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martedì 9 maggio 2023

Maquiladora – What The Day Was Dreaming (2003)

 

I miei beniamini dell'alt-country americano, in definitiva, al quarto album. Un gruppo purtroppo criminalmente sottovaluato, persino in un periodo in cui il genere incontrava il favore della critica generalista, che però l'ha ignorato a piè pari (a parte Scaruffi, che invece non ha lesinato elogi). Di certo non ha aiutato il fatto di avere un nome particolare ma corrispondente ad un pezzo dei Radiohead, nè gli omonimi che sono sopraggiunti successivamente. What The Day Was Dreaming fu un'altra dimostrazione di grande talento espressivo e compositivo, fatto di suoni sonnolenti, ballads carezzate in punta di dita, echi di falò notturni ed un cuore enorme, gigantesco. Sudden Life, Drunk and lightning fires, Leave the music on, Waiting gli episodi più memorabili, ma non c'è nulla di sbagliato in tutta la scaletta. Facile identificare Neil Young come padre putativo, io ci sento anche l'eredità preziosissima dei Rex ed in prospettiva anche un influenza esercitata sulle cose più roots-oriented degli Antlers di un decennio dopo. Stiamo parlando di nobiltà, dopotutto.
 

sabato 5 novembre 2022

Jethro Tull – Benefit (1970)


Il perfetto/imperfetto disco di transizione, fra le indecisioni di Stand Up e le rivelazioni di Aqualung, con il decisivo ingresso di John Evan a colorire con eleganza il songwriting di Ian Anderson che si faceva adulto fin dall'inizio con la splendida With you there to help me e con il vertice Nothing to say, il pezzo più sensibile e serioso del lotto, probabile seme decisivo per le pagine più memorabili degli anni a venire. Martin Barre si ritagliava qualche faretto isolato, ma non per questo meno incisivo e brillante. Fra le melodie più ariose, irresistibili For Micheal Collins, Jeffrey and me, A time for everything, Play in time. 

Non tutto il disco gira a meraviglia, va detto; alcune composizioni mostrano la corda, indugiando in un modello troppo legato alla stagione del folk inglese e procurando un po' di tedio. La ristampa in cd di una ventina d'anni fa includeva anche 4 bonus tracks, anch'esse pallidine a parte la grintosa Teacher, che fu pubblicata come singolo per una probabile marchetta al mercato hard-rock, ma si fa apprezzare ugualmente.

sabato 24 settembre 2022

Mark Kozelek With Petra Haden – Joey Always Smiled (2019)


Non è tutto da dimenticare ciò che ha pubblicato MK negli ultimi 5 anni, o almeno questa joint-venture è una eccezione alla regola. Ho trovato davvero scadenti l'omonimo del 2018, il trio con Boye e White del 2017, per non parlare dei vari Sun Kil Moon, che ormai sono diventati un ammorbamento spoken-word di incredibile incagabilità. Benvenuta quindi (sì sono passati 3 anni, ma i miei ritmi sono questi...) la collaborazione con Petra Haden, un'altra veterana dell'indie-art-folk americano degli ultimi 30 anni, di cui decisamente non ho seguito la carriera ma qui agisce in maniera decisiva sulle musiche, come confermato dallo stesso MK in una bella intervista.

Il bello di Joey Always Smiled è che stabilisce un compromesso sullo stato attuale di MK: non reprime la sua incontrollabile logorrea e non butta via il suo ingombrante passato, rinuncia a priori all'autarchismo ma ci tiene a porre in evidenza la sua firma, a tratti, realizzando un episodio più che dignitoso, a tratti persino divertente. Verrebbe da pensare che la Haden agisca dietro le quinte in maniera decisiva, un po' come il motto dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna, quasi dando la direzione artistica generale, perchè come presenza si limita a vocalizzare in qua ed in là (uno si aspetterebbe anche che suonasse il suo violino, ma non mi pare di sentirlo).

