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mercoledì 3 giugno 2020

XTC ‎– Skylarking (1986)

Lasciando perdere tutti quegli aspetti tecnici che hanno caratterizzato le ristampe (il famigerato discorso delle polarità invertite, che potrebbe essere preso ad esempio massimo di come non si riesca più a parlare di musica in senso stretto e si debbano trovare per forza delle stronzate del genere per riempire gli articoli), di Skylarking mi sta bene anche un volgarissimo mp3 a 192 kbps, questo è il formato in cui lo possiedo e non me ne frega niente. La produzione di Rundgren la posso apprezzare lo stesso (in primis le parti di batteria che nel 1986 non potevano avere un suono più fuori moda quanto inebriante nella sua secchezza), la forza delle sublimi e sofisticate pop-songs va da sè (Summer's cauldron, The man who sailed around his soul, Earn enough for us, The meeting place, risultato finale Partridge batte Moulding 3-1, ci può stare), la compattezza e variegatura delle atmosfere l'inevitabile conseguenza. Certamente, non tutto funziona al 100%, qualche riempitivo e qualche giro a vuoto c'è, quindi non metterò Skylarking nella lista dei migliori dischi di tutti i tempi, ma di certo lo apprezzo come ascolto estivo.

sabato 21 marzo 2020

Spandau Ballet ‎– Live From The N.E.C. 1986 (2005)

Un tuffo nella giovinezza più remota, per un live che peraltro all'epoca non uscì e pertanto permette di affrontarlo con orecchio vergine e la dovuta obiettività. Non ho mai nascosto il mio amore per gli SB, non soltanto per i primi due dischi, che erano sì pop ma con delle raffinatissime inflessioni electro-wave, ma neanche per quelli di maggior successo, e che mi riportano a respirare l'aria degli anni '80, della mia pre-adolescenza e di quel mondo che era così sereno e spensierato (a torto, ma questo è un discorso più ampio).
Live From The NEC immortala gli SB al vertice assoluto della loro popolarità, nel dicembre del 1986, finalmente vincitori anche in casa, in quel di Birmingham. E' un set da 90 minuti che si concentra sui pezzi di Through the barricades, Parade e Gold, (unica eccezione una straordinaria rendition analogico/organica di To Cut A Long Story Short), che vede una band rodata ed in forma stellare, in grado di rendere piena giustizia ad un materiale nettato dalle levigature produttive dello studio. Ci guadagnano un po' tutti, soprattutto la sezione ritmica, e ci fa il solito figurone Tony Hadley, con una performance impressionante e zero stecche rilevate.
Un set altamente energetico, il che spiega forse anche il motivo per cui non venne pubblicato all'epoca.

lunedì 24 febbraio 2020

Simple Minds ‎– Life In A Day (1979)

Dolci ricordi della tarda adolescenza. A metà anni '90, con la piena sbornia collettiva per il brit-pop che imperava anche presso chi di musica si era limitato a Vasco Rossi e Zucchero in tutta la sua vita, un collega di 10/15 anni più attempato di me mi diede uno strappo a casa e sul cruscotto della sua jeep c'era in bella mostra la cassetta originale di Life In A Day, il primo album dei Simple Minds, che non conoscevo. Me la feci prestare e pensai all'istante che tutto il brit-pop era pura immondizia, paragonato alla freschezza contagiosa di questi solchi. Non avevo ancora mai sentito nè gli XTC nè i Magazine, che erano chiaramente un influenza per Kerr & compagnia, ed in prospettiva non è certo un disco passato alla storia. Ma le melodie a presa istantanea di Someone, All For you, No Cure, Destiny sono sempre irresistibili, e le intense ed elaborate elucubrazioni di Pleasantly Disturbed e Murder Story denotavano un talento che prima o poi sarebbe emerso. Le uscite successive saranno all'insegna di un eccessiva sofisticazione e soltanto nel 1982 il loro lato migliore, quello pop, sarebbe tornato alla ribalta (ed al successo) con New Gold Dream.

domenica 3 aprile 2011

Placebo - Placebo (1996)

