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sabato 17 dicembre 2022

Tripping Daisy – I Am An Elastic Firecracker (1995)


Un recupero nineties più legato al fattore mnemonico che a quello prettamente artistico. La copertina di I Am An Elastic Firecracker, con l'artista surrealista italiano Cavellini auto-dipinto di rosso, è un ricordo indelebile perchè il cd è uno di quelli che stazionarono nel negozio del Pig dall'anno di uscita fino alla chiusura. I Tripping Daisy furono un quartetto texano attivo per tutti gli anni '90 e come tanti altri della loro generazione furono candidati da una major (la Island, una delle meno peggio) ad essere lanciati su grande scala, alla ricerca di una nuova epifania commerciale. Non andò esattamente così, nonostante il potenziale fosse notevole, ma il gruppo fu tutt'altro che una meteora e terminò la propria corsa nel 2000, soltanto a seguito della morte del chitarrista, che era già tornato indie.

IAAEF ebbe tutti i numeri in canna per sfondare, col suo alternative-rock spesso ammiccante al pop, al punk melodico ed al grunge, con la produzione di grido, un buon cantante dal timbro simile a quello di Perry Farrell e qualche chicca di melodismo non distante dai Flaming Lips epoca Hit To Death in the future head (Motivation su tutte, ma anche Bang, Trip Along, Step Behind, Noose). Di certo non viene ricordato come uno dei capisaldi dell'epoca (un po' troppo lungo, 4/5 tracce mediocri si potevano scartare tranquillamente) ma ascoltarlo oggi dopo quasi 30 anni è una immersione a 5 sensi nell'aria frizzante dei nineties.

lunedì 3 ottobre 2022

Beats The Hell Out Of Me - Beats The Hell Out Of Me (1994)


Quintetto dell'Arizona che fece due album su Metal Blade a metà dei '90, ma che di metal non aveva in pratica nulla. Fu possibile che l'etichetta californiana volesse provare ad investire in un settore ai tempi abbastanza fruttifero, ovvero quello del post-hardcore contaminato da noise-rock e grunge, due nomi popolari su tutti, Fugazi ed Helmet, le più evidenti influenze sui BTHOOM. Un suono granitico, prodotto con impeccabile compattezza, nello standard del periodo, con la coppia di chitarre in primo piano, uno screamer furioso e strutture quadrate che più non si poteva.

Si tratta di un nome minore e sostanzialmente dimenticato anche dai nostalgici del tempo, in possesso comunque di qualche punto distintivo tuttora interessante, che rispolvero per un ricordo molto affettivo: l'accoppiata Intro / Act Like a Man, il momento migliore del disco, fu passato su Planet Rock in quel periodo e divenne uno dei miei pezzi preferiti di tutto il genere ed affini. L'intro, per l'appunto, suonata in punta di dita, con uno straniante feeling psichedelico (gran lavoro delle chitarre, inaspettabile per quanto lo precede in scaletta) prima di riazionare il tipico panzer cingolato nella seconda parte. Una tendenza minoritaria che però torna prepotentemente con la finale Godbox, in cui le 6 corde tornano a deragliare con gagliardia, in una sorta di inusitato tributo al David Gilmour del 1969/1970.

Bastano questi due episodi per rendere interessante un disco che per il resto viaggia su coordinate abbastanza ordinare sui suoni di cui all'inizio, ma mai in maniera banale nè troppo derivativa. Avrebbero meritato maggior fortuna, ma ai tempi non era facile emergere per nessuno e la concorrenza era vastissima.

martedì 1 febbraio 2022

Fontaines D.C. ‎– A Hero's Death (2020)

 

