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martedì 24 maggio 2022

Chrome – The Visitation (1976)

Solitamente relegato a poco più che una curiosità, soprattutto a causa del pauroso avvenire che aspettava i Chrome da lì ad un anno, The Visitation è un disco stranissimo ma degno di rivalutazione e tenendo presente che si trattò di una prima autoproduzione, occorre dare alla buonanima di Damon Edge quello che gli spetta. Nell'attesa di incrociare le scariche elettriche con Helios Creed, il batterista/ideologo lasciava la parte puramente melodica ai competenti John Lambdin e Gary Spain, mentre il cantante era un tal Mike Low, in possesso di una voce dai toni piuttosto alti, con un timbro neutro, non proprio memorabile. La musica era la vera anomalia: con Edge indeciso fra pantomime esotiche ed i suoi caracollanti ritmi ostinati, Lambdin e Spain mettevano in scena uno stranito acid-street-rock con puntine di decadenza e qualche piccolo effetto sci-fi, che qualche critico ha brillantemente definito un'incrocio fra il Brian Eno cantautoriale ed il Santana non ancora trivializzato. Segnali anticipatori di ciò che Edge stava cantierando si possono udire su Return To Zanzibar, Sun Control, Memory Cords Over The Bay. Davvero niente male, e pensare che un discografico interpellato rese i nastri al mittente definendolo un pasticciaccio derivativo dei Doors (..!..).

La feticistica Cleopatra l'ha ristampato in cd nel 2014, e le interessanti liner notes riportano una cronaca dettagliata a cura di Lambdin e Spain sulle origini del gruppo, tratteggiando un ritratto della complessa personalità di Edge e delle dinamiche interne al gruppo, da cui in seguito i due suddetti si ritrovarono fuori per motivi non dipendenti dalle loro volontà. Fecero comunque in tempo a partecipare alla storia ed esserne esclusivi testimoni.

giovedì 19 marzo 2020

Chrome – Retro Transmission (1997)

La storia è ben nota; nell'estate del 1995 un Damon Edge obeso ed in pessimo stato di salute generale morì di attacco cardiaco nel suo appartamento e nessuno se ne accorse per un mese, fino a quando i vicini fecero forzare la porta d'ingresso. Helios Creed solista viaggiava già a gonfie vele da un decennio e poco dopo sentì non meglio previsate voci di corridoio tipo "hey, prendiamoci il nome Chrome e sfruttiamolo, chè è libero", così ri-prese prontamente possesso del marchio, richiamò i fratelli Stench, aggiunse due membri stabili del suo gruppo, si accordò con la Cleopatra e ristabilì l'entità Chrome in madrepatria. Che fosse un tributo all'ex-amico scomparso o che fosse un esigenza di diritti, non ha avuto molta importanza. Retro Transmission era di fatto un suo nuovo album solista, perchè conservava tutti i caratteri dei suoi predecessori; l'unica differenza è che fu il migliore dal 1992, da Kiss To The Brain, quindi si potè salutare come un buon ritorno alla forma per il re dell'Acid-Punk. A parte un paio di cadute di tono e qualche giro a vuoto, il suo cyber-chitarrismo faceva ancora scintille, sia scatenato nelle tracce più anfetaminiche che dilatato in quelle più sulfuree e spacey. Interessanti anche le derive della seconda parte del disco, su sonorità decisamente più rilassate, seppur sempre intrise di quei sentori alieni che il Nostro porta sempre con sè.

martedì 10 luglio 2018

Amon Düül II ‎– Live In London (1973)

Torrenziale testimonianza della grandezza dei Düül sul palco, giustamente celebrati in terra britannica; fra i gruppi tedeschi sulla cresta dell'onda in quegli anni, forse proprio loro erano i più apprezzabili nella perfida Albione, per quell'approccio così fisico ed espanso al tempo stesso.
Registrato nel dicembre 1972, il concerto pescava quasi equamente dal mastodontico Yeti e dal successivo Tanz Der Lemmings, il cui materiale esce addirittura rinforzato dall'impatto in diretta. La ristampa del trentennale in cd ebbe il grande merito di includere materiale aggiuntivo, fra cui una versione ultra dilatata di Soap Shop Rock. Certo, la fedeltà non è di quelle eccezionali, ma siamo di fronte ad una leggenda al top della forma.

