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lunedì 3 aprile 2023

Gong – Flying Teapot (Radio Gnome Invisible Part 1) (1973)


Due anni dopo il fulminante esordio di Camembert Electrique, Daevid Allen si ripresentò con una line-up rivoluzionata e forse più dotata tecnicamente, per dare forma alla Teiera Volante, primo tassello di una trilogia completata nei 2 anni a seguire. Sebbene sia di gran lunga il disco più famoso e celebrato dei Gong, io lo ritengo leggermente inferiore all'esordio, in parte per una maggiore professionalità che andò a scapito delle atmosfere, in parte per le scelte di arrangiamento (troppo sax, passaggi un po' narcisisti ai limiti del jazz-rock). Siamo comunque a livelli ancora molto alti, grazie ai due pilastri della scaletta: la title-track, una cavalcata space-funk che conquista sulla lunga distanza e soprattutto Zero The Hero And The Witch's Spell, che rilancia le geniali invenzioni del precedente con un allucinato e surreale psych-vaudeville pieno di sorprese ad ogni angolo.

venerdì 10 febbraio 2023

Ant-Bee – Pure Electric Honey (1990)


Uno di quegli artisti americani che soltanto PS poteva introdurre all'Europa, Billy James, originalmente un batterista ma poi reinventatosi cantautore ultra-psichedelico negli anni '90. Il suo debutto Pure Electric Honey è un campionario totale di svanimento, grazie a delicate composizioni che si calavano direttamente dagli anni '60 in un atmosfera a dir poco ovattata, ed anche di stordimento, per quanto riguarda i debordanti spazi collagistici, quasi d'avanguardia. Un manifesto dello sballo, che mutua qualcosa dai primi Pink Floyd ma anche dal primo Frank Zappa (non a caso vi suonano alcuni reduci delle Mothers). Un'esperienza sensoriale che necessita di molta attenzione e non sempre fila liscia, ma davvero impressionante nel saper pennellare il concetto di espansione dell'anima.

giovedì 31 marzo 2022

Vocokesh – Paradise Revisited (1998)


Il più grande limite di opere come questa (e probabilmente di tutta la trentina di dischi pubblicati da Franecki alla testa di Vocokesh) è che sono quasi incommentabili, che il giudizio dipende dall'umore del momento in cui li si ascoltano, e soprattutto in base a quanta fretta si ha di consumarli. In questo senso, non c'è moltissima differenza fra Paradise Revisited ed il precedente Smile And Point At The Mountain di 3 anni prima; si tratta di eccellenti manufatti artigianali di freakeria strumentale che distillano i 30 anni precedenti di tutta la storia della psichedelia, declinata in pressochè ogni forma possibile, con i santini di Ummagumma, In search of space, Phallus Dei e Schwingungen in bella vista. Musica derivativa ed improvvisata, ma fatta al meglio delle proprie possibilità. Seppur a rate (la lunghezza è importante), negli ultimi giorni mi sono preso il tempo di rivisitare questo paradiso e l'ho apprezzato a tutto tondo.

venerdì 1 febbraio 2019

F/i ‎– Out Of Space & Out Of Time (1993)


Si sa ben poco di questo CD nel 1993: zero note interne, ma scandagliando la discografia si scopre che è un assemblaggio che pesca dall'LP Why not now? Alan e dallo split con i Boy Dirt Car del 1986, in seguito antologizzato nella ristampa australiana del 2001 che includeva anche il masterpiece Space Mantra. Insomma gran casino ma la sostanza non cambia: free-psych-freak-space-fuzz-rock in libera uscita galattica, in forma di jam ovviamente, dai toni scuri e minacciosi. La grinta lisergica asservita su strutture circolari, con una potenza anche ritmica inusuale per queste zone grigie.
D'altra parte gli F/i provenivano da una zona lontana dai centri nevralgici dell'arte americana, il nord del Wisconsin, e come in tanti altri casi analoghi si seppero ritagliare una propria forma (per quanto la dipendenza dai modelli degli anni '70 fosse evidente) ed espressione.