Impone una riflessione: se espressioni di questo tipo diventano dischi dell'anno anche per chi ha una certa reputazione, allora o lo stato generale è pessimo oppure la reputazione inizia a scricchiolare. Nulla di specifico contro questo onestissimo quintetto di Dublino, che ad un'occhiata superficiale apparrebbe genuino quanto gli Idles, tanto per citare altri soggetti passivi di hype negli ultimi anni. A hero's death dopotutto è anche più che un buon disco, che ricicla e rimastica luoghi comuni degli ultimi 40 anni, dal post-punk al college-rock all'alternative americano 80/90, con una cifra personale dominata dal cantante, non particolarmente potente nè versatile ma bravo a calarsi con timbro e passione, dal lavoro di precisione dei due chitarristi e dalle trovate singole nel costruire piccoli anthem. La prima metà del disco è notevolissima: lo spleen iniziale di I don't belong e Love is the main thing, le serrate ossessive di Televised Mind e A lucid dream, la ballad agrodolce You Said e la bucolica Oh Such A Spring (che incredibilmente mi ricorda il Lou Reed di Berlin, so che sembra fuori luogo ma è così) mettono in mostra un alto talento generale. Da lì in poi, però, i 5 pezzi restanti denotano un calo di qualità verticale e così, drasticamente, tramonta il mio sogno di trovarmi d'accordo con la testata di reputazione.

lunedì 12 luglio 2021

Dinosaur Jr. - Give a Glimpse of What Yer Not (2016)


 Al quarto album post-reunion, il dinosauro viaggia fluente senza ostacoli, col pilota automatico, più che mai vicino alla perfezione formale di Where You Been. Sarebbe assai arduo aspettarsi la rivoluzione, che infatti non è neanche lontanamente contemplata. Il solito spazietto Lou Barlow con due pezzi (a mio parere invero debolucci, spiacente) e 9 pezzi granitici di J Mascis, melodici e trascinanti. Di più non si può chiedere a queste vecchie glorie.

lunedì 21 ottobre 2019

Shudder To Think ‎– Funeral At The Movies & Ten Spot (1991)

Le due prime release su Dischord raccolte quasi in diretta, per una delle band più atipiche mai apparse nel rooster della label di Washington, ma forse predestinate per il vantaggio di poter giocare in casa. Non c'era proprio quasi niente di hardcore negli STT di questa fase, già evolutisi verso un power-pop-indie-progressive certamente ad alto tasso energetico, ma contrassegnato da un cantante troppo particolare per farli aderire ad un filone ben preciso. Non avevano da spartire nè col grunge nè con la scena dei college, e di lì ad un paio d'anni finirono persino su major, ma non ebbero mai successo commerciale e terminarono la loro corsa entro la decade.
Costipata ed acrobatica ma mai troppo ostica e soprattutto sempre improntata sulle melodie, la musica del quartetto era perfettamente incastrata senza mai ostentare vanità. In un certo senso erano emo, ma nell'accezione più innocente possibile, così come il falsetto di Wedren tradiva uno spirito post-adolescenziale candido ed incontaminato, come un Michael Stipe asciugato dalla follia latente. Fra i due dischi, meglio il mini Funeral at the movies, più rifinito e meglio prodotto e contenente un paio di pezzi memorabili (Lies About The Sky, Red House), del concitato Ten Spot, ugualmente valido ma penalizzato da una produzione troppo asettica.
Da riscoprire fra i segreti meglio nascosti dei Novanta.

mercoledì 25 settembre 2019

Mad Season ‎– Above (1995)

