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martedì 17 gennaio 2023

Fontaines D.C. – Skinty Fia (2022)


Stavo per tirare un bestemmione anglicano quando ho riflettuto un po' sull'essenza di Skinty Fia, il terzo disco dei battutissimi ed ormai celeberrimi irlandesi. Al primo ascolto non mi ha entusiasmato; innanzutitto parte male con una litania emo-indie dal titolo impronunciabile in lingua, e fatica a carburare almeno fino a metà. Qualche diversivo per fisarmonica, un semi-plagio dei Whipping Boy, un paio di cantilene un po' monotone alla Protomartyr, ed ero pronto alla stroncatura. Ma ad un certo punto arrivano le chicche, Roman Holiday, I Love you, Nabokov, la title-track, ed il livello si alza notevolmente.

Rispetto al precedente, più wave e meno punk, meno grinta e più perdizione. Ciò che resta e salva questo disco dal mio totale dimenticatoio resta l'impressione di personalità, di espressione orgogliosamente francobollata agli stereotipi storici, ma comunque vada sarà un successo (molto è merito del cantante, occorre dire, più per il timbro e l'espressività che per doti tecniche). Ma resta anche il presentimento che dal prossimo disco sarà quasi impossibile confermarsi, a meno di piccole rivoluzioni. Sarà difficile, presumo.

mercoledì 29 dicembre 2021

Protomartyr ‎– Ultimate Success Today (2020)


Buona conferma dei Protomartyr, ormai in possesso di uno di quei trademark distintivi che li rendono bene in vista nell'odierno panorama. Un suono ispido ma mai disturbante, una cifra tecnica modesta (a partire dal cantante, che a quanto pare invece è il personaggio più chiacchierato, forse per le liriche) ma estremamente efficace e composizioni ordinarie quanto ad effetto (The Aphorist su tutte). Io li vedo sempre più come dei National ignoranti, dalle radici punk mai del tutto sopite, con un chitarrista fiero anche nei passaggi più naif.

Il problema di dischi come questo è che oggi li apprezziamo e li ascoltiamo con piacere, ma passato un tempo significativo forse ignoreremo il nome Protomartyr, non conservandone un ricordo significativo.

venerdì 17 dicembre 2021

For Against - December (1989)


Due anni dopo il bel debutto di Echelons, il trio del Nebraska rilanciò con la propria formula da brillantissimi ritardatari del post-dark-punk, ma al contempo rinvigorendo ed irrobustendo la  componente spleen-pop-jingle-jangle che, complice il rimpasto di formazione, verrà smascherato definitivamente qualche anno dopo con il bellissimo Aperture. Più che un disco di transizione, quindi, una conferma di abilità compositive (Sabres, Stranded in Greenland, The Last Laugh) e registrazione, eccellente nonostante l'indipendenza della proposta. Peculiare, più che nell'esordio, il percussionismo di Hill, un performer illuminato ed iper-dinamico (avvicinabile veramente a Stewart Copeland), capace di caratterizzare un suono che generalmente non lasciava molto spazio ai batteristi. Il suo abbandono costringerà il gruppo a cambiare stile in maniera drastica, ma la storia dei For Against proseguirà con ottimi risultati anche molti anni dopo, così come tante altre storie di abbandoni dolorosi e non sostituibili con disinvoltura, a condizione di avere una minima scorta di talento.

lunedì 15 novembre 2021

Idles ‎– Ultra Mono (2020)


Gli Idles ce l'hanno fatta, ad ottenere popolarità, e sono volati in cima alle classifiche di popolarità in Gran Bretagna, complice probabilmente l'effetto Brexit per l'elevato tasso di politica nelle loro declamazioni (e dal loro look si intuisce facilmente da quale parte stanno, direi). Ultra Mono, terzo disco in quattro anni, non differisce per nulla dai precedenti e questo poteva teoricamente rappresentare un limite, quindi il discorso si sposta sul fattore de gustibus, perchè oggettivamente sarebbe difficile mettere in discussione la loro carica adrenalinica. Potrei dire che la presenza (marginale, in verità) di David Yow fa curiosamente venire in mente certe pagine dei Jesus Lizard, con le dovute differenze tecniche, ma sarebbe una forzatura. La deriva quasi gotica di A hymn verso la fine è una tregua significativa ma non sposta l'asse di un granchè. Sempre punk'n'roll sguaiato, dirompente e fracassone, ma fatto dannatamente bene. Per il declino c'è ancora tempo.

