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martedì 20 dicembre 2022

Explosions In The Sky – Big Bend (An Original Soundtrack For Public Television) (2021)


Negli ultimi 15 anni, 2 albums e 4 colonne sonore. Questo ormai sembra essere il fatale destino degli EITS, con le seconde destinate a prendere il sopravvento, vuoi per incapacità di reinventarsi, vuoi per uno sbarco del lunario confortevole, un po' come la loro musica su Big Bend. Se i Mogwai, altri assidui soundtrackers, continuano a battagliare per non perdere il filo degli albums originali, costi quel che costi, i miei adorati texani invece sembrano essersi un po' rassegnati ad essere diventati dei sonorizzatori, di gran lusso per intenderci, ma sempre servitori di una causa altrui.

Se si affronta Big Bend (neanche un film, bensì un documentario naturalistico sul Texas) come una tappezzeria qualsiasi, è di una razza pregiatissima. Al primo ascolto mi ha un po' deluso, al secondo mi ha catturato un po' di più, al terzo ho capito; è davvero importante che ci siano ancora, che ci facciano sentire a casa, che ci avvolgano con le loro buone maniere e la loro evocatività, perchè se l'alternativa fosse stato un mondo senza gli Explosions, avremmo tutti perso qualcosina. I grandi devono andare avanti, a condizione di non sputtanarsi troppo. Loro, i Mogwai, i Godspeed, ed altri, sono ancora con noi perchè lo sanno, che non devono abbandonarci al nostro destino sempre più incerto e cupo.

Big Bend non offre nessuna novità, questo potevamo immaginarcelo ancor prima di metterlo su. Ci sono momenti di grande ariosità, ci sono interlocuzioni un po' funzionali, ci sono 2-3 stucchevolezze forse ancor più funzionali, pazienza. Non ci si può ribellare al tempo che passa. Per il seguito dello spento The Wilderness non c'è fretta. Non l'hanno mai avuta, quei quattro ex-ragazzi.

giovedì 28 aprile 2022

Jonny Greenwood ‎– Bodysong (2003)


Il primo passo solista di JG, colonna sonora dell'omonimo documentario, contrassegnato da una sostanziale smania di strafare. Si era in un periodo delicato della storia dei Radiohead; terminato il contratto con la EMI, davanti a loro le incognite conseguenti all'autogestione dell'azienda, una probabile stasi creativa generale (che difatti sboccherà nella stanchezza di In Rainbows), tante cose. Il buon Jonny colse l'occasione per dimostrare al mondo le proprie velleità autoriali, dal momento che si intuiva fosse l'artefice di tante trovate stravaganti nei capitoli più creativi della saga. Bodysong strafà nel senso che è un esuberante catalogo di neo-classica, ambient, elettronica, free-jazz-rock, tante cose.  Gli si può concedere la frammentarietà in virtù della natura sonorizzante; va ascoltato quasi come se fosse una compilation di artisti mediamente abbastanza talentuosi.

martedì 21 settembre 2021

Alexander Voulgaris a.k.a The Boy - Apples Soundtrack (2020)


Piccola incursione cinematografica per uno dei film che più mi hanno impressionato negli ultimi 2 anni. Presentato a Venezia 2020, Apples è stato il debutto di un giovane cineasta greco, Nikou, un drammatico distopico (fra i tag vedo anche sci-fi...). La surreale trama, ad occhio e croce ambientata nei primi anni '90, si scontra con scene di realismo quotidiano; sembrerà paradossale, ma riscontro qualche similitudine con alcuni elementi del Gran Maestro Tarr; i lunghi silenzi, l'ambientazione che è evidentemente in Grecia ma senza evidenti riferimenti se non le insegne degli esterni ed i nomi dei personaggi, le scene di ballo collettivo, l'inconsolabile ma dignitosa solitudine dei protagonisti. Il colpo di scena finale, che azzera l'implacabile freddezza di sentimenti precedente, apre però un'enorme squarcio di umanità nel soggetto: Nikou potrebbe essere un nome molto forte per il futuro.

Un altro forte del film è rappresentato dalla soundtrack, che mi ha colpito in diretta nonostante l'impatto marginale, in una pellicola in cui il silenzio e le emissioni ambientali sono fondamentali: autore ne è Alexander Voulgaris, artista greco a tutto tondo (regista, attore, compositore, sceneggiatore) che sforna come tema principale una dolente sonata pianistica di radice Satie, ma che mi ha fatto venire in mente anche le migliori emo-vignette di Leyland Kirby, soprattutto nelle brevi e polverose variazioni sgranate alla Caretaker (e riecco il tema della memoria smarrita, un altro parallelo che per quanto casuale è alquanto ad effetto).