Sono molto legato affettivamente a questo disco, per quanto oggi ne riconosca il sostanziale valore artistico non certo eccelso, nel panorama post-grunge di quei mid-nineties così contrastanti ma eccitanti. La splendida traccia di apertura, Wake Up, resta indissolubilmente associata ad un flash emozionante della mia tarda adolescenza e la porterò nel cuore per tutta la vita. Si tratta di una ballad riflessiva e meditativa, scandita dalle preziose vibes, incendiata da un impennata elettrica centrale, ed infine ripiegata su sè stessa. Nulla per cui gettarsi a terra, dopo un quarto di secolo, questo è certo; Mad Season restò una specie di Temple Of The Dog mancato, vuoi per il minor successo guadagnato, vuoi per la statura inferiore dei componenti. Layne Staley aveva il suo charme vocale unico ma da lui a Cornell c'erano anni luce, Mike McReady era pur sempre la spalla di Gossard nei Pearl Jam, Barrett Martin era il batterista degli Screaming Trees, bravo ma comunque qualche spanna sotto Cameron.
Detto questo, Above contiene qualche pezzo eccellente oltre la sopracitata Wake Up, come la zeppeliniana Lifeless Dead, la stasi finale di All Alone, il lussuoso lounge desertico con cameo di Lanegan Long Gone Day; la produzione restava in linea con il top-major-grunge dell'epoca, quasi mainstream per quanto pulita, e nel complesso il disco finiva per suonare esattamente come un incrocio fra i gruppi di provenienza, alle prese con una raccolta di scarti ripresi, rilavorati ed abbelliti per l'occasione (i pezzi non citati dopotutto erano piuttosto passabili). Per questo, non resterà un capitolo memorabile, forse destinato ad essere ricordato quasi esclusivamente dagli amanti dei gruppi correlati. Ma oggi avevo voglia di tornare ai miei 19 anni, ed è stato un viaggio a ritroso davvero degno di essere compiuto.

sabato 13 luglio 2019

Therapy? ‎– Nurse (1992)

E' incredibile il fatto che i Therapy? siano ancora attivi, con 15 dischi sulle spalle, senza proprio mai staccare, con Cairns e McKegan indefessi al loro posto, ma credo che rientri nella proverbiale tenacia dei nordirlandesi, che nella storia hanno dato prove di resistenza e determinazione ben più rilevanti. Ricordo che Nurse, primo album su major (rif. collana Cercasi Nuovi Nirvana), fu disco del mese di Rumore. Non voglio certo mettermi a ridimensionarlo, in retrospettiva erano tempi particolari in cui le corporazioni facevano il bello ed il cattivo tempo e i Therapy? non sono passati alla storia, e Nurse resta un buon prodotto di alternative-rock, appena screziato di noise, qui parecchio influenzato dai Killing Joke, con punte di diamante nelle psicosi di Teethgrinder e Zipless, nei carichi di spleen di Disgracelands e Gone, e nel dub deviato di Deep Sleep. La produzione dopotutto era effettivamente da major, un po' compressa forse, ma l'affetto resta immutato.

sabato 12 gennaio 2019

Chris Cornell ‎– Euphoria Morning (1999)

Più per perseguire il ricordo dello scomparso che per il ventennale. Ed anche per rivalutare un esordio solista che all'epoca, in verità, non apprezzai. Era forse, preventivamente, a causa del risentimento; si tendeva ad imputare a CC la responsabilità principale dello split dei Soundgarden, e la generale accessibilità di Euphoria Morning rappresentava, a pensiero di tanti, un colpo di spugna.
Ora, la mente non è fresca, perchè il suicidio di CC resta un dispiacere immutato. Nemmeno lui che era un simbolo degli attributi della scena più baciata dal successo degli anni '90 ce l'ha fatta. Diciamo che il successo commerciale solista l'avrebbe meritato (e voluto, perchè no?), ma il fatto che non arrivò con Euphoria Morning fu un segno del destino. Molti fan dei Soundgarden gli voltarono le spalle, anzichè cercare in esso quel dna cantautoriale che CC aveva sparso nei vari album; uno stampo mutuato da modelli come Fell on black days, Just like suicide o Burden in my hand che aveva ancora tante soluzioni da poter coniare, come le meraviglie di EM: Steel rain in primis, un climax emotivo degno di Limo Wreck, ma anche Moonchild, Follow my way, e l'inaspettato e sorprendente alternative-soul di When I'm down.
Un album generalmente pacato e dai ritmi medio-lenti, che non gli portò fortuna e gli fece cambiare idea sul percorso artistico da seguire (preferisco non dilungarmi sugli Audioslave, che non ho mai sopportato). Nel dolce ricordo di questo grande cantante, con una perla memorabile che impersonava perfettamente il suo stato d'animo del periodo:

martedì 13 novembre 2018

Queens Of The Stone Age ‎– Queens Of The Stone Age (1998)

