Visualizzazione post con etichetta Post-Grunge. Mostra tutti i post
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giovedì 6 aprile 2017

Bullet Lavolta ‎– The Gift (1989)

(2) Nel primo Rockerilla che comprai, Gennaio 1993, c'era un ampio servizio dedicato ai bostoniani Bullet Lavolta, che era di fatto un necrologio; la band si era sciolta da pochi mesi, dopo un secondo disco su major ed aver potenzialmente mancato il grande successo. Nel settembre 1991 avevano diviso un palco coi Nirvana il giorno prima dell'uscita di Nevermind, e la stagione era di quelle buone sul serio, ma non se ne fece nulla e l'oblio se li inghiottii.
Quasi ogni gruppo di cui lessi in quel mensile così rivelatorio per me solleticava l'appetito di musica nuova, ma passai oltre anch'io. Così, a distanza di 24 anni, me li ascolto per la prima volta e nonostante i pre-dubbi vengo piacevolmente assalito da un infuocato hard-grunge-stradaiolo che teoricamente mi dovrebbe esser quasi indigesto. Invece The gift, che fu il loro debutto, denota una freschezza invidiabile per l'anno di uscita e soprattutto una produzione bella piena e corposa che sarà così decisiva nel grunge di successo (Nevermind a parte, infatti). Coppia di chitarre fragorosissime, cantante invasato ma con criterio, pezzi assatanati di derivazione punk e heavy-metal, qualche punta melodica che fa pensare addirittura ai Cheap Trick; insomma gli ingredienti per discrete masse c'erano, ma la fortuna soffiava su altri lidi e Boston era già toccata ad altri.

mercoledì 11 gennaio 2017

Brainiac ‎– Bonsai Superstar (1994)

Giustamente omaggiati, nello scorso numero estivo, di un'estensiva monografia su Blow Up in occasione del ventennale del loro ultimo maggiore. Leggendolo, stupisce quanti musicisti di una certa fama hanno tributato loro rispetto ed ammirazione. Ed io con questo completo il trittico di albums che la grande band di Tim Taylor pubblicò in vita. Bonsai fu la rivelazione; dopo il primo, brillantemente sospeso fra diversi stili, la chitarrista Bodine abbandonò ed il suo sostituto Schmersal non potè essere acquisto più azzeccato, adattissimo ad impersonare il suono sempre più arzigogolato e compulsivo che fruttò queste 13 tracce in maggior parte concitate e caotiche, che certamente potevano far intuire le influenze primarie del gruppo (Pere Ubu, il Capitano, i Devo) ma rivelavano al mondo una band destinata a fare grandi cose. Come al solito, un grande Taylor a trascinare, perfetto e funzionale il trio dietro. Chissà che spettacolo erano dal vivo.

giovedì 12 febbraio 2015

Cloud Nothings - Attack on memory (2012)

Giovane formazione americana tendente all'hardcore-pop-grunge di cui non me ne sarebbe fregato assolutamente nulla se non fosse per un quarto d'ora entusiasmante di ruspante revivalismo fine '80/inizio '90 contenuto all'inizio di Attack on memory. Considerato che gran parte del grunge tende ad invecchiare maluccio, è impresa meritevole di lode.
L'iniziale No future/no past è una litania depressa, sostanzialmente un fermo immagine dell'ultimo Cobain, cinico e fatalista, ma che ricorda vagamente anche i Van Pelt. Quando ad un minuto dalla fine il pezzo sembra decidersi a decollare, la produzione di Albini fa il primo grosso regalo al gruppo ricreando in tutto e per tutto il suono di In utero.
La sensazione vera è Wasted days, classificabile come uno dei migliori pezzi mai scritti dagli Husker Du altezza '83/85, che parte subito come un siluro a presa immediata e poi deraglia in una specie di jam iper-nevrotica con effetti deliranti, fino alla durata finale di 9 minuti.
Sembrerebbe di trovarsi di fronte ad un capolavoro, ma il resto del disco getta bruscamente acqua sul fuoco facendo scendere in verticale la soglia dell'attenzione. Esclusa un'altra buona mutuazione nirvaniana (No Sentiment), i 5 pezzi residui parlano un linguaggio punk-pop con poca personalità e piuttosto scontato, mille volte inferiore a quel quarto d'ora da orgoglio in flanella.

martedì 21 giugno 2011

Steel Pole Bath Tub - The Miracle Of Sound In Motion (1993)

