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martedì 1 novembre 2022

The Cure - Live Unipol Arena, 31/10/2022






A distanza di 26 anni il mio fratellone ed io ci siamo recati a vedere i Cure, e l'emozione non è stata di certo inferiore a quella dell'epoca. C'è poco da dire, l'equazione Professionalità + Voglia = fa sempre grande spettacolo, a favore di un pubblico (in un Unipol murato di gente, leggo che può arrivare a contenere 20.000 persone) la cui età media suggerisce la riflessione che non c'è stato un ricambio generazionale nella legione dei fans. E ti pare; se non fai un disco da 15 anni, vivi di concerti e ristampe e te ne freghi di tutto il resto, è chiaro che vivi di rendita, per quanto dorata sia. Anche noi (legionari) dopotutto ce ne freghiamo e se la vita ce lo consente, ci gustiamo lo spettacolo.

Arriviamo presto, sul biglietto c'è scritto che inizia alle 19.00 e puntuali arrivano gli scozzesi Twilight Sad. Il primo pezzo mi sembra interessante, ma già al secondo mi sovviene un parere impietoso: sono terribilmente mediocri, con l'aggravante di un cantante in possesso di uno stile che io chiamo arrotondato, tutta enfasi e poco talento. Mi fermo qui perchè non sarebbe giusto infierire. Ce ne andiamo a bere una birra e aspettiamo che finiscano.

Alle 20.15 i Cure entrano alla spicciolata. Sapevo già del rientro di Bamonte, che se ne starà immobile nell'angolo sinistro per tutto il tempo, in gran parte ad una chitarra difficilmente percettibile, ogni tanto ad una tastierina ancor meno. Un po' di ruggine da togliersi addosso, o una necessità di riprendersi il palco con gradualità? Bentornato. Gabrels, maglietta nera e occhialini tondi scuri, farà spesso il gigione, con l'aria di divertirsi da morire e di fare la sua cosetta con fare vagamente annoiato. Gallup, capello da rockabilly, motore perpetuo a fare il solco da una parte all'altra, a 62 anni con le ginocchia d'acciaio inossidabile, e a perpetrare il suo stile immortale. O'Donnell, ormai vicino ai 70 anni, imperturbabile ma forse il più divertito di tutti, a fare le frasine, lanciare le mani in aria e lanciare occhiate scherzose a Gabrels. Cooper, rialzato di un metro abbondante, a fare il metronomo infallibile. Devo dire che l'ho rivalutato parecchio, curiosamente perchè in un paio di pezzi (Burn e Push, forse i più impegnativi) sul maxischermo alle loro spalle venivano proiettate le immagini prima di fronte e poi alle sue spalle da una camera ravvicinata, e ho dovuto ammettere che il suo stile è davvero potente e solido. Vedi cosa vuol dire l'esposizione diretta.

Per ultimo Robert Smith, che si fa una bella passerella osannato, mano sul cuore, trasudante la proverbiale umiltà che l'ha reso una leggenda vivente. Stupisce la brillantezza vocale che a 63 anni non è più così scontata, ma è evidente che si trova in grande forma (mi sembra anche dimagrito rispetto a qualche anno). La stessa passerella se la farà a fine concerto, dopo due bis, ma un po' più lunga per ringraziare il pubblico, passandosi una mano sull'occhio, non si sa se per nascondere una lacrimuccia di commozione o altro. See you again, ecco la chiave di tutto: la voglia di performare ed emozionare la legione ha sempre il sopravvento su qualsiasi altro fattore. La voglia di divertirsi, di fare un po' di quelle pantomime appena abbozzate che lo rendono irresistibile, di snocciolare quelle risatine mai sforzate, senza mai e poi mai sembrare spocchioso o superficiale. E pazienza se quando parla (non lo fa spesso) non si capisce niente. Qualcuno ride, noi ci guardiamo con un pizzico di rimpianto, allarghiamo le braccia e pensiamo sia una battuta divertente.

Il concerto dura due ore e mezzo, le maratone di un tempo forse non è più il caso di farle. Ci sono i 4 inediti del fantomatico nuovo disco (che si preannuncia molto dark....) che sono già stati ampiamente diffusi online, e lo sostengo in tutta franchezza: non sono irresistibili. A parte la buona I could never say goodbye, retta da un giro impressionistico di O'Donnell, sembrano dei lunghi (anche troppo) flussi di coscienza ipnotici e circolari che chissà, magari nel disco funzioneranno meglio. Presi così, fra una colonna e l'altra, non fanno una gran figura. Mi hanno ricordato quella cassetta che fecero nel 1992, Lost Wishes, che conteneva una manciata di strumentali che non andavano da nessuna parte. Speriamo. Per il resto, è sicuramente una scaletta che non riserva sorprese, pagando un buon dazio alla trilogia: 3 pezzi da Seventeen Seconds (monumentale la resa di At night, per me il top della serata), 2 da Faith, 3 da Pornography. Da Disintegration soltanto le 3 hits, grande spazio a The Head On The Door. Zero assoluto post-2000, soltanto 2 pezzi dal 1993 ad oggi. Un set molto poppy, ma suonato con energia inesauribile, con un pezzo dietro l'altro, pause fulminee, con Cooper che spesso batte il 4 mentre Smith e Gabrels si stanno ancora cambiando le chitarre.

Pecca della serata, un grave problema tecnico che è affiorato a più riprese, un'insopportabile saturazione dei bassi che è rimbombata da metà concerto fino a raggiungere l'apoteosi durante l'esecuzione di Faith, rovinata al punto da far esitare Smith nel canto. E' stato davvero deprecabile vedere questo tecnico che si infilava nel palco un paio di volte con fare compassato, dribblava i musicisti e brancolava fra ampli e strumenti alla ricerca del problema. E per fortuna che il problema è stato disinnescato, ma davvero voto zero a chi ha avuto la responsabilità, una cosa del genere a questi livelli non può mai accadere.