Che vista lunga che aveva il rosso Josh Homme. Dopo lo scioglimento dei Kyuss si portò il batterista Hernandez e varò QOTSA. Nel ventennale vale la pena di ricordare il loro album di debutto, sul quale scommise (a ragione) la label di Gossard dei Pearl Jam, unico ed ultimo indipendente perchè il successo fu immediato. Un disco roccioso e compatto, accattivante e sornione, che già sorpassava l'epic-stoner dei Kyuss, e non soltanto perchè al posto della voce ruggente di John Garcia era subentrato il falsetto esile e beffardo di Homme.
Abbondano i pezzi irresistibili, da quelli che riprendevano la vecchia lezione tellurica della band madre (Regular John, Avon, Mexicola) a quelli che schiudevano aperture power-pop trascinanti (If Only, How to handle a rope), a quelli un po' più sofisticati, e a mio parere i migliori (You would know, You can't quit me baby). Roboante.

domenica 28 ottobre 2018

Girls Against Boys ‎– Venus Luxure No.1 Baby (1993)

La coesione assoluta, il climax sonoro, la messa a fuoco incendiaria, questo è Venus Luxure. Dopo gli esperimenti in precariato ed il primo sorprendente album, era nell'aria che i GVSB avrebbero sfornato un capolavoro del genere, ed oggi ne celebro personalmente il venticinquennale (nella mia graduatoria del 1993, si classificò terzo). Ormai seppellite le origini hardcore, i quattro si concentravano sull'impatto frontale, con ben pochi fronzoli. Una scaletta infallibile, con le dovute pause strategicamente ben equidistanti (la torbida Satin Down, la melmosa nenia Get Down, la spettrale Bug House, il miglior finale possibile). Il focus del disco, una mitragliata di corse a rotta di collo, Go be delighted, Let Me Come Back, Learned It, Billy's one stop, e in evidenza il video-lancio Bulletprood cupid, che vidi incantato e magnetizzato per la prima volta su Indies (purtroppo ora introvabile sul tubo). L'amalgama generale e gli arrangiamenti di Janney erano i loro segreti principi, ma non posso fare a meno di segnalare Fleisig come il migliore in campo, uno dei migliori batteristi di tutti i nineties.

lunedì 14 maggio 2018

Screaming Trees ‎– Even If And Especially When (1987)

Probabilmente il gruppo più ordinario della scuderia SST a fine anni '80, i primi Screaming Trees erano un'onesta band che macinava con energia hard rock e sixties-garage, dallo spirito genuino e privi di qualsiasi forma di quel nichilismo che avrebbe caratterizzato il grunge. In questo che fu secondo e primo di tre sulla label di Greg Ginn, la band aveva due tratti distintivi che li rendeva comunque superiori alla media: la voce già ruggente di Mark Lanegan ed il chitarrismo torrenziale di Conner, capace di aggirare le banalità ed i luoghi comuni del genere con un campionario di riff e trovate istantanee ad effetto.
Even if and especially when non verrà ricordato mai come i loro anteriori più di successo, ma per un gruppo alle prime armi era già un ottimo prodotto, ed oggi un occasione per ricordare le origini di Lanegan, che senza questo importante trampolino forse non sarebbe diventato ciò che è oggi. Alla fine si torna sempre al solito discorso di Seattle; esserci al momento giusto, nel posto giusto, al di là degli effettivi meriti artistici.

sabato 23 dicembre 2017

Soundgarden ‎– Superunknown (1994)

