempio lampante, fiati ed archi sulla ruffiana quanto irresistibile Can't Hardly Wait). Ma quello che restava il loro forte erano i pezzi: Alex Chilton, Valentine (power-pop all'ennesima potenza), The Ledge (autentico pre-Nirvana), Red Red Wine, I.O.U., Shooting Dirty Pool (reminescenze di punk stradaiolo dei primi anni). Al netto di un paio di episodi dimenticabili, PLMM quindi è degno prosecutore di due capolavori irraggiungibili, sia per congiunture temporali interne che per situazioni di circostanza. Da lì in poi sarà il declino.

mercoledì 27 marzo 2019

Hüsker Dü ‎– New Day Rising (1985)

Un ritorno a formati più oculati, dopo la sbornia concettuale ed iper-stirata di Zen Arcade, che viene solitamente ritenuto il loro capolavoro (che a mio avviso resta sempre e comunque Warehouse). New Day Rising resta sempre hardcore, ma di quello altamente evoluto e rivelatorio del songwriting del compianto Hart, che emerge per la prima volta prepotentemente con The Girl Who Leaves on Leaves Hill e Terms of Psychick Warfare. E' sempre Mould a dominare però, e soprattutto a diversificare, senza lesinare episodi shockanti e fuori canone come la conclusiva Plans I Make, una dissonanza colossale. Per questo motivo non è nè il migliore nè il peggiore (se esiste un peggiore) degli HD, ma soltanto un felice album di passaggio, di ulteriore crescita, di scavallamento e di conquiste.

sabato 15 dicembre 2018

Rush ‎– Permanent Waves (1980)

Per un gruppo come i Rush il periodo migliore fu a cavallo del 1980: emacipatisi dai modelli che seguivano ad inizio carriera, negli anni dell'esplosione new-wave trovarono una loro cifra stilistica, inclusa la maggior accessibilità, senza tradire spudoratamente l'integrità del loro power-pop-progressive. Di certo il loro successo dovette molto a pezzi come The spirit of the radio, che di Permanent Waves fu singolo di lancio verso le grandi masse. L'album è ottimamente bilanciato fra le cose più easy e quelle più tecnicistiche, in cui fare sfoggio delle innegabili doti. Da citare perlomeno Jacob's Ladder, che conserva con gran gusto il piglio prog e qualche scenario crepuscolare, la ballad Different string e la mini suite Natural Science, che inizia umilmente con uno strumming acustico per poi esplodere in un vortice hard davvero notevole.

sabato 25 agosto 2018

Replacements ‎– For Sale: Live At Maxwell's 1986 (2017)

Provvidenziale recupero ad opera della Rhino, che (probabilmente a causa del secondo e definitivo scioglimento) pubblica un eccezionale live dei Mats nel loro momento di massimo splendore, all'indomani di Tim, alla vigilia dell'allontananento di Bob Stintson e della perdità di identità. Poco da dire, la gran manna è di 29 tracce, i greatest hits ci sono proprio tutti, non ne manca uno che uno; Color me impressed, Dose of thunder, Hold My life, Unsatisfied, Bastards of young, Kiss me on the bus, Johnny's gonna die, Left of the dial, Hitchin' a ride, Go, le mie preferite in assoluto ma non importa, la notiziona è che il gruppo suona da DIO, i leggendari scazzi sul palco si fermano ad un episodio su 29, per il resto le esecuzioni sono assolutamente impeccabili e rendono giustizia ad un gruppo che avrebbe dovuto sbancare niente meno che il mondo intero. La sezione ritmica ha un tiro pauroso, Stintson farà 2 stecche in tutto, Westerberg getta il cuore oltre l'ostacolo e poi salta, con quella gola in fiamme. Era un bootleg, adesso è una delle ristampe fondamentali degli anni 10.

domenica 13 marzo 2016

Cheap Trick ‎– Cheap Trick (1977)