C'è un lato positivo che attribuisco loro, da quando sono ultra-famosi, ovvero: sono stati una ventata d'aria fresca durante la mia costrizione ad estenuanti ascolti a base di radio FM commerciali. In mezzo alle quintalate di orrori sonori che mi toccava ascoltare, quando capitavano i Placebo c'era un po' di sollievo per le mie orecchie.
Ma se li prendo a parte, non c'è molto da salvare. Quando esordirono, fecero sensazione per via dell'immagine sessuale di Molko, e sembravano una band alquanto costruita dalla solita major alla ricerca di qualcosa da gettare in pasto al pubblico alternativo. Forse nessuno all'epoca avrebbe immaginato una sopravvivenza così duratura, eppure ce l'hanno fatta.
Comunque, il primo album non è tutto da buttare via. C'è una metà della scaletta che è anche valida, in parte sul lato aggressivo (Bruise Pristine, 36° Degrees) ma soprattutto su quello più tranquillo (I Know, Lady of the flowers, la prima parte di Swallow), dando l'impressione di un onesto songwriting, seppur derivativo di tante, tantissime cose del passato.
Altrove, si scadeva su un manierismo brit-pop che generava scarti dei Manic Street Preachers. Sempre meglio che le quintalate di orrori FM, anyway...

venerdì 30 luglio 2010

Cure - Bloodflowers (2000)

Ciò che difficilmente perdonerò a Ciccio è l'aver svilito l'entità meglio definita come "il mito della mia prima adolescenza" con i due ultimi, orribili dischi. Anzi, a voler essere cattivelli si potrebbe dire che è da una ventina d'anni che artisticamente i Cure sono morti e si ripetono con stanchezza e prevedibilità estreme. Wish era rosso infuocato, Wild Mood Swings sbandava in manierismo e faciloneria, (ma alla fine c'erano sempre quelle 2-3 perle memorabili a testa...) degli ultimi due obbrobri ho già detto. Nel mezzo ci sta questo qua, che per me rappresenta l'istantanea, il prototipo della maturità di Ciccio (nel caso in cui esistesse una specie di questo concetto per lui, che invece sembra passare dall'infanzia alla senilità con la capriola di una formica). In Bloodflowers c'è un uomo conscio dei propri limiti, della perdita di ogni tipo di inventiva che non vada oltre alle sicurezze stampigliate in lungo e in largo. C'è un uomo tranquillo ma sempre in preda alle proprie inquietudini personali ed inter.
C'è un compositore composto ed equilibrato che azzecca grandi songs per metà abbondante del disco, nonostante le novità stiano a zero. Strumentalmente i ritmi sono lenti e il ritorno di O'Donnell si fa sentire con belle prove di pianoforte e tessiture nebbiose di synth.
Ciò che fa pendere il pollice verso l'alto di Bloodflowers sono una manciata di pezzi degni di entrare in un ipotetico canzoniere definitivo di Ciccio: il maelstrom ossessivo di Watching me fall, undici minuti di saliscendi emotivi tiratissimi (a memoria, un modello precedentemente inutilizzato). La serenità malinconica del motivo caracollante di Where the birds always sing è di una cristallinità rigenerante, doppiata felicemente dall'altrettanto splendida The last day of summer e da quell'Out of this world che disincantata apre elegantemente il lotto.
Un segnale inedito a livello commerciale fu che si decise di non rilasciare singoli pro-classifica. E la cosa ancora più paradossale è che il potenziale candidato sarebbe stato senz'altro Maybe someday, che così diventa il miglior hit mancato della carriera; è il perfetto equilibrio fra pop, non ruffiano, grinta e classico Cure-style, ed ha nella progressione finale uno dei classici momenti spleen da pelle d'oca che si dissolvono quando vorresti che continuassero per altri 10 minuti.
Se la seconda metà fosse stata come la prima, saremmo stati quasi da top5. Ma non è così e purtroppo la sordina ci assale inesorabilmente. Dopo due pezzi davvero insipidi (There is no if e Loudest song), 39 vorrebbe essere il punto gotico-sinfonico ma gira senza lasciare troppe tracce. Alla title-track tocca sigillare tutto con 7,5 minuti di grande enfasi che forse nella testa di Ciccio si ispiravano ai modelli finali dei bei tempi andati (Pornography, specialmente nel finale). Peccato che sia un evanescente buco nell'acqua, così ci accontentiamo di quanto di buono ci è stato propinato prima, e ne facciamo tesoro.
Tanto Ciccio andrà avanti per altri 20-30 anni e non speriamo neanche che ci faccia un regalino ogni tanto.

