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giovedì 25 agosto 2022

For Against – Never Been (2009)


L'ultimo dei For Against, ed essendo passati 13 anni, mai dire mai ma sembra ragionevole ipotizzare che sia finita l'avventura di uno dei gruppi statunitensi più criminalmente ignorati dalle masse, nonostante i fertili revival che avrebbero potuto rilanciarli alle orecchie di tanti neo-wavers che hanno fatto la fortuna di Interpol ed affini. Ci vuole della fortuna, ed il primo fattore che ha dato loro contro è stata la questione anagrafica; non era destino per chi era nato nell'età di mezzo, così come non ha favorito neanche il fatto di nascere in una regione remota come il Nebraska.

Never Been è stata l'ennesima prova di un talento naturale del trio (i fondatori Runnings e Dingman + l'ultimo batterista Buller) nel cesellare melodie atmosferiche a presa istantanea, che fossero immerse in ritmi sostenuti o in contesti più dreamy e rilassati. Roba più che matura, si dirà, ma un ballatone autunnale come Of A Time avrebbe fatto un figurone in uno degli ultimi Cure, così come il top della scaletta Different Departures lo avrebbe rinvigorito ed asciugato di orpelli discutibili. Ma si tratta di paralleli puramente arbitrali, perchè il FA-factor resta indiscutibile sui vigorosi spleen-wave di Sameness, Antidote e Specificity, da aggiungere rigorosamente al loro best-of. Alla facciaccia di Onda Rock.

lunedì 29 giugno 2020

Sisters Of Mercy ‎– Floodland (1987)

Quando sembrava che i SOM potessero spaccare le classifiche, dopo un debutto lungo di buon successo, Eldritch dovette fare i conti col suo caratteraccio. Hussey e Adams lo piantarono in asso per andare a fare i Mission, così si ritrovò a preparare un album di fatto solista. Patricia Morrison, una ex-Gun Club, figurava nella line up ma pare non abbia suonato neanche una nota di basso. Floodland ha pertanto una peculiarità; sembra suonato ma in larghissima parte è digitale.
Un disco controverso, portato all'eccesso, che passa da estremi ad estremi. La concessione al ballabile marziale, ammiccante alla melodia, dell'opening Dominion / Mother Russia, non prometteva per niente bene. Flood I, dall'incedere lugubre e minaccioso, segnava il tratto solenne e piuttosto enfatico, facendo pensare che le chitarre fossero scomparse. Ma a partire da Lucretia My Reflection torna la magia nera di Eldritch, la pregnanza di pathos proiettata in un cielo notturno. E il lied pianistico 1959 lo metteva in mostra in un inedita veste di dark-crooning struggente e melanconico.
This Corrosion, 11 minuti supersonici per corali ed orchestra, in teoria doveva essere il super-hit ma era pur sempre il 1987 e non era al grandissimo pubblico che Eldritch puntava. Flood II e Driven like the snow confermano la tendenza maggiore del disco, ovvero di una glacialità ed una compostezza generale che segnava un profondo cambiamento rispetto agli inizi: il songwriting restava alto, gli arrangiamenti perdevano qualcosa ma Eldritch guadagnava in status. Il gorgo finale di Never Land (A Fragment), di un celestiale che più nero non si poteva, ne era il degno suggello.

martedì 23 giugno 2020

Siouxsie And The Banshees ‎– Hyaena (1984)

Nello stesso anno in cui dava alle stampe The Top, uno dei lavori più eterogenei e controversi dell'intera saga Cure, Robert Smith campeggiava in bella vista con la sua cofana nel quadrilatero S&TB, non più in veste di guest ma di effettivo, e co-autore di tutti i pezzi di Hyaena. E dava un gran bel contributo ad una band che iniziava a sentire un po' troppo la pressione della Geffen e sfoderava l'ultimo colpo di reni prima di un decadimento inesorabile.
In gran parte Hyaena è il risultato di una maturazione che aveva portato ad una consapevolezza: non andare oltre i propri limiti, ma dato che nella vena migliore ormai era stato dato quasi tutto, provare a fare qualcosina di stravagante e inatteso. Dazzle è un opening abbastanza canonico ma l'intera sezione di archi ad ispessire già dava il senso di barocchismo di lì a venire. Take me back, col suo organo saltellante e gli impasti vocali virtuosi è un divertentissimo divertissment. Il centro pieno è la pianistica Swimming Horses, talmente entusiastica da essere promossa come singolo (l'altro fu la beatlesiana Dear Prudence, un inspiegabile pugno in un occhio), ed oggi ancora memorabile. Al canzoniere gotico di mestiere vanno assegnate Blow the house down e l'epic Bring Me The Head Of The Preacher Man. Il buon Bobby fece il suo pregevolissimo lavoro di cesello chitarristico, arabescato come da situazione generale. Peccato che la Siouxsie non gli fece aprire bocca; quella sarebbe stata la vera innovazione.