Un aficionado posizionato in prima fila nel parterre ha ripreso integralmente l'evento e l'ha già postato stamattina, per cui sarebbe inutile che mettessi qualche nostro video. E' una ripresa con una prospettiva inevitabilmente limitata, ma il suono è di buona qualità. Si trova qui. E davvero, speriamo di see you again.

venerdì 5 agosto 2022

Flaming Lips - Live In Villa Torlonia, San Mauro Pascoli, 02/08/2022


Spettacolo, grande spettacolo martedì sera nell'incantevole location di Villa Torlonia per un'occasione irrinunciabile da me prenotata la stessa mattina in cui uscì la prevendita (non ce ne sarebbe stato bisogno, ma questo dà la misura di quanto lo aspettassi). Un concerto a misura perfettamente umana (occhio e croce un paio di migliaia di persone ben distribuite nel piazzale interno della tenuta) da parte di una leggenda vivente ed in una forma che in tutta franchezza non mi sarei aspettato. Di certo l'entità del pubblico non è paragonabile a quello di cui dispongono in America, ma non si può dire che si siano risparmiati nell'organizzazione dello spettacolo, che come da tradizione ha previsto i classici numeri (Coyne nella bolla, la bolla vuota lanciata in stage-diving, il gonfiabile gigante per Yoshimi, la pioggia di coriandoli, il light-show multicolore, tutte cose ben risapute ma che dal vivo fanno un grande effetto, poco da dire) senza minimamente far passare in sottofondo una performance superba da parte del sestetto sul palco; Coyne istrione e divertentissimo nelle sue presentazioni, vocalmente impeccabile; Drozd e Brown seduti in prima linea ad alternarsi fra chitarre e tastiere ed esaltanti nel lavoro dei cori; Duckworth un tornado metronomico, Ley a doppiarlo ma spesso anche impegnato al basso ed un sesto componente in seconda fila di cui non conosco il nome ma non meno importante, a basso e chitarre. Impossibile non notare il grande lavoro di orchestrazione e l'effetto coesivo di quella che è quasi più una mini-orchestra che una semplice band. Giù il cappello.

La scaletta è praticamente un greatest hits, a partire dall'antica She Don't Use Jelly fino agli highlights del grande American Head, con pochi spazi riservati alle pagine cupe e tanta, tantissima melodia e voglia di divertirsi. Sempre più difficile trovare parole per esprimere il mio entusiasmo nei confronti di questa eminenza psichedelica. Era proprio vero; vederli dal vivo è un'esperienza da fare prima di lasciare questa valle di lacrime.

domenica 8 maggio 2022

Van Der Graaf Generator - Live Teatro Delle Celebrazioni, Bologna 05/05/2022


(Nota: non appena Max si degnerà di passarmi le innumerevoli foto che ha scattato, provvederò a pubblicarne una selezione). Che ogni volta possa essere l'ultima, è un dato di fatto, ma i VDGG sembrano viverla in maniera leggera, leggerissima. Il divertimento di Peter Hammill è stato visibile e contagioso, in questa data al Teatro Delle Celebrazioni di Bologna (non c'ero mai stato, un'acustica eccezionale) che originalmente era prevista per l'aprile di due anni fa. Il suo italiano, notevolmente migliorato, ci ha fatto capire che lo spirito del gruppo era assolutamente sereno, alla vada come vada, siamo ancora noi, con i nostri limiti e la ruggine del tempo, siamo la nostra storia che resta scolpita nella pietra, la rappresentiamo ancora e siamo qui per voi che ci stimate ed avete fatto i biglietti prima del Covid, pazienza se abbiamo due anni in più. Quando annuncia Alfa Berlina, PH parla della genesi e con un sorriso allarga le braccia pronunciando 50 anni fa.... 

Il pubblico è evidentemente composto da fedelissimi stagionati, teste calve in abbondanza, teste calve con zazzere bianche, barbe candide, andature stanche, ma con entusiasmo da ragazzini da vendere. Guy Evans ha sempre lo stesso sguardo impenetrabile, mai una smorfia nè un sorriso; il batterista più apocalittico della storia, dò una notizia, non sbaglia ancora un colpo. Hugh Piè veloce Banton stesso discorso, si aiuta con un monitor sopra la tastiera ma con l'immancabile moto perfetuo di raddrizzare la schiena all'indietro per controllare cosa succede a terra. E PH, sempre più umano ed erratico, erroneo e per l'appunto, divertito, con una forma vocale che a 73 anni e mezzo fa paura. Quando imbraccia la chitarra per Lemmings, capisci che la postura non può essere diversa ed al limite cogli che i riflessi non sono certo più gli stessi; di conseguenza la commozione ed il ringraziamento è maggiore rispetto a 10, 15 anni fa, a questi grandi uomini.

Il repertorio è in larga parte dedicato a Do Not Disturb e A Grounding In Numbers, a riprova della fierezza più recente e della fiducia in quanto (presumo faticosamente) messo a punto in età già avanzata, o perchè no, per la stanchezza e la dedizione che richiedono i numeri più antichi, per quanto più amati dal pubblico. Saremo anche vecchie cariatidi, ma abbiamo un orgoglio grande così, oltre che il cuore. Spicca l'inaspettato recupero di Masks, il brivido teatrale di Childlike e pazienza se House with no door, invocata più volte da un esuberante spettatore, viene eseguita nel bis con più di un indecisione e qualche accordo sbagliato. Se sia l'ultima volta, non lo so, ma non è mai troppo tardi per il Generatore, perchè è eterno e può trovare sempre nuovi estimatori. Giusto, Max?