giovedì 1 luglio 2010

Police - Zenyatta Mondatta (1980)

Checchè se ne dica, i Police erano senz'altro un entità peculiare. Viste le origini nobili (Sting dal jazz, Summers e Copeland dalla scena di Canterbury) quando i tre si misero insieme e decisero di conquistare il mondo non potevano essere banalmente pop, ma furbamente attinsero dai movimenti più in voga e li amalgamarono in una formula fresca e coinvolgente.
Zenyatta Mondatta sembra essere considerato il loro disco più debole, imputato della transizione che stavano compiendo, ma secondo me contiene alcune perle oscure al grande pubblico che meritano perlomeno una menzione. Come in tutti, qui ci sono i super-hits destinati alle super-antologie future, e non sono per niente male. Don't stand so close to me e Dododo dadada vincevano grazie ai soliti ingredienti: le ragnatele grattate di Summers, le melodie a presa immediata di Sting, e il punto di forza del gruppo secondo me ovvero il drumming inimitabile di Copeland. Il migliore però era uno che poi venne dimenticato, ovvero Bombs away, forse per via di quell'assolo arabeggiante di Summers a metà.
Nel filone speed-reggae spiccano le divertenti Driven to tears, Canary in a coalmine, Man in a suitcase. Ad interessarmi di più però sono: la jam baldanzosa ed eterea di Voices in my head, il tenebroso strumentale di Behind my camel, e l'evocativo dub dissonante di Shadows in the rain.
Comunque li si consideri, erano davvero originali.

(originalmente pubblicato il 16/02/2010)

venerdì 25 giugno 2010

Love Spit Love - Love Spit Love (1994)

Come quasi tutte le coppie storiche vocalist/chitarrista provenienti dalla stagione gloriosa new-wave e oltre, anche per Butler e Ashton arrivò il momento della separazione, cioè lo scioglimento dei PF. Fortus faceva parte di una band che li aveva supportati nell'ultimo tour, evidentemente piacque a Butler che si trasferì a NYC e lo volle al suo fianco al momento di allestire i LSL.
La sensazione di sentire un proseguimento naturale delle pellicce dura i primi due pezzi. Seventeen e Superman sono energici e melodicamente azzeccati, non troppo ruffiani per essere pop e non troppo chitarrosi per essere grunge. Il vocalist è in ottima forma e sentire quel timbro roco e maturo fa sempre piacere. Anche il singolo Change in the weather ricalca ottimamente le coodinate, avrebbe meritato un successo mondiale.
I problemi però iniziano a partire dal 3°, Half life, e proseguono tristemente fino alla fine. Se Fortus denotava un buon stile elettrico, non riesco a spiegarmi per quale motivo l'80% del disco sia stato improntato su un folk-rock agreste mutuato profondamente dai R.e.m. meno brillanti, il che è tutto un dire. Persino Butler riesce a far scadere il suo classico cantilenare in una sommessa ripresa di Stipe, e non mi pare servano altre parole. Si salva soltanto l'inquieta All she wants, peraltro inserita come bonus-track per l'edizione europea.
Anche i giganti cadono, e fanno rumore.

(originalmente pubblicato il 20/12/2009)

lunedì 21 giugno 2010

Formula 3 - Formula 3 (1971)

Per me l'episodio migliore della quadriglia originaria di uno dei primi, forse il primo vero power-trio italico. Innanzitutto la farina del sacco, per l'ultima volta completamente Mogol/Battisti. La leggenda narra che i due producessero un pezzo completo al giorno, ma i 7 in elenco su F3 non sembrano proprio scarti. Clamoroso il successo di Eppur mi son scordato di me, che il ricciolo di Poggio Bustone rifarà sua in una celebre esibizione acustica in Rai. In lista solo un paio non saranno proprio memorabili; Vendo Casa è eseguita forse senza troppa convinzione, Un papavero è una gag insipida in stile Gente per bene e gente per male,
Nel complesso ci si stacca quasi del tutto dal beat, e si è ancora lontani dal prog. Il mix di romanticismo e grinta era il loro punto di forza: il quasi hard-rock di Tu sei bianca, sei rosa... è il miglior episodio del disco, che vive di tensione e di stacchi memorabili. Il dramma epico di Il vento non teme il confronto con l'originale. Nessuno nessuno e Mi chiamo Antonio Tal dei Tali sono graffianti soul-rock che nel repertorio del maestro B. avrebbero fatto la loro sporchissima figura. Radius, epidermico e dinamico sia sulle corde di nylon che quelle vocali. Cicco, agile e scattante sulle pelli e voce di tutto rispetto. Lorenzi, collante organistico perfettamente funzionale.
Qualcuno ha ancora voglia di fare un paragone fra il pop di oggi e quel pop?