Sono le stranezze assortite a rendere il disco più interessante ad ogni ascolto, perchè al netto di qualche sbrodolamento MK, sembra un disco di incidenti più o meno casuali, qualcosa nato per disorientare lui stesso più di chiunque altro. Come la title-track, un mantra plumbeo composto e suonato da 3 tizi newyorkesi di area jazz-fusion (!), peraltro in modalità molto post-rock. Come Parakeet Prison, elegia pianistica di un quarto d'ora con delle ottime varianti, come la baldanzosa Spanish Hotels are echoey e i 20 minuti di 1983 MTV Era Music, che sembra nato da un giro di Ray Manzarek su una polverosa beat-box. Non mancano un paio di ballad in classico stile personale giusto per ristabilire il trademark, e nemmeno la cover ultra-famosa degli anni '80 che non la diresti mai. Tutto apparentemente un po' a casaccio, alla rinfusa, perchè MK ora è così, molto alla come viene viene, e Petra l'ha saputo addomesticare, con sapienza, tirando fuori il meglio che poteva. Non resterà nella lista dei suoi capolavori, ma una buona anomalia sì, sicuro.

domenica 19 gennaio 2020

Tenhi ‎– Kauan (1999)

Il debutto dei magnifici finlandesi, dopo un autoprodotto del 1997 ed il primo EP del 1998, qui nella ristampa di 5 anni dopo con l'aggiunta di venti minuti di bonus tracks, davvero preziosi.
Poco da dire, erano già fenomenali nella loro arte di contemplazione ed introspezione, seppur maggiormente legate alle chitarre acustiche e scarni. Affineranno le loro doti di arrangiamento nei sublimi successivi, con risultati complessivamente superiori, ma Kauan resta fondamentale nell'aver rivelato al mondo un entità fuori dai circoli internazionali, unica nella propria espressione.

mercoledì 4 dicembre 2019

Stephan Micus ‎– Listen To The Rain (1983)


Incastonato in una splendida foto di copertina che ritrae una foresta confusa fra sole e nebbia, Listen To The Rain è il settimo album di Micus, distante 6 anni da quelle Implosions che avevano rivelato il talento multi-etnico del tedesco.
Il disco, al contrario dei precedenti, è molto chitarristico. La facciata A, tre pezzi lunghi improntati sulla 6 corde spagnola, sullo shakuhachi e sul flauto di bambù, il suling. Tre digressioni dolenti, d'ispirazione iberica ma con sfaccettature tutte da scoprire.
La facciata B, una prodezza vera e propria. I 20 magici minuti di For Abai And Togshan, in cui è protagonista il dilruba (sitar suonato con l'archetto), sono una struggente, commovente mini-sinfonia dal lirismo indicibile. 
Un cuore grande come tutto il mondo, quello di Micus.

giovedì 13 giugno 2019

Roy Harper ‎– Flashes From The Archives Of Oblivion (1974)

Doppio live celebrativo del menestrello britannico per eccellenza, che scomponeva un po' della sua perfezione formale in studio in favore di un approccio psichedelico (gli bastavano un paio di riverberi e delays per partire per la stratosfera) e di una pseudo-teatralità, spesso debordante nella gag vera e propria (un paio di lunghi numeri di cabaret, sinceramente skippabili per chi non è madrelingua).
Una partenza tranquilla con i pezzi più morbidi e riflessivi, ed il delirio a partire dall'eccezionale Me and My Woman, dal leggendario Stormcock, una delizia anche se spogliata del suo arrangiamento. A seguire la mia preferita del suo repertorio, South Africa, che si trasfigura letteralmente, poi i 16 minuti elettrici titanici di Highway Blues ed il gran finale di One Man rock and roll band. Un poker finale da brividi che precede una coda in studio, con la delicata Another Day ricca d'archi e MPC Blues, tirata allo spasimo.
Giù il cappello, sempre.

venerdì 24 maggio 2019

VV.AA. - Music And Migration (2010)

