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lunedì 16 dicembre 2019

Tim Buckley ‎– Blue Afternoon (1969)

Capitato fra la rivelazione totale di Happy Sad, le coeve prodezze live europee e gli sconquassi di Lorca, Blue Afternoon non ha guadagnato la fama che meritava. Colpa sicuramente anche della sua irreperibilità ai tempi del revival maggiore di TB, negli anni '90; prima dell'avvento del P2P era impossibile trovarlo, mentre gli altri erano ben scolpiti nel cervello e consumati all'ossessione.
Un peccato, perchè in dotazione non ha niente in meno; era sempre un frutto della sua fase più mirabolante, quel biennio 68/70 che l'ha consegnato alla storia. Con la stessa formazione di Happy Sad, è più meditato e raccolto e contiene 8 pezzi, di cui almeno 4 destinati a diventare classici dal vivo; Happy Time, Blue Melody, I Must Have Been Blind e Chase The Blues Away. Ma i restanti non sono inferiori per nulla; la meraviglia rarefatta di Cafe, un dolente slow-core acustico ante-litteram, la marziale imponenza di The River, il gigioneggiare sornione di So Lonely, gli 8 minuti finali di The Train, che riprendono lo stile scatenato di Gypsy Woman ed includono l'assolo chitarristico più lungo e scatenato di Lee Underwood.
Tutti dettagli da poco, quando si chiama in causa la storia della Musica. E questa fu.

mercoledì 16 giugno 2010

Tim Buckley - The Copenhagen Tapes (Live 1968)

Uno degli ultimi live ad essere rispolverati dagli scaffali, pubblicato nel 2000, forse un po' per scavare il barile vista la qualità sonora non propriamente eccelsa. Forse perchè questo live appare essere leggermente diverso dalla media del magico biennio impressionista, subito prima della svolta allucinata di Lorca. In quel della capitale danese, in una serata autunnale, il ricciolone diede vita ad un live rilassatissimo, senza quegli sconquassi che hanno reso epocale Dream Letter, spalleggiato dai fidi Friedman e Underwood, nonchè dal contrabbassista a noleggio di turno, l'eccelso jazzer Pedersen. Come da usanza, nessuna regola e impro a nastro.
E un inedito, I don't need it to rain, che si prolunga fumosa per oltre 20 minuti sullo stesso schema, indefessa e immutabile salvo le 1000 sfumature che cambiano ad ogni giro. Molto soul-blues. Ci si risveglia un attimo con la rendition di Buzzin' fly, non molto diversa dall'originale. Strange feelin' fa ripiombare l'auditorium nella nebbia jazz, e sulla falsariga persino Gypsy woman che viene eseguita a ritmo meno veloce del solito.
Ineccepibile come sempre il virtuosismo di Buckley, lo svisare pacato di Underwood e il tintinnio insistente di Friedman; tutto sempre esaltante, anche se Copenhagen Tapes resta uno dei capitoli minori del recupero del nostro.

(originalmente pubblicato il 26/10/09)

Calexico - The black light (1998)

Pur non essendo un fan dei Calexico e delle loro sonorità, riconosco loro grande eclettismo e poliedricità. Logico che quindi andassi a parare sul disco unanimemente acclamato come il loro migliore, quello che in qualche modo li aiutò a raggiungere una certa notorietà.
Una raccolta in gran parte strumentale, dal sapore spesso cinematografico, che non è fatto solo di roots messicane-spagnoleggianti, ma anche di sano e salato folk-rock e con qualche spruzzata di jazz che secondo me rappresenta l'apice del disco.
Anche se ho sempre preferito l'istrionismo di un'autore di razza come Gelb, un'ottimo ascolto.

(originalmente pubblicato il 06/10/09)