sabato 1 giugno 2019

And Also The Trees ‎– Virus Meadow (1985)

Il secondo album del gruppo che John Peel definì troppo inglese per gli inglesi, per avere un successo significativo. Smarcatosi in maniera significativa dall'influenza dark-Cure che contraddistingueva il debutto, il quartetto dei fratelli Jones approdava ad una poetica abbastanza personale, che non rinnegava il gotico ma lo inseriva in un contesto decisamente più elegante, con reminescenze mitteleuropee, qualche aria atmosferica alla Chameleons e qualche grande pezzo che resta in memoria all'istante (Vincent Craine, Jack, Virus Meadow, la mini-sinfonia sintetica di The Dwelling Place). Trovavano così la loro strada peculiare; da notare che il gruppo oggi è ancora attivo, a confermare l'entità di un progetto che non ha mai avuto successo ma grande personalità, alla stregua di altri inglesi periferici come i Legendary Pink Dots, di una caparbietà incrollabile.

lunedì 14 gennaio 2019

Sisters Of Mercy ‎– Some Girls Wander By Mistake (1992)

La raccolta di tutta le messe di 7" e 12" che scandirono la prima parte di carriera dei SOM, fino al sospirato debutto a 33 giri. Devo ammettere che per anni ed anni li ho snobbati ingiustamente ma ora li sto rivalutando alla grande, nonostante la grande limitazione della drum machine: l'antologia risulta spezzettata, com'è ovvio vista la cronologia, e le debolezze non mancano (la cover di 1969, un paio di strumentali prolissi e puramente riempitivi), ma abbondano perle di programmatico dark-punk come Valentine, Burn, Body Electric, Anaconda, Watch. A tratti acerbi (ed un po' succubi di Bauhaus, Cure e Joy Division) ma ancora poco sofisticati ed istrionici come si sarebbero poi sviluppati, i SOM degli inizi erano un'espressione perfettibile ma già autentica istituzione del dark.

venerdì 4 maggio 2018

Soror Dolorosa ‎– Apollo (2017)

Nel 2017 ha ancora senso fare del dark-wave? Quando Fabio mi ha consigliato questo disco, ho pensato "no vabè, dai, gli Have A Nice Life hanno fatto un miracolo e Soft Moon un mezzo, ci credo poco". Invece questi brutti ceffi di Tolosa sanno il fatto loro ed Apollo è un disco che di senso ne ha molto, rinverdendo i vecchi fasti britannici di 35/40 anni fa.
A parte qualche divagazione shoegaze e qualche piccolo inserto post-rock, i Soror Dolorosa si immergono fino al collo in quelle sonorità, col palese vantaggio che le produzioni di studio del giorno d'oggi sono molto ma molto migliori, facendo risaltare l'atmosfericità delle loro composizioni, belle squadrate come da copione ma anche belle-bellissime e basta, nella prima metà del disco. La title-track che apre la scaletta dura 8 minuti e si autocandida come miglior pezzo mai composto dai Chameleons del debutto. Il gruppo di Burgess sembra essere il referente principale in fatto di influenze, ma si sentono altre voci autorevoli come quelle dei Cure di Disintegration o dei Bauhaus di Mask. Il fatalismo della solenne Locksley Hall, la verve briosa di Everyway, le aperture panoramiche di Another Life, fanno tutte venire un sottile brivido sulla schiena per quante emozioni possano scatenare su un vecchio fan di questo genere. E' un vero peccato che nella seconda metà il livello si abbassi notevolmente; togliendo un quarto d'ora la resa finale sarebbe stata più che eccellente, ma le emozioni hanno già fatto il loro gioco ed Apollo diventa un must immediato.