sabato 10 luglio 2021

Nocturnal Projections ‎– Inmates In Images (Live 1981-1983)

 

Recupero del 2018 che ripesca 9 tracce registrate dal vivo (presuppongo in studio, vista l'assenza di segnali di un ipotetico pubblico) nei 2/3 anni di attività dei NP. Ciascun fan dei Joy Division dovrebbe provare questo quartetto neozelandese e ne trarrebbe indubbio piacere, all'ascolto del post-punk scuro ed infuocato di queste performance ad alto tasso adrenalinico, non prive comunque di atmosfere plumbee e più meditative che rinforzano il parallelo con gli inglesi. Per chi è grande fan di Peter Jefferies come me, un'altra occasione per constatare, se ce ne fosse stato il bisogno, dell'enorme dote di canto che sfoggiava già in età così giovane. Sugli scudi anche il bassista Jones, dall'incessante stile hookyano. 

A mio avviso superiore alla raccolta dei singoli che costituì la loro opera omnia in studio.

martedì 23 giugno 2020

Siouxsie And The Banshees ‎– Hyaena (1984)

Nello stesso anno in cui dava alle stampe The Top, uno dei lavori più eterogenei e controversi dell'intera saga Cure, Robert Smith campeggiava in bella vista con la sua cofana nel quadrilatero S&TB, non più in veste di guest ma di effettivo, e co-autore di tutti i pezzi di Hyaena. E dava un gran bel contributo ad una band che iniziava a sentire un po' troppo la pressione della Geffen e sfoderava l'ultimo colpo di reni prima di un decadimento inesorabile.
In gran parte Hyaena è il risultato di una maturazione che aveva portato ad una consapevolezza: non andare oltre i propri limiti, ma dato che nella vena migliore ormai era stato dato quasi tutto, provare a fare qualcosina di stravagante e inatteso. Dazzle è un opening abbastanza canonico ma l'intera sezione di archi ad ispessire già dava il senso di barocchismo di lì a venire. Take me back, col suo organo saltellante e gli impasti vocali virtuosi è un divertentissimo divertissment. Il centro pieno è la pianistica Swimming Horses, talmente entusiastica da essere promossa come singolo (l'altro fu la beatlesiana Dear Prudence, un inspiegabile pugno in un occhio), ed oggi ancora memorabile. Al canzoniere gotico di mestiere vanno assegnate Blow the house down e l'epic Bring Me The Head Of The Preacher Man. Il buon Bobby fece il suo pregevolissimo lavoro di cesello chitarristico, arabescato come da situazione generale. Peccato che la Siouxsie non gli fece aprire bocca; quella sarebbe stata la vera innovazione.

domenica 7 giugno 2020

Fall ‎– Live At The Witch Trials (1979)

Primo di 31 (ma Discogs ne conta 97 fra live, raccolte e miscellanee), in un anno che dire storico è riduttivo, ed i Fall erano già un entità a sè stante, con MES ancora non totalmente dittatoriale (la dipendenza dal chitarrista Bramah è tangibile e le tracce totalmente di suo pugno sono solo 2), seppur la formazione già bella cambiata rispetto ad un anno prima.
LATWT denota un influenza beefheartiana di fondo che non è possibile ignorare, depurata dal blues e filtrata attraverso la lezione del punk. Like To Blow e No Xmas For Jonh Keys sono il top, come già intuito nella micidiale quaterna coeva delle Peel Session, e Burns un eccellente batterista, il Drumbo regular della situazione. La tensione scema solo alla fine con la jam Music Scene, una jam tirata un po' troppo per le lunghe, ma l'eccellenza Fall a venire era già bella progettata.