Non sono un intenditore del power-pop (o pop-core), però mi piace pensare ai Cheap Trick come la prosecuzione easy-proletaria dei Patto. Potrà sembrare inaudito, lo so; la tecnica strumentale non è paragonabile fra le due formazioni (figuriamoci la sorte commerciale), ma il modo in cui entrambe si tuffavano sulla melodia pura è molto affine. E Zander, il vocalist del quartetto dell'Illinois, aveva un timbro e le movenze d'ugola simili a Mike Patto, pur essendo meno potente.
Cheap trick è un disco fresco e per qualche strana congiuntura astrale non suona neanche troppo datato. E' smaccatamente pop, però suonato con fragore genuino ed ironia evidente. E ci sono due pezzi così memorabili che posso ascoltare anche più volte consecutive: il mid-tempo Taxman, Mr. Thief e la sfuriata adrenalinica He's a whore, che una decina d'anni dopo fu ripresa da Steve Albini nei Big Black (in una versione peraltro abbastanza deludente). Due manuali da far impallidire il resto della scaletta, che nel peggior caso è gradevole.

sabato 30 novembre 2013

Smudge - Manilow (1994)

Frizzantissimo e godibile come una fresca serata estiva l'indie-power-pop degli australiani Smudge, in grado di rivaleggiare con gli amici e contemporanei Lemonheads in fatto di talento compositivo.
Se lo si prende per quello che è e null'altro, Manilow è fantastico: 25 pezzi tutti molto brevi (alcuni sono anche sotto il minuto), sia acustici che elettrici, briosi con melodie semplici e a presa rapida, mai ruffiani nè melensi, con qualche puntatina punk sparsa. Facile a dirsi, un po' meno a farsi. Trovarsi a fischiettare e/o canticchiare Charles in charge, Ugly just like me, Divan, Little help, Ingrown è davvero un attimo.
Con questo freddo non c'azzeccherà molto ma il divertimento è garantito.

lunedì 28 ottobre 2013

Peter Searcy - Could You Please And Thank You (2000)

No, decisamente non è più stato il dynamite-kid che si arrochiva allo spasimo sulle trame avant-hardcore degli Squirrel Bait, un po' alla Westerberg ma con un identità impressionante anch'egli alla stregua dei compagni suonanti. Il tempo passa per tutti e anche Searcy si è lasciato alle spalle quella testimonianza ma, invece di evolversi in direzioni sperimentali come Grubbs & McMahan e gli altri, il louisvilliano è retrocesso ad un tradizionalismo canzonistico; onesto quanto vuoi, ma sempre retrocesso.
Chiaro che non è corretto dargli colpe specifiche per questo: Could you please fu il suo primo disco da solista, dopo esperienze in un paio di bands non proprio irresistibili e nel frattempo diventò un agente immobiliare con tanto di scheda biografica professionale ben accessibile. Il suo è un songwriting semplice e potenzialmente di successo, sia in zona power pop che in un'area folk-rock modello Counting Crows / Soul Asylum; eppure si sente che in fondo l'onestà c'è, ed un paio di pezzi come Broken e la splendida Movie star life ti si attaccano dentro come alcune delle migliori piacionerìe di Robin-Sophia-Proper-Sheppard.

venerdì 27 settembre 2013

Replacements - Let It Be (1984)

Fa il paio dei capolavori riconosciuti dei Mats insieme a Tim. E' forte di un ventaglio di stili che abbatte ogni barriera, che sventolava il fazzoletto bianco all'hardcore (poco più che una gag l'ultimo residuo, We're comin out) e salutava l'ingresso in una nuova dimensione melodica.
Tim per me resta imbattibile, ma dopo tanti anni Let it be scatena affetto e divertimento genuino. Fra l'altro la ristampa di qualche anno fa ha rivelato che c'era un paio di outtake rimaste nei cassetti che invece potevano entrare dalla porta principale senza abbassare il livello. Si può dire che siano stati l'ultimo vero gruppo rock and roll della storia?
A tale storia va consegnata principalmente Unsatisfied, ballad elettrificata che sovrasta tutto il panorama con la propria brillantezza. E le trascinanti Favourite thingTommy gets hit tonsils out, Gary's got a boner, perchè era di personaggi e storie normali di tutti i giorni di cui si parlava. E l'umanità dei Replacements era davvero tanto tangibile.