Ho estratto personalmente gli audio di tutti gli intermezzi (a parte le musiche delle scene di ballo) e li ho sequenziati per puro piacere privato. Si tratta quindi di un bootleg, della durata di una ventina di minuti. Chi ama i neo-classici ambientali ad alto impatto cinematico (Stray Ghost, Library Tapes, il Keith Kenniff in veste Goldmund) potrà ricavarne piacere all'ascolto.

giovedì 2 settembre 2021

Library Tapes ‎– Europe She Loves (2016)


Era inevitabile che David Wenngren prima o poi venisse chiamato a fare una soundtrack, anzi, considerato il lasso di attività, il momento è stato fin troppo tardo. Merito di un regista svizzero che nel 2016 ha realizzato la pellicola omonima (che mi piacerebbe visionare, ma dubito sia stata riversata in italiano...), che ascoltava la sua musica mentre scriveva la sceneggiatura. Per l'occasione, DW mette da parte l'amato piano acustico e si dedica a organo, bordoni di synth sinfonico e tintinii simili al vibrafono. Durante la lavorazione, l'intuizione brillante di chiamare Julia Kent e coinvolgerla per ispessire ed impreziosire l'assetto (esempio la meraviglia di Silhouettes). Risultato finale, un assieme di servizio che ha visto tornare DW ad uno stato di forma stellare, dopo un periodo un po' silenzioso e poco incisivo, ma che ha vita propria come tutte le colonne sonore che si fanno rispettare.

sabato 24 luglio 2021

Nyx Nótt ‎– Aux Pieds De La Nuit (2020)

 

In assoluto ciò che ho ascoltato di più nel secondo semestre del 2020, di conseguenza il mio disco dell'anno. In fondo, me lo sentivo che l'addio di Lucky Pierre fosse soltanto la chiusura di una porta che a sua volta ne avrebbe aperta un'altra, che si chiama Nyx Nótt. Imprinting francese per l'esordio Aux Pieds De La Nuit, spero il primo di un altra lunga serie cinematica di Aidan Moffat, con una stupefacente carrellata di suoni notturni, squisitamente vintage, di arrangiamenti raffinatissimi, di archi drammaturgici e vellutati. Quasi zero l'elettronica; il suo trovarobato non è mai stato così maniacalmente curato, e compassato direi, visto il sostanziale equilibrio umorale, scevro quindi dai picchi up & down che caratterizzarono la seconda fase di LP.  Difficile scegliere gli highlights per un capolavoro del genere, direi la chitarra morriconiana di The Prairie, il vortice pianistico di Shirley Jackson on drums, l'intro atmosferica ed i fiati di Mickey Mouse strut. La versione ivi offerta include una preziosa bonus track altrimenti non disponibile, la variante soft-tribal di Damascene Slap.  

venerdì 2 luglio 2021

Idaho - Silence Filled With Sounds (2020)


Chiunque sia stato il compilatore di questo assortimento, giù il cappello per l'amore e la cura con cui l'ha realizzato. Trattasi di 24 strumentali di matrice atmosferica prelevati principalmente dalle soundtracks che JM ha realizzato per diverse serie TV, film e documentari dal 2004 ad oggi. Conoscevo già molto bene la colonna sonora di the The Days, una serie ABC che non superò l'esame dell'affluenza e venne abortita in corso d'opera. Per fortuna la soundtrack venne generosamente elargita dallo stesso JM sul proprio sito qualche anno dopo, ed una sua splendida porzione viene spalmata in questa scaletta. 

