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venerdì 26 ottobre 2018

Messthetics ‎– The Messthetics (2018)

Solletica la fantasia. Sì, facile intuirlo. Quella che forse hanno tanti in comune.
FF di Bastonate ha scritto una delle sue memorabili: Non riesco a decidere davvero se quello dei Messthetics sia un disco bellissimo o una scoreggia epica, ci sono tanti argomenti a favore dell’una e dell’altra tesi. 
Per chi non lo sapesse, Messthetics è un tech-trio, al basso c'è Joe Lally, alla batteria c'è Brandon Canty. Ma la musica che fanno non c'entra nulla coi Fugazi, davvero, perchè con loro c'è un guitar-hero, tale Anthony Pirog, che evidentemente ha rispetto ma nessun timore reverenziale nei confronti delle due eminenze grigie e fa la sua cosa, ingombrante, buzzurra, eccessiva, ma a volte anche di buon gusto. Il formato e certe arie me li fanno pensare come una versione pseudo-intellettuale dei Mermen, più calata nel presente.
Alla fine non è nè bellissimo nè una scoreggia epica. E' un disco che sarebbe potuto essere ben poco digeribile, ma se chiudiamo gli occhi e non pensiamo alle due eminenze e ci lasciamo andare, sentiamo l'onestà di fondo che trasuda e la accettiamo di buon grado.
Ah, la fantasia di cui alla prima riga....non è passata. Se fosse stato tutto un grande scherzo, una palestra, un preparativo? Chissà....

mercoledì 5 settembre 2012

Elio E Le Storie Tese - Il Meglio Di Ho Fatto 2 Etti E Mezzo, Lascio? (2004)


In uno dei migliori momenti della loro carriera, fra il 2003 e il 2004, gli EELST assemblarono svariati live fra cui questo triplo di cui una versione ridotta era uscita come supplemento di una rivista musicale, se non ricordo male Rockstar.
Ed è immancabilmente uno spettacolo, collage selezionato da diverse location (ce ne si accorge negli sketch fra un brano e l'altro in cui spesso viene citata la città in cui ci si trova), ma con un sentore di fluidità che non lo farebbe pensare, soprattutto per la cura del suono.
Fra le rendition più formidabili cito Cartoni animati giapponesi, Catalogno, Uomini col borsello, Supergiovane, La visione, Ocio ocio. Persino i pezzi più deboli, concentrati sulla seconda fase della carriera del gruppo, riescono ad inventarsi qualcosa di nuovo strumentalmente.
Per tacere poi delle sempre irresistibili gag, che alla fine riescono persino a giustificare le cadute di tono e nel mainstream che con gli anni si sono succedute.

lunedì 21 giugno 2010

Emerson Lake & Palmer - Tarkus (1971)

L'unico disco di cui posso parlare dei pomposi e tronfi ELP è questo secondo, se non altro per la suite Tarkus, l'unico loro pezzo che ascolto ancora volentieri ogni qualche anno.
Fatti salvi anche alcuni momenti pregevoli sul debutto dell'anno precedente, ho sempre ammirato la tecnica e la spettacolarità dei tre ma ritenuto la produzione un po' pesantemente autocompiacente per coinvolgermi seriamente. Il punto d'equilibrio invece si raggiungeva sulla prima facciata del pezzo di vinile, una ventina di minuti emozionanti e ben bilanciati.
Sulla falsariga della favoletta di un armadillo cingolato che viene sputato da un vulcano e semina morte attorno a sè finche non viene ribaltato da una manticora, Tarkus è diviso in sette movimenti epici ed avvincenti. La concitazione di Eruption è già showcase dell'organo di Emerson, ma quando entra la voce di Lake siamo in Stones of years, un impeto di brillantissimo romanticismo. L'alternanza fra scatenate digressioni cerebrali e songs più convenzionali continua con Iconoclast seguita dal blues deformato di Mass. Un altro ballo di san vito con Manticore ed arriva il momento più bello, non a caso firmato Lake che si veste anche da chitarrista. The battlefield è un movimento solenne e stratificato, che a darlo in mano a Fripp sarebbe diventato una leggenda, anche perchè per un po' Emerson se ne sta buono, almeno fino alla pre-chiusura memorabile di Aquatarkus, in cui il moog prende le sembianze di paperi elettrici. Il gran finale riprende l'apertura con toni ancora più autoritari, e con una potenza da mettere i brividi. Grande prestazione globale, ovviamente, anche di Palmer.
Girando il vinilone, la delusione cocente è pressochè inevitabile. Gli insipidi siparietti di Jeremy Bender e Bitches crystal non hanno un centesimo della consistenza precedente. La messa di The only way è perfidamente stucchevole, e il boogie di Are you ready Eddie è come scavare sotto la base del barile. Si salvavano un pochetto l'energetica A time and a place e la vagamente canterburiana Infinite space.
Da ascoltare a metà.