Valida antologia di una label inglese, la Second Language, specializzata in materiali neo-folk, cantautorati artigianati semi-elettronici e derivati. Curata fra gli altri da Glen Johnson dei Piano Magic, supporta un organizzazione benefica che monitora le migrazioni dei volatili in tutto il pianeta.
Contiene 21 tracce per altrettanti artisti, fra cui occorre segnalare senza dubbio i pesi massimi: Vashti Bunyan con una delicatissima delle sue, Xela con un divino echeggiante peregrinare dei suoi, Richard Skelton con una girandola panoramica Carousell, Library Tapes con un carrello pastorale e Leyland Kirby con un escursione light-dark-ambient in stile.
Il resto dei partecipanti non lo conosco, ma qualche bella scopertina c'è: David John Sheppard, Danny Norbury, Heather Woods, Lene Charlotte Holm (puro Grouper-style pianistico con qualche anno di anticipo), Fieldhead, tutti più o meno concentrati su materiali di questa caratura. Due/tre stecche nette ci sono, in ambito folk più canonico, ma ciò non toglie che si tratti davvero di una bella compilazione.

giovedì 16 maggio 2019

Rivulets ‎– Debridement (2003)

C'è stato un periodo, fra il 2002 ed il 2005, in cui Amundson era una colossale promessa del cantautorato. Le tele fragilissime dell'esordio rivelarono un talento intimista forse ancora acerbo ma con un potenziale enorme. Il terzo album, con la benvenuta crescita di arrangiamenti, non fu il capolavoro che ci si poteva aspettare ma segnava comunque una transizione. Nel mezzo, Debridement documenta fedelmente il passaggio incessante di flussi di coscienza agrodolci, ancora pressochè acustico, col fantasma di Nick Drake in vista e le orme di Mark Kozelek fresche fresche sul sentiero.
Il ragazzo purtroppo non ha rispettato le promesse; dopo You are my home, un lungo silenzio e poi solo dischi deludenti. Non è riuscito ad ergersi su un piedistallo importante, non è diventato un prode titano, ma quel trittico iniziale di nudità dell'anima non me lo scorderò facilmente. Non erano capolavori, ma espressioni di un umanità sconcertante.

martedì 27 febbraio 2018

Nick Drake ‎– Bryter Layter (1970)

Ricordo distintamente la prima volta che sentii Nick Drake; era l'estate del 1994, periodo mondiali americani, e dalle frequenze gloriose di Rai Stereonotte, Max Prestia dedicò all'inglese uno speciale di una mezz'oretta.
Non ho mai perso la testa veramente per i tre dischi di Drake come invece è successo a molti altri, devo essere sincero; oggi ho riascoltato Bryter Later dopo credo 15 anni, e l'ho trovato fresco ed elegante, immutato nel tempo, genuino. Al di là della portata artistica dell'autore, ciò che mi segna di più resta la storia di questo ragazzo inglese benestante classe '48 che trovò nella musica la sua gioia di vivere ma anche la sua disperazione e, indirettamente o no, la sua morte, volontaria o no che fosse. Nelle sue canzoni resta sempre quest'aria mista di leggerezza e melanconia che lascia un retrogusto strano: destino dei grandi, dei nominati al sacrificio. Come nel caso delle giovani morti di quegli anni, restano interrogativi ed il patrimonio, specialmente nei casi più stringati, assume valore incalcolabile. Con la sua amara spensieratezza, Bryter Later è a mio avviso il suo migliore.

giovedì 18 gennaio 2018

Jethro Tull ‎– Bursting Out (1978)

Ogni tempo immemore, finisco sempre per rispolverare i JT.
Come avvenne per i Black Sabbath, anche loro pubblicarono curiosamente il loro primo live dopo 10 anni di successi, sia artistici che commerciali. Si sa che nei '70 le major avevano un potere immenso, fra cui anche decidere di attendere un calo delle vendite per rilasciare un live. Nel 1978, in pieno punk, i JT se ne uscivano col bellissimo Heavy Horses (peccato, qui manca la title-track che è il mio pezzo preferito in assoluto) e le loro azioni erano in calo a dispetto di una forma crescente, dopo qualche passo falso fra il 1975 ed il 1977. Storia a parte, il live Bursting Out fu la meritata celebrazione del decennio, ancor più apprezzabile per l'immediatezza e la genuinità; di certo la scaletta si potrebbe discutere (4 pezzi su 20 del repertorio fino al 1971 sono un po' pochi...), ma le esecuzioni sono impeccabili, ad opera del sestetto a doppio tastierista, con un infuocato Martin Barre in grande evidenza. Dinosauri di pregio assoluto.