martedì 29 maggio 2012

Chainsaw Kittens - Violent Religion (1990)

A sentire Violent Religion vien da chiedersi se, uscendo 5-6 anni più tardi, i CK sarebbero stati in grado di sbancare. Forse sì, forse no. In fondo col triviale baraccone del punk-pop non avevano un granchè a che fare. Innanzitutto sapevano scrivere songs da urlo: le prime 3 (Bloodstorm, Skinned Knees, Boyfriend Song) sono da manuale del pezzo perfetto bruciante e di rapida espressività. La produzione, per essere l'anno 1990, è mirabile: le due chitarre sono arrotate al punto giusto e la ritmica ha un'incisività impressionante.
A partire da Mother, in alcuni titoli, avviene un piccolo miracolo: i Sex Pistols con Morrissey al canto, grazie al timbro particolarissimo del vocalist (e compositore) Meade.
In altri piccoli grandi anthem a presa immediata (Here at the end, Bliss, Death out at party central) pare di udire reminescenze dei primi Replacements, ma è solo per la pignoleria di trovare un confronto. Nel finale il clima incendiario si stempera un po' e viene fuori il lato intimista (e anche discretamente teatrale) di Meade, l'intensità ovviamente cala ma in sostanza Violent Religion è un gran disco di power-pop.

mercoledì 20 ottobre 2010

Hazel - Toreador of love (1993)

Ma quant'è invecchiato il college-rock americano dei primi anni '90?
Mi trovo a porre la domanda durante gli ascolti di quelle cose, che sono rarissimi ed ormai non lasciano quasi più tracce. Con questo non sono qui a bocciare in toto questi 4 ragazzi di Portland (in realtà un power-trio + un ballerino, quello lungocrinito e con la barba) che sono senza dubbio un nome minore del movimento, sul versante più energetico, mai colluso col grunge, semmai più vicino al punk a tratti.
Le due voci (il chitarrista Krebs e la batterista Bleyle) armonizzano costantemente, a volte si sente lo sforzo di emulare i Pixies, ovviamente senza la brillantezza nè il songwriting di Francis. Eppure, eppure; il tempo avrà anche ridimensionato gli Hazel (che fra l'altro erano sotto Sub Pop, cosa di indubbio prestigio ai tempi), ma non si può non riconoscere che i ragazzi avevano onesta freschezza ed entusiasmo da vendere. Pazienza poi se i risultati non erano sempre esaltanti, ci si può sempre consolare con l'ultimo pezzo in scaletta che sarebbe d'obbligo includere in una qualsiasi ipotetica compilation del settore, quella Truly che regala 6 minuti di magiche emozioni fra delicatezze e deflagrazioni.

venerdì 14 maggio 2010

Pegboy - Strong Reaction & Three Chord Monte (1991)

Che differenza c'è fra i Pegboy e i Green Day?
Di certo il livello di successo raggiunto, mentre in comune c'è l'epoca di nascita di entrambi e la totale dedizione al punk melodico. Genere di cui non sono mai stato un fan accanito, in cui credo ci sia stata una band che ha offuscato tutta la concorrenza di tutta la storia, cioè gli Husker Du. Di cui i Pegboy riprendevano qualche cosa sui cori, mentre sulla musica siamo dalle parti di un punk roccioso e fragoroso, certamente meno eclettico.
Ma se erano sotto contratto con la sussidiaria della Touch & Go non era a caso; al di là del potenziale commerciale che avevano, la differenza la facevano proprio le songs, che davvero non inventavano nulla ma avevano il pathos giusto per farsi apprezzare sia dal kid che sale sul carrozzone che dal noiser in cerca di un attimo di spensieratezza.