martedì 31 marzo 2020

Wipers ‎– Youth Of America (1981)

Il secondo album dei Wipers, due anni dopo Is this real?, denotava una crescita irregolare. Anzichè progredire verso l'hardcore o verso la new-wave, Greg Sage se ne stava per una strada tutta sua, contribuendo ad una forma embrionica di grunge, grezzo e contaminato in anticipo. La vorticosa Can This Be e la dimessa altalena di No Fair in effetti possono ascriversi a progenitori di Nirvana e dintorni, giustificando la decantata ammirazione di Kurt Cobain. Ma non sarebbe corretto limitarsi a questo: il fragore psichedelico dei 10 minuti della title-track, l'iniziale Taking Too Long, quasi una precursione del Grant Hart adulto, i clangori quasi gotici di Pushing The Extreme ed il lungo melodramma acido di When It's Over, tutto denotava un autore maturo e pronto per un capolavoro omogeneo pronto in canna.

martedì 17 marzo 2020

Public Image Ltd ‎– First Issue (1978)


Si fa presto a dire Metal Box, certo. Ma siamo sicuri di non esserci dimenticati l'importanza di First Issue e la portata di rottura che ha comportato? Quella produzione così precaria ma al tempo stesso così significativa e pregnante?
L'ossessione è il concetto alla base di tutto, con l'apertura shocking di Theme, e avrei voluto vedere le facce e le reazioni all'epoca. Con le felici anomalie di Public Image, Low Life, Attack, inni post-punk tutto sommato ancora nella norma, First Issue è un assalto all'arma bianca art-punk destinato a non essere replicato. Religion II e Annalisa i ponti supremi di passaggio. E la chiusura di Fodderstompf è il k.o finale, come gettare la maschera, digrignare i denti e bofonchiare ma cos'avete capito? Un bel niente, perdenti.

martedì 18 febbraio 2020

Protomartyr – Relatives In Descent (2017)

Ormai, da quando nei primi anni zero ci fu la prima wave del revival della new-wave, non ha più senso parlare di revival. E' diventata la normalità il fatto che escano continuamente band più o meno di talento che immolano il proprio output alla stagione del post-punk, nello stesso modo in cui il punk viveva stagioni di gloria recuperata negli anni '90.
I Protomartyr, di Detroit, sono in giro già da qualche anno e dopo una trafila su micro-labels sono giunti alla Domino, con conseguente promozione a livello mondiale. Relatives in Descent vede l'ennesima fotosintesi che mixa vari dna, ma fa riflettere perchè io ci sento le stesse vibrazioni dei primi Interpol e dei National 2005/2007, il che mi fa preoccupare perchè inizio a pensare di essere seriamente assuefatto, trovando in questo aspetti positivi. Tornando alle influenze originarie, la vocalità di Casey non può non far pensare ad un incrocio fra Ian Curtis e Mark E. Smith, mentre il sound appare interessante per via di questo latente lato gotico che non prende mai il sopravvento, resta confinato e lascia spazio ad una chitarra onesta e ficcante. Per quanto riguarda i pezzi, meglio la prima metà dell'elenco.

mercoledì 15 gennaio 2020

Unmaker - Firmament (2018)