giovedì 5 maggio 2016

Screams From The List 44 - Jan Dukes De Grey ‎– Mice And Rats In The Loft (1971)

Splendido esempio di commistione fra folk, progressive ed acid-rock ad opera di questo oscuro trio inglese. Deus-ex machina della situazione era il chitarrista/compositore Derek Noy, in possesso anche di una voce potente ed espressiva. Assieme a lui il fiatista Bairstow, con cui aveva realizzato il debutto Sorcerers nel 1969. Con l'acquisto del batterista Conlan, i JDDG fecero il salto di qualità e diedero alle stampe questo clamoroso secondo e purtroppo ultimo.
L'idea di fondo era tutto sommato simile a quella dei Comus, anche se concretizzata con risultati piuttosto diversi; quella di sviluppare le basi folk tipicamente britanniche, pregne di sensazioni celtiche, e portarle su dimensioni epiche/progressive, ma con una grinta ed una veemenza nuova. Operazione perfettamente riuscita nei 19 minuti di Sun Symphonica, cavalcata complesssa di una bellezza impareggiabile. Sul lato B il matrimonio proseguiva felicemente con la pastorale Call of the wild e con la sfuriata acida della title-track. Imperdibile.

venerdì 16 gennaio 2015

Screams From The List 2 - Amon Düül II - Yeti (1970)

Certo, è inutile dilungarsi ma quanta forza sprigiona ancora Yeti? Questi folli crucchi erano consapevoli che a distanza di oltre 40 anni questo doppo avrebbe avuto un effetto così devastante?
A differenza del precedente, pur fondamentale Phallus Dei, c'è meno magniloquenza e più propulsione animalesca. Le chitarre incendiano l'aria, la sezione ritmica è martellante: le altelene acustico-elettriche da capogiro, le pause mistiche mordono il freno e allentano la tensione opportunamente, nei momenti giusti. Giurerei che la struttura fu studiata a puntino, anche se si direbbe un disco più di pancia che di cervello; al punto che il secondo disco, costituito da improvvisazioni, si fa apprezzare per le sonorità ma è leggermente inferiore al primo. Potrei aver scritto un'eresia?

mercoledì 19 settembre 2012

F / i - Space Mantra (1988) + Split-lp with Boy Dirt Car (1986)


L'involuzione, la barbarizzazione strumentale e concettuale dei primi Hawkwind e dei Pink Floyd altezza Ummagumma conobbe gli americani F / i come massimi esponenti nella seconda metà degli anni '80. Un acid-space-rock rovinoso, a tratti al limite dell'industriale, contrassegnato dalle due chitarre roboanti di Franecki e Wensing, dai sibili di audio-generator ed una ritmica primitiva, nei casi in cui faceva capolino.
Questa ristampa australiana del 2001 raccoglie il masterpiece Space Mantra del 1988 ed uno split di due anni precedente. Monoliti spaventosi come Just to get us off e Shallow inlet of the meadow sono i più rappresentativi, jams tirate oltremisura come una navicella rombante, dalle distorsioni colossali. Notevoli risultati anche con le astrazioni puntute di Another magic window,e Tropic of capricorn, e c'è spazio anche per uno stralcio di melodia con la finale And so it goes,residuato hawkwindiano epoca In search of space.
Al di là delle derivazioni, da ripescare.

venerdì 26 novembre 2010

Jessamine - The Long Arm of Coincidence (1996)

Band dell'Ohio protagonista della prima gloriosa stagione della Kranky, nella seconda metà degli anni '90. Questo secondo album propone una psichedelia abbastanza particolare in quanto gli sbraghi acidi di chitarra e organo vengono ancorati da una sezione ritmica elastica e granitica, in particolare il basso pesante di Smithson, mixato notevolmente alto (forse anche troppo).
Il canovaccio portante dei Jessamine sta in lunghe improvvisazioni in cui il quartetto si compiace un po' troppo delle proprie capacità, spesso strumentali (le parti vocali erano anche evitabili, vista la poca consistenza) e dilatati all'impossibile. Le frasi di organo possono riportare a certe formazioni dei tardi '60, quando non ai Pink Floyd più oscuri. La ritmica saltellante che spesso sale alla ribalta fa venire in mente i Can.
Occorre riconoscere ai Jessamine una certa competenza in materia lisergica, oltre che meramente di tecnica, ma Long Arm of coincidence alla lunga finisce per stancare un po', denotando un autoindulgenza paurosa.