In ossequio alla triste morte di Chris Cornell, avvenuta a Maggio e che ancora oggi suona davvero insensata. Un uomo all'apparenza (che si sa, resta sempre tale) realizzato, avendo oltrepassato il mezzo secolo d'età, con tre figli, un passato illustre, un vivacchiamento negli ultimi 15-20 anni che comunque non doveva creargli problemi nel tirare avanti la carretta, mi verrebbe da pensare. Forse gli abusi hanno presentato un conto salatissimo.
Mi sento di tributare una band che ai tempi adorai con ardore, con quello che fu il loro vertice, che non ascolto da, non voglio esagerare, 18/19 anni. Come digitato da più di un'illustre tastiera, sottoscrivo che il bello di Superunknown fu una congiunzione di accessibilità, sottile ricerca, produzione al top e presa di possesso della scrittura da parte di Cornell, che straordinariamente ispirato firmò in solitaria almeno metà del lotto. Il capolavoro della maturità, un po' come Physical Graffiti o Sabotage, per citare indiscutibili padri putativi.
L'emozione che mi coglie alla ripresa di Superunknown (ma anche del sottovalutatissimo e terminale Down on the upside, inferiore di pochissimo) è superba, rabbrividente. Come accade ad altre entità coeve, fanno tornare in mente sensazioni ed ambientazioni legate ad un età felice, leggera ed inconsapevole. Fell on black days, Mailman, Head Down, Superunknown, 4th Of July, le stratosferiche Limo Wreck e Like Suicide, non sono mai andate via; sono rimaste lì, statuarie, a modo loro sempre attuali. Al termine di questo mio revival, potrò salutarle di nuovo, perchè la vita deve fare il suo corso.

martedì 19 dicembre 2017

Chainsaw Kittens ‎– Flipped Out In Singapore (1992)

Questa è per ricordare l'adolescenza. Dopo il brillante esordio di Violent Religion, in casa Chainsaw Kittens ci fu un piccolo terremoto, col cambio di sezione ritmica ed un nuovo chitarrista. Non cambiava invece la casa discografica, e questo resta un mistero; in pieno boom grunge, com'era possibile che nessuna major si fosse spinta per ingaggiare una band con un potenziale commerciale enorme come i Kittens?
In un intervista recente per celebrare il 25ennale del disco, il cantante Meade racconta un paio di aneddoti autolesionistici che al momento giusto contribuirono ad impedir loro di salire sul baraccone. Eppure ci sarebbe stato ancora tempo, dopo l'uscita di FOIS; il successo poteva comodamente arrivare. A produrre venne ingaggiato nientemeno che Butch Vig, reduce dai fasti di Nevermind; rispetto al precedente, il suono era più professionale e smussato, la sezione ritmica non era migliore e spingeva più sul lato punk. Insomma, c'erano tutte le premesse per un fiasco; invece FOIS confermava il talento epidermico di Meade, capace di dirigere 11 irresistibili anthem pop-core, freschi e contagiosi. Ma il successo su scala internazionale non arrivò mai.

sabato 25 novembre 2017

GobbleHoof ‎– FreezerBurn (1992)

I Supreme Dicks non erano gli unici cuginetti sfigati dei Dinosaur Jr.; nella famiglia c'era pure questo quintetto a schieramento tipicamente hard-rock anni '80 (vocalist solista, coppia di chitarre) che non aveva di sicuro il talento di Dan & Co., ma se non altro aveva un potenziale commerciale enorme al tempo in cui pubblicò gli unici due dischi. La parentela con J Mascis era dovuta al fatto che il lungocrinito aveva suonato la batteria sul primo, omonimo dell'89. Freezerburn chiuse una breve carriera contraddistinta da tiepidi accoglimenti da parte di pubblico e critica, ma in realtà meritava di più. L'attitudine era quella dei Soundgarden, un crossover hard(rock)core tendente all'epico, ma anzichè schierare Robert Plant davanti ai Black Sabbath, i Gobblehoof ci mettevano un Nick Cave disturbato mentale con l'attenuante di essere stonato, tal Charlie Nakajiima. Fu esssenzialmente l'approccio psicotico del cantante a scombinare i piani dei grungers modaioli; strumentalmente il gruppo, produzione piatta a parte, sapeva anch'esso macinare schemi più o meno predefiniti con abbastanza personalità da non essere retrocessi fra gli stroncati dell'epoca. Il dimenticatoio, poi, è un'altra cosa.