Un altro consiglio ben centrato di Fabio Danieli (datato 30/12/2018, ma ormai i miei tempi sono questi), direi specializzato in revival moderni del post-punk, che diventato 40enne ostenta ancora una vita bella attiva. Unmaker è un quartetto della Virginia, nato per iniziativa di un cantante punk ed un chitarrista metal (a me oscure le formazioni di provenienza), che con Firmament debutta con un bel colpo da pilota automatico (o elaboratore digital-cibernetico) della composizione punk-wave più sulfurea e corrosiva, ma con dei tratti distintivi troppo particolari per passare inosservato o bollato come sterile tributo a chicchessia.
Il cantante, la cui impostazione nasale è chiara mutuazione di quella gloriosa stagione, per timbro e modulazione sembra veramente la versione anfetaminica e tarantolata di un Ian McCulloch o di un Jon King (ma anche quella terrorizzata di un Tony Hadley, per assurdo). La chitarra, una fornace incessante di tessiture alla Geordie Walker, ma visto il retaggio inevitabilmente meno arty e più cruenta. La ritmica, sapientemente spezzettata ed elastica, mette in mostra un'ottimo batterista, tecnicamente superiore alle medie degli originali. A completare l'irresistitibile insieme, una compattezza di suono granitica ed i pezzi, mai mediocri ed in alcuni casi clamorosi (Children of the clouds, Used Future, Through The Firmament, Sura / i).

domenica 16 settembre 2018

Friction - Friction (1980)

Irresistibile art-punk-wave da parte di un trio giapponese che esordì dopo una scorribanda a New York, in cui fece in tempo a partecipare al fuoco della No Wave. Tornati a Tokyo, fecero tesoro di quell'esperienza generando dieci tracce ai limiti di un avant-punk che li potrebbe far fregiare del titolo di Pere Ubu nipponici. Pensiero che viene spontaneo ascoltando le deviazioni deliranti di Out e i singulti dementi di No Thrill in primis, ma è solo una faccia del disco, che si dibatte fra funk bianco ed assalti punk in piena regola, con la voce beffarda del bassista Reck a far quadrare il cerchio alla perfezione. Un delitto averlo scoperto soltanto adesso, come d'altra parte è destino di tanti artisti giapponesi. Automatic Fru., Cool Fool, A-Gas sono quasi ai livelli di Non-Alignemt Pact, Thomas e Ravenstine esclusi.

sabato 16 giugno 2018

Make-Up ‎– In Mass Mind (1998)

Se non ricordo male questo cd mi fu regalato da Blow Up, che fece scegliere fra una rosa di 3 dischi. Devo essere sincero, al tempo non avrei mai comprato nulla dei Make Up; non rientravano fra i miei gusti primari, almeno per quanto recepivo dalle recensioni. Non sono mai stati dei pallini di certa stampa, forse per una proposta che si rifaceva parecchio al passato e perchè non erano certo legati a qualche corrente dominante del periodo. Avevano il potenziale per accattivarsi il pubblico della Jon Spencer Blues Explosion, se non chè anche loro erano in fase calante di popolarità. Trovai il disco molto gradevole e li archiviai, perso in tante altre cose.
A vent'anni di distanza, la mia opinione su In Mass Mind è migliorata: trovo molto fresco il loro mix di garage-soul, post-punk e funk-wave, diversi pezzi sono veri e propri killer e soprattutto occorre rilevare la grande prestazione di Ian Svenonius, un delirante figlio illegittimo di Captain Beefheart, del quale fornisce una versione eunuca, di sicuro mai sentita prima, con degli acuti da spaccare i vetri troppo irresistibili per essere veri. Valore aggiunto di un suono molto semplice ma trascinante.

mercoledì 6 giugno 2018

Gang Of Four ‎– Entertainment! (1979)

Piccolo spazio memoria per una leggenda inglese, una delle tante dell'anno domini 1979. Una di quelle per cui si è parlato talmente tanto che ogni parola sembra superflua, soprattutto dopo il revival che imperversò 15 anni fa e su cui lucrarono formazioni di levatura assai discutibile. Almeno, in quella fase, i Gang Of Four uscirono dal dimenticatoio per le giovani generazioni e riscossero un credito che in vita non avevano avuto modo di ricevere.
Io, invece, li avevo scoperti nel 1993 su Planet Rock. Ecco cos'è adesso, il venticinquennale di quell'anno così importante per le mie orecchie, forse il più importante di tutti perchè da quelle frequenze dorate scoprivo il mondo. Una sera Mixo e Rupert trasmisero Damaged Goods e restai folgorato. Poco tempo dopo comprai, per la somma di 1900 lire, la cassetta forata di A Brief History of the Twentieth Century, una raccolta che la WB aveva messo in commercio nel 1990 e che testimoniava il rapido declino di una band che con Entertainment! aveva marchiato a fuoco la new-wave e dopo 5 anni faceva un funk slavato, quasi da discoteca, con i coretti femminili. I segni del tempo, a cui pochi potevano sfuggire, certo.
Segni del tempo che invece non intaccano Entertainment!, che a 40 anni invece conserva intanto il suo impatto, il suo suono bruciante ed essenziale, la sua essenza originale ed inattaccabile.