lunedì 4 ottobre 2010

Grateful Dead - Anthem of the sun (1968)

Ancor più di Live/Dead, il secondo albo dei GD contribuì a settare una volta per tutte le coordinate del suono west-coastiano allo stesso modo in cui nello stesso anno lo facevano i grandissimi Quicksilver di Happy Trails o i Jefferson Airplane di After bathing at Baxter's. Lunghissimo ed articolato, Anthem è in parte di studio e in altra dal vivo, ed ha una caratteristica costante che lo differenzia dagli altri dischi dei primi anni: non c'è nulla di folk o country, componente che mi ha sempre sinceramente annoiato (e dominante in American beauty e Workingman's dead) e che credo sia invecchiata molto di più rispetto alle jams saltellanti, vivaci e sballate qui presenti.
In cui la chitarra acrobatica di Garcia è soltanto la punta dell'iceberg; il vortice impetuoso di orchestrazioni è un impasto di coesione perfetta. Diventa complicato discernere i titoli in elenco, vista la soluzione di continuità delle jams che si estendono lunghissime ma mai estenuanti. Sicuramente il lato live aumenta la torrenzialità delle esecuzioni, con un climax viscerale in Alligator, 18 minuti in cui una inusitata variante jazz sopravanza frenetica (merito soprattuto del tentacolare batterista Kreutzmann) proseguendo con Caution e fino a polverizzarsi nel classico incubo di Feedback, un urlo di trip andato a male nella notte.
Inno al sole cocente della California, ad una psichedelia diversa. Autonoma.

domenica 2 maggio 2010

Mudhoney - Piece of cake (1992)

Sono molto legato affettivamente a questo disco, anche se si dice che sia uno degli anelli deboli della discografia di Arm & Co. Era il 1992, in Italia il grunge era ancora vivo e vegeto e mi eccitava non poco la novità, quando il mio amico Luigi mi fece una cassettina C60 con Piece of Cake, che tutt'ora conservo come una delle tante reliquie della mia adolescenza. Benchè siano stati sempre indicati come artisti immobili e dediti sempre allo stesso sound, secondo me rappresentano un'entità dall'integrità artistica inossidabile. D'altronde loro stessi al giorno d'oggi lo ammettono con una candidità disarmante, la mistura di Blue Cheer e Stooges è l'unica cosa che sanno fare e non potrebbero mai provare a fare qualcosa che non si sentono. E poi bisognerebbe aggiungere che Piece of cake fra l'altro è disco variegato, tutt'altro che monocromatico. Accanto agli scossoni punk-fuzz-style classici di No end in sight, Suck You dry, Ritzville (solo per citare i migliori) ci sono tracce più rallentate in cui i Mudhoney dimostravano talento melodico e atmosferico, come la splendida Blinding Sun, When In Rome, Let me let you.
Non lo sentivo da tanto tempo, ma lo trovo sempre valido.

(originalmente pubblicato il 11/09/08)

martedì 20 aprile 2010

Quicksilver M.S. - Happy Trails (1969)

Una leggenda dell'American flower-power di fine anni '60. Con una coppia di chitarre assassine, specialmente quella di John Cipollina (r.i.p.), strutture molto più terrene rispetto ai Grateful Dead, e un sound con meno orpelli rispetto ai Jefferson Airplane, questo concept-album dei Quicksilver M.S. è il mio preferito dell'acid-rock stelle e striscie di 40 anni fa.
Un concept-album sull'amore che ti tiene il fiato sospeso dall'inizio alla fine, con tanto di requiem country-psychedelico nel finale. E ripeto, uno dei più grandi chitarristi blues-rock che abbia mai sentito, capace di acrobazie inimmaginabili sulle note altissime del manico. Il movimento n. 7 è l'apice del disco, nonchè il mio assolo preferito di chitarra forse in assoluto.
Da riscoprire.

(Originalmente pubblicato il 15/01/2008)