martedì 7 novembre 2017

Maquiladora ‎– Ritual Of Hearts (2002)

Terzo album del trio californiano, il loro primo vero capolavoro di alt-psych-country fantasmatico. Pochi, pochissimi come loro hanno saputo re-interpretare le radici americane con una visione così aperta ed illuminata, richiamando nomi illustri senza copiarne l'essenza. Un percorso che, con tempi dilatati contrassegnati dall'abbandono ad altri progetti, li ha portati all'essenziale Wirikuta, condensato sempre più sublime della loro arte.
Velvet Underground, Galaxie 500, Black Heart Procession, Rex sono le prime sensazioni che si colgono all'ascolto, ed un po' ovunque aleggia il sacro spirito lisergico che ammanta le loro pigre, dolenti ed indolenti composizioni. E da rimarcare c'è anche la produzione, che sa essere pulita nei momenti più nitidi ed espansa quando occorre. 
Il cuore ed i suoi rituali.

domenica 8 ottobre 2017

Desertshore ‎– Drawing Of Threes (2011)

Prima di reclamare il suo nome di fianco a Desertshore, Kozelek aveva già messo il suo pesante piedone nel progetto di Carney & Connolly, in occasione di questo secondo. Sarei curioso di sapere chi ha fatto il primo passo, ma solo per il puro sfizio di conoscenza; poco da dire, ne hanno guadagnato entrambi. Col pur gradevole primo, C&C sembravano destinati a restare in una nicchia di tappezzeria folk elegante ma sterile. Del declino inarrestabile e pluriennale di Mark-One ho già scritto fino allo sfinimento. Su Drawing of threes mette voce e testi nel 70% del lotto, e lievi brividi di sapore RHP ci scorrono lungo la schiena; sono sensazioni più inerenti alla seconda vita degli imbianchini, quella di Songs for a blue guitar e Old Ramon per intenderci, ma con spiccate eleganza e compostezza. Sarà merito anche di Connolly, che sembra quasi silente tanto è funzionale ma nel complesso strumentale è pressochè l'uomo in più. La scala di valori vede due perle da salvare e custodire nel miglior canzoniere kozelekiano e dintorni: la divina, delicatissima Turtle Pond e la complessa, articolata Mölle. A seguire l'elegia affranta di Vernon Forrest, le suadenti trame chitarristiche di Randy Quaid, il loop crazyhorsiano di Diana, lo strumentale Matchlight Arcana che chiude con una vena solare quasi inaspettata. Non un capolavoro, ma indispensabile per i fans del Nostro.

lunedì 7 agosto 2017

Roy Harper ‎– Lifemask (1973)

Il sesto album di Harper, successivo al suo capolavoro barocco che tanto ha influenzato generazioni di alt-cantautori/cantautrici a distanza di decenni. Ma a forza di parlare di Stormcock, si rischia seriamente di perdersi il grosso della sua produzione dei '70, e non si renderebbe giustizia a questo grande e sopraffino cantautore acustico.
Su Lifemaks il formato lungo del precedente veniva rilanciato dalla suite presente sulla facciata B, The Lord's Prayer, orchestrata in maniera più sobria ma non per questo non eccelsa. Sulla facciata A, cinque "brevi" pezzi di purissimo concentrato harperiano fra cui le memorabili South Africa e Bank Of The Dead, quest'ultima propulsa anche da un Jimmy Page funzionale e non invadente. Il mood generale, escludendo alcune levitazioni spirituali della suite, era terreno, fisico, in your face se così si può definire; dimostrazione di classe cristallina, di come un uomo solo, armato solo della propria voce, del suo fingerpicking e del suo lirismo, potesse essere così grande e potente.

mercoledì 28 giugno 2017

Palace Music ‎– Lost Blues And Other Songs (1997)