martedì 20 giugno 2017

Trumans Water ‎– Of Thick Tum (1992)

Il famoso debutto dei TW per il quale John Peel perse la testa, mandandolo in onda per intero. Diciamo che per molto, tantissimo tempo, ho bistrattato Of Thick Tum in favore del secondo Spasm Smash..., perchè sono un po' allergico ai Sonic Youth ed i pur brevi frangenti in cui si sente qualche reminescenza mi avevano reso un po' prevenuto. Oggi, al quinto/sesto ascolto consecutivo, sono costretto a convenire che si tratta di un discone anch'esso, che si inserisce nella lunga scia dei grandi geni irregolari (Pere Ubu, il Capitano) aggiornati all'era dell'alternative rock, fratturato oltre l'inverosimile eppure miracolosamente compatto e coeso. Del resto, il loro suono spigoloso (e le imperfezioni, volute o casuali che fossero) è invecchiato molto molto bene. E loro erano dei dannati folli.

venerdì 26 maggio 2017

Massimo Volume ‎– Aspettando I Barbari (2013)

Il vero ritorno in forma dei MV, molto più che il mediocre Cattive abitudini che interruppe il decennale azzeramento del Volume. Merito non soltanto di un'ispirazione ritrovata, ma anche di un interplay amalgamato fra Sommacal e Pilia che fanno brulicare le chitarre incessantemente con un lavorio impeccabile. Il Clementi adulto non può fare altro che continuare a snocciolare le sue storie di vita quotidiana sotto un ottica sempre più incupita, aspetto che si associa in piena simbiosi con le musiche, a tratti persino catastrofiche. In sostanza sono sempre i soliti MV, ma con un pugno di pezzi in più da registrare in un ipotetico best of: la title-track ed i suoi spazi aperti, la distorta Compound, la deviante Vic Chesnutt, la drammatica Dymaxion song. Non possiamo aspettarci rivoluzioni, ma soltanto una sana oretta di ritorno ai '90, come fosse il prendere atto dell'invecchiamento con un pizzico di amarezza e nostalgia.

giovedì 1 ottobre 2015

Helmet - Betty (1994)

Celebrato l'anno scorso col tour del ventennale, Betty fu il disco più vario della fase gloriosa degli Helmet, di certo non ai livelli dell'insuperabile Strap it on ma superiore al secondo, il monocorde In the meantime. Forse fu proprio quest'ultimo a spingere Hamilton a mescolare le carte, anche sull'onda del successo commerciale del gruppo il quale richiedeva una dose di melodie orecchiabili, qui ben presenti (erano pur sempre gli anni del post-grunge). Era anche la produzione a diversificare: i vecchi panzer cingolati scemavano sempre più il loro impatto e si faceva strada un senso del groove per certi versi irresistibile, grazie al lavoro unico della sezione ritmica (non ci si stanchi mai di ammettere la grandezza di Stanier e Bogdan, prego).
Ricordo che all'epoca stupìrono non poco il bluesaccio acustico di Sam Hell, il jazz-noise di Beautiful love e l'ibrido stranissimo fra Captain Beefheart e Pil di The silver hawaiaan). Grazie anche a questi, anche se non rappresentativi del contesto, la signorina in copertina Betty invecchia bene e fa ancora bella figura; ormai gli Helmet erano alternative a tutti gli effetti e non più noise-rock, ma lo facevano dannatamente bene.
L'edizione limitata dell'epoca comprendeva anche 5 pezzi live di ottima valenza, fra cui il prezioso recupero di Sinatra, dal primo album.