domenica 26 marzo 2017

Soft Moon ‎– Deeper (2015)

Terzo disco per Luis Vasquez e terza volta in cui affronto l'ascolto con previdenza, superficialità e poca attenzione, salvo poi dovermi ricredere ed ascrivere di nuovo il monicker Soft Moon ad una delle più brillanti operazioni di recupero dalla dark-wave degli ultimi 10/15 anni.
Temevo un'iniezione innaturale di elettronica nel suono di Deeper, che probabilmente avrebbe deluso me ed altri gothicconi inguaribili che si emozionano ancora a sentire una mutuazione dei Cure della trilogia. Qui ce ne sono diverse: Far, Try, Wasting (in verità più altezza Disintegration), Being, la sospesa e magnifica Without. La suddetta elettronica resiste, ma in dosi esclusivamente funzionali nel resto dei pezzi che sostano fra synth-pop e cyber-industrial di gran razza, anche grazie alla produzione piena e rotonda che restituisce giustizia a dei suoni che in origine furono penalizzatissimi. Un altro centro per il mexican boy.

mercoledì 4 novembre 2015

Sisters Of Mercy ‎– First And Last And Always (1985)

Sembra strano, ma ascolto il primo album dei SOM soltanto oggi per la prima volta. Cose che forse non succedono mai ad un fan del dark-punk, ma c'è un motivo: da adolescente comprai a 2.000 lire la cassetta di Vision Thing, terzo ed ultimo disco del gruppo di Leeds, e lo trovai orribile. Forse oggi la penserei diversamente, ma smaltita questa lunga squalifica ironicamente ho puntato sul primo, che di solito è sempre il migliore.
Se si analizza la qualità generale mettendo da parte i soliti, deleteri fattori produttivi legati alla decade, FALAA ha un paio di caratteristiche che emergono subito: 1) i pezzi si assomigliano tutti, per struttura e ritmiche 2) i pezzi sono quasi tutti molto belli e ciò impedisce la noia. Il cantato accuratamente lugubre di Eldritch era un valore aggiunto al contesto, il lavorio di chitarre notevolissimo; di sicuro non avevano la profondità dei Joy Division nè l'eclettismo dei primi Banshees, ma rappresentavano il cambiamento in atto del gotico musicale di cui erano una vetta sicura, dato che attorno a loro il declino era inarrestabile.

mercoledì 9 aprile 2014

Votiva Lux - Visioni (1994)

Scavando fra i demo che comprai fra il 93 e il 95, mi sono stupito di non aver mai scritto dei Votiva Lux, di cui poi non mi piacque per nulla Solaris, il loro disco maggiore uscito nel 2002. Seppur ugualmente derivativo di certi modelli anglosassoni, al contrario il loro demo del 1994 mi conquistò subito e riascoltarlo dopo tanti anni genera un sottile ed ingenuo piacere.
Votati alla dark-wave più secca (i Joy Division vengono indirettamente citati con la dedica a Ian Curtis in Punto Zero, anche se direi che la fonte d'ispirazione maggiore siano i Diaframma) i bolognesi sapevano scrivere anche più che buoni pezzi come Il Treno, Elevazione e la bellissima Città senza sole, in modo che alcune inevitabili ingenuità giovanili ed un cantante non eccelso passassero in secondo piano. 
Insomma, erano meglio devoti al goth che al post.

domenica 17 novembre 2013

Siouxsie and the Banshees - Juju (1981)

A fine anni '80, quand'ero un tenero adolescente, mi capitò per le mani non ricordo in quale circostanza, una C90 con un arbitrario best-of di S&TB; dei 9 pezzi contenuti in Juju ve ne erano ben 7, sia estratti pari pari che versioni live. Guardando a posteriori, non si poteva non essere d'accordo con l'anonimo compilatore, in quanto il 4° album rappresentava il top di una progressione che ormai del punk iniziale non possedeva altro che la foga negli episodi più concitati. Merito anche di McGeoch, fresco di fuoriuscita dai Magazine, in grado di conferire qualche intarsio chitarristico di grande rilevanza.
Poi pazienza se la musica è invecchiata più di altri contemporanei, se oggi la si percepisce come di livello inferiore ad altri classici del dark: l'ascolto di Juju è un tuffo al cuore, sempre.