martedì 7 maggio 2019

Umberto Maria Giardini - Live Covo, Bologna 04/05/2019


Mia terza presenza ad un concerto di UMG, e l'ingiustizia prosegue senza pietà. Soltanto un centinaio di presenze sabato sera al Covo, per la tappa casalinga del tour di Forma Mentis. Non è che si spera in un exploit di popolarità da parte sua, soprattutto alla luce di un disco spigoloso (si fa per dire, almeno nelle sonorità) che l'ha fatto perlomeno rinascere dopo le risacche un po' stanche di Futuro Proximo. Ma il fatto che non raccolga consensi resta inspiegabile, a mio parere.
Un po' si spiega anche con l'età media del pubblico, che direi aggirarsi fra i 35 ed i 40 anni. Di certo Umberto non fa proseliti fra i più giovani, ed il suo prezioso cantautoriato resta radicato in un auto-classicismo che difficilmente subirà cambiamenti traumatici in futuro. Ma non c'è problema, ce lo teniamo noi, e anche stretto. 
L'acustica del Covo, si sa, è il suo punto debole. Lo scuro tunnel non favorisce l'impasto di un set che è fragoroso. Tant'è che dopo il 2/3° pezzo, Umberto chiede al pubblico se il volume è troppo forte. Ha ragione, è vero, ma è troppo educato e sensibile per insistere, e nessuno si sente di ammettere e fare outing che sì, i volumi sono assordanti e forse non basterebbe neanche arretrare di 20 metri per assaporarlo meglio. Per cui il pubblico risponde NO, lui sorride e dice Va bene, allora andiamo avanti.
Il trio che lo sospinge è valido. Il chitarrista, ormai fido da diversi anni, è chirurgico e ne apprezziamo le piccole varianti. Il batterista picchia forte, forse un po' troppo, ma è altrettanto preciso. Il bassista fa il suo, l'unico appunto è dovuto alle sue espressioni facciali...
Umberto è il solito, infallibile mostro vocale, e graffia forte anche con le sue Gibson, soprattutto con la SG.  Il repertorio è recentissimo, pesca soltanto dagli ultimi 3 album (neanche un estratto dalla Dieta dell'imperatrice, peccato....), ed ha il suo top nell'energetica accoppiata di Argo e Materia Nera, di gran lunga il frangente più alto di Forma Mentis.  
Dopo un ora e mezza di set, usciamo con le orecchie un po' tramortite nella fredda serata bolognese. Il Covo resta sempre una leggenda dell'alternatività felsinea, e gli vogliamo comunque bene.

 

lunedì 10 dicembre 2018

lunedì 31 luglio 2017

Arab Strap - Live in Covo, Bologna, 29-07-2017

Appuntamento con la nostalgia, venerdì scorso, al Covo. A 11 anni di distanza da quando, in un Estragon semivuoto, gli AS salutarono col farewell tour, rivedo per la quarta volta uno dei gruppi che in assoluto ho amato di più nella mia vita. Occasione inaspettata ma non troppo, vista la reunion dell'Ottobre scorso in patria che evidentemente ha fruttato risultati positivi per incoraggiarli ad imbarcarsi verso il Continente. Invero, la location bolognese non è delle più esclusive, ma bisogna fare i conti col presente: altro che i palchi giganteschi dell'Estragon o di Urbino, il cortile del Casalone ritaglia per loro una dimensione decisamente raccolta, quasi casereccia. Il pubblico, non più di 250/300 persone, è comunque di quello storico, di un età media direi intorno ai 35; i fedelissimi non li hanno certo dimenticati, e pazienza se non potevano esserci tutti....
Undici anni però che non sembrano passati, alla resa dei conti; il mondo nel frattempo è cambiato ma per loro resta tutto immutato. Persino la line-up sembra essere cambiata di poco; esclusi bassista e batterista, il pianista/secondo chitarrista giurerei essere lo stesso del 2006, raffinato ed elegante, mentre la rossa violinista dovrebbe essere una delle due epoca Monday at the Hug & Pint. Materiale nuovo non ce n'è, e l'ora e mezza di concerto è praticamente un greatest hits: discutibile quanto l'assemblaggio che la Chemikal ha rilasciato per la reunion. Una scaletta che non brilla certo per coraggio, affidandosi alle melodie più accattivanti del repertorio o comunque più collaudate.
Dal primo: The first big weekend, Blood
Da Philopohobia; Soaps, Here We Go, Piglet
Da The red thread: Scenery, Turbulence
Da Monday at the Hug & Pint: The Shy Retirer, Fucking Little Bastards,
Who Named The Days?
Da The Last Romance: Stink, Don't Ask me to dance, Speed Date
Extra-album: Girls of summer, Rocket take your turn
Nessun estratto, ahimè, da Elephant Shoe, un disco che amo ancora alla follia ma che evidentemente M&M hanno bocciato fin da quando uscì, l'unico su major, l'unico fuori da Chemikal. Ma al di là di quello, nessuna traccia oscura, di quelle strabordanti di spleen ed esistenzialismo; per fare qualche esempio, niente The devil tips, The long sea, Phone me tonight, Night before the funeral, Glue. Lo so che è un ragionamento egoistico, io rifletto da fan e questo concerto purtroppo mi lascia un po' l'amaro in bocca, mi ha dato l'idea di essere un po' troppo professionale e senza scossoni: Aidan non è mai stato così intonato e lucido, Malcolm non ha fatto nemmeno una stecca, gli accompagnatori sono stati infallibili; se analizziamo il concerto da questo punto di vista, nell'immediato ne sono stato entusiasta e trascinato, ma già tornando a casa realizzavo che quegli Arab Strap di un tempo, quelli un po' ubriachi, sbilenchi e precari non torneranno mai più.
Ma pensiamoci bene, non è forse la crescita in sè che porta il cambiamento e fa rinsavire, parzialmente o più? Sarebbe come ritrovare i vecchi amici e restare delusi perchè non si fanno più le cazzate di un tempo, perchè si ride di meno e si parla di argomenti che allora non ci avrebbero minimamente interessato. Padri di famiglia, schiavi di un lavoro, pensierati e responsabili.
In due parole filosofiche, la vita è così.
Ed allora, bentornati cari vecchi amici Arab Strap. Vi voglio bene, sempre.