martedì 22 dicembre 2015

Cannibal Movie ‎– Mondo Music (2012)

Duo tarantino appartenente al filone occult-psychedelia, dall'impianto ristrettissimo: organo vintage che più vintage non si può e batteria stra-essenziale. Mondo music, uscito inizialmente solo su cassetta e poi ristampato l'anno successivo in vinile, è un fascinoso trip mistico-allucinatorio che sembrerebbe essere stato registrato nel 1969, diviso in due tranches da 13 minuti l'uno. La prima più aggressiva e ritmata, la seconda decisamente più meditata, quasi zen.  L'organo schiumoso e stra-carico di riverbero snocciola frasi che richiamano spesso le sonorità del medio Oriente; ma più che parlare di lo-fi mi rifarei ad una filosofia ben precisa di negazione del presente che oltre oceano può trovare affinità con tante altre bands. In ogni caso, tanta stima e lavoro che ipnotizza senza compromessi.

mercoledì 22 aprile 2015

Imbogodom ‎- And They Turned Not When They Went (2012)

Duo intercontinentale composto da Tucker (inglese attivo attualmente come solista su Thrill Jockey) e Beban (etnomusicologo neozelandese). Entrambi non più giovanissimi, condividono l'esperienza Imbogodom come ideale punto d'incontro fra la sensibilità folk-lisergica del primo (agli esordi era nel giro Jackie-O Motherfucker) e il concretismo elettroacustico del secondo.
Il disco pertanto vive di questo scontro; se l'obiettivo era di fondere le due aree, l'impresa non è del tutto riuscita ma nel complesso il risultato è più che buono perchè l'alternanza fra le elegiache ballad psichedeliche di Tucker e le collisioni concreto-astratte di Beban crea sorprese lungo l'arco della scaletta. Molto bravi.

giovedì 1 gennaio 2015

Screams From The List 1 - Gong - Camembert Electrique (1971)

Giunto ormai ad un buon punto nell'ispezione analitica della NWW List, e ringraziando l'amico Vlad per avermi inconsciamente spinto in questo enorme cunicolo in cui mai mi sarei avventurato di mia spontanea iniziativa, mi sento di asserire che alcuni capolavori che non conoscevo valgono ampiamente l'avventura. A parte i capitoli da ascoltare, ho scovato dentro di essa tante perle di sperimentazione da parte di pionieri e/o folli oscurissimi che devono essere approfondite con estrema attenzione. Mi limiterò pertanto a citare quelli che secondo me sono da ascoltare subito o da ascoltare assolutamente.
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Poco considerato rispetto alla trilogia susseguente che ha scolpito il mito freak dei Gong, Camembert Electrique in realtà ebbe il grande pregio di aprire una breccia, ovvero di fondere la psichedelia con le angolazioni più secche del prog e di alternare spassose gag a scenari galattici. Canterbury era già abbondantemente alle spalle, e le scimmie ancora lontane.
Il tutto senza neanche una minima traccia di blues. I presupposti per realizzare un capolavoro fuori dagli schemi c'erano in partenza: la perfetta condizione di Allen, ormai apolide senza speranza e con la stoffa dell'hippy genio pazzoide ormai dotato di una certa esperienza e chitarrista fuori dalle righe, la formazione che vanta una sezione ritmica formidabile ed un arguto fiatista francese.
Le convulse e deliranti You can't kill me, Dynamite, Mister Long Shank  mandano in orbita e gloria il disco, con la follia geometrica delle composizioni e gli incastri senza sosta (molto influenti su Zoogs Rift, mi verrebbe da dire). Momenti magici però anche quando il gruppo allenta le briglie per rilassarsi e rivolgere lo sguardo ad orizzonti più distesi ed aperti, con Tropical Fish, I am your fantasy e Fohat digs holes in space
Un meltin pot da favola; Allen compone e sparge paranormalità in lungo ed in largo, ma la coesione e l'eclettismo del gruppo fu fondamentale per la riuscita finale.