(originalmente pubblicato il 27/11/09)

mercoledì 26 maggio 2010

Ozric Tentacles - Jurassic shift (1993)

Più o meno nel mezzo del cammin della loro vita, gli OT rilasciarono questo disco la cui edizione in vinile aveva una cover composta di carta riciclata impastata con canapa. Come ebbero a dire in un intervista, uno se la poteva anche fumare....Al di là del loro spirito espressamente hippy, il quintetto di Somerset è sempre stato un caso atipico nel panorama freak inglese, spesso pieno zeppo di revivalisti sterili ed eccessivamente approssimativi (ci si fumava altro che i dischi), inscenando una carriera ormai 25ennale fatta di musica esclusivamente strumentale, con un livello tecnico ben superiore alla norma. Quasi una new-age da palco di Stonehenge, priva di narcosi e frizzante nel suo incedere rockeggiante, seppur enormemente ripetitiva (i dischi degli ultimi 10 anni sono quasi imbarazzanti). Jurassic Shift è probabilmente il loro miglior episodio, lo si potrebbe definire un compendio di psichedelia da salotto, con ottimi spunti dub, ambient, indianeggianti, oppure una versione auto-compiacente senza voce dei Porcupine Tree.
Un grosso limite all'ecletticità di questi abili strumentisti poteva essere l'eccessivo formalismo degli schemi, cosa che veniva parzialmente risolta nei momenti più interessanti come il dub caracollante di Feng Shui che nel finale esplode con una accelerazione quasi metal, o la splendida title-track, suite poliedrica che mette in mostra le doti del leader chitarrista Wynne.
Comunque, un sottofondo coinvolgente nella sua pulizia degli arrangiamenti.

(originalmente pubblicato il 28/04/09)

lunedì 24 maggio 2010

Elio E Le Storie Tese - Miscellaneous sample (Rarità)

Non so cosa ne pensa il pubblico alternativo di EELST; probabilmente la stragrande maggioranza non li potrà sopportare, credo. Chi ama gli strumentisti tecnici di certo li apprezzerà alla grande, il pubblico mainstream che si sono guadagnati si fa crasse risate da anni e anni. Io dico la mia: quando avevo 13 anni il loro primo disco mi sconvolse l'esistenza, specialmente per il linguaggio che non avevo mai sentito (e sul quale mi interrogai per non poco tempo :-)).
Premettendo che la loro originalità è unica al mondo, e che la loro discografia è fra le più sterminate e dispersive dell'universo (i veri fan sanno che possono trovare perle ovunque), questa è una mia piccola raccoltina: quando mi sono apprestato, un par d'anni fa, a cercare di raccogliere il più possibile le loro pubblicazioni, mi sono avanzate queste 24 gags raccolte fra sito, mulo, e quan'altro, dal 1992 al 2007. Inutile dire che c'è da ridere, sempre che qualcuno non li trovi pesanti, eccessivi, volgari, sessisti, omofobi (sono tutte cazzate, chi li capisce davvero lo sa bene). Qualche titolo fra tutti: Amico Uligano denuncia contro gli ultrà sanguinari, Carosello collage nostalgico, il progressive di Babe, la delirante Casa delle libertà, l'assurdo cut-up di Gli uomini sessuali, la cover di Eptadone, e così via. Musicalmente il solito crossover totale di tutto ciò che sia stato registrato nella storia della musica. Se non sono dei maestri questi...
Le cose lapalissiane vanno soltanto ammesse.