lunedì 24 ottobre 2016

Kukan Gendai - Live In Area Sismica, 23/10/2016

Clamoroso colpo dell'Area Sismica che questa sera si era assicurata la prima performance in Italia dei Kukan Gendai, il fenomenale avant-rock-trio giapponese che avevamo conosciuto grazie alle meticolose ricerche di Savini su Blow Up.
Anzi, più che sera, tardo pomeriggio, dato che l'orario schedulato per il live era alle 18.00, piuttosto bizzarro a dir la verità ma perchè no, gradito soprattutto per chi ha famiglia; possibile soltanto di domenica, probabilmente, ma la reputo una trovata abbastanza geniale. Intorno alle 18.40 i tre (piuttosto giovani all'apparenza, nonostante le cronache datino la fondazione al 2006) salgono sul palchetto e come per magia le premesse che avevamo intuito su disco diventano realtà, visibile e soprattuto udibile.
Spettacolari. Sostituirei la parola math-rock con sci-rock, viste le geometrie impossibili, gli incastri millimetrici, le svolte spericolate che questo crudissimo avant-funk-core mette sul piatto. Tutto ruota attorno al batterista Yamada, che ineffabile e chirurgico guida le ritmiche ultra-spezzettate di quest'oretta scarsa, suonata senza prender fiato un'attimo. Viene da chiedersi quanto tempo passino a provare, vista la coesione paurosa con cui il bassista Koyano ed il chitarrista Noguchi (che si occupa persino di vocalizzi fugaci ed isterici, a seminare ancor più tensione in un suono già nervosissimo) lo francobollano e fanno singhiozzare le costruzioni impossibili dei KG. Una band così poteva uscire soltanto dal Sol Levante. Applausi a loro ed all'Area Sismica.

sabato 12 settembre 2015

The Wild Bunch II - William Basinski, Fabrizio M. Palumbo, Paul Beauchamp Live Neon Cafe Rimini 11-09-2015

Grazie allo splendido operato di Matteo Botteghi del Neon Cafè di Rimini, ieri sera abbiamo avuto il piacere di assistere ad un piccolo grande evento (per pochi intimi, ovviamente) che ha raccolto 3 artisti profondamente diversi fra di loro.
Per me l'entusiasmo era dovuto ovviamente alla presenza di Basinski, di cui sono grande fan; senza nulla togliere agli altri due che lo hanno preceduto, e che peraltro ho apprezzato parecchio. Palumbo non è certo l'ultimo arrivato, ma le sue pagine fuori dai Larsen non mi hanno mai entusiasmato molto e quindi partivo un po' prevenuto; invece la sua performance è stata davvero notevole.
Arriviamo al Neon Cafè e Matteo, dopo averci annunciato con rammarico che non potrà più organizzare eventi allo splendido Melting Box di Viserba, ci indica, sul palazzo situato all'altro lato della strada, una grande vetrata al primo piano: si tratta di uno stanzone normalmente adibito a galleria d'arte.

Si inizia con l'americano Paul Beauchamp, compagno di Palumbo nel progetto Blind Cave Salamander e nella vita. Due pezzi per lui, il primo un fosco ambientale per drones, sdentellamenti e archetto su sega. Dopo essersi presentato con un italiano pressochè perfetto, va col secondo che parte con agresti loops di dulcimer e decolla con l'elettronica sporca, in un crescendo che sfocia in un finale davvero tempestoso. Molto bravo.
Palumbo si siede con una Stratocaster grigia: buona parte del suo set è imperniato su un croonering apocalittico per pennate energiche e grande enfasi vocale. Il meglio di sè però lo dà quando decide di deragliare, ovvero quando imbraccia e maltratta la viola elettrica, quando manda in corto circuito i feedbacks e soprattutto nella fase in cui si alza e fa il giro della stanza con un tamburello e due trombette di carnevale, mentre in sottofondo rimbomba una selva inestricabile di risonanze. Memorabile.

Arriva il momento del grande Billy, in possesso di una forma fisica davvero notevole per i suoi 57 anni, e che ostenta fin da subito simpatia e genuinità contagiose. Spiega che non esegue il suo ultimo disco, Cascade, perchè l'ha già suonato un anno fa sempre a Rimini, così annuncia una graditissima Vivian & Ondine (2009) e si mette all'opera aprendo una scatola di very bad dolcetti americani che contengono i suoi famosi nastri magnetici.
Così possiamo scoprire, almeno all'apparenza, il suo metodo di lavoro nel creare meravigliose sculture di suono: una volta inserito il loop principale in uno dei due lettori, sorteggia un nastro dalla scatola dei dolci, lo esamina alla luce di una lampadina e lo inserisce nell'altro lettore. A questo punto si mette a lavorare fra mixer e laptop, dopodichè estrae il nastro, lo inserisce nel contenitore degli usati e ne estrae uno nuovo. E così via, con l'arte sublima delle sue suites che ci proietta rapidamente nella basinsk-sfera.
Al termine della performance, alcuni curiosi (fra cui noi) si avvicinano al banco e il buon Billy, sempre sorridente, mostra l'armamentario tecnico e scherza facendo volteggiare i nastri in mano, chiamandoli spaghetti! Decisamente non ci aspettavamo un personaggio così.
Giù il cappello.