sabato 1 febbraio 2014

Telaio Magnetico - Live 1975

Piuttosto ignorato sia dai cultori del prog che dai cultori di Battiato, anzi ignorato proprio da tutti il Telaio Magnetico. Tant'è che il live fu pubblicato una ventina abbondante di anni dopo, ed in quantità limitatissima di copie.
Ignorato da tutti perchè resta in una terra di nessuno, basata sull'improvvisazione e sul misticismo più sfrontato, in grado comunque di far vibrare corde lisergiche mandate a memoria da Ummagumma (specialmente nelle parti di organo di Di Martino). Insieme a Battiato anche il fiatista Mazza, il percussionista Vaccina e due voci. La Di Benedetto che passava dall'angelico all'estasiato, salvo poi avere improvvisi risvegli ("che ore sono???"): Juri Camisasca invece gorgheggiava fonetico e rapito da chissà quali fantasmi. Di lì a poco si fece frate.
Era comunque molto diverso da ciò che stava facendo all'epoca Battiato, che difatti non era il leader dell'estemporaneo ensemble. Oggi si potrebbe ricordare come un'instabile unità freak mobile, il cui peso artistico è ancora oggi ben tangibile.

domenica 15 dicembre 2013

Squadra Omega - Squadra Omega (2010)

Un altro modo di fare del vintage, nè pedissequo nè che sappia di stantio, citazionista ma che si fa ascoltare con gradevolezza. I 16 minuti di Murder in the mountains sono i più interessanti, paludosa escursione in territori psichedelici che non ha proprio nulla di nuovo ma incuriosisce l'assemblaggio di ritmiche e sax.
All the words you can find è una simpatica pantomima acid-wave, Ermete è fin troppo debitrice dei primi Dead Meadow, Hemen Hetan una jam schizo-blues un po' tirata per le lunghe. 
Al primo ascolto mi era piaciuto di più. Meglio il successivo Le nozze chimiche, più coraggioso.

venerdì 15 novembre 2013

Silver Apples - Contact (1969)

Ho un mio punto di vista sui Silver Apples che va molto contro corrente: furono sì rivoluzionari e pionieri dal punto di vista del suono, ma così valenti nel campo strettamente musicale no, proprio no.
Nè sul primo nè su Contact appare un efficace, palese e lodevole talento musicale. Tutt'al più potrei asserire che l'elemento più interessante erano i ritmi di Taylor, scalcianti e creativi. Ma è stato l'armamentario di effetti su cui era ripiegato Coxe a celare quella che secondo me è una mera pochezza compositiva: le canzoni dei SA sono immerse ancora in tutto e per tutto nei sixties, con la carnevalata di tutta quella serie di spirali e gorgoglii ronzanti che li hanno resi diciamo anticipatori di elettronica e robe molto importanti. Tali canzoni sono perlopiù di una pochezza quasi sconcertante, ma ciò al mondo non è importanto per niente. In fondo erano solo due freaks con un idea in testa e la misero in pratica, guadagnandosi solo fama critica postuma.

domenica 20 ottobre 2013

Sand - Golem (1974)

Dire "un anomalia della scena tedesca" non è corretto, perchè essere anomali era la regola e non l'eccezione, però può aiutare un minimo a capire di che pasta erano fatti i Sand, trio sassone autore soltanto di questo Golem. Anticipatori del folk apocalittico e di atmosfere ottenebranti di certo suono industriale e quindi spontaneamente omaggiati da Tibet e Stapleton anche in termini di ristampe, erano i fratelli Papenburg a basso, chitarra e synth + lo strambo cantante Vester.
Non c'è da dire altro che il disco è di una lungimiranza devastante, eccetto la produzione di Klaus Schulze che indugiò un po' troppo sugli aspetti stoned-spaziali finendo per impastare un po' il suono. L'assenza di batteria provoca uno strano senso di galleggiamento, ed è uno dei motivi per cui si resta un po' contrariati al primo ascolto, ma già al secondo si capisce che questi erano freak d'avanguardia: le spirali ottundenti, gli accordi dolenti e il canto sommesso di Helicopter, le movenze caracollanti nel vuoto di The old loggerhead e soprattutto i 10 minuti di stupefacente thriller che strabordano in Sarah fanno capire che non scherzavano per niente e nulla c'entravano con i pur sodali contemporanei.
Diventa anche logico spiegarsi la dissolvenza nel nulla, chè allora dovevano essere ostici persino alle orecchie più aperte.