(originalmente pubblicato il 03/12/09)

martedì 18 maggio 2010

Aloof - Seeking Pleasure (1998)

Gli Aloof erano una sorta di estensione dei Sabres of Paradise (discreto output di techno-ambient in giro nei primi '90) dedita ad un pop elettronico screziato di post-wave. Il pulsare del basso, gli archi campionati, il ritmo insistente, la melodia melanconica del cantante Barrow, gli ingredienti di What I miss the most, primo vero pezzo del disco dopo l'intro strumentale rilassata di Morning spangle. Ed è un pezzo che rappresenta lo stile degli Aloof: il rimando ai Cure più meditativi degli anni '90 è più che evidente. Il morbido funk di Going Home prova a mischiare le carte ma la tessitura chitarristica è più Smithiana che mai. I find fun e Lies sembrano outtakes di Wish, l'album energico pre-senile del 92. All I want is you è semplicemente la loro rielaborazione sinfonica di Burn, quella della soundtrack del Corvo.
Nel finale un piccolo sforzo di smarcatura si può notare con il soul gotico di Personality, ma la chiusura è quasi comica, una specie di rielaborazione di The End dei Doors, Alone, che non va da nessuna parte.
Eccessivamente derivativi.

mercoledì 5 maggio 2010

Rino Gaetano - Mio fratello è figlio unico - Aida (1976-77)

Alla fine ci ha pensato il buon Venditti a scoprire gli altarini, divulgando il fatto che Gaetano era cocainomane. Francamente, a meno che non si sia bevuto il cervello, credo che l'abbia detto per sottolineare le carenze puramente biografiche della pur eccellente fiction che è stata trasmessa in Rai un'anno fa, e non per sporcare la memoria di un amico oltre che di uno dei più grandi cantautori italiani di sempre. Non tanto per i risultati artistici, quanto per la genuinità, la trasparenza e la scanzonatura della sua proposta, autenticamente controcorrente in un decennio in cui la posizione politica era una necessarietà per i personaggi pubblici. Un'autentica boccata d'ossigeno, non tanto un clown quanto uno che stava dalla parte della gente, che attaccava i politici, le macchiette popolari e gli industriali allo stesso modo. Un'espressione proletaria divulgata con quella voce, poi, era ancora più potente nonostante le velleità musicali; beneficiando di una produzione eccellente, nella sua popolarità, la dote di shouter di Gaetano appare ancora oggi il tratto distintivo di canzoni puramente funzionali ai testi, alcuni assurdi e spassosi quanto attuali tutt'oggi; certe rime forzate possono anche sembrare il risultato di versi scritti in fretta o superficialmente, ma denotano un gusto per il nonsense originalissimo.
Mio fratello è figlio unico e Aida sono i vinili che lo inquadrano nel suo momento migliore, quando conquistava l'Italia con disincanto e sprezzo dei luoghi comuni assolutamente avanti di anni e anni. Nel primo, la trasognata title-track resta forse il suo capolavoro; geniale Glu Glu, in cui l'atmosfera festaiola contrasta con l'intercalare di 4-versi-4 a metà fra comico e macabro. Le donne, grande passione, restavano però uno dei nodi centrali; il fatalismo di Cogli la mia rosa d'amore e la commovente Rosita sono stupende ed emozionanti ballate pop-folk in cui i fendenti vocali del calabrese sono letteralmente da brividi. Su Aida, oltre alla strascicata title-track, risplende Fontana chiara, gioiello sinfonico di due minuti e mezzo con appena due righe di testo. I sermoni su economia spicciola e salari bassi iniziano a ritagliarsi sempre più spazio: Spendi spandi effendi è un manifesto divertentissimo. Peccato per qualche riempitivo in qua e in là; se avesse concentrato i pezzi migliori in meno dischi, avrebbe fatto il colpo assassino.
Ma quella voce alla fine rimette tutto in ordine, ed ascoltarlo ancora oggi è sempre piacevolissimo, toccante e divertente al tempo stesso.