lunedì 7 aprile 2014

Mark Kozelek - Live in Bronson sabato 05-04

E' sempre un po' il compimento di un piccolo sogno, trovarsi di fronte ad uno dei propri miti. A vent'anni da quando comprai ed ascoltai Bridge, riesco a veder suonare il caro vecchio Mark, sabato sera al Bronson.
Come pre-annunciato dallo staff, un live in solitaria della durata di due ore. Saluto con piacere il ritorno ad una forma compositiva stellare per il nostro, iniziata 4 anni fa con Admiral fell promises; il nuovissimo Benji è zeppo di belle songs, ricche di pathos come soltanto lui può catturarle in aria, riversarle sulla chitarra acustica (davvero notevole il suo fingepicking) e contornarle di quella voce, quella voce, quella voce.....Diretta verso il mezzo secondo di età quella voce è matura, forse lievemente arrochita, e così stagionata suona quasi meglio di 20 anni fa.
Ovviamente non ricordo neanche un titolo, riconosco qualcuna delle più belle, ma....neanche una vecchia nella scaletta, questo il mio unico rimpianto. Mark sembra aver cancellato il passato RHP, unica pecca di un concerto che lo ha visto come sua abitudine scherzare col pubblico, chiedere il dialogo e snocciolare battute ridanciane. Ma nel complesso sono state due ore incantevoli, caro vecchio Mark.

domenica 23 marzo 2014

The Necks Live In Melting Box, Rimini, sabato 22-03

(la location di giorno)
(la location in notturna)
(prima del live)
Nell'avveniristica situazione del Melting Box, situato alla periferia di Rimini, ieri sera si è tenuto un piccolo grande avvenimento culturale. Grazie all'operato del simpatico Matteo, gestore di un bar riminese e curiosa controfigura di Frank Zappa, il trio australiano fuoriclasse dei Necks ha tenuto un concerto per pochi intimi (saremo stati neanche una quarantina), seduti sul pavimento a pochi centimetri dagli stessi. Osservare i maestri in azione e subirne l'impro-opera in una situazione così diretta (quasi intima, direi) per me è stata un esperienza di enorme intensità.
Prima di tutto, la location. Una specie di hangar in lamiera grecata esterna con la parete che dà sul giardino inclinata di 45° verso l'esterno, di proprietà di uno studio di architettura. Luogo che non sembra proprio avvezzo ad ospitare concerti, da qui la quasi necessità di sedersi sul duro pavimento, ma dal fascino indiscutibile.
Intorno alle 22.30 F.M. Palumbo dei Larsen, il loro agente nazionale, annuncia l'inizio del live, diviso in due tronconi di un ora separati da una breve pausa. I tre, con fare rilassato e sornione, prendono posizione.
Le dinamiche interne sembrano elementari quanto misteriose. Tutto parte da una frase di pochissime note di Swanton al contrabbasso, dopo un paio di minuti Abrahams inizia a sgocciolare qualche nota al piano, con parsimonia. L'ultimo ad entrare è Buck, che secondo me è stato l'elemento più interessante da osservare: il suo stile alla batteria è unico ed inclassificabile.
Come un motore che necessita di scaldarsi a dovere, l'alchimia dei Necks ha bisogno di carburare con pazienza ed estrema concentrazione. In tal senso, la seconda ora è stata letteralmente fenomenale.
Nel momento a mio avviso più memorabile della performance, visibile nel 4° video fra i sottostanti, Abrahams stava compiendo giochi di prestigio sulle note più alte della tastiera con una gragnuola di note impenetrabili, prima di entrare nel tunnel minimalistico con l'uso massiccio del pedale destro. Swanton distillava note profonde prima di estrarre l'archetto e creare un muro di suono dronico che riempiva tutto l'hangar. Buck posizionava un piattino sul tom alto, prendeva in mano una di quelle racchettine con le palline all'estremità di laccetti e la faceva ruotare fra il rullante e il tom stesso, generando colpi random delle palline che battevano sul piattino o sul rullante o sulla pelle del tom o sui ferri di circonferenza. Prima di prendere le bacchette e farle battere come ali di calabrone sul ride per svariati minuti.
Questi sono solo esempi dell'immensa maestria degli australiani, capaci di ipnotizzarci per due ore senza che ce ne accorgessimo. So che dovrebbero tornare nel prossimo autunno, anche se non ci sono date prenotate al momento; spero di rivederli ardentemente.

domenica 16 marzo 2014

Woodworm Festival al Locomotiv Club, venerdì 14

La Woodworm mi appare come un prototipo esemplare di indie italiana moderna, una specie di La7 alternativa: raccoglie glorie nazionali più o meno stagionate, rimescolamenti e qualche gioventù assortita di indubbio appeal moderno. Il sito è esemplare: grafica poco meno che essenziale, sponsor bene in evidenza e la pagina dei servizi offerti che denota una professionalità di matrice aziendale chiara e precisa. Di questi tempi, per sopravvivere occorre questo e ben altro.
Un plauso va sicuro per l'iniziativa, una tre sere per 6 entità del rooster di buon richiamo. I sentimenti finali sono misti. Giungiamo al Locomotiv alle 22.30, nella fiducia che non ci saranno ritardi vista l'ingenza numerica delle esibizioni: i Crazy World of Mr. Rubik stanno già suonando, non li conosco ma mi sembrano davvero poca roba. Passiamo oltre e sale il mitico Umberto Giardini, accompagnato soltanto dal suo chitarrista: soltanto 20-25 minuti ma di grandissima intensità, per un pugno di pezzi recenti, nudi e crudi. La bellezza degli stessi e la sua grandissima vocalità sopperiscono appieno la mancanza della sezione ritmica.
E' il turno dei Julie's Haircut, altri veterani della scena. Non sono mai impazzito particolarmente per loro, e guardandoli purtroppo ottengo solo conferme. Il loro set è troppo lungo (40-45 minuti), i pezzi monotoni e ben poco originali: un pasticcio di post-rock, psichedelia, motorik e indie-shoe-gaze senza tanta fantasia che non è nè carne nè pesce, con cover finale di Planet Caravan dei Black Sabbath che affossa tutto (Succi, perchè ti sei prestato???). Una brutta copia dei Giardini di Mirò, 
Ben altra storia il live di Manzan aka Bologna Violenta, improntato sul tema della gang della Uno Bianca come il suo disco fresco di uscita: la storia viene proiettata dietro al palco, ma si è indecisi se guardare il filmato o osservare Manzan che è spettacolare di suo, nel torturare chirurgicamente la SG, in preda al raptus continuo delle basi convulse ed ipercinetiche. Nel finale estrae il suo violino per eseguire il requiem delle gesta dei Savi, catturati dopo anni di crimini efferati. Bellissimo ed avvincente.
A quel punto speravamo di assistere al live dei Bachi, ma non avevamo fatto i conti con i Fast Animals and Slow Kids, che non conosciamo. Abbiamo dato un occhiata all'orologio, erano quasi le 2 e la stanchezza accumulata durante la settimana lavorativa, unita all'ora di strada necessaria per raggiungere casa, ci ha fatti desistere dal proseguio. Peccato.