Sulla scia del successo dei suoi primi 4 album, Will Oldham rimediò alla sua già proverbiale prolificità assemblando questa raccolta su Domino che comprendeva singoli sparsi ed una mezza dozzina fra live, inediti e versioni alternative. Oltre che una gradita compilazione per i fans, era anche il modo per chiudere un ciclo importante dato che si trattò dell'ultimo disco a nome Palace. Da lì in poi, infatti, sarebbe passato in modo irreversibile alla sigla Bonnie Prince Billy.
Sul contenuto, inevitabilmente disomogeneo ma inequivocabile; sono 15 tracce classiche del primo Billy, quello a mio parere più ispirato e spontaneo, l'alfiere del rinascimento folk nei fragorosi anni '90. In larga parte elettrico, Lost Blues annovera fra le perle più preziose del canzoniere: West Palm Beach, Gulf Shores, Ohio River Boat Song, Oh how I enjoy the light, Stable Will, una  versione alternativa, quasi noise di Riding. Non lo ascoltavo da tanti anni e l'ho ritrovato fresco come allora.

venerdì 12 maggio 2017

Jandek ‎– Blue Corpse (1987)

Il re del solipsismo americano, della secretazione di qualsiasi info. Un personaggio come Sterling Smith ai giorni nostri non sarebbe mai potuto nascere, eppure il suo metodo di lavoro è stato attuale più che mai: autoproduzione assoluta, dischi come se piovesse (82 in 38 anni), menefreghismo totale di quale epoca sia la corrente.
Cantautore fuori da qualsiasi contesto, antitesi della tecnica e della fedeltà, Smith, soprattutto nei primi 10 anni di carriera, faceva un folk lunare, ubriaco, grezzo e finanche repulsivo. Chitarra acustica approssimativa se non scordata, voce che più che un canto era un recitato ad alto tasso alcoolico, seppur dimesso. Non so quanto Blue Corpse sia rappresentativo della produzione delle industrie Corwood (il nome scelto per la sua fantomatica etichetta discografica), quel che è certo è che la sua umile condizione lo rende un piccolo gioiello di outsiderismo abbastanza vicino agli standard. Al primo ascolto mi aveva fatto addormentare, al secondo mi aveva fatto drizzare le orecchie, al terzo ne ho capito il valore, le ossessioni e l'intensità. A modo suo, un'implosione dell'anima.

domenica 29 gennaio 2017

Danny Oxenberg & Bear Galvin - Late Superimpositions (2016)

Saluto con grande piacere il ritorno discografico dopo un silenzio ventennale di Dan Oxenberg, dopo la clamorosa reunion live dei Supreme Dicks che ha visto toccare persino l'Italia (ma che diamine, solo un concerto a Milano!...), con la collaborazione di un non meglio identificato Bear Galvin.
Uscito per l'etichetta franco-svizzera Three:Four Records, a testimoniare un legame speciale con l'Europa, Late Superimpositions vede colui che fu il vocalist principale della leggendaria band/setta, probabilmente incoraggiato dal cofanetto antologico uscito nel 2011, tornare con uno stile abbastanza morigerato, per non dire pacificato. E' sempre il folk bucolico ad ispirarlo, quello che caratterizzava per la maggior parte The Unexamined Life, privo però degli sballi spazio-psichici che hanno reso unico al mondo il SD-sound.
Non è certo una mancanza; c'è tempo per ogni cosa, quel tempo eccezionale è bello passato e sarebbe inutile cercare di rifare gli SD. Qui c'è un disco disarmante, genuino e commovente come soltanto Oxenberg poteva farlo, con la sua inconfondibile voce tremolante, senza artifizi e con almeno 3 pezzi memorabili (I believe in you, la suite in 3 parti di Less than nothin e The ping pong song).

domenica 20 novembre 2016

David Peel & The Lower East Side ‎– Have A Marijuana (1968)

Come si fa a non sorridere, a non provare simpatia per le cantilene sgangherate del primo album di questo menestrello sballato? Non si può. Queste torch-song al Thc che inneggiavano al consumo di ganja e che sparavano a zero sui poliziotti, registrate in mezzo al pubblico col solo ausilio di chitarra acustica e percussioni, altro non erano che unplugged-punk 10 anni prima. La voce arrochita ed energica di Peel ne era la pistola fumante, perchè sarebbe bastato un supporto elettrico ad una velocità appena appena più sostenuta e punk sarebbe stato (teoria di cui si sarebbe giustamente appropriato 10 anni dopo).
Have a marijuana intanto però non era un inno al nichilismo, ma un'invito al divertimento e a cantare insieme la voglia di libertà, più o meno legale che fosse, ma comunque libertà.