Chiunque sia, per favore condivida anche gli audio di Art & Copy, Almost Perfect e tutto ciò che si possa condividere, perchè queste preziose ed umorali sonorizzazioni possono diventare il sottofondo ideale della vita quotidiana. Alla mia famiglia è successo, e questa antologia gira in loop per casa come aria fresca in primavera, senza che nessuno si stanchi.

domenica 19 luglio 2020

Egisto Macchi ‎– Nucleo Centrale Investigativo (1974)

Soundtrack per una serie TV, ovviamente poliziesca, del 1974 per l'Egisto nazionale, ai tempi molto dedito ad operazioni diciamo meno nobili, che si andavano ad intersecare con prodotti più ambiziosi ed avanguardistici. Ma sappiamo bene ormai che quella mente illuminatissima sapeva trasformare anche la più banale della commissione in qualcosa di magico.
NCI parla soprattutto la lingua della suspance opprimente, del thrilling tangibile di cui spettatore diventa preda, delle micropunte di archi e percussioni, seppur votato molto poco alle dissonanze e quindi meno coraggioso delle sue opere che ci hanno sbalordito. E' una raccolta in cui il basso elettrico ha una sua importanza in alcune tracce, con la comparsa addirittura di una sparuta e desolata chitarra, pertanto è un Macchi diverso dal solito, che lascia il segno come sempre. 
Ristampato nel 2015 dalla Cinedelic, che ha avuto la simpatica idea di allegare al vinile una paletta poliziesca sagomata.

venerdì 17 luglio 2020

John Carpenter, Cody Carpenter, Daniel Davies ‎– Halloween (Original Motion Picture Soundtrack) (2018)

L'occasione è il (quasi) quarantennale dell'originario Halloween, uno dei cult più celebrati di JC. E per i suoi 70 anni, dimostra la grandezza personale dell'uomo: non soltanto non ha voluto interferire con il remake, ma si è prestato con umiltà a rielaborarne di conseguenza la soundtrack, che ovviamente fu farina del suo sacco, accreditandola ai suoi due fidi collaboratori, il figlio Cody ed il chitarrista Davies. 
Il primo approccio non mi aveva entusiasmato: all'inizio il classicissimo tintinnio di pianoforte che identifica in tutto e per tutto la pellicola viene declinato in salsa techno, con pompa cassa. Una volta digerito questo aspetto, però, ne esce un viaggio avvincente, che sta in piedi senza l'ausilio della visione, lascia spazio alla fantasia e gode di un suono straordinario, come peraltro i dischi di JC solisti degli ultimi 3/4 anni. Fra dolenti sonate di piano, imponenti figure sintetiche, deflagrazioni di bassi tonanti, riprese e ripresine, insomma, è sempre il solito Carpenter, che può piacere o non piacere. Che non sorprende, se non per la cura e la passione che trasudano dalle sue musiche.

mercoledì 15 luglio 2020

Cabaret Du Ciel ‎– Skies In The Mirror (1992)

Interessante ripescaggio da parte di una piccola etichetta francese che nel 2018 ha riversato su vinile un tape risalente al 1992 ad opera di Cabaret Du Ciel, ovvero un duo di reduci punk/wave veneti (tali Desiderà e Morosin) riadattatisi ad una forma di sonorizzazione ambientale/soundtrack di accompagnamento a proiezioni video-art. Skies in the mirror uscì nel 1992 solo su formato cassetta, e dovette aspettare 26 anni per essere ristampato, ma tutto sommato meritava di essere ripreso dal nulla per beneficiare di un ascolto a posteriori.
Al di là delle oggettive, ridotte qualità audio di quella che di fatto era una autoproduzione al tempo, il prodotto è estremamente datato nei suoni, vertendo su una specie di minimalismo-ambient-gaze a base di bassi e nebulose di synth/midi fattura, ravvivate tuttavia da una chitarra che a tratti si mette a suonare cristallina e fa la sua figura. Devo ammetterlo: al primo pezzo avevo già pensato ecco, un altra spazzatura Midi di inizio anni '90, ma pezzi come Staircase to nowhere, Raintears e Falasarna Exposure hanno un fascino spazio/notturno tutto particolare, fanno perdonare altrettante cadute di tono/stile e fanno passare il concetto di "sana e sincera naivetè" (da chiamare in causa con rigore e non me ne voglia nessuno) dalla parte della ragione.

martedì 28 aprile 2020

PJ Harvey ‎– All About Eve (Original Music) (2019)