domenica 10 febbraio 2013

Sal Mineo: Xiu Xiu + Eugene Robinson - Live in Locomotiv, 09-02


 Non avendo mai visto nessuno dei personaggi dal vivo e non sapendo minimamente che cosa ci aspettava, ieri sera ci siamo recati al Locomotiv con grande curiosità. Essendo fans di lunga data di entrambi, l'occasione era ghiotta.
Intorno alle 23.30, un pubblico ridotto a pochi intimi (una cinquantina, ad occhio e croce), sotto la cappa di un dj-set alquanto discutibile attendeva

ancora l'entrata in scena del curioso progetto che coinvolge due eminenze grigie dell'America più sporca e deviata.
Stewart si sistema dietro un grande tavolo stracolmo di apparecchiature elettroniche.


L'imponente Robinson si accomoda in una spartana sedia di  plastica rossa con fare accigliato.
Il primo inizia a trafficare con sibili, gorgoglii, spirali di rumorismo assortito e quant'altro necessario a seminare un panico disorientante e dissonante. Di tanto in tanto si alza e picchia con violenza su un paio di crash sistemati alla sua sinistra, oppure fa un baccano bestiale con percussioni e kazoo in un microfono laterale.


Il secondo inizia il suo monologo, fatto di sospiri, ruggiti, iperboli e sguardi minacciosi di odio recondito.
E' durato 40 minuti in tutto.
Ci sono stati soltanto un paio di momenti di pausa, in cui Stewart intonava una tenue melodia al synth. Ci volevano, per stemperare l'estrema tensione sprigionata.

Al termine, il momento più teatrale della performance mi ha colpito molto. Man mano che i suoni perdevano potenza ed andavano in fading, Robinson dà un tacco alla sedia facendola cadere alle sue spalle.
Raccoglie mestamente i suoi panni per terra e si accovaccia in bilico sulla sedia rovesciata, guardando in basso con fare deluso e sconsolato. E' l'antitesi di tutto ciò che aveva lasciato intendere fino ad un minuto prima.
Missione compiuta: pur essendo una performance estremamente ostica, la limitata durata ci ha lasciato con la voglia di viverne un'altro po'. Complimenti.

lunedì 24 settembre 2012

Radiohead - Live in Firenze 23/09/2012

A volte è bello anche scoprire l'acqua calda. Io ad esempio fino a ieri sera non avevo mai visto i Radiohead dal vivo e intraprendendo questa trasferta fiorentina non è che mi aspettassi mari e monti.
Questo in quanto già da qualche anno ritengo che abbiano dato il meglio di loro stessi, il che è anche abbastanza ingeneroso visto i 2-3 capolavori che seppero sfornare 10-15 anni fa, e dopotutto In rainbows e King of limbs sono tutt'altro che brutti dischi. Semplicemente è il caso di una band che fa storia e successo mondiale e poi cerca di tenersi a galla dello standard qualitativo a cui ha abituato il proprio pubblico.
Seppur fossi lontanissimo dal palco, invece ho potuto udire un bellissimo live in cui i RH compiono, come da rituale, la miracolosa foto-sintesi fra perfetta professionalità e velleità artistiche. Oltre a rispolverare vecchie perle per certi versi inaspettate (How to disappear completely e You and whose army, da brividi), mi hanno colpito fortemente per la resa lirica generale e per le emozioni dispensate a iosa.
A dispetto di me stesso, pertanto; grandi, dopotutto.

venerdì 1 giugno 2012

Codeine - Live in Locomotiv 31-05-2012

Alcune volte la numerologia fa riflettere. 18 anni fa avevo 18 anni ed usciva l'ultimo atto dei Codeine, un disco che mi sconvolse e che amai come pochissimi altri. E poi a chiedermi perchè Immerwahr ed Engle si fossero dissolti così nel nulla, senza lasciare una traccia. Poi qualche anno fa all'improvviso l'intervista esclusiva su Blow Up in occasione di un memoriale, in cui si parlava soltanto di un uscita che raccogliesse le rarità e gli inediti, che poi provvidi ad autocostruirmi da solo. In quella sede dichiaravano che sarebbe uscita presto: sono passati 6 anni e con la loro proverbiale lentezza ci sono arrivati. Si chiama When I see the sun.
Un paio di mesi fa, la notizia di una reunion dal vivo mi ha fatto trasalire. Ieri sera c'è stata l'unica data italiana al Locomotiv e non nascondo che è stata una grande emozione per me riuscire a vederli, non tanto per l'indiscutibile importanza storica che hanno avuto quanto per il legame affettivo che ho con i newyorkesi.
Avevo pensato fra me e me che la location non fosse quella ideale: un evento del genere forse sarebbe stato più consono all'Estragon. Alla fine invece il locale mi è sembrato pieno il giusto, senza il classico effetto sardina. Durante i due supporti (bravi i secondi, un trio epic-instru che evità quasi qualsiasi banalità) vedo e riconosco Engle, occhialuto e col capello completamente imbiancato. Il batterista è Brokaw; speravo ci fosse Scharin, ma va bene lo stesso.
Il pubblico mi sorprende: mi attendevo una selva di quarantenni e dintorni ed invece l'età media mi sembra abbastanza bassa. E' comunque disciplinatissimo ed ascolta in religioso silenzio fin da quando, alle 23.20, la codeina ci viene iniettata in corpo.
Immerwahr annuncia laconicamente Good evening, we're Codeine from NYC. E parte subito D.
Sono timidi e composti, sono lo specchio della loro musica. La voce è rimasta lo stesso sibilo fragile. Engle è fermo come un palo della luce, viso perennemente rivolto verso la tastiera della Telecaster. Brokaw sferraglia marmoreo come da copione, e la sua presenza non esclude gli estratti da White Birch: versioni leggermente ridotte di Tom e Sea, poi Loss Leader e Vacancy.