sabato 2 giugno 2018

Scream From The List 71 - Good Missionaries ‎– Fire From Heaven (1979)

Per dovere di completezza (oppure per gonfiarla, chissà...) nella List non poteva mancare l'alter ego degli Alternative TV di Vibing un the senile man, il quintetto messo in piedi da un Mark Perry sempre più punk nell'essere anti-punk, con un live registrato in diverse sedi nella primavera del 1979.
Un suono sulfureo, sbilenco e un attitudine spiccatamente free contraddistinguono Fire From Heaven, che recupera alcuni pezzi degli ATV e li adatta alla dimensione da palco; un po' di doti più arty e saremmo stati quasi in area Pop Group coevi (non a caso omaggiati con un breve scheggia di Thief Of Fire) oppure in zona Metal Box, ma il caos regna sovrano in queste allucinate divagazioni in cui l'improvvisazione recitava un ruolo fondamentale. Più post-punk di così era davvero difficile fare; Perry ebbe voglia di strafare e strafece, ma è indubbio che a 40 anni queste dissacrazioni pseudo-avant esercitano ancora un certo fascino.

martedì 24 ottobre 2017

Sleaford Mods ‎– Key Markets (2015)

Il successore del fortunato e rompighiaccio Divide And Exit, e che sostanzialmente non fa altro che ripetere lo stesso canovaccio con una dozzina di pezzi minimali, stentorei ed a loro modo, ossessivi. Anche questo è essere punk: chi si sarebbe aspettato un cambiamento o una spinta verso un'eventuale evoluzione dovrà restare deluso, perchè Williamson e Fearn in fondo non sanno o non vogliono fare altro che questo; è vero che quest'ultimo avrebbe anche potuto cercare qualche soluzione per sviare, ma in fondo se ne è fregato, no? Anzi: English Tapas, uscito all'inizio dell'anno, si è rivelato addirittura più scarno.
Tocca analizzare i dettagli; la formula SM continua a dare dipendenza, e Key Markets è forse il loro disco meno per modo di dire agitato, più cantato, meno abrasivo, più musicale. I capolavori del lotto sono; Tarantula Deadly Cargo, un giro irresistibile dei loro con quella chitarrina che fa quasi scalpore. Il funk scarnificato Silly Me, il post-punk ultra-midollare di Face to Faces, la gag ipercinetica Giddy on the ciggies.  
Poco da fare, la truffa continua.

martedì 29 agosto 2017

Scream From The List 62 - Lemon Kittens ‎– We Buy A Hammer For Daddy (1980)

Si sa, Stapleton è sempre stato uno che, per quanto fosse assurda la sua musica, ha sempre avuto un'occhio di riguardo alle faccende commerciali che lo riguardano. Logico quindi che We Buy A Hammer For Daddy, numero di catalogo 2 della sua United Dairies, facesse capolino nella List. Ma se lo ascoltiamo, allora continuiamo più o meno ingenuamente a credere alla meritocrazia perchè fu un disco che, per quanto fosse distante dalla galassia NWW, aveva dei punti in comune ed una sua peculiarità. Una specie di dada-post-punk cubista messo in piedi da due persone che innanzitutto sapevano suonare, i polistrumentisti Karl Blake e Danielle Dax, ma che facevano di tutto per dimenticarsene. Nella scaletta ci sono 16 episodi che più che pezzi definirei sketches, che passano con disinvoltura fra plumbee ossessioni alla Pil/Pop Group, vignette di cabaret teatrale, sfoggi di nonsense beefheartiani, scorie radioattive di elettronica lo-fi, collages di avanguardia e persino pause ambient. Un po' troppa carne al fuoco, sì, però tanto tanto saporita per i voraci gattini al limone.