venerdì 6 settembre 2013

Psi-Com - Psi-Com (1985)

Di quella corrente chiamata trance californiana, che devo senz'altro approfondire (meglio tardi che mai, no?) beatifico regolarmente i Red Temple Spirits, apprezzo i primi Savage Republic e resto abbastanza indifferente agli Shiva Burlesque. Nient'altro, e allora gli Psi-Com? Ci rientrano dentro o no?
Non direi. Comprai questo cd/ep durante gli anni '90 e oggi, ascoltandolo dopo parecchi anni, lo ritrovo fascinoso quasi come la prima volta. Trattando l'esistenza di Farrell come di un cantante qualunque (e peraltro il suo stile vocale sarebbe stato più avvincente nei Jane's Addiction, chè qui se ne stava più basso possibile), si trattava di un post-punk abbastanza scevro da goticismi, asciutto quanto basta e con un chitarrista molto efficace nelle sue trame in b/n. L'influenza dei Joy Division aleggia un po' ovunque, ma fra le 5 tracce va senz'altro citato il climax di City of 9 gates, davvero memorabile.

mercoledì 11 luglio 2012

Cure - The BBC Sessions 1979-1985


Bootleg relativamente recente (pare sia del 2008, ed è persino censito su Discogs) che ha la mirabile missione di mettere in ordine tutte le sessions registrate per mamma BBC nell'arco indicato. Iniziativa lodevole, anche alla luce del fatto che le ristampe deluxe degli anni precedenti escludevano qualsiasi traccia in merito.
La prima notazione che salta all'occhio è che manca la prima chiamata di JP, quella di novembre 1978, ma dopotutto è recuperabile altrove senza troppi problemi. Siamo nell'area strettamente feticistica, come ci si può aspettare, e la qualità audio è variabile. Curiosamente è meglio per quanto riguarda il vecchio materiale, e di questo ne sono felice. Oltre alle 5 per Peel ce ne sono due per Skinner e una per Saturday live.
Vien davvero da chiedersi perchè Ciccio Smith abbia voluto dimenticare queste sessions, storicamente importanti anche se (credo che) il successo riscosso ne fu indipendente. Fra le curiosità principali: A desperate journalist che altro non è che Grinding Halt con testo febbrilmente modificato, una versione iper-ipnotica di Forever, le sempre superbe e vibranti The Holy Hour, Drowning Man, Faith, con la precarietà di testi ancora embrionali e l'intensità emotiva di anni irripetibili.
Nel 1982 spicca l'esotismo gotico della rara Ariel, a seguire l'anfetaminica Give me it a colpi rombanti di bonghi, e poi fino alla fine c'è il materiale decisamente più commerciale di The head on the door, con la discesa della qualità anche in tema di registrazione, per non dire lo-fi in senso stretto.

mercoledì 15 giugno 2011

Soft Moon - The Soft Moon (2010)

Ascoltando dischi come questi viene da pensare "ma com'è stato possibile che i grandi nomi di quella stagione non abbiano potuto scrivere questi pezzi allora?". Esattamente come i Blessure Grave, i Soft Moon sono degli ispirati replicanti del dark-wave inglese di alta scuola, e quindi sono riservati agli amanti (non come gli Have A Nice Life che si sono imposti con le loro altissime qualità, e quindi vanno annoverati come personalità a parte da tutto), eppure sono così bravi che non si può non apprezzare il disco magnetico, ribollente e glaciale come da stile di riferimento.
E il disco è talmente fedele nelle sonorità che si sarebbe potuto tranquillamente produrre nel 1982: la meccanicità dei ritmi è affidata ad un'asettica drum-machine, il synth ha un ruolo corredativo molto importante, il basso è squadrato ed ossessivo, chitarra e voce minimali conducono le freddissime composizioni con fare perverso. Immerso in un marasma galattico perenne, Soft moon ricorda tangibilmente tutti quei nomi che sono stati tirati in ballo dalle recensioni maggiori (ok per i Cure della trilogia, ok per i primi Sisters Of Mercy, ok per i Suicide con qualche riserva, secondo me coi Joy Division e Killing Joke c'azzeccano molto poco), io semplicemente aggiungerei i Chrome di Red Exposure, anche per l'uso della voce.
Certo che, con tutti i limiti del caso, occorre ammettere che i replicanti di oggi sono 1000 volte meglio di quelli che salirono sul carro appena i maestri si ritiravano o cambiavano musica, nella seconda metà degli anni '80 (ricordo una raccolta orribile che comprai per sbaglio, Kiss of the vampire, infarcita di impostori...)