Lo scienziato-nella-vita snocciola qualche battuta, oltre a ribadire quanto sia bello ed emozionante per loro essere qui. La presa in giro ad Engle in difficoltà nell'accordarsi (questi sono i contro di avere un chitarrista nella band), la l'ultima volta in cui sono stato a Bologna penso voi aveste 10 anni, nel frattempo siete cresciuti bene, la dopo 18 anni è veramente dura suonare. Da Barely real compaiono la title-track, la potentissima Jr. e la meraviglia Realize. C'è spazio persino per la rara Median, che eseguirono soltanto in una Peel Session del 1992.
Da Frigid stars la già citata D, Cigarette machine, Cave-in, Pickup song, la chiosa acustica di Pea, corollario finale insieme a quella Broken hearted-wine che Immerwahr annuncia con un tono di malinconia (vi salutiamo con un pezzo che non è triste, bensì è non felice, o qualcosa del genere).
Prendo coscienza del fatto che quindi è vero, è un tour d'addio vero e proprio, quello che magari non riuscirono a fare in vita, consapevolmente.




mercoledì 21 marzo 2012

Keiji Haino - Ritagli di performance

Complici la mia lontananza dal palco, la quasi totale assenza di luci e la bassa fedeltà della mia fotocamera, questi 4 filmati servono essenzialmente come sampler sonori della performance di KJ di giovedì scorso.
Ogni tanto si vede la sagoma del guerriero, comunque...






venerdì 16 marzo 2012

Keiji Haino e Stephen O'Malley - Live in Teatro Rasi, Ravenna 15-03


Spettacolo di ultra-cult per la prima serata del Transmissions a cura del Bronson, che con O'Malley direttore riesce a portare in quel di Ravenna nientemeno che il classe 1952 Keiji Haino.
Il palco è quello discreto del piccolo teatro Rasi in centro, spettatori circa 200, per una serata adatta ai fortissimi di cuore e dalle orecchie ben allenate e resistenti.
Apre il direttore stesso, immerso nel buio più totale per una mezz'oretta circa di scudisciate ultra-doom annegate nel feedback. Non che sinceramente mi aspettassi molto altro da colui che si è fatto conoscere come metà di Sunn O))), ma in cuor mio un pochettino ci speravo. D'altra parte le formazioni in cui lo preferisco sono Aethenor e Khanate, quindi....
Comunque, l'attrattiva principale era senza alcun dubbio KH, ed è stato un vero spettacolo di arte incontaminata e incompromissoria. Considerando l'età, sembra veramente un miracolo della natura vedere questo folletto magrissimo dalla lunga chioma canuta ed immancabili occhiali scuri agitarsi a scatti da un lato all'altro in preda a chissà quali demoni, tirare fuori una voce così irruente e delirante senza fare una piega, ma soprattutto sfoderare una performance intensissima di (credo) 1 ora e un quarto senza fermarsi un-attimo-uno.
E' l'eclettismo micidiale del nostro che rende lo show unico ed irripetibile. L'attrezzatura: a tracolla una SG rossa fiammante, quattro aste con relativi microfoni, a terra pedaleria mista. Potrei sintetizzare il set in qualche capitolo: 1) fase iniziale a sedere, psichedelia astratta a base di armonici e slappate acide, vocals urticanti 2) fase power-electronics di rumore bianco puro, si alza in piedi definitivamente, devastante è dire nulla 3) fase paradisiaca per voce estasiata e morbidi accordi 4) fase pseudo-jazz-cubista per accordi imprendibili, direi la migliore in assoluto 5) fase distortissima in loop, per amplificatori riuniti 6) fase di delirio vocale in loop, la più spostata 7) breve chiusura celestiale, il bagno purificatore mentre le orecchie fischiano inesorabilmente.
Ma il mio è solo un tentativo sterile per poterlo descrivere. Che piaccia o meno, KH resta un personaggio unico al mondo.

venerdì 8 luglio 2011

This Will Destroy You - Live in HanaBi, Marina Di Ravenna 07-07-2011

Un concertino deludente, mi spiace dirlo, ma come mi aspettavo è stato concesso l'80% della sua durata all'ultimo disco Tunnel Blanket, che dopo qualche ascolto francamente risulta piuttosto fiacco e prevedibile. La direzione intrapresa dai 4 texani è quella di un panzer-shoegaze cingolato ed ossessivo, circolare e noioso, senza alcuna personalità. L'innesto in alcuni frangenti del piano Rhodes, praticamente assente sul discreto esordio, non fa altro che avvicinarli ancor di più alle fasi pastorali dei Mogwai senza averne un decimo dell'illuminazione.
L'assenza di dinamiche si avverte ancor di più in sede live, e speravo che avessero potuto assestare qualche impennata, ma niente da fare....L'attacco melmoso di Little Smoke, con la sua muraglia di chitarre + basso a 5 corde, è già una palla al piede fin dall'inizio. Senza quasi mai interrompere scorrono i pezzi recenti, sfiancanti nel loro scavare e dilatare effetti che finiscono soltanto per mascherare la pochezza compositiva e creativa dei TWDY, impegnati nel triturare e riciclare schemi ormai troppo consunti se non si ha la classe dei capi.
E' significativo che gli unici momenti di fascino siano stati i due recuperi del debutto, cioè A three legged workhorse e Burial on the presidio banks, che per quanto derivative restino hanno destato qualche gridolino proveniente del pubblico.
Per il resto, da parte mia, tanti sbadigli. Un oretta che è sembrata un eternità.