Non è possibile non amarla ancora, la Divina. E' vero: non sono impazzito nè per Let England Shake nè per The Hope Six Demolition Project. Li ho trovati dischi dignitosi ed all'altezza del suo status maturo, ma ho sentito che è mancata quella scintilla magica che solo lei può (poteva?) innescare, forse una piccola impennata di coraggio, di personalità. Colpa forse dei concept politici alle spalle che l'hanno distratta dall'aspetto meramente musicale?
E allora, un bagno di umiltà, un passo indietro alla regia. Una colonna sonora; ecco come i giganti possono rinascere, ritrovare la forma un po' smarrita, riacquistare la propria classe. Come successo a Thom Yorke, ai Mogwai e ad altri. All about eve è fatta di quella stoffa povera e spoglia che fece grande il suo disco più spleen, White Chalk. Con la differenza che Polly qui se ne sta muta e rinuncia a sfoggiare la sua ugola persino nelle uniche due tracce cantate, lasciate peraltro a due attrici (brave, per carità, ma.......insomma, ci siamo capiti). Come in quel capolavoro, l'enfasi è totalmente sul piano e sui synth analogici, con la preziosa collaborazione del polistrumentista James Johnston, principalmente alle rifiniture di violino ed organo. Non mancano alcuni riempitivi di servizio (altrimenti che soundtrack sarebbe), ma per larghissima parte All About Eve è una sinfonia di bellezza straziante ed onirica, ricca di quella disarmante semplicità che ha reso Polly una delle più grandi di sempre.

sabato 25 gennaio 2020

Roger Eno ‎– Lost In Translation (1994)

Stento ad immaginare che, una volta che avrò scandagliato l'intera discografia di Roger Eno, troverò qualche delusione. Il pianista inglese, che al fratello deve soltanto il dono di un Revox e la partecipazione ad Apollo nel 1983, a partire dall'incantevole debutto Voices ha dedicato sè stesso alla grazia e alla compostezza, diventando l'Harold Budd di oltremanica, ma senza il giusto riconoscimento a livello generale.
Lost in Translation, ispirato da una heretical medieval prose, lo vede in molteplici vesti: la melanconica sonata Satiana (forse la sua principale ispirazione), le trasognate mini-partiture da camera, sia strumentali che corredate di cori, le celestiali ambientazioni quasi cosmiche alla Budd, le vignette cinematiche arrangiate in maniera bizzarra, le commistioni world disseminate in qua e in là, per una manna di 18 tracce accomunate da un gusto superiore per la visualizzazione ad occhi chiusi. Spettacolari sopra tutte Occam close shave e Ne Cede Melia, non a caso poste ad inizio disco. Un filo di dispersione è inevitabile, ma è un album impossibile da fermare o skippare. Abbandonarsi e nient'altro.

martedì 11 giugno 2019

Thom Yorke ‎– Suspiria (2018)

Impresa del buon TY che esordisce come sonorizzatore a 50 anni, dietro grande pressing del regista Guadagnino, che si racconta averlo tampinato per mesi pur di convincerlo. La soundtrack è un massiccio di 25 tracce che va opportunamente ritenuta tale nell'ascolto slegato dalla visione, e lo vede molto a suo agio calato in un atmosfera tipicamente Argentiana, con le dovute sfumature del caso. Ha dichiarato di esser stato influenzato molto da Pierre Henry, dai Faust e dai Can; per il primo si può concordare nell'ambito dei frammenti più avanguardistici, neanche troppo horror. Dei Can l'influenza sui Radiohead è una certezza da almeno 22 anni, per quanto riguarda i Faust si tratta di una novità, ma si può concordare. Aggiungerei alla lista anche Arvo Part, che si può intra-udire nelle tracce corali o nei tratteggi più sinfonici, e stupisce non poco il gorgo dark-ambient polifonico di 14 minuti A Choir of one, quello sì un periodo davvero horror.
In mezzo a tutto questo ambaradan, poi, TY ha la capacità di piazzare 4-5 emo-ballad delle sue, di quelle malinconiche, marchiate dal dna col fuoco, che le riconosci al giro di piano o chitarra, al quale segue il falsetto estatico, insomma niente di nuovo ma incredibilmente ispirato, roba che forse JG penserà "ma perchè non le ha tenute per il prossimo nostro album". Suspirium, in versione nuda e poi ricoperta dagli archi, Open Again, Unmade, la dronica Has Ended, sono gemme che arricchiscono il bagaglio storico del soggetto, senza alcun dubbio.

venerdì 12 aprile 2019

Mogwai ‎– Kin Original Motion Picture Soundtrack (2018)