mercoledì 15 settembre 2010

Fra Lippo Lippi - In Silence / Small Mercies (1981-1983)

Molto prima dei Motorpsycho, era questo duo a portare la bandiera norvegese da esportazione. Alquanto curiosi gli sviluppi: ben lungi dall'essere rivoluzionari e storici innovatori del wave-dark (anzi, si potrebbero definire un nome minore), i FLL ottennero un successo clamoroso nientemeno che nelle Filippine!
Scherzi del destino. In corrispondenza del loro periodo d'oro, a metà degli anni '80, facevano parte del rooster della Virgin, ma non riuscirono mai a sfondare. Qui mi soffermo sui primi due album, che furono ristampati su un unico cd. Non so quanto la scelta sia stata strategica, ma si va all'indietro: prima il più melodico Small mercies e poi il più dark In silence; a mio parere funziona, chè il disco migliora costantemente....
Il debutto si smaschera fin dall'apertura balzellante di Out of the ruins: l'influenza dei Joy Division è quantomeno ingombrante. Ma i pezzi funzionano e sono bellissimi: A moment like this, In silence, Recession, The inside veil, I know, attraverso tonalità grigio scuro e desolanti ambientazioni, fanno ben presto dimenticare l'ombra scomoda degli ispiratori e danno vita ad un gotico scandinavo scarno ed essenziale, con dosi giuste di synth, voce da oltretomba e passaggi indovinati (i For Against probabilmente assimilarono le fasi velocizzate con molta attenzione).
Small mercies vide un cambiamento importante: alla voce il nuovo entrato Sorensen prese il posto del cavernoso polistrumentista Kristoffersen, con una dote di maggior brio e modulazione. Il passaggio al synth-pop era alle porte, ma nella transizione c'era ancora posto per qualche primizia; l'elegantissimo mitteleuropeo di A small mercy, l'atmosfera viscosa di Sense of doubt, la deca-danza di The treasure, il solenne tribalismo di Now and forever.
Le chitarre e le oscurità erano scomparsi del tutto, un educato e misurato pianoforte conduceva le composizioni. Ripeto, non saranno stati un nome di prima fascia ma hanno lasciato qualche bella perla.

sabato 31 luglio 2010

Danse Society - Heaven is waiting (1983)

Non tanto per inventiva, ma quanto per eleganza e ottime doti di songwriting, questo quintetto inglese avrebbe meritato senz'altro una maggior visibilità e perchè no, anche successo. E pensare che questo disco uscì su major; pare che la loro breve carriera sia stata contrassegnata da litigi continui con tutte le etichette con cui ebbero a che fare, che storicamente sono mazzate assassine sulle teste delle bands. Il filone era quello in piena voga del wave-dark tastierato ed epico, e i DS erano molto bravi nell'equilibrare le varie componenti senza essere ruffiani come invece furono i Mission, nè troppo lubugri nè minimamente pacchiani.
Il cantante Rawlings modulava con le classiche inflessioni scure del genere, ma aveva un timbro abbastanza alto per distinguersi. Il tastierista Scarfe aveva la maggior visibilità ed un ottimo gusto per le tessiture, nonchè sulle parti pianistiche, elementari quanto incisive. Arie maledette fin dall'iniziale Come inside, fatalismo che si taglia col coltello. Wake up però vira verso un ballabile funk solare col chitarrista Nash in bella evidenza, con susseguente contraltare inquietante in Angel. Letteralmente incantevole la pastorale Where are you now, elegiaca orchestrazione per frase chitarristica, piano e fiati splendidamente arrangiati.
Ossessioni pulsanti in The seduction, scalini rollanti nella title-track e in The hurt. Unico neo del disco, l'inutile cover dei Rolling Stones, forse una spinta della label, chi può dirlo. Erano abbastanza vicini ai Modern English, seppur più soft. Qualche reminescenza degli ultimi Bauhaus o dei contemporanei Echo & The Bunnymen si sente, ma questi ragazzi avevano un gran bel gusto e lavoravano molto bene sulle partiture.