lunedì 4 luglio 2011

Alva Noto & Blixa Bargeld - Live in Ravenna, Rocca Brancaleone 03-07-2011

(Foto di repertorio - Non era possibile scattare viste le raccomandazioni all'entrata e la continua sorveglianza del personale).
Uno spettacolo magnetico, frutto dell'incontro-scontro fra la fredda digitalità di Alva Noto e il carisma semi-teatrale di Blixa Bargeld, peraltro già ben concordato sul recente albo Mimikry.
Per oltre un ora e mezza i due hanno dato vita a creature strane, deformate quanto l'inquietante ominide-aracnoide immortalato sulla cover dello stesso. Entrano in punta di piedi e Bargeld imbocca un'armonica da cui estrae suoni dissonanti e apparentemente alla rinfusa. AN inizia a deformarli, allungarli, comprimerli, aggiunge le basi, la sua multiforme elettronica sempre foriera di argomenti molto convincenti. Tutto il live sarà incentrato su questo dualismo; la vocalità fumosa, nasale ed eclettica del grande Bargeld (capace anche di acuti da agghiacciare la pelle), modificata al piacimento di AN che costruisce impalcature ritmate mai scontate, campiona schemi di grande fascino, fa e disfa, eleva muraglie di rumore bianco da tapparsi le orecchie.
Bargeld non disdegna un paio di siparietti, specie quando tira fuori dalla tasca il "telefonino" (detto in italiano correttamente all'interno di una frase in inglese...), dichiara now I make some noise too e chiede ad AN quale sia la sua frequenza preferita, salvo poi non riuscire a raggiungerla...
Pur non essendo un conoscitore delle carriere di entrambi gli artisti, non ho potuto fare a meno di apprezzare un set non soltanto di estrema professionalità, ma per l'appunto di grande magnetismo a cui la location, l'interno della Rocca Brancaleone, ha dato certamente il proprio contributo per la riuscita.

sabato 25 giugno 2011

Battles - Live in Link, Bologna 24-06-2011








Lo spettacolo a cui abbiamo assistito ieri sera ci ha confermato, nel caso ci fossero stati ancora dei dubbi in merito, che i Battles sono dei giganti e propongono qualcosa di realmente inedito, uno stile unico e già ampiamente confermato col disco recente che, a mio avviso, non soffre assolutamente la mancanza del dimissionario Braxton.








Erano così tanti anni che non andavo al Link che neanche sapevo avesse cambiato sede: al posto degli angusti cunicoli della vecchia location in centro, ora sta in un capannone industriale di periferia, quindi raggiungibile più comodamente, con uno spazio esterno ampio ed al riparo da eventuali residenze limitrofe che ne possano limitare le emissioni. La serata si preannuncia molto lunga, ci sono due supporti e due dj fra gli headliner ma l'organizzazione funziona bene e tutto è proceduto agli orari schedulati.
Il primo supporto è Husband, un italian duo misto che svaria fra elettronica, dark-wave e post-rock: bravi e preparati. Un breve set che mette in mostra anche qualche bella composizione ricca di varie atmosfere e carisma (notevole la vocalità del maschio). A tratti, quando lui imbraccia la chitarra, riescono a ricordare certi passaggi degli Have A Nice Life. Può darsi che ne sentiremo riparlare.
Il secondo sono gli Eveline, italiani anch'essi. Leggo che esistono da una buona decina d'anni, ed hanno già fatto diversi dischi. Non li ho mai sentiti nominare e me ne dispiaccio se preferisco sorvolare, dato che li ho trovati pacchiani, dispersivi e francamente fuori contesto dalla serata.









Alle 0.45 arrivano i Battles ed è un tripudio ancor prima dell'inizio. Williams è impeccabilmente in giacca, si sistema fra le due tastiere e durante il set è stato difficile distogliere gli occhi dai suoi balletti, dalle sue movenze divertite e sciolte. Dall'altro lato Konopka, che a dispetto della sua relativa sconoscenza è tutt'altro che un gregario, si alterna fra chitarre, basso e diavolerie. Al centro quel grande asso delle pelli, Stanier, che sprizza sudore e suona con una forza ed un energia devastanti dall'inizio alla fine. Interessante anche osservarlo nel prendere la mira al momento di battere sul crash, posto ad un altezza fuori standard.









I meccanismi subliminali che innescano la macchina da Battaglie restano un mistero anche dopo un ora e venti di osservanza totale. E' chiaro che il trio fa ricorso massiccio a loops, samples e basi (tant'è che Williams in diversi passaggi si dedica alla danza senza suonare, ed imbraccia la chitarra in una minima parte del set), ma il lavoro preparatorio dev'essere qualcosa che sfiora il maniacale per poter replicare alla meglio i pezzi. A parte Race In e Tonto, se la memoria non m'inganna, hanno fatto Gloss Drop nella sua interezza. Aguayo fa la comparsata in Ice Cream, mentre su due pannelli posti nel fondo del palco vengono proiettati e trasmessi la Makino e Numan al momento dei pezzi di loro competenza, quasi come se facessero un live in teleconferenza..
Il senso ludico che già si percepisce alla grande sui dischi (ah, come dimenticare gli infiniti Storm & Stress, se ci si chiedesse ancora da dove proviene tale dna) ci viene riversato addosso con tutta la girandola di suoni ed effetti uniti alla potenza squadrata di Stanier, maestro anche nel saper gestire le ritmiche irregolari. Menzione d'obbligo per il mio pezzo favorito, Wall Street (da non perdere il video che li mostra sommellier d'elite in un palazzo d'epoca francese...).
Lunga vita.