venerdì 13 settembre 2013

Raccoo-oo-oon - Behold Secret Kingdom (2007)

Forse non mi stancherò mai di decantare le imprese acide dei Raccoo-oo-oon, gli alfieri dell'avant-psych degli anni zero. Ognuno dei 4 dischi principali pubblicati (escludendo così split e la serie Mythos folkways) è stato protagonista di assemblaggi allucinati che hanno fatto tesoro delle influenze storiche.
BSK lo definirei come un particolare incrocio fra i Can di Aumgn (si ascoltino le voci deformate e la follia dell'impianto), i Chrome di Abstract Nympho, gli Hawkwind più degenerati, quelli dei live per intendersi, ed i primi Gravitar. La sublimazione del tutto fa capo a Fangs and arrow, probabilmente il pezzo più rappresentativo della loro carriera.
Però, però, con qualcosa in più, perchè erano trascinanti e implacabili. Fecero bene a sciogliersi, prima di infilare una china discendente.

domenica 9 giugno 2013

No-Neck Blues Band - Sticks And Stones May Break My Bones (2001)

Collettivo newyorkese dedito ad un free-form-jazz-etnico-psychedelico che più selvaggio non si può. Un senso generale di colto cazzeggio permea questo lunghissima collezione di improvvisazioni, e seppur sia ricchissimo di soluzioni strumentistiche appare alquanto arduo mantenere desta l'attenzione.
Non sempre è un difetto, però: un po' Red Krayola di Parable of the arable land, un po' primi Jackie-O Motherfucker, molto Embryo (con cui infatti hanno diviso uno split), la NNBB da anni non bada a spese e mette a segno calderoni fumiganti di freak-orchestrazioni che immagino essere molto avvincenti dal vivo.
Su disco, beh, ottimo sottofondo per trascendere indietro di molti anni e respirare un aria genuinamente vintagistica planata sul frenetico oggi, senza però far caso all'inevitabile mancanza di ogni filo logico.

mercoledì 20 marzo 2013

Magic Lantern - At the Mountains of Madness (2007)

Cassettina uscita su Not Not Fun che sancì il debutto per Stallones & co, un annetto prima di High Beams e tutta la ramificazione Sun Araw/Super Minerals e conseguente effluvio (o meglio dire, alluvione).
Neanche mezz'ora, divisa in due tronconi: At the mountain of madness è un martellante, ipnotico giro psycho-vintage ripetuto all'infinito. Ovvio che ad attirare l'attenzione siano le variazioni strumentali; una delle chitarre che sembra un sitar, un flautino, le scale di basso, la progressione di volume fino a quando tutto diventa assordante
Sul lato B, Untitled (Live) è un gigantesco ohm per stoners che anticipa ed amplifica di fatto le tendenze separatiste: i droni melmosi dei Super Minerals vs. le derive mistiche in rovina del primissimo Sun Araw.
Freakedelia moderna, ma solo per stretti estimatori.

martedì 25 dicembre 2012

Jackie-O Motherfucker - Valley of Fire (2007)