lunedì 21 giugno 2010

Fools Dance - Fools Dance + They'll never know EPs (1985)

Definirlo "gruppo di reduci dei Cure" potrebbe suonare come un termine poco estimativo, anche se nella realtà non ne eravamo molto distanti. Un Gallup fresco disoccupato e troppo in crescita per restare fermo è stato l'elemento cardine di questa band la cui vita è durata esattamente il tempo del suo divorzio da Smith, cioè manco 3 anni fra l'82 e l'85. Guardando la foto, poi, viene da ridere. Il look è inequivocabile e le pose persino troppo simili per crederci, ma erano gli anni '80 e tutto ci poteva stare. Il capello a salice piangente invece era Biddles, ex-roadie che in una delle ultime date del tour di Pornography salì alla ribalta prendendo possesso del microfono e cantando a squarciagola che Smith e Tolhurst erano delle teste di cazzo, logico che fosse della partita come lead vocalist, peraltro neanche malaccio seppur troppo debitore dello stile dei suoi ex-datori di lavoro. Nella primissima formazione c'era persino Hartley il pianolista di 17 Seconds, ma come nel suo stile fece solo una toccata e fuga. Si sa poco o niente degli altri, nomi meteoriti. Soltanto il sax di Howe troverà un minuto di celebrità su A night like this.
Due EP per loro, una decina di songs di buon livello. Oltre alla limpidissima influenza Cure, qualche riflesso di Magazine (il sound di Gallup ricalca perfettamente quello di Adamson in Sa'ha), Teardrop Explodes (I'm so many) e Echo & The Bunnymen (The don diddy song).
Su They'll never know non mancano spunti interessanti come la dirompente The collector o la solenne Empty hours. Sulla stentorea The ring Gallup si toglie addirittura lo sfizio di fare il lead vocalist e sfoggia a sorpresa un tono nasale vicinissimo a Mark Hollis.
Nulla di storico, ma interessante per i Cure aficionados che abbiano voglia di qualche variazione sui temi sentiti e strasentiti.

(originalmente pubblicato il 02/12/09)

venerdì 18 giugno 2010

Dead Can Dance - Dead Can Dance (1984)

Che fosse dark, che fosse dream-pop, che fosse pre-shoegaze gotico, il debutto dei Dead Can Dance non peccava certo in tempismo per via della propria originalità. Immerso in brume tutt'altro che australiane come la Gerrard ma molto più tendenti all'Inghilterra uggiosa di Perry, l'omonimo ancora faceva appena intravedere le tendenze medioevaleggianti ed etniche che poi dilagheranno nel mirabile percorso del duo. Le chitarre riverberate e i bassi liquidi dominano ancora il palco, con ritmiche marzialmente dark ed apprezzabili inserti elettronici. La Gerrard sembra poco coinvolta, anche se si ritaglia lo spazio di un paio di perle mi(nimali)stiche facendo soltanto intuire ciò che diventeranno in pochi anni i DCD, ovvero la versione anni '80 dei Popol Vuh (con relativa proporzione di qualità anni/prodotto, s'intende).

(originalmente pubblicato il 19/11/09)

venerdì 11 giugno 2010

Blessure Grave - Judged By Twelve, Carried By Six (2010)

Sarò lapidario perchè è il raro caso in cui mi trovo d'accordo al 1000% con una recensione giornalistica, nella fattispecie quella su un Blow Up di 2-3 mesi fa in cui si parla di questo disco del duo californiano che fra l'altro sarà di scena fra una diecina di giorni a Marina di Ravenna all'Hanabi (e quasi quasi me li vado a vedere)...
Dunque, poniamo il caso che vengano ritrovati per miracolo dei demos inediti dei Joy Division realizzati nell'estate del 1979, cioè a mezza via fra i due leggendari pilastri, in alcuni dei quali i 4 abbiano voluto sperimentare l'innesto di una voce femminile ai contro-cori. Tali demos ovviamente sono pezzi scartati da una produzione ultra-prolifica che si pone in un limbo: la batteria è meno frenetica di quella di Morris, il basso è meno incisivo di quello di Hooky ma la chitarra è proprio quella minimale e punteggiata di Sumner e il Curtis della situazione è tale Grave (sicuramente è un soprannome), che in realtà suona tutti gli strumenti coadiuvato dalla compagna Key.
E sorpresa delle sorprese, i 16 pezzi sono quasi tutti bellissimi (devo citare Resting place for two, Echo e Hope for the worst) fedelmente attingenti alla matrice ben nota (ironicamente un Ep precedente si chiamava Unknown blessures), seppur si odano anche reminescenze dei Cure della trilogia, più sul versante Pornography, senza psicodrammi di sorta.Pertanto, trattandosi di replicanti vintagisti, i BG sono riservati agli stretti amanti delle due istituzioni sopra citate. Pur non essendo esaltanti e personalizzati come gli Have A Nice Life, con questo disco dimostrano che si può fare del revivalismo eccellente.
E come chiudeva la review di Bu, devo ammettere che sono "bravi e competenti".