Non ripetono il miracolo di Les Revenants, ma non deludono neanche in questa quarta soundtracks maggiore (o esclusiva) i Mogwai; sono passati 5 anni dalla serie francese con cui realizzavano un exploit inaspettato, e da allora sono passati due album ufficiali (più che dignitosi) e l'abbandono di uno dei fondatori, il chitarrista John Cummings. Segnali che potrebbero nascondere qualche incrinatura? Può darsi, ma gli ex-ragazzi sembrano saldi e si danno alla fantascienza, per la pellicola Kin, e fanno un servizio espanso, introspettivo come loro sanno fare, con qualche pieno galattico, le linee di piano a condurre (ancora Burns motore principale) e la solita capacità magnetica di stregare e lasciare campo all'immaginazione. Non so se vedrò il film, ma questa categoria resta la mia preferita della loro fase anta-something.

giovedì 12 luglio 2018

Ruben Garcia ‎– The Gatekeeper (1994)

Sodale di Harold Budd nel breve capolavoro Music For 3 Pianos, Garcia è stato un tastierista / compositore relativamente sconosciuto che forse ha avuto l'unica colpa di essere emarginato dal sistema discografico in quanto si è sempre autoprodotto. Evidentemente la considerazione di Budd non bastava a dargli un po' di visibilità. Attivo durante gli anni '90 e poi silente per tutti gli '00, realizzò l'ultimo disco nel '12, un anno prima di venire a mancare.
Dopo un debutto fin troppo esuberante e sintetico (Colors in Motion, 1992), la vera anima romantica di Garcia uscì su The Gatekeeper, una raccolta per solo piano di vignette melanconiche ed autunnali, dallo stile sobrio, alquanto sulla scia di Satie. Un musicista umile, messo a nudo, che non diresti certo californiano (ancor meno con origini latine, dato il nome); un'ora rilassante, per meditazioni possibilmente filosofiche.

venerdì 6 luglio 2018

Michael Brook ‎– Cobalt Blue (1992)

Chitarrista canadese che, dopo origini più o meno world, diventò un personaggio tentacolare fra U2, Brian Eno, Sylvian/Fripp, Vedder, una marea di colonne sonore anche piuttosto famose. Uno di quegli artigiani che hanno la fortuna di farsi scoprire e divulgare da artisti famosi, in sostanza.
In completa solitudine, Brook ha pubblicato ben poco: questo Cobalt Blue, edito da 4AD quando era già diventato richiestissimo per la sua infinite guitar, un prototipo in verità non molto rivoluzionario, ma dal suono abbastanza peculiare. La sua musica è una mistura ambient-world-new age, con una leggera vena psichedelica, che sorprendentemente suona ancora fresca (esclusi alcuni timbri di tastiera che sanno molto di '80, per fortuna in netta minoranza), che lascia intravedere delle origini umili e profondamente animate da uno spirito sincero, e non da tappezzeria. Qualche episodio lascia a desiderare, ma nel complesso una più che buona meditazione.

giovedì 10 maggio 2018

Bruno Nicolai ‎– Tutti I Colori Del Buio (Colonna Sonora Originale Del Film) (1973)

Confesso di aver ascoltato questa soundtrack esclusivamente perchè un pezzo, cioè Sabba 2, è il tema che i Grails hanno ripreso su Deep Politics facendolo diventare l'eccezionale All the colors of the dark. Una scoperta che mi ha lasciato da un lato un po' di disappunto per il fatto che non fosse un originale, dall'altro un po' di contentezza perchè il fatto che i Grails omaggiassero un compositore italiano mi è sembrato degno di nota.
Bruno Nicolai, romano, amico di Morricone, ha fatto parte di quella generazione che ha trovato linfa artistica con le sonorizzazioni per il cinema sia commerciale che di tendenza del dopoguerra fino a fine anni '70. Diciamo che non è considerato nè uno dei migliori nè uno dei peggiori, e la mia conoscenza della sua opera si ferma a questo film giallo di Sergio Martino. Una colonna che non resterà negli annali, forse, ma è un ascolto abbastanza gradevole, passando fra languidezze flautate, l'immancabile fonetica di Miss Soundtrack Edda Dell'Orso, jazz incalzanti e serrati, contaminazioni a base di sitar e corali (come il Sabba sopracitato), sospensioni orchestrali. E' un calderone che porta sulla schiena tutti gli anni che ha, che non sono pochi, e indissolubilmente legato alla sua epoca. Ma che non può neanche non esercitare un certo fascino, dopotutto.

venerdì 23 febbraio 2018

Egisto Macchi ‎– Pittura Contemporanea / Pittura Moderna N.1 & 2 (1975)