(originalmente pubblicato il 27/11/08)

Guided By Voices - Bee thousand (1994)

Il pop gradevole e vagamente '60 dei GBV in un momento di successo indipendente molto alto, negli anni del post-grunge. Nulla di eclatante nè innovativo, ma abbastanza da piacere a tutti i fan di certi suoni colorati, allegri e sbarazzini. L'ombra di Syd Barrett aleggia un po' dappertutto, ma è un Syd più lucido, fisicamente presente e dinamico, quello impersonato dai songwriters Pollard e Sprout. Un team che ha prodotto piccoli quadretti a profusione per anni, quasi in quantità industriale. Una band, i GBV, creata quasi per scherzo da un maestro elementare-padre di famiglia, Pollard, che si diceva amasse intonare le sue songs ai figli per farli addormentare beatamente. Qualche anno di piccoli successi indipendenti, poi ad un certo punto il giocattolo si è rotto, Sprout se ne è andato per stare con la famiglia, Pollard ha continuato ad essere enormemente incontinente ma i GBV non se li è più cagati nessuno.
Anche se non sono fra i miei gruppi preferiti, la saga dei GBV racconta di onestà e semplicità, di rusticità musicale e di sapori genuinamente pop. Anche loro, in un mondo migliore avrebbero dovuto vendere milioni di dischi.

(originalmente pubblicato il 12/11/08)

martedì 4 maggio 2010

Coldplay - Live at the hollywood bowl 2003

Sono testimone del declino di un gruppo pop dal potenziale enorme; vedendo i Coldplay suonare all'arena di Verona nel luglio 2005, mi accorsi che qualcosa nel fragilissimo equilibrio dei 4 si era rotto. Non fu molto esaltante, e ci fu addirittura un momento di panico in cui fecero tutti un errore marchiano ed evidentissimo, col batterista addirittura in procinto di fermarsi nel bel mezzo di Moses. Cosa inaudita per un gruppo come loro, ormai passato al livello da stadio, ma significativa: dopo aver rilasciato due dischi molto belli ed intensi, X&Y mi deludeva non poco e l'ultimo addirittura imbarazzante, con un solo pezzo a salvarsi a malapena dalla catastrofe. Cottura piena raggiunta, quindi, e lo dico dispiaciuto. Questo bootleg vede Martin e soci in azione nel loro momento migliore, durante il tour mondiale di supporto al secondo disco. Di fronte ad una folla oceanica urlante, i 4 davano vita ad un live caldo, avvolgente e ben preparato.
Spiccano ovviamente nella scaletta i pezzi di A rush of blood, come l'atmosferica title-track, l'emotivissima Politik, o la trascinante Daylight. Fra i tormentoni del debutto, risalta come sempre la splendida Trouble, picco melodico di grandezza irraggiungibile. Un paio di inediti più grintosi del solito e il successo è garantito per quelli che definisco i veri eredi dei Rem.

(originalmente pubblicato il 10/10/08)

mercoledì 28 aprile 2010

Spandau Ballet - Parade (1984)