(originalmente pubblicato il 05/04/09)

martedì 18 maggio 2010

Djam Karet - The devouring (1997)

Un po' l'equivalente californiano degli Ozric Tentacles, in una versione logicamente più sobria e più progressiva, se vogliamo: tecnica strumentale ben oltre la media, stessa formazione da più di vent'anni, un'infinità di dischi pubblicati, sempre strumentali, un gruppo da jam di studio con le dovute misure (uno dei due chitarristi si è inventato una carriera scrivendo sottofondi televisivi). The devouring è un pastoso mix di tutti gli stili possibili ed immaginabili, andando dall'hard-rock al progressive, dall'ambient all'etnica, dal pomp-rock all'acustica, e così via. Per dare idea degli estremi che i DK possono raggiungere basti sentire Myth of a white Jesus, rilassato ambientale che ricorda il David Sylvian di Gone to earth, e poi tuffarsi nello spericolato hard-funk di Forbidden by rule. Sarebbe bastato tagliare qualche zuccherino di troppo, condensare un po' certe idee e questo disco sarebbe stato memorabile. Ma immagino che, come tanti gruppi del genere, i DK siano musicisti che amino molto specchiarsi e auto-indulgersi nei loro virtuosismi, perdendo così il controllo delle emozioni....

(originalmente pubblicato il 15/03/09)

giovedì 13 maggio 2010

Mars Volta - Frances the mute (2005)

Avranno anche voglia di non chiamarlo progressive, ma io mi sono permesso di metterlo nei tags. Ma se esiste una formula prog moderna, questi sono i MV. Che hanno avuto coraggio da vendere, dopo il relativo successo degli At the drive in, a proporre una musica così difficile e complessa.
Un gruppo difficile da gestire per i due factotum, Bixler e Lopez, vista anche la rotazione continua di gente che va e viene, fino a raggiungere un team di 8 elementi. Frances the mute è un disco impressionante, lunghissimo e articolato che richiede forse decine di ascolti per essere assimilato, in cui succede ovviamente di tutto, con uno stile appassionato e multiforme. Io sono riuscito ad ascoltarlo solo 5-6 volte, riesco a coglierne momenti splendidi, divagazioni ed esplosioni. Inoltre è prodotto e suonato alla perfezione con una tecnica notevole da parte di tutti, compresi i membri a noleggio o di passaggio.
Mi spiazzano. Vorrei gustarmelo dall'inizio alla fine, ma finisco per essere investito dalle ondate di suono e mi perdo nel vortice. Necessito di ripetere l'esperienza, perchè alla fine mi resta un sapore amaro e sento di non essermelo goduto fino in fondo.
Perchè i MV non sono il gruppo del futuro, ma sono quelli che prendono il passato e lo passano al tritatutto, sparando fuori le loro suites schizofreniche in modo concitato ma anche raffinato ed emozionale.
Per dire, questi si mangiano i Muse a colazione.

(originalmente pubblicato il 20/02/09)

mercoledì 28 aprile 2010

Phish - Lawn boy (1990)

E' terminata da pochi anni la favola dei Phish, leggenda americana sulla scia dei Grateful Dead per seguito di culto e per stile personale. Questo fu il loro primo album, e forse migliore di sempre, che capitalizzò uno stile assolutamente virtuosistico ma fantasioso, mai sterile, fra jazz, progressive, vaudeville. Quattro maestri guidati dal chitarrista / compositore Anastasio, quattro membri perfettamente coesi nelle loro orchestrazioni collettive. Un pezzo di 22 minuti come Reba va annoverato come caposaldo del tech-rock in senso lato: partendo da un frizzante tema cabaret, si dilunga in un inquietante labirinto di scale impossibili per poi librarsi in volo verso mete epiche guidate da un assolo scintillante di Anastasio.
Il paragone con Zappa sembra giustificato in marcette come My sweet one. Assistiti soltanto dalla strumentazione base di chitarre, tastiere e sezione ritmica, erano in grado di creare scenari che attingevano praticamente da tutti i generi musicali. Forse qualche brano eccedeva in stucchevolezze, ma l'ascolto di Lawn Boy è sempre garanzia di divertimento e buon gusto di arrangiamenti.

(originalmente pubblicato il 18/07/08)