Continua imperterrita l'opera della Cinedelic, che nel giro di appena due anni si è resa protagonista di ben 8 fra ristampe e recuperi dalla polvere di materiale del benemerito maestro Macchi. Imponente in questo caso l'operazione dedicata alla pittura, con ben 3 vinili di sonorizzazioni registrate nel 1975, di cui soltanto Contemporanea aveva visto la messa su disco all'epoca.
Se di Macchi abbiamo potuto apprezzare maggiormente le opere più visionarie, avanguardistiche ed incompromissorie, non dobbiamo dimenticarci che anche in ambito neoclassico ha avuto la sua voce in capitolo e questa trilogia giganteggia come esempio, e non abbiamo scandagliato neanche la metà della sua discografia. E' una miniera di partiture surrealistiche, melanconiche, disincantate, meditabonde, e come capita alla migliore library, immaginiamoci di entrare in una infinita galleria d'arte dove possiamo gustarci tutto il meglio delle correnti, senza fiato ma senza fretta. 
Gemme di altre epoche.

domenica 28 gennaio 2018

Gnac ‎– The Arrival Of The Fog (2007)

Deliziosa musica cinematica ad opera dell'inglese Mark Tranmer, con un progetto dal nome rilevato direttamente da un libro di Italo Calvino. Strumentali delicati, autunnali, melanconici ed eterei che hanno l'unico limite di essere eseguiti in gran parte al computer o con strumenti sintetici: per composizioni così umilmente umane sarebbero stati molto più calzanti degli arrangiamenti acustici, con un quartetto d'archi magari; ne sarebbe uscita una fantastica soundtrack da camera. Evidentemente Tranmer non ha avuto i mezzi necessari oppure se n'è semplicemente fregato, chi può dirlo. Ci teniamo The arrival of the fog così com'è, con questi quadretti impressionistici dalle strutture circolari che possono ricordare più di una volta le partiture più leggere di Morricone. Un calo nel finale non impedisce comunque di innamorarsi di squisitezze come Nautical Episodes, Vetchinksy Backdrop, Vertical Features, Horizontal Happiness.

sabato 9 dicembre 2017

John Carpenter – Escape From New York (Original Motion Picture Soundtrack) (1981)

Una delle più celebri soundtrack di JC, forse perchè direttamente proporzionale al successo commerciale del film, ma come la gran parte delle sue sonorizzazioni ricca di fascino misterioso e tanto semplice quanto efficace. Nonostante le composizioni fossero farina del suo sacco, il disco in seguito rilasciato a sè stante è co-intestato ad Alan Howarth, che fu responsabile della registrazione, della programmazione dei synth e qualcosa in più di un semplice collaboratore.
Per la futuribilità del film, JC infatti pensò ad un suono più innovativo possibile, e racconta Howarth che portò in studio due dischi: uno dei Tangerine Dream ed uno dei Police. La soundtrack ha un suono secco e smussato, sostenuto da una drum machine metronomica; i ritmi di una parte dei titoli si avvicinano alla new-wave, con un basso pulsante in primo piano. Le figure tastieristiche di JC scavano ossessive ed incompromissorie, orrorifiche solo in piccola parte, perlopiù attinenti al tratteggio sci-fi della pellicola. Non ci sono pezzi a presa immediata come in Halloween o sculture monumentali come in The Fog; Escape from New York è un lavoro monolitico ed a tratti persino orecchiabile (il tema principale su tutti), ma quanta scuola ha fatto...(un genere su tutti, la techno).

martedì 5 dicembre 2017

Ry Cooder ‎– Paris, Texas - Original Motion Picture Soundtrack (1985)

Ovvero come il buon cinema possa regalare emozioni e profondità anche a musiche non particolarmente amate. Di Ry Cooder in sostanza non me n'è mai fregato nulla, non l'ho mai neanche approfondito ma leggendo le cronache non penso di perdermi nulla che mi farebbe girare la testa. 
Per quella pellicola struggente e visionaria di Wim Wenders che fu Paris, Texas, Cooder creò dei paesaggi sliding-blues acustici che, ascoltati nel momento della visione, pensai non fossero per niente male, per essere di servizio. Note stentoree, rarefatte, limpide; una chitarra che pesa i tocchi con riflessione, che fa le impennate e poi piomba a terra, mai narcisa. Disincantata.
Riascoltandolo senza l'ausilio delle immagini, Cooder appare un performer umile, perfettamente calato nella parte, quasi come se fosse uno degli attori. D'altra parte, come si potrebbe pensare a Walt che vagabonda per quelle strade senza la sua musica sotto?
Magistrale.