Per molti anni, circa una ventina, ho completamente rinnegato la musica che aveva fatto da sottofondo massiccio alla mia infanzia. Era la metà degli anni '80 e gli Spandau Ballet erano un complesso di oceanico successo, soprattutto in Italia. Mio fratello li suonava continuamente e il mio orecchio curioso ed acerbo mandava inevitabilmente a memoria tutti i pezzi dei loro primi 4 dischi. Poi vennero i Cure, il grunge, tante altre cose e ho mughinamente aborrito (si dice cosi??) la musica di quegli anni, relegandola ad orrenda preistoria plastificata.
Soltanto l'anno scorso, quasi per puro caso, mi sono reimbattuto nei dischi degli Spandau e li ho rivalutati in maniera significativa. Non per spirito di revival puro a se stesso (o per mancanza dell'infanzia), ma per soggettivo giudizio globale. Gli SB erano dediti ad un pop-rock tipicamente anni '80, ma lo deponevano con indubbia classe e grosse capacità tecniche.
Il frontman Tony Hadley era l'elemento di spicco del quintetto, il più immortalato e adorato. Era (e credo lo sia ancora) un immenso cantante, dalla voce potente e limpida, con molta estensione ed espressività da vendere. Credo sia stato uno dei più grandi vocalist bianchi della storia del pop-rock. Ma le folle di fan adoranti e la stupida stampa non si curavano minimamente del fatto che l'unico artefice del SB sound era il chitarrista Gary Kemp, unico compositore del repertorio. Indubbiamente le produzioni risentivano di certi viziacci usuali degli anni: quelle batterie plastificate e acide (un peccato per un buon batterista come Keeble), e certi suoni di synth troppo edulcorati (un peccato per il tastierista, fra l'altro valente pianista che non figurerà mai nella line-up e resterà sempre nell'ombra, forse non era abbastanza bello!). Ma in questo Parade, 4° disco e segnale di chiara conquista di tutta l'Europa, ci sono 8 pezzi che fondamentalmente avevano un cuore pulsante. Ben lontani dallo sfornare pop insensato, gli inglesi mettevano da parte certe sonorità elettro-funk dei primi dischi e si dedicavano semplicemente a canzoni, ben strutturate, appassionate ed emozionali. La maestria esecutiva oltretutto era dalla loro parte; la sezione ritmica era fondamentale e non si faceva mai sotterrare dai 2 solisti principali, essendo Kemp molto funzionale ai pezzi. Only when you leave è già di per se un piccolo capolavoro: riff fluido di chitarra, bridge epico, la splendida voce sugli scudi, curatissima anche nei cori. I'll fly for you diventerà uno dei loro più grandi successi, un pezzo da spiaggia tropicale, con protagonista Norman al sax. Nature of the beast incupisce un attimo l'atmosfera prima di diventare potentissima. Always in the back of my mind, seppur considerato minore, si fa notare per il suo piglio deciso e lo splendido ritornello. Verso la fine, il pezzo più bello, With the pride, manifesto del loro emo-pop dalle movenze marziali e romantiche al tempo stesso: Hadley dà tutto se stesso, e il passaggio al minuto 3:20 è letteralmente da pelle d'oca, con un altro grande solo di Norman ed un finale che sfuma mentre si vorrebbe non finisse mai....
I due dischi successivi sfigureranno un po' al confronto, e col decennio si chiuderanno degnamente le loro trasmissioni. Nessuna reunion patetica.

(originalmente pubblicato il 21/07/08)

domenica 25 aprile 2010

Pooh - Parsifal (1973)

Scheletri nell'armadio?
Ebbene, i tanto vituperati Pooh, anche loro nei primi anni '70 furono protagonisti dell'età dell'oro della musica italiana producendo un paio di dischi molto belli di pop sinfonico, Alessandra (1972) e specialmente questo Parsifal, un riuscito tentativo di mischiare musica melodica tipicamente italiana con il progressive meno complesso, grazie al massiccio contributo di un'orchestra completa.
La cosa che mi fa apprezzare di più questo disco è legata anche ad un discorso storico, in quanto ogni secondo fa respirare il profumo di un epoca che forse è stata la migliore anche a livello sociale, in cui la vita era molto più semplice con meno mezzi e più aggregazione. I testi in questo caso sono esemplari; anche 35 anni fa i problemi esistenziali erano all'ordine del giorno, ma sono trattati con un umanità ed una semplicità disarmante. E pensare che non c'è proprio aria di festa; si parla di morti imminenti, tradimenti, abbandoni, fughe ed esili, sbornie da delusioni, playboys falliti e cornificati, e quant'altro. Le atmosfere musicali non sono da meno; grande respiro degli archi, pezzi struggenti e melodrammatici, poco stucchevoli anche nei momenti dei cori più massicci.
Il folk-valzer di La Locanda è uno dei momenti migliori nella sua sobrietà. Come si fa, Io e te per altri giorni e Solo cari ricordi sono i più riusciti a livello compositivo; la forma canzone si presta perfettamente ai bordoni di archi e ai climax emozionali.
Ma la ciliegina è la title-track finale, unico pezzo a poter essere definito prog. Nonostante un discutibile testo criptico e medioevale, indubbio retaggio del grande successo del periodo del genere, Parsifal è una suite sepolcrale ed epico-classicheggiante da mozzare il fiato, con un grande Battaglia all'elettrica, che da sola vale il prezzo dell'intero disco.