Ormai non è che ci si possa aspettare più di tanto dai JOMF, dopo le prodezze di una decina d'anni fa. Col padre-padrone Greenwood sbilanciato sempre più verso il folk bucolico, tocca ai compari di turno incidere più o meno sugli svolgimenti armonico-anarcoidi.
Probabilmente una maggior stringatezza negli ultimi 7-8 anni sarebbe stata più indicata, ma avendo chiacchierato una mezz'oretta buona con il gradevolissimo Greenwood un paio d'anni fa quando sono venuti a suonare a Cesena, lo capisco e lo appoggio nelle sue scelte. In fondo c'è sempre qualcosa di interessante in ogni capitolo di questa lunga saga.
In Valley of fire c'è soprattutto questo pezzo incredibile di 20 minuti, We Are / channel zero che esplora dimensioni allucinogene ed espansioni animose con enorme riuscita. Oppure i 9 di Sing, avvolgente space-rock scandito da una stentorea recitazione femminile. Poco più che dignitosi gli altri due titoli in scaletta, rassicuranti melodie agresti (di cui una cover dei Beach Boys) che forse funzionano meglio da disintossicante temporaneo fra le lievi tempeste elettro-magnetiche sopra citate, piuttosto che per il loro valore intrinseco.

giovedì 24 maggio 2012

Cave - Psychic Psummer (2009)

No, non è un reperto archeologico di 40 anni fa. I Cave sono correnti e vengono da Chicago, e potrei definirli come una versione psichedelica-strumentale degli Oneida più krauti, giusto per buttarne una così, la prima che mi viene in mente. Il parallelo si giustifica soprattutto negli unici pezzi con voci, Made in Malaysia, e nella lunga Encino Man.
Hanno delle gran belle idee, anche se spesso si finisce in jam: le perle del disco, Requiem for John Sex e High I Am hanno ritmiche incessanti ed irregolari, scale ipnotiche di tastierine e moog, vortici chitarristici di fuoco. Meno efficaci Gamm e Machine Muscles, ma restano comunque un terzo del disco e quindi il resto basta per battezzare i Cave come elementi da seguire con attenzione.

domenica 6 novembre 2011

Acid Mothers Temple & the Melting Paraiso U.F.O. - La Novia (2000)

Collettivo in pista da oltre 20 anni che incarna perfettamente gli stereotipi dell'estremismo giapponese, del massimalismo, del parossismo, veicolati alla psichedelia più totalizzante e fricchettona.
Una summa di Amon Duul e Hawkwind, a parole grosse. Un tributo alle jam lisergiche dei primi '70, con un occhiolino anche agli stordimenti dei Pink Floyd circa Live at Pompei, con l'aggravante di un leader, il chitarrista Kawabata, che non è particolarmente tecnico ma eccelle nella direzione generale di un ensemble che non sembra avere alcun obiettivo se non quello di produrre sballi su sballi.
La Novia è un mega-viaggio di 40 minuti che forgia sostanzialmente un unico riff epico, di potenza mistica notevole; detto così potrebbe diventare una palla mortale, ma sono le variazioni e le pause a renderlo avvincente, in particolare all'altezza del 30esimo minuto con la sua scomposizione cosmica, nonchè il finale acustico, degnissima quiete dopo la tempesta.
Bois tu de la biere è un affascinante ballad dronica, sommessa ma vitalizzata da vocalizzi femminili di possedimento estatico. E' un breve break prima del tour de force Bon voyage au Lsd, 17 minuti soltanto di dissonanze cosmiche in crescendo (si sfiora quasi l'industriale nei momenti più convulsi), forse un po' raffazzonata ed approssimativa ma di sicura presa per chi ancora trova attrazione per questi suoni così antiquati (me compreso).

martedì 4 ottobre 2011

Richard Youngs - The naive shaman (2005)

Artista inglese che da oltre vent'anni propone un miscuglio abbastanza personale di folk, psichedelia e minimalismo. Nel momento in cui veniva osannato da Blow Up ho cercato di ascoltare qualcosa ma la sua terribile prolificità mi ha spaventato e allora mi sono avvicinato a quello di cui si parlava meglio, ovvero questo The naive shaman.Ora è chiaro che dovrei riprovare con altro, ma sinceramente quando il primo approccio non va tanto bene tendo a diffidare, specialmente se è indicato come uno dei migliori. Il problema di questo disco è che, nonostante le sonorità alquanto interessanti, è di una noia scoraggiante. Trattasi di 5 lunghe tracce ipnotiche per droni, chitarre manipolate e litanie vocali in soluzione di continuità. Già la voce di Youngs non è esattamente di quelle memorabili, e le melodie non sono sufficentemente affascinanti per farsi ricordare nonostante il martello minimale.
Evidentemente devo aver sbagliato titolo, e mi occorrerebbe una dritta differente.