Nè grunge, nè noise, nè punk-hardcore, gli SPBT erano un power-trio che svariava sul versante duro ma con l'approccio personale di chi proveniva dalla provincia come essi, che si trasferirono dal Montana a Seattle, dove furono ingaggiati dalla gloriosa etichetta Boner.
E come tante altre realtà di quegli anni, la sindrome Nirvana li portò alla corte di una major a rovinarsi fino allo split. Miracle fu l'ultimo disco su indie e portava suggestioni di vario tipo. Gli affronti muscolari di Bozeman, Thumbnail, 594 li facevano sembrare quasi dei NoMeansNo senza averne un decimo della tecnica ma con un pathos deciso e perverso. Il meglio di sè lo davano nelle tracce meno epidermiche, che evidenziavano un lato oscuro e malato ricco di spleen (Borstal, Exhale) o nella grungeggiante Carbon. L'uso dei samples concorre a creare un senso di scompiglio generale nei pochi momenti in cui uscivano dai binari del songwriting.
Non disdegnavano neanche due incursioni relativamente accessibili (per modo di dire), come il noise-pop di Down all the days e il Nick Cave nirvaniano dell'ottima Train to miami, che ben 15 anni dopo (!) sarà resuscitata per lo spot di un videogame.
Non esattamente un miracolo del suono, ma un onesto gruppo di seconda fascia dell'alternative.

sabato 11 giugno 2011

Six Minute War Madness - Il vuoto elettrico (1997)

Piuttosto atipico nel panorama alternativo '90, il quintetto milanese è stato artefice di una progressione interrotta proprio sul più bello, su quel Full fathom six del 2000 che li elevava a italici traspositori credibili del suono gloriosissimo della Louisville più celebrata.
Il retaggio di origine invece era un grunge scuro e vigoroso che caratterizzava il debutto omonimo del 1997. Nel mezzo, pertanto c'era Il vuoto elettrico a mediare le due tendenze con ottimi risultati. In sostanza, i SMWM non era che inventassero chissà che cosa ma avevano una proposta seria ed onesta, senza strafare nè essere banali.
E soprattutto non assomigliavano agli Afterhours, nonostante la forte connessione: oltre ad Iriondo che si divideva fra entrambi, in organico c'era anche il primo chitarrista Cantù. Il vocalist, l'occhialuto Ciappini, aveva una timbrica molto particolare, seppur col difetto di essere un po' debole sui toni bassi.
Il disco si apre con Ottobre '96, una sorta di omaggio ai June Of '44 che furono un influenza molto importante specialmente sul capitolo finale. Echi delle ragnatele chitarristiche ipnotiche di Noble/Mueller si odono in diversi momenti, in particolare nei momenti più dilatati e docili. La title-track è un episodio lampante, soffuso recitato su arpeggi sognanti, ma sono parecchi i break di questo tipo. Una novità e Media 27 sono slintiane fino al midollo.
Il modello ancora predominante però era sempre l'articolato, abrasivo post-grunge che all'epoca avrebbe anche potuto ricevere consensi a livello popolare, vista la fertilità del periodo. Test, l'implacabile Dolores (con rigo memorabile di Ciappini, posala con cura, la mistura che va messa nel cannone), Texaco tap, Le mie streghe, Crash, sono trascinanti muri di chitarre lanciati a media velocità, fragorose affermazioni di indipendenza.
Ben più di sei soli minuti.

martedì 28 settembre 2010

Godheadsilo - Share the fantasy (1998)

Il canto del cigno del power-duo dakotiano, che fu un antesignano di una certa corrente che nel decennio successivo (ad esempio, Lightning Bolt) avrebbe avuto una maggiore risonanza. Nonostante un contratto con la Sub Pop, dopo Share the fantasy Kunka e Haugh scomparvero letteralmente nel nulla; soltanto il bassista tornerà con gli Enemy Mine, progetto a 4 mani con un Low (?) che frutterà soltanto un disco, peraltro abbastanza scarso.
Le direttive sono le solite: basso ipersaturo, batteria indemoniata, claustrofobia a go-go, voci filtrate e dilaniate. L'influenza dei Melvins è papabile in mattoni come Bunson over the janson o Goin' Commando, dalla quale però riescono a svicolare grazie a varianti space interessanti. Per il resto triturano tutto ciò che gli si presenta davanti come un bulldozer: hardcore furioso (Friend Island), grunge inacidito e cattivissimo (Relationshit, Nap attack), noise newyorkese (Time to feed the pythons e Home crap home, che ricorda i Cows), e persino uno slow-core come Braincloud. Ma come gli intermezzi lounge di Scientific supercake e le ipnosi di Skyward in triumph, anche qui il duo trova il modo di divagare sperimentando: il piano inquietante di Dan vs. fellow Dan, la seconda parte di You're fighting me now minimale elettronica alla stregua dei Trans Am più sottilini. Ed infine la rivelazione del lotto, la cover di In the air tonight, famoso successo di Phil Collins che qui viene trasfigurata in un incubo post-industriale con voci androidi e fendenti chitarristici.
Il silos era pieno, la missione fu compiuta.

martedì 6 luglio 2010

Season To Risk - Season To Risk (1993)