giovedì 20 ottobre 2016

Stephan Micus ‎– Implosions (1977)

Autentico missionario delle musiche tradizionali mondiali, il tedesco Micus conduce da 40 anni un documentario sugli strumenti provenienti dalle regioni più remote del globo, di cui si impossessa e con cui crea musiche avventurose sotto l'egida dell'elitarissima Ecm.
Un aspetto molto autorevole di questo personaggio è che si tratta forse dell'unico ad aver fatto parecchi dischi senza prendere neanche un'insufficienza da PS. Implosions vedeva un Micus ancora piuttosto giovane (24 anni) ma già pienamente intraprendente, a far bella mostra nella cover interna degli strumenti utilizzati con relativa ed esauriente didascalia sulle origini. Poco da dire sul contenuto, uno splendido viaggio pregno di misticismo in cui spadroneggia la monumentale As I crossed a bridge of dreams, 21 minuti di pura estasi intimista per chitarra acustica, sitar e voce evocativa; ma di poco inferiore è la facciata B, che semmai accentua il titanico, immancabile e fatal spirito teutonico, non affrancabile neanche da contesti così export. Bellissimo.

giovedì 28 luglio 2016

Franco Leprino ‎– Integrati… Disintegrati (1977)

Splendida gemma nascosta degli anni '70 italiani, inserita in un contesto al di fuori dalle correnti generaliste, e fra l'altro ristampata proprio l'anno scorso in vinile in Spagna (!). Autore, il polistrumentista siciliano Leprino che dopo aver pubblicato quest'unico disco si dedicò alla professione di musicista di servizio, scomparendo così da ogni panorama visibile.
Ingiustamente paragonato ai lavori contemporanei del conterraneo Battiato (forse per qualche svisata di VCS3, il leggendario synth di cui fu pioniere), Integrati...disintegrati fu diviso in due lati per limite imposto dal vinile, ma di fatto è un'unica suite di 40 minuti in cui convivono splendidi arpeggi di chitarra acustica, sia al naturale che trattata, spirali elettroniche di sapore cosmico, slanci solenni di vaga reminescenza progressive, dolenti sonate per piano e fagotto, quest'ultime in alcuni momenti persino assimilabili a quanto stava realizzando a Napoli Luciano Cilio. Strumentale e privo di percussioni, alternato con sapienza in soluzione di continuità e con un paio di temi ricorrenti che riconducono ad un concetto. 
Un lavoro profondamente mediterraneo ma affrancato da ogni provincialismo, dal respiro ampissimo. Vorrei ascoltare altro di sua firma, se si trovasse.

domenica 10 luglio 2016

Boduf Songs ‎– How Shadows Chase The Balance (2008)

Non si direbbe proprio essere inglese, l'ombroso Matthew Sweet. Il suo cantautorato dolente e spoglio sembrerebbe più quello dell'Imaad Wasif acustico o di un Rivulets, ed è scevro di qualsiasi traccia di esoterismo tipico del suolo britannico e dei suoi visionari esponenti.
Eppure si tratta a modo suo di un folk apocalittico, da presagi sinistri, sussurrato con un filo di voce (curiosamente simile a quella di Aurelio Valle dei Calla) ed arrangiato in maniera molto spoglia, a volte soltanto con la chitarra acustica che dipana temi lenti e dimessi.
Certo, il mondo non aveva bisogno del millesimo menestrello-filosofo che narra inquietudini, male di vivere, parafrasando un titolo cose da non fare ad un sabba e similari. Al primo ascolto il mio pensiero era esattamente questo, ma già al secondo l'apprezzamento scatta automatico se si è amanti di questo filone che forse ha vissuto giorni migliori. E fra l'altro il disco cresce col passare dei minuti, dopo una prima metà un po' sonnolenta: la seconda è bellissima, grazie anche alle splendide Pitiful Shadow Engulfed in Darkness e la sottostante.