sabato 17 settembre 2011

Wet Hair - Dream (2009)

Una metà dei Raccoo-oo-oon al varo del nuovo progetto. Il farneticante vocalist polistrumentista Reed e il bravo batterista Garbes cambiano pagina e come si evince dalla foto, si danno alle tastierine e alle camicie. Un look ripulito per l'occasione.
Spiace dirlo, ma si tratta di una bruciante delusione. La fantasia freak al potere che rendeva unici i Raccoo-oo-oon è andata a farsi friggere. Dream è un 4-tracce a zero idee, in cui l'estetica ipnagogica prende il sopravvento, e in questo campo se non si è Sun Araw è davvero dura.
4 divagazioni per organo e Casio, effettini space di quarta mano, pochissimo ritmo, delirio vocale da posseduto: in pratica un disco inconcludente.
C'è una sottile differenza fra essere freak con costrutto ed essere strani per il gusto di esserlo: a sentirli, non si direbbe assolutamente che provengono da uno dei gruppi più interessanti della seconda metà dei '00.
E la cosa più stupefacente è che sono riusciti a fare di peggio con lo sconcertante In vogue spirit di quest'anno.

lunedì 25 luglio 2011

Azalia Snail - Fumarole rising (1994)


(scritto da G.C.)
La polistrumentista Azalia Snail (è il suo vero nome), nata nel Maryland, ma formatasi definitivamente nell’ambiente dell’avanguardia newyorchese, segna con la sua opera un’ulteriore evoluzione del pop psichedelico.
La forma canzone, debitamente elaborata, viene resa con esecuzioni o dilatate o sbilenche che solo un’interpretazione facile alle ghiottonerie del luogo comune può imputare a certi sperimentalismi, da lei peraltro ammessi, con droghe allucinogene. In realtà ogni composizione di Fumarole rising è basicamente una ‘bella canzone’ folk trasfigurata volontariamente e lucidamente dal suono spaziale e straniato di chitarra e voce, e resa unica, di volta in volta, da arrangiamenti e trattamenti peculiari; il risultato è quello di render vita ad un collage finale compatto e, ad un tempo, straordinariamente variato. Se, ad esempio, in Fumarole/Fumarole rising, la tromba accompagna sognante la narratrice, nell’iniziale e bellissima Into yr. world i fiati intermezzano trionfanti la elementare struttura testuale; Cast away (the saga of Jeannie Berlin) ha un andamento da filastrocca psichedelica; il breve capolavoro You belong to you presenta percussioni in avanscoperta, voce fluttuante, e ancora i fiati a dare nerbo, sullo sfondo; in Sour cherry è invece l’armonica l’elemento caratterizzante, mentre in Solace nemesis le consuete atmosfere rarefatte si avviano, inopinatamente, ad una coda con solo di chitarra vagamente spagnoleggiante. Please don’t come here annega nel noise deliberato, ma è con i due strumentali Cuckoo clock e, soprattutto, Hidden Addendum che Miss Snail tocca il vertice del suo lato free form: il primo pezzo è dominato dalla chitarra onirica dell’Autrice il cui andamento pare sempre sul punto di slabbrarsi definitivamente; in Hidden, invece, due linee musicali simbiotiche, l’una più pesante e cupa, l’altra sfuggente e spacey, costruiscono quattro minuti dal sapore enigmatico ed arcano.
Azalia Snail delimitò, durante gli anni Novanta, un enclave creativo unico, sconosciuto ai più, le cui vie d’accesso, viste le difficoltà di classificazione, risultano ancor oggi ardue.
Per questo merita l’ascolto e il proselitismo.