giovedì 7 maggio 2015

Oceansize ‎– Self Preserved While The Bodies Float Up (2010)

Snobbati, contestati, a volte persino derisi, gli inglesi Oceansize sono stati uno di quei gruppi che divide nettamente i pareri. Potrebbero esser (stati) il corrispondente britannico dei Mars Volta per smania di eclettismo, col loro agitarsi fra tanti stili diversi ed una perizia tecnica ben superiore alla media.
Dividevano anche gli ascoltatori comuni, fra chi considerava il primo un disco stupefacente e poi li trovava in un declino fino a quest'ultimo che ha preceduto lo scioglimento. Chi si ricorda gli scozzesi Aereogramme avrà trovato più di un punto in comune, grazie alle altalene emotive e agli sbalzi chitarristici da montagne russe.
Forse gli Oceansize si sono affacciati un po' tardi sulla scena, la loro musica avrebbe riscosso più consensi se fossero entrati soltanto un lustro prima. Ciò non toglie che Self preserved celava un sacco di spunti melodici e soluzioni strumentali interessanti, a tenere ben lontana la noia. Avrebbero meritato di più.

martedì 11 marzo 2014

Unwound - Leaves Turn Inside You (2001)

All'epoca in pochi riuscirono a farsi una ragione dello scioglimento degli Unwound, anche perchè le ragioni addotte dalla band furono l'impossibilità di fare concerti per un periodo indefinito. Nel loro nome fu battezzato persino un locale concerti.
Dopo aver realizzato Leaves, comunque, sembravano aver raggiunto un punto di non ritorno. Partiti da un ambizioso post-hardcore un po' arruffone, seppur coraggioso, e dopo una decennale carriera integerrima su Kill Rock Stars, finalmente avevano trovato una forma musicale compiuta ed eclettica. L'estetica virava su più fronti, fino a comporre un doppio cd pieno zeppo di spunti: oggi non se li ricorda più nessuno ed anch'io non lo ascoltavo da 12 anni, ma che caposaldo....Con fraseggi post-rock, dream-pop, shoegaze da manuale; come unire nella stessa stanza Slowdive, Slint e Husker Du.
Un titolo su tutti Terminus, 10 minuti in tre movimenti con apice nella fase centrale, alla Godspeed You! Black Emperor. Violino e mellotron concorrono a superare definitivamente lo status alternativo per salire di grado in profondità espressiva. Demons sing love songs batte i Blonde Redhead sul loro stesso campo, Radio Gra il loro climax slow-core-progressive, Below the salt il lungo, doloroso addio.

mercoledì 12 febbraio 2014

Three In One Gentleman Suit - Pure (2001)

Non sarà certo un problema per i modenesi essere sconosciuto ai più sul suolo nazionale: hanno macinato migliaia di km in giro per il mondo e supportato gruppi e sono ottimamente considerati dalla critica. Sarà che cantare in inglese di certo non attira filotti di pubblico.
Attivi da ormai diec'anni, il loro curriculum è ormai consolidato anche se un po' altalenante e possiedono uno stile che non è facilmente catalogabile dalla critica. Per me questo è alternative-rock e poco altro, aggiornato all'attualità; una loro influenza dichiarata è un altra realtà italiana ignorata degli anni '90, i Three Second Kiss. Che però allora erano attuali; ciò che caratterizza i TIOGS come contemporanei è senz'altro la produzione, qualche effettino elettronico in qua e in là (ma per favore lasciamo perdere paragoni con i Battles) e poco altro. Peccato che il lato compositivo sia un po' carente, che manchi un guizzo decisivo per farli emergere: dal vivo potranno anche essere trascinanti, ma per me raggiungono una sufficienza risicata.