(originalmente pubblicato il 22/04/08)

Carmen Consoli - Due Parole (1996)

Il debutto della cantautrice catanese generò una sensazione di freschezza nell'ammuffito e irrancidito panorama della musica leggera italiana. Merito senz'altro di un background istillatole dal padre musicista e dagli ascolti di rock e blues che l'hanno accompagnata fin dall'infanzia. Come in un ideale punto d'incontro fra Usa e Sicilia, Carmen elabora un suo stile estremamente personale di interpretazione e di vocalità. Una voce inconfondibile, dal timbro spesso e vagamente nasale, quasi fragile sui toni bassi ma estremamente potente e vibrante sugli alti.
Peccato che, dopo questo esaltante esordio, abbia perso progressivamente quello stile rustico e spontaneo, forse vittima del successo che la travolse, forse vittima della paura di ripetersi. Il suo percorso, nel tentativo di evolversi, l'ha resa quasi artefatta ed eccessivamente barocca.
Intanto però questo Due Parole resta un piccolo gioiello nonostante l'apertura non sia certo il massimo. Con Amore di plastica partecipò a Sanremo e dovette adattarsi alla situazione presentando un brano stucchevole su cui si stagliava l'ombra scura e deleteria di Mario Venuti... Ma subito superato il compromesso commerciale, iniziano i tuffi al cuore a partire dall'incredibile Questa notte una lucciola...., uno struggente e atmosferico pezzo dalla melodia evocativa, caratterizzato da un tempo medio che scandisce archi tempestosi e da un ritornello drammatico che mette in mostra le sue grandi doti vocali.
Una cima ineguagliabile di soli 2 minuti.
Ma anche i pezzi successivi non sono da meno. Sulla mia pelle e Posso essere felice sono altri brividi suonati in punta di dita, con stupende progressioni melodiche. Gli arrangiamenti sono asciutti e perfetti; il violino in sottofondo crea panorami riverberati, le chitarre arpeggiate e la sezione ritmica sono funzionali e di gusto, il tutto suonato da eccellenti musicisti siciliani.
Carmen dimostra un grande talento anche quando c'è da attaccare la spina: Non ti ho mai chiesto e Fino a quando sono perle di desert-pop-rock, in cui la voce viene affiancata da una chitarra solista in contrappunto discreto. Sul fronte più spiccatamente melodico eccelle La Stonato, il pop lunare perfetto che avrebbe dovuto (voluto???) portare al Festival.
Ma la punta da affiancare a Questa notte.... è il suo contraltare elettrico, Vorrei dire. Un pezzo dalla rabbia splendente e controllata, in cui un testo disperato si fa notare sopra una struttura agitata, con chitarre vorticose.
Il resto del disco è appena una spanna sotto i sopra citati. Quello che mi stupisce, a 12 anni di distanza, è il fatto che quando mi metto ad ascoltarlo non riesco a smettere, anche ripetutamente. Come a dire: con la spontaneità che la permeava nei suoi 20 anni, Carmen Consoli ottenne il massimo risultato con la minima determinazione.

(originalmente pubblicato il 11/04/08)

mercoledì 21 aprile 2010

Tears For Fears - The seeds of love (1989)

Ritengo lo spessore artistico dei Tears For Fears pochi gradini sotto i Talk Talk, in tema di gruppi pop-rock anni '80 che nonostante un successo oceanico non si erano dimenticati di fare buona musica, a ritmi lenti di degna produzione artigianale. Non occorre dimenticare che fra le loro svariate influenze figuravano anche Robert Wyatt, che omaggiarono addirittura con una cover, il jazz e il progressive in generale, rivisti in chiave modernista e con un gusto sopraffino per il songwriting e gli arrangiamenti lussureggianti. Oltretutto in questo disco che fu quello di maggior successo, con milioni di copie vendute, i pezzi di maggior rilievo erano proprio i singoli. Advice for the young at heart è un assoluto capolavoro di jazz-pop, dal sapore estivo e vagamente malinconico. Sowing the seeds of love con i suoi 12 minuti incarna l'anima più raffinata del progressive-pop con i suoi continui cambi di melodia. Ho deciso di citare solo i miei preferiti perchè tutti gli 8 pezzi sono assolutamente ad una media altissima.

(Originalmente pubblicato il 07/02/2008)