Un'altra delle formazioni yankee lanciate dalle major sulla scia dell'esplosione nirvaniana, e dal potenziale davvero notevole, a dimostrazione che i talent scouts dopotutto avevano un certo occhio nonostante i propositi dei dirigenti fossero tutt'altro che nobili.
La ricetta era ambiziosa: fondere brutalità e ritmiche albiniane con disperazioni grungeggianti, in un calderone sonico abbrustolito di chitarre quasi metal. La formula funziona perfettamente con Mine eyes, Snakes, Biter, in cui si sentono echi di Killing Joke, Big Black e loro discepoli Helmet, rispetto a cui ponevano più attenzione sui ritornelli e ai loro effetti catartici. Quando i ritmi rallentano, in Home, sembrano gli Alice in Chains più riflessivi, con la differenza che alla voce c'è un cantante catramoso e rauco, tale Tulipana, che ha la sua funzione guida tutt'altro che irrilevante.
Lungo l'arco del disco non ci sono molte variazioni, però, e i limiti compositivi dei STR emergono in modo evidente nonostante il sound sia sempre bello coeso e massiccio. La chiusura è riservata alla Don't cry, ennesimo riconoscimento a santo padre Young, limpida nelle strofe e brutalmente sfigurata nelle altre parti dai muri chitarristici di Tulipana e Trower.
Le prove successive non denoteranno miglioramenti e inevitabilmente, visti gli insuccessi commerciali, verranno scaricati dalla major. Risultano però ancora in vita tutt'ora....

(originalmente pubblicato il 12/03/2010)

giovedì 17 giugno 2010

Truly - Fast stories from kid coma (1995)

Esemplare di power-trio americano in cui il leader misconosciuto veniva spalleggiato da un paio di gloriosi reduci delle prime ore grungy. Yamamoto e Pickerel avevano mancato di pochissimo l'incasso delle vacche grasse, e cercarono in qualche modo di rifarsi affidandosi al cantautore Roth, che aveva in testa un idea abbastanza inedita, quanto ardita: creare una variante di grunge sinfonico, epidermico e talora venato di tastiere progressive.
In realtà esistono due categorie di songs in questo album d'esordio; quelle scure e livide grungy in stile Soundgarden (escluso Cornell, con al posto la voce indolente e romantica di Roth), come le trascinanti Blue flame ford, Four girls, Blue lights, Leslie's coughing up blood, Soul slasher, tutte da manuale seattleiano, seppur fuori tempo massimo (il disco uscì per una major, ma fu il primo e l'ultimo, ovviamente).
Per cui i pezzi che interessano di più sono, per l'appunto quelli progressive. If you don't let it die profuma di West Coast 1969 con piano e slide, ma quando il pezzo finisce inattesa arriva una gelida folata a scendere di mellotron. Nulla di innovativo, ma una trovata veramente ad effetto.
Hot summer 1991, come unire i Led Zeppelin ai King Crimson, con splendido break centrale. In Angelhead ancora il leggendario mellotron mena le danze insieme al piano Fender, un pezzo drammatico sfregiato da abrasioni di elettrica e le urla agghiaccianti di Roth nel ritornello. E non poteva mancare un'epica suite sopra i 10 minuti, Chlorine, complicata escursione nei meandri di questo prog-grunge che Roth perlomento provò a sviluppare con tenacia, passione e grinta. Risultato, un mix fra i Sabbath di Megalomania e i misconosciuti Spring.
Seguirà un secondo capitolo assolutamente inqualificabile, poi lo scioglimento. Sembra si siano riuniti proprio quest'anno, e siccome non vedo proprio obiettivi di fare cassa, rispetto.

(originalmente pubblicato il 04/11/09)

martedì 4 maggio 2010

Afghan Whigs - Gentlemen (1993)

Hanno sfiorato il successo con le dita, gli AG, e l'avrebbero meritato alla grande. Quando li si descriveva si parlava tanto di soul, forse per un Ep che pubblicarono nel 1992 di covers, o forse per lo stile vocale di Dulli, shouter enfatico e ruggente, songwriter, produttore, insomma leader assoluto. Gentlemen è opera sanguigna, ricca di calore e colori, maschia e romantica al tempo stesso. Seppero trovare un compromesso che sapeva di classico, con le chitarre dure e le strutture compositive conformi ma avvincenti. Nubi oscure e minacciose aprono If I were going, intro sospesa che funge da apripista alla title-track, primo centro in scaletta. Ritmo frenetico, ferite aperte e bridge colossale. Acque momentaneamente più placide in Be sweet, ma è solo un illusione. Sembra che Dulli stia cercando di sedurre una donna ma al tempo stesso la stia mettendo in guardia sulla sua personalità indefinibile. Debonair, forse il pezzo più famoso al tempo, è un febbrile post-funk con Dulli al vertice dei propri vocalizzi. Pausa di relax con When we two parted, stupenda riflessione sull'amore perduto, dal pigro incedere psychedelico. Si ritorna al delirio con la slide impazzita di Fountain and fairfax, e si tocca un'altro vertice con What jail is like, in cui chitarre noise vengono zittite a fatica da un piano, bridge alla Dinosaur Jr e refrain apocalittico-cosmico. E si conclude in barocchismi, con il leslie che sostiene la lentissima I keep coming back e il quartetto d'archi di Brother woodrod, sinfonia agrodolce sferzata dalle aspre chitarre, quasi a mo' di sigla finale per quello che sembra quasi un film, più che un disco.
Gentiluomini di nome e di arte.

(originalmente pubblicato il 16/10/08)