(originalmente pubblicato il 26/02/09)

mercoledì 12 maggio 2010

Cap'n'Jazz - Analphabetapolothology (1998)

Una specie di Squirrel Bait dell'emo-pop-core di Chicago, i Cap'n Jazz sono stati il tronco di un albero genealogico che ha generato decine di bands fra i fratelli Kinsella e Van Bohlen. Qualsiasi concetto di power-pop viene triturato in questa raccolta che sigilla tutto ciò che il quintetto incise nel lustro scarso di vita che ebbe. Ben 34 pezzi dall'ampia dispersione ma incredibilmente gradevoli e dal ritmo contagiante, ad effetto immediato. Non erano ruffiani nè violenti, ma abili di smussare spigoli ed esplosioni dirompenti con fasi riflessive, il tutto con una tecnica davvero notevole. I cori monotoni e stonati erano un tratto assolutamente distintivo, di tanto in tanto qualche fiato impazzito si infilava in mezzo alle chitarre.
Impossibile citare gli highlights di questo abbecedario, semmai torna più facile ricordarsi le tracce più esilaranti, che sono le cover di Take on me, un'orripilante hit anni '80 trasformato in anthem punk-pop, e la ripresa acustica nientemeno che della famosissima sigla del telefilm Beverly Hills.
Sornioni ed eclettici.

(originalmente pubblicato il 06/02/09)

lunedì 10 maggio 2010

Muse - Live at Belfort Eurocks 2002

Per motivi non strettamente dipendenti dalla mia volontà, mi è capitato di vedere i Muse dal vivo un paio di volte negli ultimi anni e la mia opinione su di loro è fortemente contrastante.
Il mio pensiero positivo è che questi tre ragazzi inglesi, che si dice suonino insieme da quando avevano 12 anni, siano dei veri animali da palco, trascinanti e iper-tecnici senza perdere il lato sinceramente pop-core della loro musica. Il fatto che la voce di Bellamy sia molto simile a quella di Thom Yorke poi non è così tanto motivo di ridimensionamento, in quanto la durezza oggettiva dei Muse li contraddistingue come profondamente differenti dai Radiohead, con i quali anzi non c'entrano proprio niente. Anthem selvaggi come TSP, New Born, Sunburnt, Hyper Music e soprattutto Plug in baby sono dimostrazioni di forza melodica ultra-fragorosa. Bellamy svisa sulla chitarra personalizzata come un indemoniato, Wolstenholme è bassista cazzutissimo, Howard è un batterista mancino coi contro-coglioni. Quando il vocalist si sposta al piano dimostra la sua notevole tecnica e i Muse diventano un power-trio di progressive-aggressivo. La drammaticità di Space Dementia, Emergency, New Born, sono altri esempi dell'abilità dei Muse nel tessere complicate trame senza perdere di vista il lato melodico.
Il rovescio della medaglia, pertanto, è che cotanta bravura comporta inevitabilmente una notevole dose di auto-indulgenza, che diventa quasi insopportabile in devastazioni pompose e tronfie come Microcuts, Muscle museum o Bliss, dovute anche al fastidioso falsetto. Per non dire imbarazzante come il vaudeville di Feeling good, che invece pare essere uno dei numeri preferiti dal pubblico.
Il fatto che l'ultimo disco, di ormai 3 anni fa, sia stato pesantemente noioso e ripetitivo, dimostra che i Muse si sono giocati le carte migliori nei primi 2 albi (ricordo un pezzo fantastico come Cave), e necessitano di un esame di coscienza, a meno che il pubblico oceanico che si sono creati non si accontenti sempre delle stesse cose ripetute all'infinito.
Ah dimenticavo, questo è un bootleg registrato impeccabilmente da una radio francese.