lunedì 12 dicembre 2016

Ultravox! ‎– Ha!-Ha!-Ha! (1977)

Quelli con il punto esclamativo, retaggio di un tributo Neu!. Mica quelli senza, col synth-pop, senza John Foxx. Quelli che si trovavano nell'anno del punk a formare un incrocio temporale fra new-wave in piena nascita, sfuriate di rock stradaiolo, vampe di glam, soffi di romanticismo. Memorabili Artificial Life e Distant Smile. Foxx un dandy-punk istrionico, la band trascinante e polivalente. Un disco che ho conosciuto molto molto tardi, poco tempo fa e che mi avrebbe fatto impazzire quando, giovincello, scoprivo la new-wave per conto mio, senza una guida.

mercoledì 22 giugno 2016

Jack Ruby – Hit And Run (1974/77)

Fossero riusciti a pubblicare qualcosa in vita, un posto nella NWW List ai newyorkesi Jack Ruby non gliel'avrebbe tolto proprio nessuno, vicino a quelli più affini come Stooges e Debris'. Ma la loro storia incarna la figura dei losers più incalliti, di una band che perde il controllo del proprio output, della propria formazione e così facendo resta inconcludente. Il batterista/leader Cohen occupa per intero il secondo cd di questa raccolta molto lo-fi, pieno di deliri rumoristici/schizoidi al synth auto-costruito registrato nel 1974, poi guida il gruppo nello stesso anno a sputare un avant-punk sghembo, precario e devastato, in linea perfetta con le intuizioni coetanee dei Pere Ubu, ma anche brutalmente in anticipo sulla No-Wave. Passano 3 anni e il gruppo si riforma con soltanto il chitarrista Gray in comune, nel segno di un punk meno avanguardistico (anche perchè trattasi di evidente presa diretta) ma di quello genuino e trascinante, fiero di esserlo.
Roba che scotta ancora adesso, e che è rimasta sottoterra per troppo tempo (primo recupero nel 2011, questo è del 2014). Il rimpianto resta, perchè con una minima produzione alle spalle chissà cosa avrebbero potuto combinare questi matti.

giovedì 16 giugno 2016

Sleaford Mods ‎– Divide And Exit (2014)

Una delle bands più chiacchierate degli ultimi 2 anni, il duo di Nottingham, è sostanzialmente una truffa. Lo dicono non soltanto i fatti, ma soprattutto le cronache live, in cui il verboso Williamson srotola tutte le sue invettive mentre il compare Fearn schiaccia il tastino del playback facendo partire le basi e poi se ne sta a lato con una bottiglia di birra in mano, facendo su e giù con la testa.
Ma se si ignora quest'aspetto tutto sommato secondario, i due dischi rilasciati negli ultimi 2 anni sono fra le cose più irresistibili nell'ambito intrattenimento di questi tempi. In un certo senso è la classica scoperta dell'acqua calda, che premia la semplicità prima di tutto. Difficile definirlo hip-hop. Williamson è il tipico over-40enne incazzato che non è riuscito a sfondare nel mondo della musica, non certamente un rapper, Fearn un dj alternativo che srotola basi minimali di basso e batteria di squisita matrice post-punk. Il primo pensiero complessivo cade sui Fall, ma certe tracce fanno pensare addirittura ai grooves scurissimi dei Joy Division quando non a Metal Box, con una buona dose di bpm in più. Se si considera l'effetto simpatetico del pesante accento cockney di Williamson, succede che questa roba dà dipendenza pressochè immediata. Poi magari fra un anno o due la rivedrò come spazzatura, ma chi se ne frega. Forse la natura della truffa è proprio questa, di stregare e bruciare rapidamente come fece il miglior punk.