martedì 8 giugno 2010

Cure - Curiosity (Killing the Cat): Cure Anomalies 1977–1984

Altri tempi, in cui si mettevano i bonus disc solo sulle cassette. Così fu per Concert the Cure Live, la cui copia originale custodisco gelosamente. Sul lato B c'era questa piccola memorabilia, un po' vanesia ma pura delizia per i fan. In un momento in cui la Fiction e Parry spingevano sul pedale per conquistare il mondo, sembrava quasi legittimo consegnare una compilation di pezzi registrati dal vivo, con ben 3 inediti e varie versioni estratte dalla trilogia stellare. Ad oltre 20 anni dal primo ascolto, Curiosity conserva lo stesso fascino e splendore nella sua interezza. Crawley, 1977; hanno tolto da poco l'Easy dal nome e sono un quintetto, sfoderano il punk graffiante e rollante di Heroin Face. Una versione morbida e tondeggiante di Boys don't cry è forse l'unico punto debole del pacco. L'horror sfregiato di Subway song terrorizza anche senza l'urlo finale dell'originale.
E si dà il via alla trilogia: il fuzz di Gallup introduce una versione risoluta di At night, seguita da In your house velocizzata e con testo variato. Ben tre estratti da Faith; le versioni seguono fedelmente gli schemi originali, ma sono le piccole modifiche a dare valore aggiunto alle renditions. Other voices ne esce irrobustita, la messa solenne di Funeral Party è anfratto vaporoso dalla condensa gocciolante. Memorabile Drowning man, che riesce persino a superare la vibrante drammaticità dell'originale. Nel finale due inediti assoluti; All mine era una outtake di Pornography, ma forse si lasciò morire abbozzata, arcana e ruvida, senza ritmo. Forever invece viene eseguita durante il tour di The Top, ed è un capolavoro assoluto, contraltare dilatato di Give me it. Un crescendo delirante, con Smith tarantolato, Thompson a starnazzare sul delay del sax, la ritmica che aumenta vertiginosamente fino all'esplosione finale.
Tutte le tracce sono state consegnate separatamente a solchi digitali in occasione delle recenti ristampe con generosi bonus degli ultimi anni. Ma per anni quella cassetta è stata per me un motivo di vanto, di gelosa possessione, di intima proprietà.

(originalmente pubblicato il 22/07/09)

mercoledì 26 maggio 2010

Red Lorry Yellow Lorry - Smashed hits

Una compilation un po' tarocca che non figura in nessuna discografia dei RLYL, che comprai a prezzo stracciato tanti anni fa. Una band di Leeds capitanata dal chitarrista/vocalist Reed, che ebbe vita soltanto negli anni '80 e ne incarna perfettamente lo spirito, seppur appartenente al tipico ceppo dark-wave-melodico che già era in declino quando pubblicarono i loro primi albi.
Il primo singolo Beating my head era esemplificativo; ritmo martellante, chitarre torrenziali, incipit melodico e marziale. Come se gli Psychedelic Furs rinunciassero a qualsiasi velleità glam, sostituendo Butler con Curtis dei JD alla voce.
Non mancano pezzi molto validi come lo strumentale Push, la trascinante Monkeys on juice, la drammatica Generation, ma i RLYL restano un gruppo minore e dalle influenze troppo chiare per lasciare tracce importanti nella storia. Solo per gli stretti fans del genere.

(originalmente pubblicato il 29/04/09)