(originalmente pubblicato il 12/01/09)

giovedì 6 maggio 2010

Stranglers - Rattus Norvegicus (1977)

Pensando agli Stranglers mi viene in mente una mitica vhs imprestatami da un amico che vidi una decina d'anni fa, durante un'influenza. Era una raccolta di video fra il 78 e l'82, se non ricordo male, ed era letteralmente esilarante. Se già la musica del quartetto era divertente per natura, le rudimentali clips lo erano ancora di più, caratterizzate da un umorismo davvero anacronistico e dissacrante. Rattus norvegicus fu il primo disco, forse il più energico dell'intera discografia. Conteneva una decina di pezzi nervosamente melodici, in cui l'organo acrobatico del baffuto Greenfield aveva un ruolo predominante, quasi un Manzarek dell'epoca punk. Il background blues psichedelico (Doors, Iron Butterfly) veniva riveduto su direttive smilze ed asciutte; fra i pezzi migliori del lotto Hanging Around, Get a grip on yourself, Peaches, sono baldanzose songs incalzanti e ben arrangiate, con le voci insolenti di Burnel e Cornwell ad incrociarsi, frasi essenziali di chitarre e assoli di organo a go-go.
Nient'altro che pop-rock, quindi, sottilmente travestito con astuzia per attirare anche le masse stordite da Sex Pistols e Clash. Ma è un sound che è invecchiato terribilmente male, quindi va bene ripescare gli Stranglers una volta ogni decina d'anni, non di più.

(originalmente pubblicato il 30/12/08)

mercoledì 5 maggio 2010

Replacements - Tim (1985)

Se il famoso telefilm Happy Days fosse stato girato a metà anni '80, la colonna sonora giusta sarebbe stata la musica dei Replacements, specialmente questo debutto su major. E ascoltandoli oggi, la freschezza delle loro songs resta invidiabile, ci si rende conto dell'influenza che hanno esercitato su legioni di bands. La prima delle quali è la voce di Westerberg; un canto rauco, un rabbioso impastato che Cobain mutuerà in maniera molto simile pochi anni dopo.
Tim è un compendio esemplare di pop rivestito di scorze hardcore, conseguenza del talento melodico del leader e delle condotte dissolute di vita dei Replacements tutti. Escludendo i numeri che pescano a piene mani dalla musica tradizionale (rockabilly docet), ci sono hit a presa rapida come l'iniziale Hold my life, mix azzeccatissimo di rock classico, wave e punk che ti fa chiedere: perchè i Rem sì e loro no? Kiss me in the bus, Bastards of young, Lay it down clown, Left of the dial, Little Mascara, tutti pezzi killer da piazzare al n. 1 della classifica del mondo migliore. Ma erano gli anni sbagliati, erano arrivati forse troppo presto; è palpabile l'insegnamento sui Nirvana, sul grunge tutto, ma Westerberg non avrà la costanza o la sanità mentale per portare avanti il discorso e romperà il giocattolo proprio sul più bello.

(originalmente pubblicato il 30/11/08)

martedì 4 maggio 2010

Kings Of Leon - Aha shake heartbreak (2004)

Fra l'ondata di gruppi retrò-new wave della new wave della new wave della new wave, sono pochi quelli che hanno oltrepassato la soglia del secondo-terzo ascolto, al di là della freschezza nell'immediato, quasi nessuno si salva per personalità. Forse questi KOL, quartetto a conduzione familiare, un po' si salvano perchè la loro proposta sembra più ruspante di Strokes e compagnia, ma alla fine è soltanto il mio punto di vista. E questo ASH assume ancora più valenza alla luce della cocente delusione del disco successivo dell'anno scorso, veramente inconcludente.
Trattasi di un pop grintoso e tenace, che eredita geni dal southern-rock ma anche dai corridoi più spensierati della new-wave. Il punto di forza è la voce di Caleb, dal tono nasale e modulato sui toni alti, tant'è che in certi momenti sembrerebbe quasi una versione controllata di Bon Scott.
Il pezzo migliore del disco è la potentissima Pistol Of Fire, che inizia con un ride quasi jazz, si dipana in un refrain dal tempo dispari ed esplode in un riff tanto elementare quanto epidermico. La sarabanda sincopata di Razz, il metal-country di Velvet Snow, soprattutto i pezzi più tirati sembrano il punto forte dei Kings, che sui toni meditati non vanno oltre la routine.
Un disco fresco e piacevole.

(originalmente pubblicato il 26/09/08)